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sabato 7 novembre 2020

Il miglio verde, La capanna dello zio Tom, Il principe d'Egitto e minuti di incontestabile bellezza in un panorama di desolazione

Se l'anno scolastico scorso ha visto una chiusura repentina delle scuole, modello scossa sismica: un minuto prima era tutto normale e poi, di colpo, era un panorama di macerie che sembrava Guernica illustrata da Picasso, ora, invece, la ghigliottina è calata dopo attenta preparazione. Martedì,  mercoledì e giovedì, Il miglio verde: abbiamo consapevolmente accompagnato i ragazzi più grandi al patibolo. 

Martedì la terza C era in modalità tuttapposto prof: "Bene, allora, se domani non veniamo a scuola, con Lei abbiamo la terza ora di live, cosa portiamo, storia o geografia?" 

Mercoledì: Bello e Inutile piange di rabbia per un 4 dell'Orsone, seguito a ruota da mia nota perché mi ha risposto di merda. College Britannico  tossisce a raffica,  la sua è sempre stata tosse nervosa, ma oggi sembra stia per morire, ha mal di testa, lo mando a casa. Segue mattinata pseudonormale, un po' troppo silenziosa, con saluti, a me viene il magone, cazzo li conosco da un mese e mezzo e già vorrei scappare nelle grotte in montagna con tutti questi qua, a far lezione nel bosco, tipo partigiani. 

Mattina di giovedì,  siamo di nuovo a scuola, ma stavolta siamo sicuri che è l'ultimo giorno, due si sentono mancare l'aria, gli altri sono tesi, College Britannico è assente, l'Uomo delle Stelle che mi adora e mi sta sempre attaccato ha un crollo infantile, mi sento male prof,  io me ne sbatto dei regolamenti e gli tocco la fronte, è sudato come uno che sta per svenire, ha gli occhi pieni di lacrime. Vorrei coccolarlo, invece lo faccio mettere con la testa sul banco, ma è troppo nervoso, non riesce a starci. La Giunonica è attenta, come sarebbe a dire, la Giunonica ha ininterrottamente chiacchierato per sei settimane durante le mie lezioni, che ci fa tutta concentrata così? Chiede addirittura di leggere. Ho la pressione al soffitto. Quando arrivo a casa mi sento come avessi scalato il Ruwenzori, che, per chi non lo sapesse, ha il versante est pieno di colate di fango, vischioso, faticosissimo. 

Pomeriggio della riunione genitori della I A, qualche settimana fa. Un papà nigeriano si attacca come una cozza al mio collega (ed ex alunno) Altissimo. Testualmente: "Io nero africano povero, non ho soldi, compra tu i libri". Gli porta il foglietto dove il libraio dell'usato gli ha scritto la cifra che manca per ritirare i testi messi da parte per Birimbo Nero: 60 euro e 40 centesimi. Il povero Altissimo gli parla, gli spiega, gli scarica sul telefono l'app per la didattica a distanza, lo consola, ma i libri non glieli può pagare; la Castagna ha già pregato il Vicepreside Faina di concedere un posticipo della presentazione degli ISEE, il capo le ha pazientemente spiegato che papà di Birimbo non sarà probabilmente in grado di presentare alcun ISEE, mentre, se si offre a tutti una secobda possibilità di allungare in segreteria delle certificazioni fiscali oltre la scadenza, arriverà in Mercedes un quarto della comunità nomade della città, a sporgere con sicumera un foglio che li dichiara nullatenenti. Agitando un Rolex da 15.000 euro sul polso.

Castagna comprende,  ma dice in consiglio di classe che, se Birimbo non può guardare il libro di Geografia, non ce la faremo mai a insegnargli qualcosa, visto che non sa bene l'italiano e in più è dislessico, gli servono almeno le carte e le figure. Così, l'altroieri, Castagna, fingendo di sgridarlo, dà al Birimbo Nero un altro libro di Geografia di prima, diverso da quello dei compagni. Gli occhi profondissimi di questo bimbo spesso distratto si illuminano. Passerà due ore a cercare di capire se quello che segue a fatica nelle sue pagine è quello che stiamo facendo noi sul testo ufficiale. Nel primo giorno di lockdown, invece, gli segno tutte le parti che deve fare; sembra che gli abbia regalato chissà cosa. Passeggio tra i banchi (e per forza, questo mestiere non si può fare se non si guarda da vicino) mascherata come un rapinatore: in un raro momento di quiete in cui si sente solo la voce dell'alunno incaricato di leggere, un costante bisbiglio mi disturba. Arrivata all'altezza del banco del Birimbo, lo trovo che segue le parole del "suo" libro con il dito e cerca di leggerle sottovoce. Mi si muove istintivamente una mano per accarezzargli la testa, ma mi fermo, già sto violando 38 dpcm. Più tardi sono di nuovo alla cattedra e lui alza la mano: "Quale libro è per imparare a leggere? Sì, per imparare italiano?" Io, presa in contropiede: "Antologia? Grammatica?" "Sì... no... libro per preci...perci..." "Per principianti, Birimbo? Facilitato?" "Sì!!! Qual è?" "Te lo porto io, Birimbo, ti ho sentito che prima ti esercitavi, bravo, se ti impegni così diventerai bravissimo." 

Il Principe del Deserto, fratello della Regina del Deserto, mi guarda dall'altra fila, pensoso. Lui non spiccica quasi sillaba, non legge, capisce poco: a parte essere bellissimo, elegantissimo e molto gentile, come sua sorella in seconda, non fa molto. Il collega Altissimo che fa alfabetizzazione dice che lui è il più difficile da trattare, fa scarsi progressi, forse è troppo grande per memorizzare alla velocità dei bambini. Eppure, in classe è volenteroso, vuole tutti gli appunti, mi chiama se resta indietro, addirittura ieri giocavamo con l'alfabeto greco per distrarci un po' dopo due ore filate, e lui se lo copiava tutto bene, era contento, ha voluto il suo nome scritto in lettere greche alla lavagna. "Ok Principe, ma tu questo non lo devi studiare eh, stiamo solo giocando, tu devi imparare l'italiano!" Mi fulmina con un'occhiata che denuncia oltraggio: "Sua Altezza intende imparare il greco". È un principe anche perché noi siamo intimiditi dalle sue sopracciglia, che indicano innegabile superiorità. Poi va be', l'altro giorno ho fatto per togliergli un quaderno e appoggiarlo  nel sottobanco, ignara che il sottobanco fosse chiuso di lato e incastrandomi goffa, ci siamo messi a ridere, per un istante era un ragazzino come gli altri, solo infinitamente più bello. Sua sorella è umile e molto dolce, ma quando la vedi passare per i corridoi te la immagini sulle dune, semisvestita e coperta d'oro, con uno stuolo di schiavi, cammelli e cavalli che la segue e il popolo che la ammira a rispettosa distanza. 

Quando arrivo in sala professori dopo tre o quattro ore di nomi albanesi, egiziani, marocchini, tunisini, maliani, nigeriani, romeni, tamarri (abbiamo una Marissa e una Chanel) o totalmente privi di etimologia, dire ai colleghi "Buongiorno Roberto, ciao Annamaria" mi fa strano. E anche il silenzio,  dopo queste aule coi soffitti appesi metri e metri sopra di noi, che risuonano come cattedrali gotiche. Ieri poi la scuola era inquietante,  solo il corridoio delle prime era abitato, io e l'Orsone passeggiavamo nei corridoi immensi e vuoti, sentendoci un po' sovreccitati,  come due studenti di Hogwarts che si fossero persi appena arrivati nel castello. 

Dalla macchinetta del caffè, eccezionalmente tutta per noi due come quando eravamo a Scuolina Rosa,  io gli dico: "Sai, io cerco di mettere gli argomenti delle lezioni puntualmente sul registro" e lui, prendendo in prestito espressioni tipiche della mia regione, ride: "Io me ne batto o belin". "Boh, sai, penso che mi stiano un po' controllando e ci tengo a far vedere che lavoro" e lui si inalbera. "No, ma non farlo, non devi!" Lui mi ha prelevata da Scuolina Rosa,  ha personalmente trapiantato le lunghe radici che avevo sviluppato sotto la terra solforosa della Valle delle Meraviglie, e ci tiene che io mi trovi bene lì, mi toglie ogni fastidio se può, sono la sua creatura e si preoccupa che mi ambienti. Io rispondo: "Va beh, ma non scrivo dei poemi come la Melensa, cerco solo di far notare che ho un certo ritmo." Lui beve un sorso, abbassa di nuovo gli occhi su di me, e con aria seria: "Non lo fare, se ti pesa." "Adesso posso, ho tempo, se capiterà un periodo in cui sarò incasinata lascerò stare", mento con lo sguardo fermo, per rassicurarlo. 

Non so ancora se il monumento che voglio fargli lo preferisco in bronzo, in marmo di  Carrara, o criselefantino. Senza di lui sarei ancora a Scuolina Rosa a strapparmi le penne dalle ali per non farle crescere. Qui ho il Vicepreside Faina che, se volo troppo in alto, mi richiama giù prima che mi bruci come Icaro, ma poi, quando torno a terra, trovo sempre qualche regalo, un orario fatto bene, una proposta di lavoro allettante, un alleggerimento del carico, preparati in silenzio sotto il mio albero dal mio grosso amico della foresta, mentre io ero distratta. È un bel modo di lavorare, avere spazio e avere sponda al tempo stesso. 





4 commenti:

Pellegrina ha detto...

Sei alpinista? O parente?

Castagna ha detto...

No. Solo appassionata di montagna. Ho visto le foto di un signore che li ha scalati più volte tutti e 3, i giganti africani.

Pellegrina ha detto...

Niente male. Io faccio un po’di escursionismo e poco più ma mi piace molto. Ho scritto un post sul mio blog linkando questo. La storia che racconti è più che toccante.
La fine poi mi provoca una sana invidia per come finalmente riesci a lavorare. Ecco, strapparsi le penne in mille magoni perché non sta bene farle crescere rispecchia esattamente quel che devo fare io per non farmi uccidere nel mio ambiente di lavoro a Roma.
Peccato non si vedano plantigradi all’orizzonte.

Pellegrina ha detto...

Ho letto con molto interesse i tuoi commenti, ti ho risposto là.