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lunedì 23 gennaio 2023

Arcobaleni

Eh. 

Un colore solo, un solo profumo,  forse sono poca cosa. Ma se il colore fosse suo, se l'odore fosse il nostro, magari.

Di sfumature ce ne sono tante, in questo inizio d'anno partito col botto.

Da una conversazione Whatsapp, a cui tolgo destinatario e nomi:

"[...] era la sensazione di assoluta completezza, di essere nel posto esatto del mondo dove volevo e dovevo essere

In tutti gli altri momenti della mia vita volevo sempre scappare via

C'è sempre stata una parte di me che guardava dove fosse la via di fuga, tranne quando stavo con l'Uomo così 

A volte penso che ci siano persone in grado non tanto di togliermi questo bisogno di trovare l'uscita, ma più che altro di fermare il tempo

[...] Quelli che vedo che quando ci sono io non vorrebbero mai andare via

L'Uomo era un'altra cosa, il tempo esisteva ed era suo

Altre persone mi hanno "solo" fatto sentire che non mi sarei fatta male se mi fossi fermata lì dove ero per un po' "

Adesso, se chiudo gli occhi in questo lunedì perso nel freddo, in questo gennaio quasi sempre buio e tanto umido, in questo silenzio siderale della casa nuova, vedo alcuni colori: una trapunta blu, un cappotto nero, dei jeans, la candela bianca sul tavolo, le luci della città  la sera, il cibo profumato nel piatto, lo scintillio di gioielli e, no, non parliamo di una persona sola, non parliamo di un solo momento, né sempre di me al centro della scena, solo di istanti in cui una presenza o una situazione mi hanno fatto sentire in uno dei due modi su descritti. Come se potessi per un momento sganciarmi dal tempo che va e galleggiare, sorretta da uno sguardo, da una voce. O come se potessi posare un attimo le borse, i pesi, togliermi le scarpe e ridere, con quel fondo di dolore sempre lì,  ma senza per forza l'urgenza di andare via. 

Tanto, tutto scorre. Io scorro. Il flusso, che a volte si ferma per un paio d'ore, o per pochi, profondi minuti, è lì accanto,  un'onda verrà a prendermi appena suona la campanella, o appena un promemoria sul telefono trilla. Mi lascio portare via,  troverò altre isole, altre boe, altre zattere. Mi lascio cambiare, tanto sempre quella resto. Lui, l'Uomo, cambia anche se ha giurato a se stesso di non cambiare più. 

Adesso sono sei mesi che viviamo nella casa nuova. Sono entrata lì con un braccio al collo, le infradito e la canottierina da yoga, ma appena qualche giorno fa ho disfatto l'albero di Natale; abbiamo visto la siccità bruciare il prato, la pioggia bagnarlo e la neve coprirlo. Un'estate senza fine, caldissima, un inverno nebbioso e buio come da anni non se vedevano: e noi a cena coi piattini di carta,  a parlare con la voce che rimbomba nelle stanze semivuote, a svegliarci tardi su un materasso alto come un palazzo. Il 26 dicembre, compleanno dell'Uomo, finalmente abbiamo festeggiato qualcosa lì a Paesino da Cartolina, con la Princi e il BP. E lo stesso giorno abbiamo compiuto il quinto mese di vita in campagna. Al mattino i nitriti dei cavalli, alla sera i campanacci delle mucche. Le stelle sulle colline. La nebbia sulla valle. 

Abbiamo visto il cartello "vendesi" sul cancello solo ventitre mesi fa, e io all'improvviso ho fatto una delle mie scelte matte, lanciandomi verso le mani del mio acrobata preferito come al circo, senza rete, e l'ho fatta con una paura nera, tutta insanguinata e dolente, ma senza esitazioni.

Adesso arrivo a casa da molti luoghi diversi, mentre faccio le scale la polvere colorata degli arcobaleni di sensazioni che ho attraversato mi cade dai vestiti e dai capelli, e a metà scala penso: "Va bene?" e mi rispondo "Va bene." Io, che non avrei mai più pensato di dirlo. Io, che volevo sempre scappare via. So che, come l'ho trovata, posso perderla. Ma, quando sono qui, ho questa sensazione di essere, finalmente, arrivata a casa.


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