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mercoledì 3 agosto 2011

Via del Golf 13, diversi anni dopo

Tempo fa paventavo pubblicamente sul blog l'ipotesi di ricongiungermi ai miei genitori in quel della campagna (= golf club del Ponente ligure) e le tremende conseguenze che avrei dovuto affrontare.

Beh, l'ho fatto. Sono andata a Via del Golf 13 per esattamente 24 ore. Con la De, senza marito e senza gatti. Dopo qualcosa come cinque anni che non ci mettevo piede: ma forse sono anche sei.

Come molte cose di quest'anno, anche questa è andata diversamente dal previsto.

Intanto, non avevo l'ansia. Strano. Ma è anche vero che i miei, da quando papà è ufficialmente malato, sono cambiati.

Cazzata. E' cambiata mia madre, che dà meno peso a certe cose.

No, anzi, cazzata. E' cambiato mio padre, che dà meno retta a mia madre su certe cose.

Cazzata ulteriore. Mia madre non è cambiata per niente. Mia madre, comincio a sospettare, non cambierà mai. Mio padre, direi, è cambiato in peggio.

Io, del resto, sono talmente cambiata che, probabilmente, non so neanche esattamente chi è che scrive queste righe in questo momento, quindi quanto siano cambiati loro è irrilevante.

Comunque, l'effetto complessivo non era sgradevole.

Nonostante le mie angosciose previsioni, forse grazie al fatto che era giorno feriale, non c'è stato il rito della presentazione in società della Figlia Che Non Li Viene Mai A Trovare In Campagna. A cena alla clebàus ci siamo stati sì, ma non c'era quasi un'anima che conoscessi, a parte il cuoco e i camerieri storici. E i miei non avevano l'aria di portare in palma un trofeo, stavolta. Devo dire che io mi ero premurata di essere sportivo-elegant-british-albarina quanto basta, ma senza strafare, e che onestamente, da quando sono ingrassata, invecchiata e ho cambiato colore di capelli e montatura di occhiali, non c'è pericolo che mi riconosca nessuno se non mi vede con almeno un genitore.

Ciò non toglie che il reportage giornalistico su un mondo dimenticato che volevo scrivere mi si è un po' abortito, così, per mancanza di dati di confronto. Sostanzialmente siam stati murati in casa a chiacchierare, io e mia madre di buddhismo, io e mio padre di varie ed eventuali. A parte la cena, e l'uscire a far due passi con mia madre che no, non aveva voglia di camminare e no, non aveva nemmeno bisogno di sfogarsi e no, non seguiva più di tanto i discorsi: era depressa, stanca, preoccupata o semplicemente rilassata? Mi sono accorta che non lo sapevo.

Però l'ambiente l'ho osservato bene.

Era tutto piccolissimo. Il giardino. Il parcheggio. La distanza tra la clebàus e la casa. La casa. La mia stanza. I mobili.
I mobili, santo Dio: mi sembrava di avere le mani enormi nel maneggiare le sedie, le maniglie degli armadi, delle porte.
Per un attimo mi sono chiesta se ero entrata nella casa dei puffi, se sono ingrassata così tanto, o se avevo bevuto o mangiato un prodotto della fantasia di Lewis Carroll. Poi ho capito che la mia memoria aveva interamente rimosso l'adolescenza e la giovinezza (in cui a Via del Golf mi annoiavo parecchio) e mantenuto i ricordi di una ragazzina smilza che correva per le colline, infrattandosi sotto i cespugli in mezzo alla macchia mediterranea, seguita a ruota da una gatta a tre colori. Di una bambina che vedeva nei sedici metri quadri di giardino un intero mondo, per la quale la piscina della clebàus era più o meno grande come il Mar Nero e la distanza piscina-casa, fatta a piedi all'ora di pranzo dopo aver nuotato e corso per ore, era la traversata dell'Asia centrale.

Poi ho notato altre cose. I SUV che rendono le strade del comprensorio ridicolmente strette. I nuovi condomini e le nuove villette costruite, sempre più fichi, con sempre più piscine private, sempre più cancellate, sempre più allarmi, sempre più siepi fittissime e recinzioni a separare dagli altri.

Ho cercato a lungo le casette un po' scolorite, immerse nel verde umido e buio che ricordavo, coi cancelletti bassi aperti o senza cancelletti, o con le ringhiere di legno messe per bellezza, che non separano da niente; ne ho viste solo un paio, anche la casetta a schiera dei miei ora sembra nuova, perchè è stata da poco ridipinta.
In compenso, la parte bassa del giardino, dove io ho corso e giocato per anni, si è rivelata non appartenere al nostro lotto, ma essere da acquistare, e il Golf Club ha chiesto un prezzo esagerato, forse sperando che noi volessimo farci un garage. I miei continuano a usare il parcheggio nella piazzola, dove le foto mi ritraggono, caracollante, a un anno, col cappottino di lana bianca e il foulard di flanella in testa. Anche se adesso i posti macchina sono numerati. Quindi, alla notizia che il pezzo di sotto del giardino non era più loro, hanno smesso di pagare il giardiniere per potare e ripulire in quella zona, e del resto l'albero-simbolo di tutta la mia infanzia, il grande salice piangente sotto il quale ho giocato e letto e sognato per anni, era stato fatto abbattere, quindi il praticello aveva perso poesia e importanza agli occhi di tutti; e il resto era una ripa discoscesa dove, ad oggi, mi stoccherei secca una caviglia anche con le scarpe da trekking, mentre da bambina correvo su e giù scalza, con le ballerine, con le scarpine di gomma da piscina etc. A non potare più niente, il risultato è che, subito sotto la scala in pietra, comincia un roveto impenetrabile, alto come una persona, paradiso dei gatti e degli uccellini. E così il giardino dei miei è diventato completamente invisibile per chi passa nella stradina sottostante, e dal giardino non si vede più niente tranne per uno spicchio di cielo con le montagne verdi, distanti. Un cambiamento in senso eremitico che ho apprezzato infinitamente. Anche io, come mio padre, sono capace di stare un'ora sulla sdraio in giardino ad ascoltare gli uccelli e a guardare quella fetta di panorama selvaggio, senza abitazioni, e non fare assolutamente nient'altro che bearmi di ciò.

Sotto il roveto, nel punto dove una volta c'era il salice, c'è la tomba del gatto prediletto dei miei genitori.

Ci sono molte altre tombe invisibili tutt'intorno: sostanzialmente le tombe di un'età passata in cui mia madre aveva meno dell'età che ho io adesso, mio padre aveva i capelli castano-grigi e non aveva i baffi, la zia Buona aveva i capelli lunghi fino in fondo alla schiena, e sia lei che la zia Bella portavano occhialoni ovali con la montatura spessa anni Settanta, tipo quelli di Sandra Mondaini. La Psicozia e lo Psicozio ci venivano a trovare con la Cùgia piccina ed erano giovanissimi, e Sanguedelmiosangue non era nemmeno un'idea nella mente di Dio.

Ma anche le tombe di un mondo in cui non si usavano tanti cancelli elettronici, tanti SUV e tanti allarmi e in cui i bambini, come i gatti, in un insieme di abitazioni come quelle potevano sgattaiolare per siepi, intercapedini, tetti, vialetti privati e prati aperti davanti alle case, e inventarsi un continente favoloso.

Ma non è che il posto mi abbia fatto tristezza, tutt'altro. E' stata più una cosa intima, come entrare in punta di piedi nella stanza di un neonato.

C'è una misteriosa faglia tra la mia infanzia e il mio essere donna adulta di oggi, nella quale evidentemente le cose da dimenticare erano talmente tante che ho fatto sprofondare un intero lembo di terra, e ora i bordi della faglia, pur separati, sono sorprendentemente vicini. O magari no, sono lontani, non sarebbe mai possibile saltare da un bordo all'altro, eppure c'è questo effetto straniante per cui vedi benissimo cosa c'è dall'altra parte, come attraverso una lente, come sotto una luce limpida.

La bambina con gli occhi verdi in piedi di fronte a me, dall'altra parte della faglia, ha le gambe graffiate dai cespugli, ha i capelli incollati al viso perchè ha appena smesso di correre, e mi sta fissando. Mi vede benissimo, come io vedo lei, ma non mi giudica. Lei è me, la me di adesso, molto più di tutte quelle ragazze con gli occhi verdi che ci separano.

A conti fatti, valeva la pena tornare a vedere l'effetto che mi faceva Via del Golf 13.

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