"Professoressa" dice a bassa voce Codino, con tono soave, in piedi vicino alla cattedra. "Lei è il diavolo in persona, ed è per questo che è la mia preferita."
"Strepitoso? Hai dato un coppino a Tenerone?"
Sorride spalancando gli occhioni: "Sì!"
"Eh, e allora vai, vai, Strepitoso, vai a fare l'intervallo in classe."
"Vado!"
Lo seguo. In classe aggiorno il registro, poi alzo gli occhi. Sta ciondolando intorno al banco.
"Cosa fai?"
Mi fa il suo speciale sorriso con l'arricciatina di naso che sarà la condanna a morte di tutte le sue compagne di scuola e di parecchie altre donne che lo incontreranno. Il figlio di Meg Ryan, sembra.
"Siediti, Strepitoso! E annoiati!"
"Ma veramente" dice con serena innocenza "io mi sto divertendo tantissimo."
Questa prima... Questa prima.
martedì 31 ottobre 2017
domenica 29 ottobre 2017
Posa la zavorra, capitolo terzo. Telemenù!
Mia
madre lavorava, statale, ma statale che la prendeva sul serio, con
l'incubo del cartellino. Al mattino molto presto, poi però finiva
nel pomeriggio in tempo per un sacco di altre cose, quindi correvamo
sempre.
Il
pranzo lo preparava la tata, ma la sera, appena rientrava, lei si
fiondava ai fornelli e, devo dire, soprattutto quando ero bambina, e
quindi la sua giornata, dopo il lavoro, era dedicata a stare con me,
si prodigava parecchio. Ma era stata una ragazza che studiava, poi
una donna che lavorava, e nessuno le aveva insegnato il ragù da
quattro ore, le lasagne tirate a mano, la torta della nonna e tutte
quelle cose lì. Quindi aveva due numi tutelari: Elena Spagnol,
autrice del best seller pluriristampato “Il Contaminuti”, che già
la dice lunga sul tipo di ricette che io stessa ho imparato (“se ci
vogliono più di venti minuti a prepararlo, non ci penso nemmeno” è
stato il mio motto per tanto tempo...) e poi lei: la Julia Child de
noantri.
Con
la sua messa in piega anni Cinquanta, rotondetta, calma e sorridente,
era tutto quello che mia madre non sarebbe mai stata, soprattutto in
cucina. Diciamo che mia madre era senz'altro meglio in fatto di messa
in piega e di girovita. Ma in fatto di calma e sorrisi... Però io ho
questo ricordo bellissimo delle sere invernali: fuori buio, compiti
finiti, papà che ancora doveva arrivare dal lavoro, lei
concentratissima che si scriveva sui foglietti le ricette in brutta,
poi le provava e dopo, se avevano dato buon esito, erano ammesse nel
quaderno storico, quello che per anni e anni ci ha tenuto compagnia
sulle mensole in cucina, e penso che ce l'abbia ancora. Era più
giovane della mia età di ora, si faceva un culo a capanna, non si godeva niente, e a riguardarla da qui mi fa così
tanta tenerezza.
Io
in seguito sono andata oltre, sono passata al timone della mia cucina
e da magra sono passata a grossa e grassa, senza la fase rotondetta,
anche perchè alla Wilma credo di darle venti centimetri di statura.
Messa in piega: nah, direi di nah. E quanto alla calma... Sorrisi,
sì. E baci, fino a un po' di tempo fa, tanti. Io e l'Uomo abbracciati con la schiena di uno dei due appoggiata al bancone di cucina ci stiamo ancora, a volte. Ma calma, all'ora di cucinare...
A
me piacerebbe davvero, davvero tanto, essere un garzone di cucina.
Uno che deve pelare patate e arricciare bucce di mela, creare
fiorellini di zucchero o farcire bignè. A nastro. Tipo compito zen. Obbedendo a indicazioni. Oppure essere il direttore
d'orchestra, come faccio a scuola con il laboratorio dei ragazzi:
pelate, sbucciate, datemi l'olio extravergine, passate una spolverata di
cannella qua, sbattete le uova. Ma NON essere CONTEMPORANEAMENTE colei che
pensa, decide, vede il quadro d'insieme, e anche quella che esegue.
Non sono mai stata brava. Perdo il filo, perdo tempo, sporco,
esagero, ci do giù di piatto, sbaglio le dosi, mi stanco e mi
affanno. Poi alle volte esce una cosa buona, eh. E in generale nel
piatto ce n'è, due volte al giorno, con ragionevole capacità di
variare, sebbene io abbia moltissimi limiti perchè non maneggio
pesce né carni troppo complesse. Datemi quintali di verdura da
pulire, del riso, un po' di uova e della farina, ma non fatemi mai
vedere un pezzo di coniglio che ancora somiglia a un coniglio vivo, o
togliere interiora a chicchessia, mi sono sempre sentita male. Poi,
diventata buddhista e mezza vegetariana, praticamente non posso più
neanche immaginare altri che lo fanno al posto mio.
Però.
C'è un però.
Ho
imparato, da nomade, zingara, disordinata cronica e pigra atavica che
ero, a tenere in ordine la casa (parzialmente e con aiuti), me stessa
(abbastanza bene), i miei abiti e accessori (decentemente), la mia
auto (ok, non sbrodoliamo: quella è una merda. Si ripulisce solo periodicamente, due settimane all'anno, diciamo) e più
in generale a fare un trilione e mezzo di cose con cui non osavo
cimentarmi, soprattutto negli ultimi quattro anni. Cosa può fare la
povera Penelope, nella speranza di sentire di nuovo il passo di
Ulisse sulla soglia. Ma anche cosa si fa per cercare, almeno
pateticamente, di dare un esempio coerente alla figlia. Che pigra è
pigra, ma è più ordinata di me e mi disprezza senza pudore.
Comunque, da quando c'è lei, stare a casa a riordinare, cucinare e
organizzare mi pesa infinitamente meno, è diventato una specie di
secondo lavoro. E poi forse non far più almeno seicento chilometri
la settimana aiuta, eh, a godersi casa propria, intendendo tutta la
casa e non solo il cuscino del divano in cui perdere conoscenza la
sera e la domenica. E poi, ancora: se sono riuscita a fare uscire dalla mia pancia flaccida degli addominali, a far finire le medie a Satana e a diventare maestra di yoga, posso anche volare, trasformare le pietre in oro e civilizzare il terzo figlio che la famiglia di Bambino di Formaggio mi manda (e ce n'è ancora uno... a riprova che lavarsi non è fondamentale per avere una vita sessuale). Dirò di più: posso portare fino in terza la Testata Nucleare, il mio amatodiato biondino pestifero della classe dei Gini. Senza spezzargli un braccino.
Comunque, il però era questo: non basta. Adesso voglio aggiungere alle competenze acquisite, male e
tardi sì, ma comunque abbastanza acquisite da farmi sentire
contenta, e da farmi desiderare di non tornare più indietro, anche
il superamento del senso di profonda impotenza che mi ha sempre dato
il fatto di mettermi ai fornelli. Sono anni che preparo questo
cambiamento, prima nella teoria come tutte le secchione che si
rispettano, e quindi con una capillare organizzazione delle ricette
in quadernoni divisi per settimane (cinque diverse di fila) e per
stagioni, in modo da non dover PENSARE al menu, ma solo procurarmi diligentemente gli ingredienti. Adesso sono pronta
all'azione. Avevo già iniziato, cazzo avevo PERSINO fatto i muffin, la quiche e
la pasta fresca tirata col mattarello: poi la Princi, porca vacca, si fa venire
l'appendicite, l'Uomo decide che è sovrappeso, fa caldo per sei mesi
di fila... e insomma un sabotaggio dietro l'altro arriviamo alla
torta ricotta, limoncello e gocce di cioccolata. Che ho provato
qualche settimana fa, e che l'Uomo ha festeggiato come un popolo
oppresso la liberazione dallo straniero. Allora ho raccolto le forze
e deciso che Wilma de Angelis, Elena Spagnol, lo strudel di mia
madre, il polpettone di patate e fagiolini di mia zia, i friscieu di
mia nonna dovevano incrociare i flussi e la Forza doveva essere con
me. Ma soprattutto, che posare la zavorra non è, ormai lo sappiamo
da anni, fare meno cose, è farne tante, tantissime di più, ma
meglio, e volentieri. Non secondario, il pensiero che l'Uomo mi
risposi. Altre sei o sette volte, diciamo: e magari mi porti in
braccio oltre una soglia nuova, di una casa con una cucina grande e
luminosa come quella di Sestri. Già che stiamo sognando, diciamo pure
quella di Sestri.
Per il momento, dalla cucina viene un delizioso profumo di soffritto, vino che svapora, chiodi di garofano: e infatti io, la neoWilma, sono dall'altra parte della casa ed è lui che stasera prepara il manzo in umido alla romana. Il che, a me, fa stare bene... come a una donna fa stare una vacanza di venti giorni su un'isola tropicale, senza nessun altro che Jake Gyllenhaal, a cui la compagnia di volo ha purtroppo smarrito le valigie, mentre una scimmia dispettosa gli ha rubato l'unica maglietta che aveva. Tanto per rendere la sensazione.
Posa la zavorra, capitolo secondo. Oppure tientela
Il
corso di meditazione l'ho finito, eh. Ha anche abbastanza funzionato.
Poi
ho cercato la leggerezza. Non sempre era possibile trovarla. Ma
alcune cose, sentire sotto i piedi nudi il tappeto nella stanza che
mia madre mi ha assegnato per le due notti a casa sua, un
lunghisssssssssimo bagno in vasca, mangiare fino a scoppiare cose
ipernutrienti con otto uova e etti di fontina e poi andare a smaltire
con una camminata da sola a duemila metri, fare lezione sull'Iliade
ai Gini, capirmi alla prima coi colleghi, fare lezione di yoga,
cucinare un'altra volta la torta ricotta e limoncello per la prima
colazione, la prima torta di zucca alla sestrese sbafata con
entusiasmo da tutti, l'Uomo che vuole fare l'arrosto, insomma,
nonostante una battuta d'arresto pesantissima, ieri, di cui ora conto
i segni (un altro pezzo di dente ricostruito saltato via....), non
potrei dire di non aver portato a casa risultati anche in questi
quindici giorni.
In
particolare si segnalano due cose.
Una
sta nel prossimo post.
L'altra
è di oggi. Avevo paura di veder arrivare l'ora solare mentre fuori
faceva ancora un caldo abnorme. Avevo paura di affrontare il buio
prima di essere pronta a reggere i pomeriggi infiniti dell'inverno.
Avevo uno strano senso di allarme di fronte al fatto che l'autunno,
che notoriamente io amo, non mi rendesse come al solito felice (e
come potrebbe...) ma, più che altro, ero dispiaciuta nel vedere che
non riuscivo ad avere la solita punta di energia positiva che
contraddistingue per me il rientro. Anzi, le batterie andavano a
terra ogni poche ore.
Poi
invece oggi lui ha chiesto di uscire a camminare presto, prima delle
partite, per sfruttare le ore di luce. Pronti via, io che stanotte,
come sempre se lui mi lascia sola, avevo dormito forse quattro ore, e
distribuite in modo folle: 23.30 – 01.30 e 05.00 – 07.00, mi sono
messa su la felpa rossa, che è l'unica cosa dell'Ingegnere che
ancora mi gira attorno, e mi sono fatta i miei bravi chilometri , con
un bel dolore addominale da ciclo, il mio dente rotto, e il respiro
trattenuto di quando ho paura che voglia parlarmi e mi distrugga la
vita con una frase.
Ed
eccolo, il miracolo. Le foglie gialle e rosse, il cielo uggiosetto,
il sole non tanto caldo, il silenzio della domenica. E l'autunno mi
ha reso felice. Eh sì, lo so, non era l'autunno. Era lui, ancora e
sempre e solo lui. Che guardava gli annunci “vendesi” sulle case
nel quartiere nord. E cianciava della qualunque.
Non
la poso, la zavorra, ma è la mia zavorra.
domenica 15 ottobre 2017
Posa la zavorra, capitolo primo. Il weekend
Ho passato il weekend con quest'uomo neanche eccessivamente attraente, la sua voce vellutata e il suo bellissimo corso online di meditazione. Un quarto d'ora al giorno, ma siccome sono partita in ritardo e avevo sette lezioni da recuperare, a intervalli regolari mi sono connessa, ho ascoltato, meditato, e sono talmente contenta dei contenuti e dei risultati che sto prendendo appunti come a un corso vero.
Il pensiero "no basta, adesso devo trovare il modo di stare meglio, ma subito, cazzo" sono riuscita ad applicarlo abbastanza bene, complici alcuni aiutini, oltre a quello del maestro di meditazione figo. Una botta di shopping modello missile intelligente, studiando prima a tavolino modelli, colori e abbinamenti. Un bel riordino del guardaroba che mi ha dato soddisfazione, anche e soprattutto perché, a forza di decluttering, in casa non è rimasto più letteralmente niente che io non indossi con regolarità, e finalmente la quantità di roba che ho è proporzionata allo spazio a disposizione. Un po' di cioccolata, caffè, banane, a letto alle 20,15, ed ecco racimolata anche la serotonina che mi serviva. Contatti umani diradati al minimo. Una passeggiata da sola. Le gatte. La figlia che sta meglio e sorride.
Pagine e pagine di diario scarabocchiate sotto le coperte.
Devo continuare ad applicare il meglio possibile le difese che ho. Sarà una settimana merdica, la madre si opera di cataratta, dovrò stare lontana da casa, saltare yoga, andare e venire dal lavoro facendo la pendolare interregionale (cosa per cui non ho più né l'età né lo spirito) e non dormirò con l'Uomo (cioè non dormirò). Quel che è peggio, non dormirò nemmeno a casa mia, e dovrò incastrare tra madre e madre avvocato, banca e altre rotture di cazzo. Vedremo se il bel maestro e le sue tecniche funzioneranno veramente.
Inoltre vedremo se la settimana di body bootcamp di Allie, questa qui, mi ucciderà. A luglio ce la facevo, adesso ho riprovato e non mi alzo dal pavimento, gli addominali urlano dopo 12 minuti di lavoro. Però faccio nove o dieci chilometri ogni due o tre giorni con la Caramella e non li sento neanche più. Le ho chiesto di giurarmi che dopo la settimana a Genova alziamo a quindici. Me lo ha giurato. Ma sappiamo che,con l'ora solare e il tempo che, prima o poi, sarà autunnale davvero, la sfida sarà notevole. Però se non faccio attività fisica impazzisco, ormai è assodato.
Domani mi aspetta al varco un casino di categoria uno a scuola. Devo farmi le mie ragioni su una cosa che poi vi dico. Andiamo intanto a vedere se posso trasformare lo strudel di stamattina a colazione in addominali. Col potere della meditazione...
sabato 14 ottobre 2017
Soluzioni
Parliamone.
In quindici giorni mi sono scheggiata tre denti.
Se Cavallino potesse prendermi la testa, trapanarla, sfilare con le pinze alcuni concetti e richiuderla, sicuramente starei meglio. Per lei, che è sempre stata così e ha coerentemente, su queste basi chiarissime, costruito una vita, delle scelte personali, familiari e lavorative, e delle relazioni umane, il principio è semplice: non funziona? Fai altro. Non ti lamentare del problema se resti parte del problema: se lo volessi risolvere staresti usando le energie per farlo, se volessi ma non fosse possibile dovresti usare le energie per andartene il più lontano possibile dal problema stesso.
Non vuol dire mollare alla prima difficoltà, eh. Non esiste una dimensione della realtà in cui sia possibile sostenere che Cavallino non è una che combatte. Che non si spende, che non ci sputa il sangue. Ma quando si volta pagina, per scelta propria o altrui, chiuso. Glielo ho visto fare e so il prezzo che ha pagato. Ma lo ha fatto, e guai a fermarla.
Io ci arrivo, a capire che Cavallino ha ragione. Ci sono arrivata, a proteggermi dal dolore impedendo a pensieri, parole, immagini, messaggi di raggiungermi. L'ho fatto proibendo a chiunque di nominarmi l'Ingegnere, quando mi ha mollata. L'ho fatto innumerevoli volte non svoltando con la macchina verso il paese, quando l'essere proveniente da altra galassia poteva essere in zona e vederlo mi avrebbe devastato. L'ho fatto uscendo da una chiesa, abolendo delle abitudini, smettendo di interpellare persone sul perché e il percome i miei rapporti con loro fossero degenerati o si fossero interrotti. L'ho fatto seppellendo mio padre, perdendo il Gabbiano, rassegnandomi a non avere figli naturali, a vivere tra gente che non mi somiglia, in una casa che non si addice a nessuno di noi. L'ho fatto scegliendo le medie invece che le superiori, Scuolina Rosa invece che altre sedi, ho chiuso mille porte a beneficio di scelte che, lo sapevo, portavano nella direzione giusta. L'ho fatto accettando le fitte di dispiacere per i distacchi, senza però marcire nel rimpianto, senza recriminare, o almeno recriminando il meno possibile e lasciando che il tempo facesse il suo.
L'ho fatto, lo so fare. Ma se ci credo. Se vedo che i morti non resuscitano, che scelto un mestiere fai quello, che il destino ha deciso "figlia unica grande in affidamento" dopo tre decenni spesi a pensare "famiglia numerosa, minimo tre, naturale o adottiva, assolutamente niente figli unici e speriamo nel maschio, che come femmina basto e avanzo io". Se penso che stare a pensare al passato mi tenga al palo e non permetta di costruire il futuro.
Però ora, qui, non posso applicare questa soluzione, che è una buona soluzione e che io stessa ho usato a volte, ma che non è la "soluzione-per-me", nel contesto in cui sono.
C'è una sola direzione in cui andare ed è avanti, su questo io e Cavallino possiamo solo concordare. E non è che non capisca, quando lei si dispera di non riuscire a farmi immaginare un finale diverso. Non è che non sappia che effetto che fa, a quelli come lei che mi vogliono davvero bene quanto a se stessi, vedermi sfinita, coperta di tagli, con la morte nello sguardo, perché non so più dove prendere le energie, ma mi rifiuto di lasciare che la stanchezza mi vinca.
Io ho detto subito cosa intendevo fare, e non ho cambiato idea. Non perché sono una fanatica ossessiva, ma perché ogni singolo giorno mi sono chiesta se volevo e potevo resistere, non se dovevo, e ogni singolo giorno mi sono risposta di sì. Se avessi iniziato a rispondermi dei no, avrei cambiato rotta. Ma ho verificato, verifico ancora, che la sola cosa che io non voglio davvero fare è stare senza di lui.
Solo che il peso sta per rompermi. È una quarantina di giorni che mi sento Alfredino nel fottuto pozzo, precisamente nel momento in cui, invece di estrarlo, gli slogano un braccio e lui scivola ancora più giù. Non è che Alfredino potesse scavare nella direzione opposta, per liberarsi. Lui su voleva tornare. E io anche. Ma prendo atto che potrebbero non bastarmi le forze, le calorie, l'ossigeno.
Uscirò da questo ottobre coi denti da rifare, per esempio.
Non va bene. Devo trovare il modo di sbloccare un'altra vena di acqua che mi alimenti, prima che di me restino solo ossa rotte.
Solo che, se guardo, in fondo non so cos'altro aggiungere. Yoga, lavoro, e a brevi sprazzi i rapporti umani, compresi quelli con l'Uomo in effetti, funzionano bene. Amici ne ho. Voglia di fare cose anche, sia pure a intermittenza. Cosa devo fare per non sentirmi sopraffare e poter mantenere la rotta? C'è la rotta o devo riscriverla? È solo mia o è di entrambi? E notare che non chiederei mai più dove porti, la rotta. Non mi interessa. Basta andare.
Quindi... È un fatto di testa. Troppa rabbia che circola senza mai sfiatare. Troppe umiliazioni che non vengono risarcite. Troppo dolore che scorre sotto la quotidianità. È questo che devo mollare, non me stessa, non lui. In ogni caso con questa zavorra non potrei vivere nemmeno se lui se ne andasse domani. Va tolta.
In quindici giorni mi sono scheggiata tre denti.
Se Cavallino potesse prendermi la testa, trapanarla, sfilare con le pinze alcuni concetti e richiuderla, sicuramente starei meglio. Per lei, che è sempre stata così e ha coerentemente, su queste basi chiarissime, costruito una vita, delle scelte personali, familiari e lavorative, e delle relazioni umane, il principio è semplice: non funziona? Fai altro. Non ti lamentare del problema se resti parte del problema: se lo volessi risolvere staresti usando le energie per farlo, se volessi ma non fosse possibile dovresti usare le energie per andartene il più lontano possibile dal problema stesso.
Non vuol dire mollare alla prima difficoltà, eh. Non esiste una dimensione della realtà in cui sia possibile sostenere che Cavallino non è una che combatte. Che non si spende, che non ci sputa il sangue. Ma quando si volta pagina, per scelta propria o altrui, chiuso. Glielo ho visto fare e so il prezzo che ha pagato. Ma lo ha fatto, e guai a fermarla.
Io ci arrivo, a capire che Cavallino ha ragione. Ci sono arrivata, a proteggermi dal dolore impedendo a pensieri, parole, immagini, messaggi di raggiungermi. L'ho fatto proibendo a chiunque di nominarmi l'Ingegnere, quando mi ha mollata. L'ho fatto innumerevoli volte non svoltando con la macchina verso il paese, quando l'essere proveniente da altra galassia poteva essere in zona e vederlo mi avrebbe devastato. L'ho fatto uscendo da una chiesa, abolendo delle abitudini, smettendo di interpellare persone sul perché e il percome i miei rapporti con loro fossero degenerati o si fossero interrotti. L'ho fatto seppellendo mio padre, perdendo il Gabbiano, rassegnandomi a non avere figli naturali, a vivere tra gente che non mi somiglia, in una casa che non si addice a nessuno di noi. L'ho fatto scegliendo le medie invece che le superiori, Scuolina Rosa invece che altre sedi, ho chiuso mille porte a beneficio di scelte che, lo sapevo, portavano nella direzione giusta. L'ho fatto accettando le fitte di dispiacere per i distacchi, senza però marcire nel rimpianto, senza recriminare, o almeno recriminando il meno possibile e lasciando che il tempo facesse il suo.
L'ho fatto, lo so fare. Ma se ci credo. Se vedo che i morti non resuscitano, che scelto un mestiere fai quello, che il destino ha deciso "figlia unica grande in affidamento" dopo tre decenni spesi a pensare "famiglia numerosa, minimo tre, naturale o adottiva, assolutamente niente figli unici e speriamo nel maschio, che come femmina basto e avanzo io". Se penso che stare a pensare al passato mi tenga al palo e non permetta di costruire il futuro.
Però ora, qui, non posso applicare questa soluzione, che è una buona soluzione e che io stessa ho usato a volte, ma che non è la "soluzione-per-me", nel contesto in cui sono.
C'è una sola direzione in cui andare ed è avanti, su questo io e Cavallino possiamo solo concordare. E non è che non capisca, quando lei si dispera di non riuscire a farmi immaginare un finale diverso. Non è che non sappia che effetto che fa, a quelli come lei che mi vogliono davvero bene quanto a se stessi, vedermi sfinita, coperta di tagli, con la morte nello sguardo, perché non so più dove prendere le energie, ma mi rifiuto di lasciare che la stanchezza mi vinca.
Io ho detto subito cosa intendevo fare, e non ho cambiato idea. Non perché sono una fanatica ossessiva, ma perché ogni singolo giorno mi sono chiesta se volevo e potevo resistere, non se dovevo, e ogni singolo giorno mi sono risposta di sì. Se avessi iniziato a rispondermi dei no, avrei cambiato rotta. Ma ho verificato, verifico ancora, che la sola cosa che io non voglio davvero fare è stare senza di lui.
Solo che il peso sta per rompermi. È una quarantina di giorni che mi sento Alfredino nel fottuto pozzo, precisamente nel momento in cui, invece di estrarlo, gli slogano un braccio e lui scivola ancora più giù. Non è che Alfredino potesse scavare nella direzione opposta, per liberarsi. Lui su voleva tornare. E io anche. Ma prendo atto che potrebbero non bastarmi le forze, le calorie, l'ossigeno.
Uscirò da questo ottobre coi denti da rifare, per esempio.
Non va bene. Devo trovare il modo di sbloccare un'altra vena di acqua che mi alimenti, prima che di me restino solo ossa rotte.
Solo che, se guardo, in fondo non so cos'altro aggiungere. Yoga, lavoro, e a brevi sprazzi i rapporti umani, compresi quelli con l'Uomo in effetti, funzionano bene. Amici ne ho. Voglia di fare cose anche, sia pure a intermittenza. Cosa devo fare per non sentirmi sopraffare e poter mantenere la rotta? C'è la rotta o devo riscriverla? È solo mia o è di entrambi? E notare che non chiederei mai più dove porti, la rotta. Non mi interessa. Basta andare.
Quindi... È un fatto di testa. Troppa rabbia che circola senza mai sfiatare. Troppe umiliazioni che non vengono risarcite. Troppo dolore che scorre sotto la quotidianità. È questo che devo mollare, non me stessa, non lui. In ogni caso con questa zavorra non potrei vivere nemmeno se lui se ne andasse domani. Va tolta.
martedì 10 ottobre 2017
Cos'è la vita
La clinica è su una collina verde, con appena una spruzzata di colori autunnali, la contraddistinguono infermiere bellissime, un'invasione di cimici e coccinelle, delle camere luminose. C'è una piccola funicolare molto carina per arrivarci.
La Princi ha magliettina rosa, pigiamino rosa, ciabattine rosa. I capelli legati a coda come una bambina, il cerotto sulla pancia e un rubinettino di plastica nella mano. Sorride. Passata la paura. Passato il disagio dell'anestesia. Domani torna a casa e ci vorrà il recinto elettrificato per impedirle di andare a scuola.
Non le dirò mai cos'è stato per noi questo ottobre. Non ha colto, presa come era dai suoi controlli medici, dalle lezioni, dall'anniversario col Padreterno. Se ha colto, del resto, se lo terrà per sè, salvo spiattellarmelo addosso in un momento in cui sarò più fragile (più di così? scherziamo?) e starò malissimo (perché peggio di adesso si può, sì, lo so).
Domani torno al lavoro e mi sembrano settimane che non li vedo, i Terrible Fiftyone. Sono contentissima di avere tre ore coi Gini.
Di rivedere i colleghi, coi quali il primo consiglio di classe al completo è andato benone, e i primi colloqui con mamme di Gini problematici ancora di più.
Di dedicare le mie forze al resto. Che non sarà leggero. Prevedo dolorosi passaggi di consegne in vari campi. Sono istupidita dalle mie stesse preoccupazioni, sono talmente oltre l'ansia che non riesco a agitarmi per più di una cosa alla volta.
Adesso ho gonnellina, tacchi, camicetta, bolerino traforato, lo scialle di Desigual che adoro, perché me lo ha regalato la Princi, per il Natale di tre anni fa. Capelli piastrati. Tra un attimo mi trucco e poi mi siedo composta, incellofanata come una bambola, aspettando di capire se questa è una serata "mangio un boccone con Tizio Caio Pino Gino", una serata "non mangio ho male qua ho fastidio là", una serata "sto rientrando, vuoi mangiare una cosa fuori?"
In ogni caso, testa alta, sorridere, incedere con passo sciolto.
Non so più in che squadra giochi lui, ma condividiamo lo spogliatoio e non posso partire già sconfitta.
La Princi ha magliettina rosa, pigiamino rosa, ciabattine rosa. I capelli legati a coda come una bambina, il cerotto sulla pancia e un rubinettino di plastica nella mano. Sorride. Passata la paura. Passato il disagio dell'anestesia. Domani torna a casa e ci vorrà il recinto elettrificato per impedirle di andare a scuola.
Non le dirò mai cos'è stato per noi questo ottobre. Non ha colto, presa come era dai suoi controlli medici, dalle lezioni, dall'anniversario col Padreterno. Se ha colto, del resto, se lo terrà per sè, salvo spiattellarmelo addosso in un momento in cui sarò più fragile (più di così? scherziamo?) e starò malissimo (perché peggio di adesso si può, sì, lo so).
Domani torno al lavoro e mi sembrano settimane che non li vedo, i Terrible Fiftyone. Sono contentissima di avere tre ore coi Gini.
Di rivedere i colleghi, coi quali il primo consiglio di classe al completo è andato benone, e i primi colloqui con mamme di Gini problematici ancora di più.
Di dedicare le mie forze al resto. Che non sarà leggero. Prevedo dolorosi passaggi di consegne in vari campi. Sono istupidita dalle mie stesse preoccupazioni, sono talmente oltre l'ansia che non riesco a agitarmi per più di una cosa alla volta.
Adesso ho gonnellina, tacchi, camicetta, bolerino traforato, lo scialle di Desigual che adoro, perché me lo ha regalato la Princi, per il Natale di tre anni fa. Capelli piastrati. Tra un attimo mi trucco e poi mi siedo composta, incellofanata come una bambola, aspettando di capire se questa è una serata "mangio un boccone con Tizio Caio Pino Gino", una serata "non mangio ho male qua ho fastidio là", una serata "sto rientrando, vuoi mangiare una cosa fuori?"
In ogni caso, testa alta, sorridere, incedere con passo sciolto.
Non so più in che squadra giochi lui, ma condividiamo lo spogliatoio e non posso partire già sconfitta.
domenica 1 ottobre 2017
Primo ottobre
Ottobre, che è il mese che amo di più, quest'anno si apre con premesse che non mi piacciono.
Non che non ci siano cose da riconoscere come positive, eh.
Ieri ho preso il primo diploma di perfezionamento post formazione, e ho due gruppi yoga (con due persone ciascuno, per ora, ma è già molto di più di quel che avrei sognato un anno esatto fa, quando credevo che avrei mollato anche il corso istruttori).
A casa, la figlia mi parla di nuovo (tempistiche del parlarsi con la mamma secondo mia figlia nel 2017: gennaio, mezzo febbraio, mezzo luglio, un terzo di agosto quando eravamo a casa entrambe, una settimana di settembre. Negli altri mesi, denti dell'arcata di sopra inchiavardati a denti dell'arcata di sotto, bofonchiare indistinto se costretta, e sguardo ostile) e che dire, dato che dovremo passare insieme in clinica parecchie ore, sono dell'idea che serva, arrivare là rivolgendosi almeno la parola.
Sul lavoro, fatiche erculee per far stare seduti i primini a parte, le cose vanno bene. Niente più presidente di commissione esterno all'esame di terza, pare: e così la mia vita e quella della C. potrebbero davvero non incrociarsi più. Evviva. Invece, se confermeranno questa scelta, si lavorerà con la Preside Chic, che quando non è troppo tesa è anche simpatica, e comunque conosce la legislazione e non si comporta come un sovrano assoluto. Solo quaranta ore da recuperare contro le precedenti cinquantasette che la C. ultimamente imponeva: mi pareva che stessimo un ciccinino esagerando, soprattutto perché, in dieci anni sempre passati a fare lo stesso numero di ore settimanali nello stesso istituto, avevo visto aggiungersi almeno otto ore di recupero alla tabella, pur avendo un calendario lezioni che prevede già di iniziare prima di tutte le altre scuole della provincia, e di venire anche a lavorare durante qualche sabato o qualche ponte. Ma di questo parleremo diffusamente, perché per quelli come me, che a inizio anno presentano da un minimo di tre a un massimo di cinque progetti in buona parte da svolgersi sulle ore di recupero, non è detto che sia un bene snellire dette ore. (E perché devo attentamente dettagliare, a quelli che passano di qui solo per sputare sentenze su quanto poco abbiano voglia di lavorare i professori, cosa intendo per "ore settimanali", "progetti", "ore di recupero" e "calendario lezioni", altrimenti qua sotto scoppia un flame fomentato da incompetenti che non conoscono il gergo tecnico e tra l'altro, come successo tempo fa, non leggono le risposte in cui glielo si spiega).
Altri capitoli, come le grane di famiglia da gestire a Genova e dintorni, quelle di famiglia che non gestisco io ma si smazza l'Uomo, i soldi, i lavori da seguire in tre città diverse, sono al momento in stand by. La collaborazione con Sanguedelmiosangue si è malamente interrotta e quella con Grande Pagliaccio inizia domani, ma non mi convince per motivi personali più che professionali, per cui mi avvicino a questo cambiamento con diffidenza. Comunque qualcuno che metta le mani nell'ufficio ci vuole, e me lo farò piacere, non ho alternative.
Alla fin fine, è il capitolo Uomo che risucchia tutte le mie energie positive, non è possibile negarlo. Per quanto, a voler vedere, lo squilibrio che mi ha colpito da luglio in avanti non lo ha probabilmente creato direttamente lui: a meno che io non abbia doti di chiaroveggenza che mi stessero informando su quel che faceva quando ancora non me lo aveva raccontato, avrei potuto sentirmi abbastanza bene quest'estate. In ogni caso, le forze mi abbandonano ogni poche ore, la batteria va subito a terra, guardo passare la mia vita come se non potessi più farne parte. A volte piango, ma non quando e quanto dovrei. A volte sono arrabbiata o eccitata o contenta, ma sempre con uno sfasamento rispetto a quel che sta davvero accadendo, per cui vivo in una bolla in cui le cose, da fuori, arrivano in ritardo, in anticipo, distorte e scollegate dalla realtà. La Fräulein mi costringe a guardare i fatti. Ma i fatti sono contraddittori e dolorosissimi, non aiuta guardarli se si sta già male. Non guardarli del resto è peggio, ha ragione lei.
Mi sento alla deriva.
Ieri però riflettevo che anche nell'ottobre scorso mi sentivo così. La situazione era molto meno grave, è vero. Ma il senso di straniamento era simile. Credo che sia perché, mentre io amo l'autunno, l'inizio della scuola, l'accorciarsi delle giornate fresche, lui soffre ogni anno di più il fatto di ricominciare. Nel suo meraviglioso mondo ideale è sempre estate, si lavora per passione e non per dovere, si molla una cosa e ne si inizia un'altra. La metodicità, la sopportazione, la coerenza richieste dall'inverno a lui sono sempre pesate. Questo da molto prima che iniziassero i nostri casini. Negli ultimi anni, tra novembre e dicembre, abbiamo avuto il festival, che dava la svolta: o estraeva da sottoterra tutta la rabbia, la frustrazione e lo scontento, o cementava la coppia come squadra che funziona e intanto regalava qualche soddisfazione, troppo spesso epidermica a mio parere, ma si sa che io e lui non vediamo le cose allo stesso modo in questo. Chissà quest'anno cosa porterà la stagione del festival. La povera pazza speranzosa che alberga in me ricorda mattine in cui ci si svegliava nel buio, terrorizzati dai passi troppo lunghi che stavamo facendo, e ci si stringeva per darsi coraggio, nonché sere in cui si rientrava mano nella mano, a notte fonda, con una bella sensazione di aver lavorato bene. Se invece di una povera scema innamorata dentro di me ci fosse una tizia con un minimo di equilibrio, ricorderei anche le tremende serate in cui essere presenti al festival significava sentire tra la folla i commenti su di lui, mentre lui non sapeva neanche se c'ero, passava distratto e mi salutava senza vedermi e dimenticandosi di presentarmi agli ospiti, sorrideva a cani e porci e poi a casa bistrattava tutti perché era nervoso.
Diciamo che forse, quest'anno, avere la sensazione abbastanza salda che alla stagione del festival sarò ancora presente non è abbastanza . Avrei bisogno di altre conferme, di altri appoggi, per reggere questo ottobre che si presenta denso di prove, mentre lui vaga distratto con un telefono in mano e l'altro in tasca, e io non riesco a tenere su la dannata fronte.
Sia quel che sia. Il mio posto lo sappiamo qual è. Oggi forse faremo un salto in montagna, nominalmente la scusa è quella di riportare su il materiale da viaggio (ciotole, lettiera e paletta) della gatta di mia madre, che è rimasto da noi dopo la vacanza in Val d'Aosta. Non ci si dorme, probabilmente non ci si cena, vedere le montagne coi colori autunnali però può darsi mi faccia bene. E poi devo resistere a questo mortifero richiamo di dormire tutto il giorno, interrotto solo da spasmodico desiderio di mangiare, di andare a sfondarmi di yoga o di fare otto o nove chilometri di camminata con la Caramella. Cerchiamo di non proiettare aspettative. Cerchiamo di tenere il centro. Cerchiamo di non pensare a questa voragine del 2017 che mi ha spogliato di quasi ogni pretesa e mi ha ridotto un 3% della persona che ero. Quel 3% è tostissimo, quantomeno, ha i denti di un piranha e la presa non vuole mollarla.
Non che non ci siano cose da riconoscere come positive, eh.
Ieri ho preso il primo diploma di perfezionamento post formazione, e ho due gruppi yoga (con due persone ciascuno, per ora, ma è già molto di più di quel che avrei sognato un anno esatto fa, quando credevo che avrei mollato anche il corso istruttori).
A casa, la figlia mi parla di nuovo (tempistiche del parlarsi con la mamma secondo mia figlia nel 2017: gennaio, mezzo febbraio, mezzo luglio, un terzo di agosto quando eravamo a casa entrambe, una settimana di settembre. Negli altri mesi, denti dell'arcata di sopra inchiavardati a denti dell'arcata di sotto, bofonchiare indistinto se costretta, e sguardo ostile) e che dire, dato che dovremo passare insieme in clinica parecchie ore, sono dell'idea che serva, arrivare là rivolgendosi almeno la parola.
Sul lavoro, fatiche erculee per far stare seduti i primini a parte, le cose vanno bene. Niente più presidente di commissione esterno all'esame di terza, pare: e così la mia vita e quella della C. potrebbero davvero non incrociarsi più. Evviva. Invece, se confermeranno questa scelta, si lavorerà con la Preside Chic, che quando non è troppo tesa è anche simpatica, e comunque conosce la legislazione e non si comporta come un sovrano assoluto. Solo quaranta ore da recuperare contro le precedenti cinquantasette che la C. ultimamente imponeva: mi pareva che stessimo un ciccinino esagerando, soprattutto perché, in dieci anni sempre passati a fare lo stesso numero di ore settimanali nello stesso istituto, avevo visto aggiungersi almeno otto ore di recupero alla tabella, pur avendo un calendario lezioni che prevede già di iniziare prima di tutte le altre scuole della provincia, e di venire anche a lavorare durante qualche sabato o qualche ponte. Ma di questo parleremo diffusamente, perché per quelli come me, che a inizio anno presentano da un minimo di tre a un massimo di cinque progetti in buona parte da svolgersi sulle ore di recupero, non è detto che sia un bene snellire dette ore. (E perché devo attentamente dettagliare, a quelli che passano di qui solo per sputare sentenze su quanto poco abbiano voglia di lavorare i professori, cosa intendo per "ore settimanali", "progetti", "ore di recupero" e "calendario lezioni", altrimenti qua sotto scoppia un flame fomentato da incompetenti che non conoscono il gergo tecnico e tra l'altro, come successo tempo fa, non leggono le risposte in cui glielo si spiega).
Altri capitoli, come le grane di famiglia da gestire a Genova e dintorni, quelle di famiglia che non gestisco io ma si smazza l'Uomo, i soldi, i lavori da seguire in tre città diverse, sono al momento in stand by. La collaborazione con Sanguedelmiosangue si è malamente interrotta e quella con Grande Pagliaccio inizia domani, ma non mi convince per motivi personali più che professionali, per cui mi avvicino a questo cambiamento con diffidenza. Comunque qualcuno che metta le mani nell'ufficio ci vuole, e me lo farò piacere, non ho alternative.
Alla fin fine, è il capitolo Uomo che risucchia tutte le mie energie positive, non è possibile negarlo. Per quanto, a voler vedere, lo squilibrio che mi ha colpito da luglio in avanti non lo ha probabilmente creato direttamente lui: a meno che io non abbia doti di chiaroveggenza che mi stessero informando su quel che faceva quando ancora non me lo aveva raccontato, avrei potuto sentirmi abbastanza bene quest'estate. In ogni caso, le forze mi abbandonano ogni poche ore, la batteria va subito a terra, guardo passare la mia vita come se non potessi più farne parte. A volte piango, ma non quando e quanto dovrei. A volte sono arrabbiata o eccitata o contenta, ma sempre con uno sfasamento rispetto a quel che sta davvero accadendo, per cui vivo in una bolla in cui le cose, da fuori, arrivano in ritardo, in anticipo, distorte e scollegate dalla realtà. La Fräulein mi costringe a guardare i fatti. Ma i fatti sono contraddittori e dolorosissimi, non aiuta guardarli se si sta già male. Non guardarli del resto è peggio, ha ragione lei.
Mi sento alla deriva.
Ieri però riflettevo che anche nell'ottobre scorso mi sentivo così. La situazione era molto meno grave, è vero. Ma il senso di straniamento era simile. Credo che sia perché, mentre io amo l'autunno, l'inizio della scuola, l'accorciarsi delle giornate fresche, lui soffre ogni anno di più il fatto di ricominciare. Nel suo meraviglioso mondo ideale è sempre estate, si lavora per passione e non per dovere, si molla una cosa e ne si inizia un'altra. La metodicità, la sopportazione, la coerenza richieste dall'inverno a lui sono sempre pesate. Questo da molto prima che iniziassero i nostri casini. Negli ultimi anni, tra novembre e dicembre, abbiamo avuto il festival, che dava la svolta: o estraeva da sottoterra tutta la rabbia, la frustrazione e lo scontento, o cementava la coppia come squadra che funziona e intanto regalava qualche soddisfazione, troppo spesso epidermica a mio parere, ma si sa che io e lui non vediamo le cose allo stesso modo in questo. Chissà quest'anno cosa porterà la stagione del festival. La povera pazza speranzosa che alberga in me ricorda mattine in cui ci si svegliava nel buio, terrorizzati dai passi troppo lunghi che stavamo facendo, e ci si stringeva per darsi coraggio, nonché sere in cui si rientrava mano nella mano, a notte fonda, con una bella sensazione di aver lavorato bene. Se invece di una povera scema innamorata dentro di me ci fosse una tizia con un minimo di equilibrio, ricorderei anche le tremende serate in cui essere presenti al festival significava sentire tra la folla i commenti su di lui, mentre lui non sapeva neanche se c'ero, passava distratto e mi salutava senza vedermi e dimenticandosi di presentarmi agli ospiti, sorrideva a cani e porci e poi a casa bistrattava tutti perché era nervoso.
Diciamo che forse, quest'anno, avere la sensazione abbastanza salda che alla stagione del festival sarò ancora presente non è abbastanza . Avrei bisogno di altre conferme, di altri appoggi, per reggere questo ottobre che si presenta denso di prove, mentre lui vaga distratto con un telefono in mano e l'altro in tasca, e io non riesco a tenere su la dannata fronte.
Sia quel che sia. Il mio posto lo sappiamo qual è. Oggi forse faremo un salto in montagna, nominalmente la scusa è quella di riportare su il materiale da viaggio (ciotole, lettiera e paletta) della gatta di mia madre, che è rimasto da noi dopo la vacanza in Val d'Aosta. Non ci si dorme, probabilmente non ci si cena, vedere le montagne coi colori autunnali però può darsi mi faccia bene. E poi devo resistere a questo mortifero richiamo di dormire tutto il giorno, interrotto solo da spasmodico desiderio di mangiare, di andare a sfondarmi di yoga o di fare otto o nove chilometri di camminata con la Caramella. Cerchiamo di non proiettare aspettative. Cerchiamo di tenere il centro. Cerchiamo di non pensare a questa voragine del 2017 che mi ha spogliato di quasi ogni pretesa e mi ha ridotto un 3% della persona che ero. Quel 3% è tostissimo, quantomeno, ha i denti di un piranha e la presa non vuole mollarla.
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