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martedì 18 marzo 2014

Umani

Vorrei che leggeste questo post della Pellona, di cui mi pregio di essere da tempo una assidua lettrice, perchè è una persona incredibile, fa una vita incredibile, e scrive in modo incredibile del suo incredibile mestiere.

Tenetevi un momento per leggerlo in cui non ci sia troppa gente in giro, perchè potrebbe farvi effetti abbastanza evidenti.

Poi pensate a tutte le persone che si sono occupate di voi e dei vostri cari quando avevate bisogno e, se non le avete ringraziate, vergognatevi. Io ho la coscienza pulitissima, in tal senso, perchè grazie è una parola che ho detto migliaia di volte nelle lunghe peregrinazioni tra un ospedale e l'altro, dal dicembre 2010 a due mesi fa. Forse siamo stati molto fortunati e abbiamo incontrato persone speciali, forse mio padre era un medico e mia madre lo è tuttora e i loro colleghi ci trattavano con più attenzione, di certo in un letto d'ospedale mio padre era un paziente beneducato e intelligente, ma, quando aveva bisogno o era male ossigenato e non capiva, era un rompicoglioni quanto chiunque altro, e noi eravamo tutti molto rispettosi e fiduciosi delle figure professionali, ma quando avevamo paura, o non avevamo capito le indicazioni, o eravamo in piena emergenza, eravamo dei parenti rompicoglioni quanto chiunque altro.

Io personalmente, nel corso di tanti mesi di sofferenze, sono stata beccata da perfetti estranei due o tre volte in flagrante attacco di panico o in botta di pianto irrefrenabile, e devo dire che ho visto trasformarsi la faccia del medico da quando mi ha guardato di striscio ("chi è questa? ah, è la figlia del letto 21") a quando ha capito che avevo bisogno di aiuto ("poverina è in crisi, le dedico un minuto e mezzo, ma glielo dedico bene") e poi sono andata avanti giorni a scusarmi e a ringraziare: a volte incontravo questi poveri eroi quotidiani nei corridoi dell'ospedale, ed io ero così sfinita e loro così impegnati, che non potevo fare altro che dire un buongiorno, ma anche se ero a pezzi e mi faceva male l'anima al pensiero di tener duro un altro secondo, mi sono sempre sforzata di mettere nel buongiorno un tono veramente caldo, un sorriso e uno sguardo pieno di riconoscenza. Ricordo un dottore che una sera in fine orario visite si è trascinato, visibilmente cotto, fino alla macchinetta del caffè e mia madre, anche se dispiaciuta di arpionarlo in un momento di pausa, gli ha chiesto delle cose perchè stavamo andando via e avevamo bisogno di informazioni, e io ho pensato se questo ci risponde di merda è colpa nostra, e lui poveretto, che chissà da quanto era in turno, invece, ci ha risposto a tono, non sbrigativamente, ma con una fatica di mettere insieme le parole che la vedevi proprio. Mi ricordo di aver pensato che se non lo avessi guardato negli occhi con una vera e profondissima gratitudine, qualunque frase per scusarci e ringraziarlo sarebbe stata inutile e banale.

Adesso comunque, a proposito di esseri umani, ve ne dico una.

L'altra mattina l'Araba Felice, la mia alunna marocchina di terza, chiede di uscire per andare in bagno. Dopo qualche tempo dalla seconda esce un ragazzino, e la vede lunga distesa sul pavimento nell'antibagno delle ragazze. Chiama aiuto, accorrono il Dolce Cowboy, che è il suo prof di sostegno, il Gigante e due bidelle.
Ciò avviene nel corridoio ovest, mentre io ho appena sbattuto fuori dalla porta il Bambino Più Grasso nel corridoio est, perchè rompeva. Il suddetto si riaffaccia in classe, però, per dirmi che c'è una ragazza che sta male. Io finisco quel che devo fare, poi faccio rientrare il Bambino Più Grasso, lascio la prima a finire gli esercizi con l'assistente di Iammeià, per andare a far partire la stampa di una prova scritta, e in pratica non rientro più, perchè nel corridoio mi viene detto che l'alunna che sta male è una delle mie. Vado a vedere e la trovo distesa sul tavolo in auditorium, coperta con maglie e giacche, che sta lì tutta bianca, immobile e con gli occhi voltati. Ci sono i colleghi e le bidelle e sta arrivando l'ambulanza.
I volontari della Croce Rossa sono due uomini maturi, paterni, molto gentili e mentre le prendono i parametri ci accorgiamo tutti che si sta riprendendo, anche se ci ha messo un po'. Risponde alle domande, non gira più gli occhi e la pressione, almeno da sdraiata, è normale anche se bassina.
Comunque, visto che i genitori non sono arrivati, i due volontari decidono che la caricheranno in ambulanza, il Gigante dice che andrà con lei e il Dolce Cowboy lo seguirà con la macchina per riportarlo indietro, una volta che avranno finito all'ospedale e saranno arrivati padre e madre della piccola (è più alta di me, okay, ma stava male e quindi era piccola, punto).

Mentre sono lì che la imbragano sulla barella, uno dei  volontari chiede al Dolce Cowboy come sta suo figlio. Il quale figlio, diciassettenne e con seri problemi di salute dalla nascita, mentre io mi picchiavo con la mia congiuntivite, ha avuto di punto in bianco, dopo anni di tranquillità, un ricoverone d'urgenza, di quelli che a un papà e a una mamma fanno cadere tutti i capelli e qualche dente dallo spavento. Ai punti che, anche se si è stabilizzato abbastanza in fretta, i medici consigliano di portarlo a Firenze dove era stato seguito fin da piccolissimo. Così pronti via, la mamma non può partire perchè stanno iniziando i percorsi abilitanti speciali (no comment...), parte papà. Quest'uomo dolce e discreto, così magro, così gentile, che una volta d'estate mi ha raccontato tutta la storia del suo bambino sulla porta di un'aula vuota e buia, io, che ero una delle poche a non saperne niente a Scuolina Rosa, appoggiata a uno stipite, e lui all'altro e il cuore in mano, un'ora, un'ora e mezza, non so più. Mi ricordo di aver pensato quanta intimità pazzesca s'era creata all'improvviso con quest'uomo che non si fa mai i fatti degli altri e non fa mai una parola di troppo, e dal nulla, in una mattina in cui l'agenda segnava "riordino plessi", stava lì a dirmi che lui avrebbe tanto voluto un altro figlio, che pensava che sarebbe stato bello comunque avere una famiglia numerosa, ma sua moglie aveva sempre vissuto malissimo i problemi del loro unico bambino e si dava la colpa di tutto, come se esistesse una colpa per queste cose, e non avrebbe mai rischiato una seconda volta.

Insomma, il volontario era proprio quello che aveva fatto il viaggio a Firenze con Dolce Cowboy e suo figlio. E così si informava. Ma non era dell'umanità del volontario che volevo raccontarvi. Era che le cose sono andate per le lunghe al pronto soccorso, perchè la mamma dell'Araba Felice non credo parli italiano, sicuramente non guida e forse non è autorizzata a girare sola, fatto sta che alle due il Gigante era ancora seduto vicino alla ragazzina in Pediatria, e in attesa dei genitori nessuno la visitava, anche se lei stava visibilmente meglio. Invece, all'ora dell'uscita da scuola del figlio, il Dolce Cowboy era andato a prenderlo e il Gigante si era messo d'accordo con la preside per essere recuperato in macchina. E allora, il giorno dopo, il Gigante, alle macchinette del caffè, diceva a me e alla Bestia Nera che, prima di andare via dall'ospedale, il Dolce Cowboy aveva dato alla ragazzina marocchina un bacino sulla fronte, e che lui era un po' contrario a queste effusioni con gli alunni ma l'aveva trovata una cosa molto tenera, lì per lì, anche perchè il Cowboy, poverino, era preoccupatissimo... insomma, ci ha raccontato questa scena e, siccome prima o poi ci siamo passati tutti, abbiamo capito che intendeva parlare di quel tipo di comportamenti istintivi, magari un po' esagerati ma tanto sinceri, che si hanno quando si vive un'esperienza di grandissimo impatto, e si tiene duro tutto il giorno, salvo poi perdere il senso delle convenienze, o dei soliti confini dettati dai ruoli, in un momento apparentemente di minor gravità. Quel che io chiamo "girare per la strada scuoiati vivi".


La Bestia Nera, sempre con quel suo tono molto pratico e poco trasporto affettivo, come se proclamasse chissà quale marzialissimo ordine, ha detto che agli ultimi consigli di classe il Dolce Cowboy si era addormentato in piena riunione: "Ma per forza, perchè non dormono, nè lui nè la moglie, di notte stanno svegli a guardare il ragazzo, hanno paura che non respiri bene. Ma hai visto quanti chili ha perso, che già era magro magro?"



E mi sono vista nella mente quel bacino sulla fronte della ragazzina e ho pensato che a casa sicuramente è lui quello che fa il pratico, lo sbrigativo e il disinvolto, per non spaventare suo figlio, per tenere su sua moglie. Poi stasera ho letto della Pellona che bacia il bimbo malato prima dell'intervento, e ho pensato alle carezze che lui, il Gigante e io stessa abbiamo prodigato alla ragazzina mentre cercavamo di farla riprendere, e no, mi sono detta, la Pellona ha ragione, ma la maggior parte delle volte non serve nemmeno che qualcuno ringrazi: la maggior parte delle volte essere umani sul lavoro, concederci il lusso di una parola gentile, di un gesto affettuoso, è quello che ci permette di resistere a tutto, anche sugli altri fronti.

2 commenti:

Susibita ha detto...

ma come sta adesso?
ma perchè tu e la pellona scrivete queste cose e mi fate piangere? e date una svolta inaspettata alla mia giornata e pure al mio post?

spero stia bene, la piccola, e anche il filgio del dolce cowboy e il cowboy stesso e sua moglie.
e pure tu, con la congiuntivite e tutto il resto, e mi cheidevo quand'è che ripassi da queste parti, se pensavi di ripassarci.

susibita

Anonimo ha detto...

per fortuna, dico io, ogni tanto si perde il senso delle convenienze, il bene che fa quel bacio sulla fronte è incommensurabile (se si è onesti nelle intenzioni non si ha paura di essere fraintesi, tanto ci sarà sempre un imbecille che in malafede fraintenderà.)
ma quello che volevo dire è altro:
quando la lettura di un post (in questo caso il pezzo della Pellona) dà la stura a un flusso di parole belle, intense e un poco "sgangherate" come il tuo, bè allora penso che la parola "rete" abbia un senso nobile (come la parola "pubblico")
ciao
massimolegnani