Quindi, io dovrei averlo un senso di quanto riesco a fare le cose quando mi ci metto, nonostante tutto, nonostante la connessione che salta, nonostante le notti al computer con gli occhi che sanguinano, nonostante lo stress di non poter vedere i miei ragazzi in faccia all'inizio, e poi di non averli vicini, di non sentirli fare casino nei corridoi. Io queste cose qua le patisco a morte, e patisco tutto quello che ha a che fare con le stramaledette tabelle Excel che mi rovinano la vista, e patisco tutto quello che ha a che fare con 12.000 passaggi dello stesso file attraverso gruppi WhatsApp, condivisione in Drive, email, piattaforme didattiche, registri elettronici e cartelle di archiviazione. Io odio il lavoro fatto così, e ho perfettamente ragione di odiarlo, perfettamente, e dovrei semplicemente essere fiera della mia professionalità che riesce a farsi strada, nonostante tutte queste difficoltà.
E invece, mentre le cose vanno avanti (insomma: le scuole restano chiuse e il resto riapre), e io stessa evolvo, faccio domanda per trasferirmi e coltivo ottimi rapporti col mio futuro vicepreside, sono sprofondata in un abisso di insicurezze che neanche a 14 anni.
In mezzo a tutto questo mi guardo nello specchio e penso che non dovrei avere paura anche della mia ombra. Ho 44 anni, un sacco di esperienza e due palle cosi quadre sotto che dovrei veramente fare paura alle persone, con la vita complicata che ho avuto, invece faccio paura soltanto a me stessa.
Poi a volte dal nulla qualcuno riesce a convincermi che non devo sentirmi così. E attenzione, non ci riesce il Formatore Paraculo, sebbene sia egli l'imperatore dei paraculi; non ci riesce mia figlia, sebbene per certe cose sia diventata una donna veramente in gamba; non ci riesce mia madre, sebbene sia sempre stata la donna in gamba che è e in più sia anche diventata una buona madre con gli anni; non ci riesce Caracas, che mi pompa tutto il giorno che devo dimagrire, che devo migliorare, che devo superare le mie paure, che devo arrivare a dei risultati (e io pompo lei altrettanto, sui risultati che deve raggiungere lei, e questa amicizia è bella e costruttiva); non ci riesce tutta una congerie di persone che ci mettono impegno ad aiutarmi ad essere presente, quando mi vedono crollare sull'orlo del delirio, dopo anni e anni di fatiche matrimoniali e dopo averlo preso nel culo sul lavoro un sacco di volte, quando in realtà avrei dovuto essere riconosciuta per quello che valevo, che non era poco.
No. Ma ci riesce una discussione con mio marito, i cui contenuti sono spaventosi, ma mi rendo conto che, ascoltando la sua voce, capisco dov'è il mio posto nel mondo e cosa ci facciamo noi qui, e perché, maledizione, siamo ancora qui dopo tutto questo tempo, dopo tutte queste difficoltà.
Ci riesce il sorriso di una persona che, alle volte, entra nella mia vita negli attimi in cui questa sta svoltando verso qualcosa di importante, mi prende per le spalle, mi gira, e io mi accorgo che stavo con la schiena voltata rispetto alla luce solare, in un posto buio e umido. Ma arriva lui, mi gira prendendomi delicatamente per le spalle, senza fare niente, senza entrare nella mia vita perché non è la sua e lui non ci vuole stare, e neanch'io ce lo voglio, però mi prende, mi gira e mi fa vedere la parte illuminata della strada, mi fa sentire il calore del primo sole di primavera sulla pelle.
Dopodiché, a me resta la consapevolezza che queste cose non mi appartengono, ma sono eventi inaspettati, effimeri, che si verificheranno ancora e ancora, soltanto quando per me saranno importanti, nei momenti di passaggio della mia vita. Come avere un alleato magico che salta fuori, la Fata Turchina, il folletto benigno, il mago Merlino che spunta quando ti sembra che vada tutto storto: passa nella mia vita così, sorride, mi tiene un momento al caldo, mi dice che sono bella, se ne va. Stavolta mi ha persino ringraziato, si vede che anche io, che mi sputo sempre addosso, qualcosa agli altri so dare. (Sì , ho scritto vita quattro volte in venti righe, perché lui questo mi porta, la certezza che per qualcuno in questi anni sono sempre stata viva, e che sono sempre io.)
Niente, ce l'ho sempre più chiaro, devo tornare a prima che tutti i casini succedessero, a prima che morisse la Compagna Collega, a prima che non ci fosse più mio padre, a prima che andasse tutto com'è andato, e andare a ritrovarmi lì dov'ero quando ero ancora io, prima di morire. Adesso che lo so, posso solo cercare di ripartire da lì, ma con l'esperienza di 5 anni di più sulla schiena.
E lo faccio in un mondo che non è normale, in un mondo dove le persone continuano a credere che sia obbligatorio portare la mascherina per strada, anche se nessuna cazzo di legge lo ha scritto, in un mondo dove ti sputano addosso se non credi alle cospirazioni, ti tirano le pietre se parli con le persone a cui vuoi bene senza rispettare le distanze di sicurezza, e trovano che tu sia pazzo se vuoi che riaprano le scuole e venga mantenuto un diritto di base dell'umanità come in tutti gli altri Paesi civili. La mia stessa madre è rimasta talmente invischiata nelle dinamiche di questa politica di merda, che adesso si domanda se può vedermi, e domani va a fare il test sierologico per scoprire se è immune, perché io potrei rappresentare un pericolo. Ah io sì, e invece la cassiera del supermercato no? A volte ho la sensazione di camminare in un mondo che non ha senso, e poi sono gli altri che mi guardano come se fossi pazza, e questo è straniante e fa male, e per una con la testa che ho io è la cosa peggiore che può succedere, la peggiore.
Anche se poi mi alzo, mi muovo, mi giro intorno e mi rendo conto che io faccio parte del progresso, che faccio parte del movimento, che Caracas e un tot di altre amiche hanno bisogno di me, che mia figlia ha bisogno di me, che mio marito ha bisogno di me, che mia madre ha bisogno di me, che i miei alunni sono contenti di vedermi quando compaio in quel cazzo di riquadro di Google Meet, che le cose stanno andando avanti, che ce la faremo, che ci rimetteremo in pista, che naturalmente tornerà tutto come prima e cercheremo di essere un po' meno stupidi, forse.
Forse devo soltanto dormire di più, forse devo soltanto, maledizione, smettere di stare incollata al computer, andare a dormire e svegliarmi una mattina in cui posso andare a scuola, con la mia macchina, e sentire le voci dei ragazzi che strillano mentre entrano, i loro zaini buttati sul pavimento in classe e, per l'ennesima volta: "Prof, posso aprire la finestra? / posso chiudere la finestra? Prof, posso andare in bagno? / posso andare io a prendere la pinzatrice? Prof, andiamo a prendere il gelato nella pausa prima del recupero pomeridiano? / Prof, mio fratello ha detto che viene al mio esame, così la saluta."
Forse se mi ridessero tutto questo la mia vita riavrebbe di nuovo senso, o forse no.
Mi sento come quel povero cristo di Will Byers nel maledetto Sottosopra di Stranger Things. Un piede qui dove gli affetti e gli amici mi tengono per mano, uno dove tutto è buio e spaventoso. Cristo se era brutta la pandemia, anche per chi si è rifiutato di farsi spaventare da Internet. Guarda che segni che lascia, e sì che ho vissuto così nel profondo cose anche belle, in questi mesi. Comunque stamattina Caracas mi diceva "Io non voglio uscire da questo limbo" e io rispondevo: "Senti, io ieri per la prima volta mi sono incazzata di nuovo con una cretina che non era in grado di guidare, e naturalmente aveva un minivan. Volevo scendere, aprirle la portiera e tirarla giù per il collo, perché guidava come fosse sotto Lexotan. E invece ho pensato: Dio che bello, che BELLO incazzarsi di nuovo con un altro automobilista, è la vita normale che ricomincia!"
Che bello, che disastro, essere umani.



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