Sì lo so che le ong ci mangiano. Sì lo so che lo Stato italiano, cui si fa sempre più fatica a mettere la maiuscola, ha preso precisi accordi, legali e non, per essere la terra di sbarco dei migranti, l'approdo deputato, e che ci mangia sui centri territoriali e che gli accordi con l'UE prevedono che ci teniamo tutti quelli registrati almeno tre anni, con impronta digitale e senza lavoro perché altrimenti perdiamo i finanziamenti. Comunque a me sembra che la ragazzina tedesca che pilota la Sea Watch sia bellissima. Una che ha studiato e fatto robe che a certi nostri politici (uomini ma anche donne, la Melona, la Mariastronza...) è inutile spiegargliele, perché non sanno di che si parla, anzi probabilmente loro sono fermi ai testi medici preilluministici che sostenevano che nella scatola cranica di una donna ci fosse meno materia cerebrale che in quella di un uomo. Spiegare loro chi è Carola è come pretendere di far esporre la Critica della ragion pratica a un pesce rosso.
Io parto dal mio piccolo, anzi dal piccolo dell'Uomo in questo caso. A parte che ho avuto in classe anche io un quindicenne somalo con i segni delle pallottole addosso. E due occhi che avevano visto la morte, la guerra, le lapidazioni, il deserto, il carcere libico e il barcone. Gli penso spesso. Ora è in Inghilterra, si è sposato con una connazionale e pare stia bene. Per qualche mese lo abbiamo protetto e custodito tra i nostri banchi e la sua giovanissima età ha fatto la differenza tra galera e libertà.
Comunque, l'Uomo quest'anno ha lavorato al CPIA con gli adulti stranieri. Dei quali NESSUNO aveva come destinazione l'Italia: andavano da tutt'altra parte coi soldi racimolati per scappare dalla guerra o dalla fame. Sono stati intercettati, traditi, venduti. E sono qua.
Mi è rimasta impressa la storia di un ragazzo. Che parla varie lingue perché le impara senza sforzo, era all'università ma aveva bisogno di lavorare, ed era stato invitato da un conoscente a lasciare il suo paese dell'Africa nera per lavorare in un villaggio turistico in Tunisia. Non ci è mai arrivato. Lo hanno catturato degli schiavisti. Intendo gente che sotto la villa aveva delle CELLE con dentro delle PERSONE che al mattino venivano caricate sul camion da gente armata e portate a lavorare nei campi o a tirare su muri. Alla sera caricati di nuovo e chiusi dentro. SCHIAVI. Nel XXI secolo come all'epoca dello zio Tom. Lui e altri sono scappati. Per finire in Libia. Bella, anche la Libia del XXI secolo. Polizia corrotta che li ha privati dei documenti, spogliati nudi e ha preteso soldi per lasciarli andare, altrimenti sparivano e saluti, tanto dei documenti non rimaneva traccia. Il barcone per l'Italia, una volta riusciti a farsi mandare abbastanza soldi da calmare i cani rabbiosi della Libia, era la sola strada per non tornare indietro senza un pezzo di carta, rischiando di essere di nuovo presi come selvaggina.
Poi ti ritrovi in Piemonte, bloccato in Italia con l'idea di essere poi un giorno assunto in un hotel perché parli varie lingue, e intanto ti fanno fare un corso di italiano, con lezioni integrative sulla lettura del linguaggio filmico tenute, va' a vedere la vita che giri fa, da un professore di Sestri Ponente con gli occhi verdi. Che viene a casa e lo racconta a tavola alla moglie con gli occhi verdi, alla suocera con gli occhi azzurri e alla figlia con gli occhi neri.
Oggi ho guardato la foto della Carola che porta a Lampedusa i migranti e poi si vedrà, e ho pensato: che occhi belli. E ho pensato a quel che mi insegnava mio padre sulle leggi del soccorso in mare e a quell'altro che ha urlato a Schettino vadaabordocazzo.
E ho pensato che non ci vuole molto a capire da che parte stare, anzi, più questo mondo diventa barbaro e regredisce a rapporti preda - predatore, più è facile scegliere.
giovedì 27 giugno 2019
Di torri d'avorio e bambine che corrono sul prato
Siamo a due giorni dalla fine degli impegni lavorativi. Sperimento un notevole vuoto emotivo. Quest'anno niente addii strazianti, se togliamo la ragazzina della comunità di cui non ho mai detto nulla qui, e la zingarella che ha dato l'esame col percorso scuola- lavoro, che è la ragione per cui ero in piedi all'alba la mattina del tema: le ho promesso assistenza psicologica per ogni giorno degli scritti.
Ma non è solo questo il motivo del senso di vuoto. Si tratta di una riflessione più generale. In questo momento della mia vita ho apparentemente le cose molto più sotto controllo di come potevano essere un anno fa, e, non bastasse, la mia politica del trasformare una donna sciamannata, passionale e coinvolta al 7000% in tutto quel che fa in una stronza elegante e distaccata ha portato frutti che solo sei mesi fa sarebbero stati impossibili da immaginare. Eppure, forse proprio per questo, la mia torre d'avorio è uno splendido attico coi pavimenti lucidi sopra Central Park, finestre insonorizzate e vetri oscurabili a comando vocale, e io non posso confessare a nessuno che rivorrei i miei otto metri quadri di giardino sporco ma profumato e un po' incolto, a contatto col pianeta.
Non appena mi sono chiusa nella torre d'avorio sono venute a bussare delle persone. Alcune da
molto lontano, alcune in piena notte, alcune con pochi vestiti addosso e le difese abbassate.
Sì, ma nessuno è entrato. Si sono fermati, o li ho fermati io, sulla porta. Mi hanno lanciato dentro un bussolotto e, aprendolo, ci ho trovato dichiarazioni, alcune solo di gentile interessamento, altre più dense. Allora ho alzato gli occhi e cercato il contatto. Ma sulla porta non c'era già più nessuno.
Io mi sono voltata e ho guardato tutto lo spazio alle mie spalle, quello che ho creato mettendo da parte me stessa, per mio marito e mia figlia. Uno spazio spesso disabitato.
Tutto questo bel pavimento lustro, tutti questi letti candidi, vuoti, e io che sogno una panchina alla curva del sentiero nel bosco, la pelle fresca di mia figlia e l'odore dell'Uomo sul mio corpo. Invece indosso scarpe scomode, cucino prelibatezze che io non mangio e poi mi rifugio, per l'ennesima volta, nelle strade di campagna con l'autoradio al massimo, lontano sia da lui che da lei, perché loro non hanno voglia di mischiare il loro profumo con il mio.
Adesso ho un nuovo traguardo da tentare, e parlo fuor di metafora qui. La Psicofata di Coppia pratica l'ipnosi e io ho partecipato a due suoi incontri introduttivi, di gruppo, in cui ha indotto nei presenti un rilassamento profondo. Risulta da ciò che io sono un soggetto adatto a risalire (ridiscendere?) nei meandri del sé più arcaico etc etc. E una, dopo aver visto dove di arriva con la meditazione yoga, ce la fa a crederci, che esistano strati e strati tra sopra e sotto, tra presente e passato. Il punto è che in un certo senso io ho soprattutto interesse agli strati tra presente e futuro, perché dalla torre d'avorio di cui sopra, attenzione, io a volte ho scoperto di vedere molto lontano. Non sto delirando. Parlo di avere sensazioni molto forti un po' prima che qualcuno bussi alla porta, e, arrivata ad un punto della vita in cui fare programmi è abbastanza proibitivo, vorrei capire, non tanto il come sono arrivata qua, ma come ne esco, dove vado. Una vaga idea, non sapere i numeri del lotto. Una speranza. Qualcosa che mi aiuti a alzarmi e uscire ogni mattina.
La prima esperienza di rilassamento ipnotico mi ha sparato a quando avevo sette anni. Giocavo in un prato e ero assolutamente, completamente felice. Un tipo di felicità senza nessun pensiero che, probabilmente, con la testa che ho, anche a sette anni sperimentavo di rado. Mi è rimasta impressa per tutti questi mesi.
Ma è la volta dopo che mi ha scosso, non tanto per la visualizzazione che si è creata, ma per quel che dopo si è verificato nella realtà. Prima sono tornata a un'età mediamente spensierata, diciamo sugli undici anni. Giardino proposto dalla terapista, con rose etc, io che passeggio, scendo una scalinata saltellando. Poi la terapista dice: ci sono degli specchi. Entrate dentro ad uno di questi. Io subito faccio fatica a immaginare. Poi eccomi, ho passato la superficie dello specchio, e di là, Cristo che brutto, sono io alla mia età, anzi un po' più avanti nel futuro, e sono sola. In una villa pazzesca. Senza l'Uomo. Mi sento persa. E, incorniciato da uno stipite antico senza porte, due stanze più in là, c'è un letto sfatto dalle lenzuola immacolate. Dentro cui dorme nuda, a pancia in giù, la bellissima creatura dello spazio, con la sua schiena grande, la sua pelle scura, che spiccano in mezzo al candore da nevaio della stoffa. E io sono vestita, distante, sola, osservo un servizio da tè usato da due persone, ma non da lui, e abbandonato su un tavolo basso, in un salotto elegante, e mi sento ancora più persa. La presenza dell'invasore alieno col quale, evidentemente, ho avuto a che fare a letto prima, non mi consola per niente. Sento freddo in questo salone dai soffitti alti, anche se fuori è primavera, siamo in Liguria, è tutto fiorito e si vede il mare blu in lontananza. Voglio l'Uomo e l'Uomo non tornerà più. Sarò sola. In una villa che non volevo possedere.
Ecco. Questo era tre mesi fa. Circa un mesetto dopo, con insufficiente preavviso, la mia traiettoria e quella dell'asteroide si sono di nuovo incrociate, del resto è inevitabile, vivendo e lavorando dove viviamo e lavoriamo. Ormai il mio pianeta non si sorprende più dell'impatto, le vibrazioni sismiche si propagano fino a un certo punto, poi si quieta tutto. Tanto, sappiamo come va: un po' di batticuore, il profumo dei fiori di notte, qualche sguardo che emana radiazioni ustionanti, belle parole. Poi tutto torna dove era prima. Lui nelle galassie. Io nel salone vuoto, con le tazze del tè che dovevamo bere in due, io e il legittimo, abbandonate sul tavolo.
Adesso, e alla luce più che altro delle tempistiche di tutto ciò, come direbbe l'Uomo scherzando, non è tanto per un fatto, quanto piuttosto per un discorso, ma io vorrei andare a fondo, capire se quel che percepisco è sul serio qualcosa che vale la pena tenere presente. Così forse capirò se la torre d'avorio è una prigione o un posto di vedetta, se devo tornare a terra, con i piedi nudi nel prato bagnato, per essere veramente io, per essere amata per quel che sono, o comprarmi le Louboutin, innalzarmi da sola in elicottero e dire addio a tutto quel che era prima.
Ma non è solo questo il motivo del senso di vuoto. Si tratta di una riflessione più generale. In questo momento della mia vita ho apparentemente le cose molto più sotto controllo di come potevano essere un anno fa, e, non bastasse, la mia politica del trasformare una donna sciamannata, passionale e coinvolta al 7000% in tutto quel che fa in una stronza elegante e distaccata ha portato frutti che solo sei mesi fa sarebbero stati impossibili da immaginare. Eppure, forse proprio per questo, la mia torre d'avorio è uno splendido attico coi pavimenti lucidi sopra Central Park, finestre insonorizzate e vetri oscurabili a comando vocale, e io non posso confessare a nessuno che rivorrei i miei otto metri quadri di giardino sporco ma profumato e un po' incolto, a contatto col pianeta.
Non appena mi sono chiusa nella torre d'avorio sono venute a bussare delle persone. Alcune da
molto lontano, alcune in piena notte, alcune con pochi vestiti addosso e le difese abbassate.
Sì, ma nessuno è entrato. Si sono fermati, o li ho fermati io, sulla porta. Mi hanno lanciato dentro un bussolotto e, aprendolo, ci ho trovato dichiarazioni, alcune solo di gentile interessamento, altre più dense. Allora ho alzato gli occhi e cercato il contatto. Ma sulla porta non c'era già più nessuno.
Io mi sono voltata e ho guardato tutto lo spazio alle mie spalle, quello che ho creato mettendo da parte me stessa, per mio marito e mia figlia. Uno spazio spesso disabitato.
Tutto questo bel pavimento lustro, tutti questi letti candidi, vuoti, e io che sogno una panchina alla curva del sentiero nel bosco, la pelle fresca di mia figlia e l'odore dell'Uomo sul mio corpo. Invece indosso scarpe scomode, cucino prelibatezze che io non mangio e poi mi rifugio, per l'ennesima volta, nelle strade di campagna con l'autoradio al massimo, lontano sia da lui che da lei, perché loro non hanno voglia di mischiare il loro profumo con il mio.
Adesso ho un nuovo traguardo da tentare, e parlo fuor di metafora qui. La Psicofata di Coppia pratica l'ipnosi e io ho partecipato a due suoi incontri introduttivi, di gruppo, in cui ha indotto nei presenti un rilassamento profondo. Risulta da ciò che io sono un soggetto adatto a risalire (ridiscendere?) nei meandri del sé più arcaico etc etc. E una, dopo aver visto dove di arriva con la meditazione yoga, ce la fa a crederci, che esistano strati e strati tra sopra e sotto, tra presente e passato. Il punto è che in un certo senso io ho soprattutto interesse agli strati tra presente e futuro, perché dalla torre d'avorio di cui sopra, attenzione, io a volte ho scoperto di vedere molto lontano. Non sto delirando. Parlo di avere sensazioni molto forti un po' prima che qualcuno bussi alla porta, e, arrivata ad un punto della vita in cui fare programmi è abbastanza proibitivo, vorrei capire, non tanto il come sono arrivata qua, ma come ne esco, dove vado. Una vaga idea, non sapere i numeri del lotto. Una speranza. Qualcosa che mi aiuti a alzarmi e uscire ogni mattina.
La prima esperienza di rilassamento ipnotico mi ha sparato a quando avevo sette anni. Giocavo in un prato e ero assolutamente, completamente felice. Un tipo di felicità senza nessun pensiero che, probabilmente, con la testa che ho, anche a sette anni sperimentavo di rado. Mi è rimasta impressa per tutti questi mesi.
Ma è la volta dopo che mi ha scosso, non tanto per la visualizzazione che si è creata, ma per quel che dopo si è verificato nella realtà. Prima sono tornata a un'età mediamente spensierata, diciamo sugli undici anni. Giardino proposto dalla terapista, con rose etc, io che passeggio, scendo una scalinata saltellando. Poi la terapista dice: ci sono degli specchi. Entrate dentro ad uno di questi. Io subito faccio fatica a immaginare. Poi eccomi, ho passato la superficie dello specchio, e di là, Cristo che brutto, sono io alla mia età, anzi un po' più avanti nel futuro, e sono sola. In una villa pazzesca. Senza l'Uomo. Mi sento persa. E, incorniciato da uno stipite antico senza porte, due stanze più in là, c'è un letto sfatto dalle lenzuola immacolate. Dentro cui dorme nuda, a pancia in giù, la bellissima creatura dello spazio, con la sua schiena grande, la sua pelle scura, che spiccano in mezzo al candore da nevaio della stoffa. E io sono vestita, distante, sola, osservo un servizio da tè usato da due persone, ma non da lui, e abbandonato su un tavolo basso, in un salotto elegante, e mi sento ancora più persa. La presenza dell'invasore alieno col quale, evidentemente, ho avuto a che fare a letto prima, non mi consola per niente. Sento freddo in questo salone dai soffitti alti, anche se fuori è primavera, siamo in Liguria, è tutto fiorito e si vede il mare blu in lontananza. Voglio l'Uomo e l'Uomo non tornerà più. Sarò sola. In una villa che non volevo possedere.
Ecco. Questo era tre mesi fa. Circa un mesetto dopo, con insufficiente preavviso, la mia traiettoria e quella dell'asteroide si sono di nuovo incrociate, del resto è inevitabile, vivendo e lavorando dove viviamo e lavoriamo. Ormai il mio pianeta non si sorprende più dell'impatto, le vibrazioni sismiche si propagano fino a un certo punto, poi si quieta tutto. Tanto, sappiamo come va: un po' di batticuore, il profumo dei fiori di notte, qualche sguardo che emana radiazioni ustionanti, belle parole. Poi tutto torna dove era prima. Lui nelle galassie. Io nel salone vuoto, con le tazze del tè che dovevamo bere in due, io e il legittimo, abbandonate sul tavolo.
Adesso, e alla luce più che altro delle tempistiche di tutto ciò, come direbbe l'Uomo scherzando, non è tanto per un fatto, quanto piuttosto per un discorso, ma io vorrei andare a fondo, capire se quel che percepisco è sul serio qualcosa che vale la pena tenere presente. Così forse capirò se la torre d'avorio è una prigione o un posto di vedetta, se devo tornare a terra, con i piedi nudi nel prato bagnato, per essere veramente io, per essere amata per quel che sono, o comprarmi le Louboutin, innalzarmi da sola in elicottero e dire addio a tutto quel che era prima.
domenica 2 giugno 2019
Il mito
La Caramella (che non sa tante cose) afferma che ho il mito dell'Uomo. Che credo in una cosa che non si dà nel mondo reale, l'amore eterno, la persona giusta, l'uomo della vita.
Una volta, l'anno scorso, alla fine di una camminata dove si era a lungo parlato di maschi, dalla durata delle erezioni ai massimi sistemi (la Caramella è la mia Samantha Jones, ma con la testa di Miranda Hobbes...), ho cercato di controbattere: "Ma guarda che il vero amore esiste", e lei imperturbabile: "esistono anche quelle che mangiano senza ingrassare, e dai su Castagna!!!". Ho riso tantissimo.
Mi attanaglia il dubbio che possa avere ragione. Poi però mi guardo intorno e mi dico che no, che ho ragione io, la persona che amerai per tutta la vita la incontri, è che la vita è bastarda e si rovina tutto.
Va beh, vado a fare le medie di storia ai ragazzi, prima di prendere una brutta piega.
Una volta, l'anno scorso, alla fine di una camminata dove si era a lungo parlato di maschi, dalla durata delle erezioni ai massimi sistemi (la Caramella è la mia Samantha Jones, ma con la testa di Miranda Hobbes...), ho cercato di controbattere: "Ma guarda che il vero amore esiste", e lei imperturbabile: "esistono anche quelle che mangiano senza ingrassare, e dai su Castagna!!!". Ho riso tantissimo.
Mi attanaglia il dubbio che possa avere ragione. Poi però mi guardo intorno e mi dico che no, che ho ragione io, la persona che amerai per tutta la vita la incontri, è che la vita è bastarda e si rovina tutto.
Va beh, vado a fare le medie di storia ai ragazzi, prima di prendere una brutta piega.
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