Sognò di svegliarsi e uscire dalla camera buia senza aprire le imposte. Non riusciva a capire dalla luce esterna che ora fosse del giorno, ma sembrava tardi. Pomeriggio, forse. Le persiane della sala erano in parte rotte e lasciavano filtrare una luce dorata, calda, in cui danzava la polvere.
Sognò che aveva i piedi nudi e camminava sul pavimento in legno antico e sui tappeti folti e morbidi. Si guardava i piedi. Non alzò gli occhi alle pareti, in parte occupate dagli alti scaffali.
Sognò che al suo fianco penzolava una borsa di stoffa a righe colorate, quella in cui aveva messo, appena sveglia, prima ancora di scendere dal letto, il libro che era sul suo comodino. Un piccolo libro color madreperla, con un'iscrizione dorata sul frontespizio. Non aveva bisogno di sfogliarlo, non ricordava tutto ma sapeva cosa c'era scritto. Sapeva soprattutto il colore in cui tutto era stampato nel piccolo libro dalla sfumatura delle perle rosa: le lettere erano in oro, grandi, tondeggianti, istoriate come un manoscritto medievale e piene di svolazzi come un mobile rococò.
Sognò un grande tavolo al centro della sala, ed altri mobili in legno scuro che poggiavano sui tappeti con un peso certo, inamovibile. Ogni scaffale conteneva decine e decine di volumi, nuovi, vecchi, impolverati, alcuni con le pagine macchiate e le orecchie, qualche copertina mangiata dai parassiti della carta. Sorrise ad alcuni libri, sfiorando le coste consumate.
Sognò di sollevarne uno che era caduto a terra e si era aperto. Era scritto in inchiostro marrone con un bel corsivo deciso, sicuro. Lo chiuse. Aveva una copertina dal confortante color crema. Ne accarezzò le pagine sul lato. Il libro sembrava respirare, era tiepido, grazie ad un raggio di sole che lo aveva illuminato mentre era sul tappeto. Lo ripose su una mensola.
Sognò di continuare a camminare. Aveva volutamente evitato, nel suo giro della stanza, il tavolinetto nell'angolo, dove un libro rilegato in rosso scuro pulsava, con un ronzio fastidioso e ammaliante. Il peso della borsa con dentro il piccolo libro color madreperla era confortante, mentre camminava le sbatteva contro il fianco. Quel libro era sempre con lei, dovunque andasse.
Sognò di volersene andare, di girarsi per tornare alla porta. Ma il libro rosso scuro ora era sul tavolo centrale, impossibile da ignorare: le pagine aperte, mosse da un vento sovrannaturale, mostravano scritte color sangue. Passando, con mano titubante, lo richiuse. Sentì la copertina risollevarsi nell'attimo in cui tolse il peso delle proprie dita. Non poteva chiuderlo, ma poteva fare un'altra cosa. Prese un respiro profondo e guardò le pareti.
Sognò di avere le vertigini, come sempre quando smetteva di guardare in basso. Le parole sulle pareti avevano così tanti colori, erano scritte ovunque, in grafie differenti, ed erano innumerevoli. Ogni muro o soffitto della casa ne era ricoperto. Non aveva bisogno di rileggere quelle parole, le aveva scritte lei una per una, le avevano scritte loro in tutti gli anni insieme. Molte erano ripetute come mantra, alcune erano buffe, facevano parte di un linguaggio segreto che solo loro due capivano. Le scritte sulle pareti venivano con lei ovunque. Le vedeva ferma al capolinea dell'autobus, comparivano sul muro della casa di fronte; era nella sala d'attesa del medico e comparivano sul pavimento; si guardava nello specchio e vedeva i suoi occhi verdi tra le righe negli occhielli delle lettere. Era il suo libro. Lei, loro due, erano quel libro. Non voleva svegliarsi.
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