L'autunno è quasi tra noi. Ci si addormenta con lenzuolino, coprilettino leggero e, talvolta, con parecchio Uomo sulla schiena.
Poi ci si gira a pancia in giù, e il sonno diventa profondo. Poi ci si rigira su un fianco, e cominciano gli incubi. Ponti autostradali. Guardrail. Macchine in corsa. Persone della mia vita che se ne sono andate. Nel senso di andate, e io non volevo, quindi quando mi sveglio devo smettere di pensarci. Nel senso di morte, e la devastante telefonata dall'aldilà di mia zia è solo un esempio, quindi quando mi sveglio devo pensare che non ci penso abbastanza.
Si parla nel sonno, si piange. Quattro e mezza, cinque, ci si sveglia con l'angoscia. E l'istinto di fare subito qualcosa che interrompa questo disagio.
Poi però esco dalla stanza e c'è lui, l'autunno. Vuol dire che, a metter fuori la roba dei gatti, mi accorgo che non soffoco, anzi ci vuole la vestaglia. Un pochino di nebbia e luci dolci. Colazione sul divano. Accettazione faticosa della dura realtà: si comincia fin dall'alba a messaggiare con chi, come me, lotta per dare un senso alla propria esistenza. Questo ha un significato solo: sono entrata in pista anche oggi. Dopo circa un'ora si torna in letto a cercare di ricominciare con un abbraccio, anche oggi. Di lì a poco ci si veste, pettina e prepara, e si va in scena.
Molte mattine guardo il telefono e penso solo: no. Adesso no, non rispondo, non inizio la giornata, non curvo la schiena, oggi no, oggi faccio una follia. Poi la caffettiera, la nebbia, il divano. La strada, la sala prof, la classe.
Qua e là sono affascinata da un dettaglio. La nuova gattina (sì, ora sono tre) che mi si avvicina per una carezza. Lui che mi dice "è il primo giorno di scuola!" e mi abbraccia. Il colore del cielo. Una voce al telefono. Il profumo di mia figlia.
Più spesso assisto senza commenti al mio vivere nell'acquario, separata da tutto da un vetro spesso. D'autunno è comunque molto meglio, anche così. C'è un inizio, ci sono le foglie, c'è speranza.
Poi però mi chiudo uno sportello di cucina su un dito e avrei voglia di girare sui tacchi e andare via. Stiro una maglietta e piango. Vado al lavoro e conto i giorni che devono passare prima del prossimo weekend via da tutto.
Lo voglio davvero passare, un altro anno così?
No, non credo.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)



1 commento:
Non voglio un altro anno così. Ma lo dico ad ogni settembre che arriva. Conquisto, forse, minuscoli cambiamenti e non so se siano sempre in meglio.
Mi consolo pensando che la consapevolezza di voler cambiare è già un primo cambiamento.
Mi tengo in piedi ripetendomi che gliela farò, uno di questi settembre.
Macabea
Posta un commento