Emergenza virus, giorno 51.
Oggi mettevo i voti di poesia a memoria. La settimana scorsa ho interrogato in videochiamata sui sonetti di Foscolo i miei di terza. Sì lo so, sono indietro, tranquilli che ho già spiegato sia Manzoni che Leopardi. Un terzo della classe l'avevo interrogato quando ancora eravamo persone libere. Dovevo finire il giro. Ho sperato che non barassero. Credo che non lo abbiano fatto. Io sono stata attenta a tutto. Non ho dato il voto a Offendino ("prof gliela posso dire la prossima volta?") né a Fulminato ("Se non ti vedo in faccia non posso considerarla interrogazione, dimmela per esercitarti"). Non ho pianto sentendo la vocetta delicata della mia preferita, la ragazzina del Marocco, non ho pianto con i vocioni di Strepitoso e del Cardinale, non ho pianto davanti agli occhi scuri dell'Irresistibile. Ma gli endecasillabi di "A Zacinto" sono tosti da reggere, le loro espressioni concentrate e i loro sguardi persi nello sforzo di pensare sono così intensi, che mi sembrava di sentire anche il loro profumo.
Mentre mettevo il voto all'Irresistibile mi chiedevo se sua madre fosse nella stanza, quando lui mi ha ripetuto la poesia. Poi mi sono immaginata la scena. Non era nella stanza, lo so. Era in quella a fianco. Con la porta aperta. Con le mani impegnate in qualche lavoro silenzioso, come pulire verdura o spolverare, per ascoltare in segreto la voce del suo bambino ormai alto e grande, che solennemente percorreva la metrica foscoliana.
Qualche mamma mi ha scritto che ascolta volentieri i miei audio, in fondo io parlo di cose belle e accessibili a tutti, ma più che altro penso a quanto sia particolare e interessante, per un adulto che fa un altro mestiere, poter sbirciare nella nostra quotidianità di classe, nel vissuto di ogni giorno dei loro figli. Sentire il tono con cui rispondono, capire la modalità con cui li mettiamo alla prova. Io li convoco, 6 alla volta, per verificare se stanno studiando, e ragioniamo ad alta voce, i compagni intervengono, io chiedo a uno, e nella chat a fianco qualcun altro scrive iooooooo proooof ioooo la soooo. Io rido felice. Adesso, presi in gruppetto così, col lavoro ben avviato, me li godo. Imparo nuove cose sul nostro modo di lavorare, di incidere solchi nuovi nei loro cervellini.
Scopro che il gatto della BastianaBaldassarra è sempre lì con lei mentre si connette, vengo interrotta durante un'interrogazione sulle date da un nipotino del Cinghiale ("cosa è successo a Wittenberg nel 1517?" "Baaa ba ba bbaaabbaba." "Eh?"), guardo Codino preparare la pasta con le zucchine mentre ascolta i suoi compagni interrogati sulle dorsali oceaniche ("Ma ci metti la maggiorana?" "Nooo. Il finocchietto essiccato." "Ah, scusa...")
Una mamma passa dietro con la tazza del caffè in mano e mi fa ciao.
Nell'altra stanza, l'Uomo pronuncia cognomi in lingue misteriose e vocine di primini leggono per lui i brani dell'antologia. Mia figlia entra in punta di piedi e si fa il caffè senza sbattere le stoviglie, poi si mette tutta storta per non entrare nell'inquadratura della fotocamera e li spia. "Carini", mi dice dopo. E io mi sciolgo: "Sono meravigliosi, poi c'erano tutti e hanno anche studiato, sai?"
Non sanno che sono probabilmente i miei ultimi alunni a Scuolina Rosa. Né credo arrivino a percepire quanto mi manchino. Ma l'ennesima sfida mi sta facendo sentire di nuovo giovane e piena di voglia di cambiare, di crescere. Poi ci sono i giorni in cui odio il tavolo di cucina che è diventato la mia cattedra, odio i mille cavi (caricabatterie, modem, altro caricabatterie, prolunga, auricolari) che mi intrappolano sul divano come un insetto catturato da un ragno, odio il silenzio e vorrei un intervallo fragoroso, odio l'assenza di orari: ieri, tolte 2 ore per spesa, giro della salute intorno all'isolato e preparazione pasti, ho lavorato dalle 7 e mezza del mattino alle 23.
E, soprattutto, mi sembrano anni che la scuola è questo, e non quel che era prima, che doveva essere.
Eppure, come sempre, è più quel che il mio lavoro mi dà che quello che mi toglie.
Posso farcela, posso fare qualsiasi cosa, se sopravvivo a questo disastro mondiale continuando a insegnare senza perdermi d'animo.
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giovedì 16 aprile 2020
mercoledì 9 maggio 2018
Dagli archivi segreti di auleintempesta - Ancora 2010
Luglio 2010
Poi dice che sono sempre nervosa
Bene, abbiamo assodato alcuni punti.
Primo, che l'Uomo lavorerà a Autogrill, se non trova un'assegnazione provvisoria sulle superiori.
Dicesi Autogrill una scuola media di un paesino vicinissimo a Asti, che ha il difetto di sorgere attaccata all'autostrada per Torino. Dice il vicepreside che quando un TIR frena rumorosamente si voltano tutti verso la finestra, nel dubbio di vederselo arrivare in classe.
Spero sia una battuta.
Comunque potrebbe andare peggio, il paesino è comodo da raggiungere e il preside è lo stesso che l'Uomo aveva già, conosciamo anche diversi colleghi.
E poi ci sono le assegnazioni, con le quali l'Uomo potrebbe giungere alle superiori, cosa che lo renderebbe felice.
Quanto a me, per il momento l'unica notizia di rilievo è che la collega di cui occupavo provvisoriamente il posto è stata definitivamente trasferita a Finale Ligure (brutto eh, fare la prof in riviera?), quindi a questo punto l'unica persona in grado di vantare una precedenza sulle cattedre di lettere in ruolo a Scuolina Rosa sono io, Castagna.
Peccato che quest'anno ci sarà, a essere ottimisti, solo una cattedra a supplenza annuale. Che quindi non conta per il ruolo.
Bene, intanto aspettiamo le assegnazioni provvisorie, poi vedremo.
Costigliole sappiamo dov'è, nel caso serva.
Parentesi poetica.
La madre or sol, suo dì frenetico traendo con gli enigmisti in quel di Ceresole Reale, mantiene il silenzio radio.
Il caldo infuria, il pan ci manca (nel senso che cucino io, quindi passa la fame a tutti) e mio padre non dorme, anche se gli ho fatto il letto nella stanza con l'aria condizionata.
Nè più mai toccheremo le sacre sponde di Santo Stefano al Mare. O meglio, le toccheremo in agosto, visto che quelli del residence sono stati tanto gentili e tanto onesti da proporci un cambio di settimana.
Se non altro, finalmente io e l'Uomo ieri sera tardi ci siamo ricongiunti nella casa di Genova. Per modo di dire, ricongiunti.
Nella pratica lui è sceso dalla macchina alle undici passate e mi ha passato un trasportino puzzolente con dentro una gattina rossa tutta inzuppata di pipì.
Quindi è seguita una scena in cui Matilda è stata insaponata e sciacquata nel bidet come un infante (e per fortuna come un infante si è lasciata lavare, senza usare le unghie), poi io ho girato casa con stracci e ammoniaca, la maglietta bagnata e un braccio occupato da un fagotto di asciugamani umidi dal cui interno proveniva la seguente cantilena:
"Meeeeeeaaaaaau meeeeau miauuauu miauauauauauau meeeaaao meeeeaooo meouau mmeaooauauau meeeau mmmeeeaaaaaaauuuuuuuu"
Con delizia dei vicini, visto che ormai era mezzanotte e Matilda ha dei polmoni che potrebbe fare la professoressa alle medie.
Premonizioni tibetane e avvisi per la navigazione
Usciamo abbracciati per una colazione al bar, col cane al guinzaglio.
Tempo dieci minuti siamo al bar, io con il ghiaccio su un piede e le lacrime agli occhi.
Niente, è solo che il cane ha inchiodato in mezzo a un attraversamento, rischiando di farsi investire, io mi sono girata mentre la tiravo via e mi sono spezzata l'unghia dell'alluce dando un calcio secco al marciapiede.
Ho visto la Madonna, Nosso Senhor do Bonfim e il Dalai Lama che mi ballavano davanti una specie di tarantella. Menomale che c'era l'Uomo perchè praticamente ho smesso di respirare per qualche secondo.
Poi mentre, lacrimando e tenendo il piede sotto un sacchetto pieno di ghiaccio, mangiavo la mia brioche, ho guardato il mio calendarietto tibetano. Giorno di fuoco e acqua, sfavorevole, attenzione alla salute.
Ma vaff...
Un paio di avvisi.
Oggi è il settantacinquesimo compleanno del Dalai Lama, Sua Santità Tenzin Ghyatso.
Noi andiamo in montagna quattro o cinque giorni. Non ci portiamo il pc stavolta, quindi auleintempesta è momentaneamente sospeso per sopraggiunte (e tanto agognate) ferie.
Vi ricordo che, conformi ai dettami di Sua Maestà il Sovrano di Grande Inverno (Sanguedelmiosangue, che impartisce ordini dal suo blog), DOVETE DIMAGRIRE, CHIATTONI. Scusate, niente di offensivo, è solo che il prossimo arrivo in montagna mi porta a ribadire l'imperativo del 2010, che Sanguedelmiosangue ha messo come unica regola del suo entourage (che poi siamo sostanzialmente io e la Diavolessa) - unica, a parte quella di venerarlo e offrirgli continui olocausti di mazzancolle impanate e maschere di bellezza allo yogurt.
Io vado a camminare come una pazza in giro per i monti e stanotte (scusate ma lo devo scrivere) DORMO CON LA COPERTA... Goduria...
Passatevela bene.
A presto, disse, mentre si allontanava zoppicando vistosamente.
Agosto 2010
Un anno di auleintempesta
Ed eccoci. Finalmente a casa.
Da ieri mattina. Alle nove e mezza mi ero già riappropriata dei miei libri. Alle dieci e mezza dei miei cd, annunciando il mio rientro alla piazza con finestre spalancate e Green Day a bomba.
Ovviamente ho già fatto due lavatrici e un giro di ricognizione al supermercato.
E puntualmente è arrivata la prima grana lavorativa.
Grazie a Orsetto Lavatore, il collega di Religione che tutto sa e tutto origlia, mi viene riferito che stan cercando di smembrarmi le ore della III B. Togliendomi Geografia per darla alla collega Veterana. Che, tra l’altro, essendo la più anziana, se non le va bene può semplicemente dire di no. E che con me va d’accordo. La cosa non mi agita particolarmente, ma c’è un dettaglio: tra le righe, Orsetto Lavatore ha chiarito che questa telefonata lui me l’ha fatta perché il Gigante gli ha riferito di nascosto questa possibilità, discussa con la preside.
Il Gigante la settimana prossima è in ferie. Ho capito che ha parlato con Orsetto Lavatore perché voleva che io fossi avvisata. E il Gigante queste cose non le fa se non c’è effettivo rischio che si stiano elaborando grosse porcate.
Umm. Va bene.
Ora vediamo.
Per il momento non ho voglia di entrare di nuovo a capofitto in questi rigiri di telefonate segrete e sussurri tra i corridoi del palazzo. E non intendo dissotterrare l’ascia di guerra proprio subito. Aspetto di incontrare la Bestia Nera, che come sempre me la farà sfoderare nel giro di venti secondi.
Mi limito a tenere gli occhi ben aperti.
Intanto auleintempesta sta per compiere un anno.
E, mi dico già da qualche tempo, i contenuti di questo blog non corrispondono realmente alla sua didascalia. Non si parla affatto solo di scuola, qui, ma moltissimo di me, dei fatti miei, del mio percorso umano, personale e spirituale.
Leggere i blog di altri professori e quelli delle altre donne (molte, mamme che parlano soprattutto di famiglia) mi ha fatto capire che questo giornale di bordo scolastico è anche diventato, strada facendo, un diario intimo.
Il che, se ci penso bene, è molto, molto adeguato al mio reale modo di lavorare, che non è scindibile dal mio modo di essere.
Senza volere, con certe pagine di confessione ho dato un quadro molto più completo di me come insegnante che di me come persona, perché ci sono tante cose di cui qui non mi sento di parlare, a livello privato.
Comunque, rifletterò se cambiare la didascalia.
Per il momento, un grazie alla Frenci, che mi ha fatto scoprire questo modo di esprimersi.
Un grazie a chi ha letto, e anche di più a chi ha letto tra le righe. Un grande abbraccio a chi ha capito e a chi è stato qui vicino anche se non capiva.
E un invito, a molti e in particolare alla Tipa: scrivete un blog, fa bene. Non importa se vi leggono, anche se un commento spesso aiuta, scalda il cuore in una giornata invernale o suggerisce uno spunto. Importa molto di più leggere i blog degli altri, fa sentire molto ma molto meno soli.
Però importa che si possa prendere una mezz’ora al giorno per guardarsi allo specchio e dirsi le cose con calma, in solitudine, in silenzio.
A me ha chiarito tante cose. Ho il dubbio se avrei capito ugualmente quel che mi succedeva, senza queste pagine online, se avrei saputo elaborare sconfitte, cambiamenti, successi. Penso che non ci sarei riuscita così.
E ora è il momento della commozione.
Fuori i Kleenex.
Ci sono persone da abbracciare forte forte.
Prima di tutto, le mie amiche di sempre. Cavallino, la Tipa, la Frenci. Che sono state presenti qui tante volte, come sono state presenti in tutte le cose importanti della mia vita. Perché ci sono cose che NON SI DISCUTONO.
Punto.
Come il culo di Edo alle superiori (o il naso di Lorenzo, direbbe la Piccolina).
Poi subito dopo in ordine di blogimportanza (e non solo) Sanguedelmiosangue e la Diavolessa, le mie amate mine vaganti, queer, queen, tossici, sinceri, autodistruttivi, immensamente nobili d’animo, raffinati nei gusti letterari e eleganti nello stile (anche nei momenti più trash …tipo “UNA NOTTE A NAAAPOLIIII“, per capirci). Perché siamo telluricamente fratelli nei nostri complicati rigiri sentimentali, e coi loro blog si è instaurata una buffa, profonda e a volte sconvolgente comunicazione a tre, che non ha interrotto le centinaia di messaggi, le chiacchierate e le camminate. E questa specie di strana seconda adolescenza che la Diavolessa ha portato nella mia esistenza.
Poi tanti che non conosco di persona ma che di qui passano, o che si raccontano un po’ più in là nel blogmondo.
Con menzione speciale a Minerva, la più assidua lettrice e una delle più profonde analiste del mondo delle emozioni (nonché una delle poche adolescenti che sanno usare la lingua italiana senza farne scempio, anzi con classe). A My, che mi somiglia in modo impressionante nei ragionamenti. A Wonderland, che mi fa ribaltare dal divano dalle risate. A LGO, lanoisette, Perboni e altri prof dallo sguardo acuminato e senza peli sulla lingua. A Soleil, a Bianca, a B Stevens, a tante altre blogmamme, blogfate, blogsorelle, blogregine di questo mondo enormemente femminile, come tutti i mondi intimi e nel contempo sociali. A ziacris, dall’animo indomabile, che è la vera ispiratrice, insieme allo spirito inquieto e mai defunto di mia nonna, del romanzo che sto scrivendo (ops, questo non ve l’avevo ancora detto, eh? Eh… beh. Se ne riparla se lo finisco.)
Ma anche a quelle che scrivono troppo poco e mi piacerebbe leggerle di più: Symosymo, Donna Popcorn, la stessa Frenci (per cause di forza molto maggiore, lo so). E a quelli che non leggono qui ma mi piacerebbe che lo facessero: Musica, il Pagliaccio, la Piccolina, e la coprotagonista invisibile delle mie giornate lavorative, l’Inflessibile, che mi dà più di quanto riuscirò mai a spiegarle, con la sua spigolosa, spesso scomoda ma incrollabile presenza, e con le risate da ragazzina che io, tra pochi eletti, ho il privilegio di vederle fare.
E così.
Buon compleanno, auleintempesta, mia amata, egoriferita creazione, dai vicoli oscuri che nemmeno io conosco tutti, con improvvise uscite sul mare, con finestre nascoste da cui respirare l’odore delle colline, con trapunte calde sotto cui nascondersi nelle giornate di gelo.
Lunedì si ricomincia.
Settembre 2010
Sorsate
Ve lo ricordate quel libro: "la prima sorsata di birra e altri piaceri della vita"?
Leggete qua...
Esercizio: 10 cose magnifiche e assolutamente gratuite che ti rendono la vita più bella
Un buon libro
(Chiara, 15 anni)
Cercare costellazioni
(Manuela, 14 anni)
Quando guardo la partita di mio fratello e lui fa goal
(Daniela, 14 anni)
Guardare il diario e vedere che non ci sono compiti
(Stefania, 14 anni)
Passare ogni minuto della mia vita a fare del bene a tutti
(Fabiano, 14 anni)
Mangiare la polenta in montagna
(Maurizio, 14 anni)
Il venerdì pomeriggio
(Arianna, 14 anni)
Quando c'è tanto vento prenderlo tutto e sognare di poter volare via
(Elisa, 14 anni)
Abbracciare una sequoia di mille anni
(Alessandro, 14 anni)
Essere capiti senza parlare
(Anxhela, 14 anni)
Poi dice che sono sempre nervosa
Bene, abbiamo assodato alcuni punti.
Primo, che l'Uomo lavorerà a Autogrill, se non trova un'assegnazione provvisoria sulle superiori.
Dicesi Autogrill una scuola media di un paesino vicinissimo a Asti, che ha il difetto di sorgere attaccata all'autostrada per Torino. Dice il vicepreside che quando un TIR frena rumorosamente si voltano tutti verso la finestra, nel dubbio di vederselo arrivare in classe.
Spero sia una battuta.
Comunque potrebbe andare peggio, il paesino è comodo da raggiungere e il preside è lo stesso che l'Uomo aveva già, conosciamo anche diversi colleghi.
E poi ci sono le assegnazioni, con le quali l'Uomo potrebbe giungere alle superiori, cosa che lo renderebbe felice.
Quanto a me, per il momento l'unica notizia di rilievo è che la collega di cui occupavo provvisoriamente il posto è stata definitivamente trasferita a Finale Ligure (brutto eh, fare la prof in riviera?), quindi a questo punto l'unica persona in grado di vantare una precedenza sulle cattedre di lettere in ruolo a Scuolina Rosa sono io, Castagna.
Peccato che quest'anno ci sarà, a essere ottimisti, solo una cattedra a supplenza annuale. Che quindi non conta per il ruolo.
Bene, intanto aspettiamo le assegnazioni provvisorie, poi vedremo.
Costigliole sappiamo dov'è, nel caso serva.
Parentesi poetica.
La madre or sol, suo dì frenetico traendo con gli enigmisti in quel di Ceresole Reale, mantiene il silenzio radio.
Il caldo infuria, il pan ci manca (nel senso che cucino io, quindi passa la fame a tutti) e mio padre non dorme, anche se gli ho fatto il letto nella stanza con l'aria condizionata.
Nè più mai toccheremo le sacre sponde di Santo Stefano al Mare. O meglio, le toccheremo in agosto, visto che quelli del residence sono stati tanto gentili e tanto onesti da proporci un cambio di settimana.
Se non altro, finalmente io e l'Uomo ieri sera tardi ci siamo ricongiunti nella casa di Genova. Per modo di dire, ricongiunti.
Nella pratica lui è sceso dalla macchina alle undici passate e mi ha passato un trasportino puzzolente con dentro una gattina rossa tutta inzuppata di pipì.
Quindi è seguita una scena in cui Matilda è stata insaponata e sciacquata nel bidet come un infante (e per fortuna come un infante si è lasciata lavare, senza usare le unghie), poi io ho girato casa con stracci e ammoniaca, la maglietta bagnata e un braccio occupato da un fagotto di asciugamani umidi dal cui interno proveniva la seguente cantilena:
"Meeeeeeaaaaaau meeeeau miauuauu miauauauauauau meeeaaao meeeeaooo meouau mmeaooauauau meeeau mmmeeeaaaaaaauuuuuuuu"
Con delizia dei vicini, visto che ormai era mezzanotte e Matilda ha dei polmoni che potrebbe fare la professoressa alle medie.
Premonizioni tibetane e avvisi per la navigazione
Usciamo abbracciati per una colazione al bar, col cane al guinzaglio.
Tempo dieci minuti siamo al bar, io con il ghiaccio su un piede e le lacrime agli occhi.
Niente, è solo che il cane ha inchiodato in mezzo a un attraversamento, rischiando di farsi investire, io mi sono girata mentre la tiravo via e mi sono spezzata l'unghia dell'alluce dando un calcio secco al marciapiede.
Ho visto la Madonna, Nosso Senhor do Bonfim e il Dalai Lama che mi ballavano davanti una specie di tarantella. Menomale che c'era l'Uomo perchè praticamente ho smesso di respirare per qualche secondo.
Poi mentre, lacrimando e tenendo il piede sotto un sacchetto pieno di ghiaccio, mangiavo la mia brioche, ho guardato il mio calendarietto tibetano. Giorno di fuoco e acqua, sfavorevole, attenzione alla salute.
Ma vaff...
Un paio di avvisi.
Oggi è il settantacinquesimo compleanno del Dalai Lama, Sua Santità Tenzin Ghyatso.
Noi andiamo in montagna quattro o cinque giorni. Non ci portiamo il pc stavolta, quindi auleintempesta è momentaneamente sospeso per sopraggiunte (e tanto agognate) ferie.
Vi ricordo che, conformi ai dettami di Sua Maestà il Sovrano di Grande Inverno (Sanguedelmiosangue, che impartisce ordini dal suo blog), DOVETE DIMAGRIRE, CHIATTONI. Scusate, niente di offensivo, è solo che il prossimo arrivo in montagna mi porta a ribadire l'imperativo del 2010, che Sanguedelmiosangue ha messo come unica regola del suo entourage (che poi siamo sostanzialmente io e la Diavolessa) - unica, a parte quella di venerarlo e offrirgli continui olocausti di mazzancolle impanate e maschere di bellezza allo yogurt.
Io vado a camminare come una pazza in giro per i monti e stanotte (scusate ma lo devo scrivere) DORMO CON LA COPERTA... Goduria...
Passatevela bene.
A presto, disse, mentre si allontanava zoppicando vistosamente.
Agosto 2010
Un anno di auleintempesta
Ed eccoci. Finalmente a casa.
Da ieri mattina. Alle nove e mezza mi ero già riappropriata dei miei libri. Alle dieci e mezza dei miei cd, annunciando il mio rientro alla piazza con finestre spalancate e Green Day a bomba.
Ovviamente ho già fatto due lavatrici e un giro di ricognizione al supermercato.
E puntualmente è arrivata la prima grana lavorativa.
Grazie a Orsetto Lavatore, il collega di Religione che tutto sa e tutto origlia, mi viene riferito che stan cercando di smembrarmi le ore della III B. Togliendomi Geografia per darla alla collega Veterana. Che, tra l’altro, essendo la più anziana, se non le va bene può semplicemente dire di no. E che con me va d’accordo. La cosa non mi agita particolarmente, ma c’è un dettaglio: tra le righe, Orsetto Lavatore ha chiarito che questa telefonata lui me l’ha fatta perché il Gigante gli ha riferito di nascosto questa possibilità, discussa con la preside.
Il Gigante la settimana prossima è in ferie. Ho capito che ha parlato con Orsetto Lavatore perché voleva che io fossi avvisata. E il Gigante queste cose non le fa se non c’è effettivo rischio che si stiano elaborando grosse porcate.
Umm. Va bene.
Ora vediamo.
Per il momento non ho voglia di entrare di nuovo a capofitto in questi rigiri di telefonate segrete e sussurri tra i corridoi del palazzo. E non intendo dissotterrare l’ascia di guerra proprio subito. Aspetto di incontrare la Bestia Nera, che come sempre me la farà sfoderare nel giro di venti secondi.
Mi limito a tenere gli occhi ben aperti.
Intanto auleintempesta sta per compiere un anno.
E, mi dico già da qualche tempo, i contenuti di questo blog non corrispondono realmente alla sua didascalia. Non si parla affatto solo di scuola, qui, ma moltissimo di me, dei fatti miei, del mio percorso umano, personale e spirituale.
Leggere i blog di altri professori e quelli delle altre donne (molte, mamme che parlano soprattutto di famiglia) mi ha fatto capire che questo giornale di bordo scolastico è anche diventato, strada facendo, un diario intimo.
Il che, se ci penso bene, è molto, molto adeguato al mio reale modo di lavorare, che non è scindibile dal mio modo di essere.
Senza volere, con certe pagine di confessione ho dato un quadro molto più completo di me come insegnante che di me come persona, perché ci sono tante cose di cui qui non mi sento di parlare, a livello privato.
Comunque, rifletterò se cambiare la didascalia.
Per il momento, un grazie alla Frenci, che mi ha fatto scoprire questo modo di esprimersi.
Un grazie a chi ha letto, e anche di più a chi ha letto tra le righe. Un grande abbraccio a chi ha capito e a chi è stato qui vicino anche se non capiva.
E un invito, a molti e in particolare alla Tipa: scrivete un blog, fa bene. Non importa se vi leggono, anche se un commento spesso aiuta, scalda il cuore in una giornata invernale o suggerisce uno spunto. Importa molto di più leggere i blog degli altri, fa sentire molto ma molto meno soli.
Però importa che si possa prendere una mezz’ora al giorno per guardarsi allo specchio e dirsi le cose con calma, in solitudine, in silenzio.
A me ha chiarito tante cose. Ho il dubbio se avrei capito ugualmente quel che mi succedeva, senza queste pagine online, se avrei saputo elaborare sconfitte, cambiamenti, successi. Penso che non ci sarei riuscita così.
E ora è il momento della commozione.
Fuori i Kleenex.
Ci sono persone da abbracciare forte forte.
Prima di tutto, le mie amiche di sempre. Cavallino, la Tipa, la Frenci. Che sono state presenti qui tante volte, come sono state presenti in tutte le cose importanti della mia vita. Perché ci sono cose che NON SI DISCUTONO.
Punto.
Come il culo di Edo alle superiori (o il naso di Lorenzo, direbbe la Piccolina).
Poi subito dopo in ordine di blogimportanza (e non solo) Sanguedelmiosangue e la Diavolessa, le mie amate mine vaganti, queer, queen, tossici, sinceri, autodistruttivi, immensamente nobili d’animo, raffinati nei gusti letterari e eleganti nello stile (anche nei momenti più trash …tipo “UNA NOTTE A NAAAPOLIIII“, per capirci). Perché siamo telluricamente fratelli nei nostri complicati rigiri sentimentali, e coi loro blog si è instaurata una buffa, profonda e a volte sconvolgente comunicazione a tre, che non ha interrotto le centinaia di messaggi, le chiacchierate e le camminate. E questa specie di strana seconda adolescenza che la Diavolessa ha portato nella mia esistenza.
Poi tanti che non conosco di persona ma che di qui passano, o che si raccontano un po’ più in là nel blogmondo.
Con menzione speciale a Minerva, la più assidua lettrice e una delle più profonde analiste del mondo delle emozioni (nonché una delle poche adolescenti che sanno usare la lingua italiana senza farne scempio, anzi con classe). A My, che mi somiglia in modo impressionante nei ragionamenti. A Wonderland, che mi fa ribaltare dal divano dalle risate. A LGO, lanoisette, Perboni e altri prof dallo sguardo acuminato e senza peli sulla lingua. A Soleil, a Bianca, a B Stevens, a tante altre blogmamme, blogfate, blogsorelle, blogregine di questo mondo enormemente femminile, come tutti i mondi intimi e nel contempo sociali. A ziacris, dall’animo indomabile, che è la vera ispiratrice, insieme allo spirito inquieto e mai defunto di mia nonna, del romanzo che sto scrivendo (ops, questo non ve l’avevo ancora detto, eh? Eh… beh. Se ne riparla se lo finisco.)
Ma anche a quelle che scrivono troppo poco e mi piacerebbe leggerle di più: Symosymo, Donna Popcorn, la stessa Frenci (per cause di forza molto maggiore, lo so). E a quelli che non leggono qui ma mi piacerebbe che lo facessero: Musica, il Pagliaccio, la Piccolina, e la coprotagonista invisibile delle mie giornate lavorative, l’Inflessibile, che mi dà più di quanto riuscirò mai a spiegarle, con la sua spigolosa, spesso scomoda ma incrollabile presenza, e con le risate da ragazzina che io, tra pochi eletti, ho il privilegio di vederle fare.
E così.
Buon compleanno, auleintempesta, mia amata, egoriferita creazione, dai vicoli oscuri che nemmeno io conosco tutti, con improvvise uscite sul mare, con finestre nascoste da cui respirare l’odore delle colline, con trapunte calde sotto cui nascondersi nelle giornate di gelo.
Lunedì si ricomincia.
Settembre 2010
Sorsate
Ve lo ricordate quel libro: "la prima sorsata di birra e altri piaceri della vita"?
Leggete qua...
Esercizio: 10 cose magnifiche e assolutamente gratuite che ti rendono la vita più bella
Un buon libro
(Chiara, 15 anni)
Cercare costellazioni
(Manuela, 14 anni)
Quando guardo la partita di mio fratello e lui fa goal
(Daniela, 14 anni)
Guardare il diario e vedere che non ci sono compiti
(Stefania, 14 anni)
Passare ogni minuto della mia vita a fare del bene a tutti
(Fabiano, 14 anni)
Mangiare la polenta in montagna
(Maurizio, 14 anni)
Il venerdì pomeriggio
(Arianna, 14 anni)
Quando c'è tanto vento prenderlo tutto e sognare di poter volare via
(Elisa, 14 anni)
Abbracciare una sequoia di mille anni
(Alessandro, 14 anni)
Essere capiti senza parlare
(Anxhela, 14 anni)
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domenica 19 novembre 2017
E una notte tra molte
No, è che il sabato proprio non ci dice, questo fatto del dormire, ma zero eh. Il mio organismo trova ogni motivo, ogni scusa, come un bambino che non vuol fare i compiti, le inventa tutte per regredire allo stato di insonnia feroce, spietato, che da troppi anni si associa a questo giorno della settimana. E magari fosse perché vado a ballare o tiro tardi a cena con persone gradevoli, amici, parenti, l'amore della mia vita. No no.
Eppure ero raggomitolata al caldo, con una mano dell'Uomo sotto il pigiama, fino a un paio d'ore fa. Poi è rientrata la figlia e lì la scelta che si poneva al mio subconscio era:
Piano A: lasciamo che Castagna continui a dormire e intanto suscitiamo nel suo stato cerebrale uno sfogo di rabbia cieca per il comportamento della figlia, che anche oggi si è distinto per brutalità nei suoi confronti, inducendola a digrignare i denti fino a spezzarseli.
Piano B: impediamo a Castagna di rientrare nello stato di sonno e scateniamole una riga di pensieri cupi dovuti allo scontro odierno con la figlia, peraltro da lei egregiamente sostenuto, e soprattutto gestito in maniera esemplare dall'Uomo, che avrà tanti difetti ma porca troia il padre lo sa fare. Poi avviliamo Castagna con una serie di proiezioni a tinte fosche sul futuro di questa ragazzina. E già che ci siamo facciamola sentire inadeguata, indifesa, sola come una merda, rivanghiamo bene tutto quel che l'ha delusa, ferita e strapazzata negli ultimi 48 mesi, condiamo con la legittima preoccupazione per i prossimi sviluppi di una grana scolastica seria che la vede capitanare niente po' po' di meno che una ribellione contro la Preside Chic, e, quando proprio siamo sicuri che ci sia il carico massimo, facciamole venire l'illuminazione di aver fatto in giornata almeno due errori madornali in due diversi dialoghi con l'Uomo, che poi è la sola cosa di cui realmente le frega, la sola cosa che la mette in ginocchio e le fa gridare basta pietà.
Basta, pietà.
E l'altra cosa di cui davvero le fregava tanto, alla povera Castagna, era arrivare in forma alla giornata di domani, che è l'inizio del secondo corso di perfezionamento per istruttori di yoga, tenuto dalla Maestra Con La Emme Maiuscola. Ci teneva sul serio, infatti quando mercoledì si è ammalata ha azzerato tutte le attività della settimana tranne andare a lavorare, coll'obiettivo di questa domenica in cui vuole assolutamente fare bella figura e imparare il più possibile e suggere ogni goccia di quanto le viene mostrato e spiegato.
E no. Sono le due e mezza. Divano. Gattina color panna accucciata vicino. Camomilla e biscotti. Blog.
No io lo capisco cosa dice mia figlia eh. E capisco che bisogna tener duro e dire dei no, ormai sono pochissimi e proprio per quello sono irremovibili. E capisco che poteva andare orrendamente peggio eh. In fondo oggi più di metà della battaglia è stata condotta in due, è stata gestita in assoluta coerenza e sull'identica lunghezza d'onda da me e dall'Uomo, e le tre cose su cui si è fatto perno sono imprescindibili anche per la figlia. Ma sarà l'avere detto la fatidica frase "se vuoi cambiare la tua vita sei libera di farlo, ma allora lasci la scuola e ti cerchi un lavoro" (pronunciare "lasci la scuola" ha invertito la circolazione sanguigna in tutto il mio corpo e causato la lisi istantanea di tutte le mie cellule). Sarà quella cosa che tanto tempo fa ho chiesto alla Frenci (quando ancora alla Frenci si potevano dire le cose): "ma avere un figlio vuol dire che ti senti come se ti avessero aperto in due e lasciato sul tavolo operatorio dopo averti svuotato di tutti gli organi?". E non parlavo delle doglie del parto eh. Magari. Quelle più di tot ore non possono durare. Parlavo del primo momento in cui avverti la sensazione di non essere più tuo, mai più, sensazione che io ho accettato di buon grado in tutta la sua violenza, come si accetta il dolore della deflorazione, perché si sa che deve esserci ed è un passaggio irreversibile e necessario per tutto ciò che viene dopo a renderti immensamente felice. Parlavo della percezione che le tue arterie d'ora in poi siano collegate a quelle di un'altra forma di vita che può accelerare il tuo battito, drenarti via tutto il sangue, mescolarlo con fango, stelle, acqua, bolle d'aria, filtri magici, vetri rotti e qualsiasi altra cosa, per poi ributtartelo dentro e far scoppiare tutti i tuoi organi. E la cosa assurda è che quando il sangue te lo ha succhiato tutto, tutto, fino a lasciare di te un esoscheletro trasparente come una cavalletta seccata al sole, poi ti chiede un bicchier d'acqua e tu ti alzi e glielo vai a versare, anche se sei appena morto. Per carità, il bicchier d'acqua che porti ai tuoi figli è una ragione di vita sufficiente a resuscitare, anche dopo molto più di tre giorni. Per esempio, nell'estate 2015, se ci penso adesso, mi rendo conto che, in ventiquattro ore, il solo momento in cui riuscivo a mettere a fuoco qualcosa che non fosse la disperazione era quello in cui mi trascinavo in cucina e mi costringevo a preparare da mangiare per la Princi. Ma questo risucchio senza fine di tutte le energie disponibili, e questa chiarissima idea che quando forze non ce ne saranno più dovrai trovarne altre... la potenza di una cosa del genere non la sai finchè non ci sei. E quando ci sei, è troppo tardi, non c'è da nessuna parte la scritta "uscita di sicurezza". Vivi senza sicurezza, basta, ti ci abitui, a volte non ci dormi per settimane ma non tenti neanche di lottare. Se non avete figli, vi prego, credetemi sulla parola, e se ne avrete in futuro, ci sarà un momento in cui ve ne accorgerete e vi tornerà in mente quel che sto descrivendo.
Fatto salvo che io non potrei mai più immaginare di tornare indietro, e anche quando ho scritto che non dovrei essere qui ed è stato un errore tutto quanto, non intendevo dire che sono pentita o rinfacciare quanto mi sta costando. Solo che davvero non è andata come doveva andare: pur con tutti gli ottimi e innegabili risultati che la Princi dimostra di aver conseguito, c'è stato un vizio di fondo, che non è probabilmente colpa di nessuno e che non ci impedirà di andare avanti, ma c'è stato. E ce lo teniamo. Come ci teniamo l'Uomo, e come l'Uomo si tiene me. Credo si chiami amore, questo tenersi le persone così, senza mollare. O forse è follia. Ma non importa.
Importa il gattino color panna, qui. Importano la camomilla, i biscotti, il blog. Importa che siamo sotto lo stesso tetto e, anche se sto riflettendo sul mandare un bel messaggio, in cui dico che ho avuto un problema e al corso ci vado solo nella seconda parte della giornata, so benissimo che tra non molto porterò di là le mie meningi dolenti e le mie ossa rotte, e mi raggomitolerò di nuovo contro l'Uomo, e tra meno di cinque ore suonerà la sveglia e io arriverò al corso puntuale. Maestra Con La Emme Maiuscola mi insegnerà le posizioni sulla testa, avrò paura di cadere, sarò incapace di eseguirle perché non ho ancora abbastanza addominali, mi sentirò la peggiore del gruppo e penserò di nuovo di aver scelto una cosa troppo difficile per me. Arriverò a casa con dolori ovunque e dormirò, per poi arrivare a lunedì completamente tronata dalla sonnolenza e piena di sensi di colpa per non aver corretto le prove neanche questo weekend. L'Orsone mi infilerà un caffè dietro l'altro direttamente in vena e andremo insieme a fronteggiare il casino che io stessa ho sollevato venerdì, e per il quale il Gigante probabilmente mi odia, anche e soprattutto perché ho ragione, lui è d'accordo con me e quindi non può sottrarsi alla battaglia. E inizierà un'altra settimana.
Sapete cosa vorrei adesso? Essere esattamente dove sono, quella che sono, con le persone con cui sono. E' stato un errore tutto, sì. Quando alla fine tirerò il mi ultimo bilancio, saranno molti di più i giorni in cui ho pianto di quelli in cui ho gioito. Eppure.
Eppure ero raggomitolata al caldo, con una mano dell'Uomo sotto il pigiama, fino a un paio d'ore fa. Poi è rientrata la figlia e lì la scelta che si poneva al mio subconscio era:
Piano A: lasciamo che Castagna continui a dormire e intanto suscitiamo nel suo stato cerebrale uno sfogo di rabbia cieca per il comportamento della figlia, che anche oggi si è distinto per brutalità nei suoi confronti, inducendola a digrignare i denti fino a spezzarseli.
Piano B: impediamo a Castagna di rientrare nello stato di sonno e scateniamole una riga di pensieri cupi dovuti allo scontro odierno con la figlia, peraltro da lei egregiamente sostenuto, e soprattutto gestito in maniera esemplare dall'Uomo, che avrà tanti difetti ma porca troia il padre lo sa fare. Poi avviliamo Castagna con una serie di proiezioni a tinte fosche sul futuro di questa ragazzina. E già che ci siamo facciamola sentire inadeguata, indifesa, sola come una merda, rivanghiamo bene tutto quel che l'ha delusa, ferita e strapazzata negli ultimi 48 mesi, condiamo con la legittima preoccupazione per i prossimi sviluppi di una grana scolastica seria che la vede capitanare niente po' po' di meno che una ribellione contro la Preside Chic, e, quando proprio siamo sicuri che ci sia il carico massimo, facciamole venire l'illuminazione di aver fatto in giornata almeno due errori madornali in due diversi dialoghi con l'Uomo, che poi è la sola cosa di cui realmente le frega, la sola cosa che la mette in ginocchio e le fa gridare basta pietà.
Basta, pietà.
E l'altra cosa di cui davvero le fregava tanto, alla povera Castagna, era arrivare in forma alla giornata di domani, che è l'inizio del secondo corso di perfezionamento per istruttori di yoga, tenuto dalla Maestra Con La Emme Maiuscola. Ci teneva sul serio, infatti quando mercoledì si è ammalata ha azzerato tutte le attività della settimana tranne andare a lavorare, coll'obiettivo di questa domenica in cui vuole assolutamente fare bella figura e imparare il più possibile e suggere ogni goccia di quanto le viene mostrato e spiegato.
E no. Sono le due e mezza. Divano. Gattina color panna accucciata vicino. Camomilla e biscotti. Blog.
No io lo capisco cosa dice mia figlia eh. E capisco che bisogna tener duro e dire dei no, ormai sono pochissimi e proprio per quello sono irremovibili. E capisco che poteva andare orrendamente peggio eh. In fondo oggi più di metà della battaglia è stata condotta in due, è stata gestita in assoluta coerenza e sull'identica lunghezza d'onda da me e dall'Uomo, e le tre cose su cui si è fatto perno sono imprescindibili anche per la figlia. Ma sarà l'avere detto la fatidica frase "se vuoi cambiare la tua vita sei libera di farlo, ma allora lasci la scuola e ti cerchi un lavoro" (pronunciare "lasci la scuola" ha invertito la circolazione sanguigna in tutto il mio corpo e causato la lisi istantanea di tutte le mie cellule). Sarà quella cosa che tanto tempo fa ho chiesto alla Frenci (quando ancora alla Frenci si potevano dire le cose): "ma avere un figlio vuol dire che ti senti come se ti avessero aperto in due e lasciato sul tavolo operatorio dopo averti svuotato di tutti gli organi?". E non parlavo delle doglie del parto eh. Magari. Quelle più di tot ore non possono durare. Parlavo del primo momento in cui avverti la sensazione di non essere più tuo, mai più, sensazione che io ho accettato di buon grado in tutta la sua violenza, come si accetta il dolore della deflorazione, perché si sa che deve esserci ed è un passaggio irreversibile e necessario per tutto ciò che viene dopo a renderti immensamente felice. Parlavo della percezione che le tue arterie d'ora in poi siano collegate a quelle di un'altra forma di vita che può accelerare il tuo battito, drenarti via tutto il sangue, mescolarlo con fango, stelle, acqua, bolle d'aria, filtri magici, vetri rotti e qualsiasi altra cosa, per poi ributtartelo dentro e far scoppiare tutti i tuoi organi. E la cosa assurda è che quando il sangue te lo ha succhiato tutto, tutto, fino a lasciare di te un esoscheletro trasparente come una cavalletta seccata al sole, poi ti chiede un bicchier d'acqua e tu ti alzi e glielo vai a versare, anche se sei appena morto. Per carità, il bicchier d'acqua che porti ai tuoi figli è una ragione di vita sufficiente a resuscitare, anche dopo molto più di tre giorni. Per esempio, nell'estate 2015, se ci penso adesso, mi rendo conto che, in ventiquattro ore, il solo momento in cui riuscivo a mettere a fuoco qualcosa che non fosse la disperazione era quello in cui mi trascinavo in cucina e mi costringevo a preparare da mangiare per la Princi. Ma questo risucchio senza fine di tutte le energie disponibili, e questa chiarissima idea che quando forze non ce ne saranno più dovrai trovarne altre... la potenza di una cosa del genere non la sai finchè non ci sei. E quando ci sei, è troppo tardi, non c'è da nessuna parte la scritta "uscita di sicurezza". Vivi senza sicurezza, basta, ti ci abitui, a volte non ci dormi per settimane ma non tenti neanche di lottare. Se non avete figli, vi prego, credetemi sulla parola, e se ne avrete in futuro, ci sarà un momento in cui ve ne accorgerete e vi tornerà in mente quel che sto descrivendo.
Fatto salvo che io non potrei mai più immaginare di tornare indietro, e anche quando ho scritto che non dovrei essere qui ed è stato un errore tutto quanto, non intendevo dire che sono pentita o rinfacciare quanto mi sta costando. Solo che davvero non è andata come doveva andare: pur con tutti gli ottimi e innegabili risultati che la Princi dimostra di aver conseguito, c'è stato un vizio di fondo, che non è probabilmente colpa di nessuno e che non ci impedirà di andare avanti, ma c'è stato. E ce lo teniamo. Come ci teniamo l'Uomo, e come l'Uomo si tiene me. Credo si chiami amore, questo tenersi le persone così, senza mollare. O forse è follia. Ma non importa.
Importa il gattino color panna, qui. Importano la camomilla, i biscotti, il blog. Importa che siamo sotto lo stesso tetto e, anche se sto riflettendo sul mandare un bel messaggio, in cui dico che ho avuto un problema e al corso ci vado solo nella seconda parte della giornata, so benissimo che tra non molto porterò di là le mie meningi dolenti e le mie ossa rotte, e mi raggomitolerò di nuovo contro l'Uomo, e tra meno di cinque ore suonerà la sveglia e io arriverò al corso puntuale. Maestra Con La Emme Maiuscola mi insegnerà le posizioni sulla testa, avrò paura di cadere, sarò incapace di eseguirle perché non ho ancora abbastanza addominali, mi sentirò la peggiore del gruppo e penserò di nuovo di aver scelto una cosa troppo difficile per me. Arriverò a casa con dolori ovunque e dormirò, per poi arrivare a lunedì completamente tronata dalla sonnolenza e piena di sensi di colpa per non aver corretto le prove neanche questo weekend. L'Orsone mi infilerà un caffè dietro l'altro direttamente in vena e andremo insieme a fronteggiare il casino che io stessa ho sollevato venerdì, e per il quale il Gigante probabilmente mi odia, anche e soprattutto perché ho ragione, lui è d'accordo con me e quindi non può sottrarsi alla battaglia. E inizierà un'altra settimana.
Sapete cosa vorrei adesso? Essere esattamente dove sono, quella che sono, con le persone con cui sono. E' stato un errore tutto, sì. Quando alla fine tirerò il mi ultimo bilancio, saranno molti di più i giorni in cui ho pianto di quelli in cui ho gioito. Eppure.
lunedì 18 luglio 2016
Sotto l'albero della bodhi
Oggi sono tornata in piscina dopo un anno, e non potevo fare a meno di notare la differenza.
Digressione a scopo informativo: tra le molte cose che non vi ho detto in questi ultimi mesi, sto facendo un corso per diventare istruttrice di yoga.
Questo perché a settembre ho conosciuto Cristina, la mia maestra-guru, e il ragionamento è stato molto semplice: l'unico posto dove io riuscivo in questi mesi, almeno apparentemente e per poco tempo, a mettere a tacere il dolore, era il tappetino da yoga a lezione con Cristina. Poi il dolore è rimasto, ma le trasformazioni che sono iniziate si sono radicate proprio lì, a fianco del dolore stesso, e non erano apparenti, e non erano per poco tempo. Allora una si guarda allo specchio e si dice: hai 40 anni, fai yoga da quando ne avevi 22, solo ora improvvisamente riesci a fare tutto, le respirazioni profonde, la meditazione senza agitarti, il rilassamento quello vero, le posizioni in equilibrio a occhi chiusi, addirittura qualcosina con gli addominali. Bene, ora guardati dritta negli occhi e dimmi se non è il caso di fare di questa cosa un progetto dotato di senso.
E e così mi sono messa a cercare un corso su internet e pensavo che avrei dovuto aspettare settembre per cominciarlo; invece era la fine di gennaio e il corso, udite udite, cominciava a febbraio. C'era numero chiuso, dovevamo essere massimo in 6, ho fatto un colloquio e la maestra più severa del mondo mi ha presa.
Così adesso passo alcuni weekend in una piccola stanza fresca, anzi, freddissima d'inverno e fresca adesso, dalle parti di Alba, dove due insegnanti diversi come il giorno e la notte e molto bravi entrambi stanno formando me e altre 5 persone. Sentirete parlare anche in futuro di loro, sono brave ragazze. Andiamo dai 25 ai 50 anni, stiamo diventando amiche, ci aiutiamo a studiare e spesso ci facciamo anche un sacco di ridere. Poi un weekend su due una delle altre scoppia a piangere e confessa qualcosa di tremendo che le sta succedendo. Io non ho detto assolutamente niente della mia situazione personale e continuerò così, ma sto bene veramente con loro. Adesso la leader riconosciuta del gruppo allieve, Bunny, e "le grandi" che saremmo io, Grace e Folletta, faremo anche la vacanza yoga di 4 giorni in altissima montagna, e questa è una delle poche cose che ho voglia di fare da mesi e mesi.
Fine digressione.
Quindi dicevo, oggi torno in piscina e mi trovo un angolino sotto un albero, in mezzo a una folla indicibile di persone, roba che non sai dove camminare per non pestare gli asciugamani agli altri. Io mi piazzo lì con la mia edizione critica degli Yoga Sutra di Patanjali, il seno e le cosce un po' più sodi rispetto all'anno scorso, e qualche strumento in più di un anno fa per reggere la solitudine e il dolore.
La Princi è arrivata prima di me e si è scelta un lettino bordo piscina in pieno sole. Facciamo questa strana giornata, anzi mezza giornata, in cui siamo insieme ma ognuna per i fatti suoi. Tra l'altro lei non ha amici presenti con cui passare il tempo, per cui sonnecchia, beve acqua naturale e cerca di mascherare dietro il suo notevole fascino un po' scazzato il fatto che sta smaltendo la sua prima sbronza, per la quale dobbiamo dire grazie alla bicchierata di compleanno che si è organizzata ieri con gli amici, ed alla stronzaggine dell'ex fidanzato.
Digressione informativa: l'ex fidanzato della Princi è talmente un uomo di merda che non gli darò nemmeno un soprannome o uno spazio qui. L'ha lasciato lei, perché è una ragazza intelligente. Poi, solo dopo, ne abbiamo sapute alcune che ci hanno lasciati basiti, di questo sfigato. Sanguedelmiosangue lo ha giustamente definito "povero misero coglione" e oggi ha aggiunto alla definizione, peraltro esauriente, la glossa "...anche un po' laido". Si sente, che mio cugino è uno che ha studiato.
Fine della digressione. È che davvero non vi ho raccontato un sacco di roba successa in questi mesi.
Quindi la Princi smaltisce i drink e coccola le sue cicatrici amorose da sola, oppure fa il giro di mezzo parco, si siede vicino a me e fa imbarazzanti scatti e selfie, in cui la mia pelle lattea contrasta con la sua color dattero.
Non fa troppo caldo, l'umore scende e risale, poi si stabilizza su un dolore sordo come al solito e mi trovo a pensare a queste settimane: alterno giorni in cui corro come una pazza tra banche medici documenti impegni uffici riorganizzazione delle case parenti, e giorni o mezze giornate come oggi, in cui stacco completamente con il cervello e con il corpo. Ho imparato, capisco, a fare questa cosa per passare del tempo di qualità con lui, per succhiare ogni singolo istante della sua presenza, e adesso questa capacità mi torna anche quando lui non c'è, complice forse anche la centratura maggiore data dallo yoga. Come molte altre volte mi ritrovo anche a pensare che prendermi cura di me, rilassarmi e riposarmi richiede quasi più energia che lavorare ormai, eppure è diventato un impegno fisso in agenda.
Poi basta una frase, un sospetto, un messaggio, e all'improvviso si accartoccia questa calma apparente, emerge tutto il magma che le sta sotto. Non sempre è dolore. A volte è un'esplosione di gioia per qualcosa che non mi aspettavo ma che evidentemente speravo accadesse. Forse faccio male a chiamarla apparente: questa è una calma reale, di cui io oggi sono padrona e che riesco ogni volta a ricreare, nonostante gli orribili scossoni, le ferite e i continui attacchi di paura che questa situazione mi provoca.
Intanto, siamo oltre la metà di luglio. La prima tranche di ferie finiva oggi. Lui a me non ha neanche detto quando le ha prese, direi adesso, però, visto che è via. È la prima volta che non compiliamo il foglio ferie insieme e questo la dice lunga, temo. Ma anche i messaggi dicono la loro. L'anno scorso a questa data scriveva a volte solo la sera, per dare la buonanotte. Un giorno ve lo racconterò, forse, dove cazzo sono stata io per tutti questi mesi. Ma forse non riuscirò mai a metterlo in parole.
Digressione a scopo informativo: tra le molte cose che non vi ho detto in questi ultimi mesi, sto facendo un corso per diventare istruttrice di yoga.
Questo perché a settembre ho conosciuto Cristina, la mia maestra-guru, e il ragionamento è stato molto semplice: l'unico posto dove io riuscivo in questi mesi, almeno apparentemente e per poco tempo, a mettere a tacere il dolore, era il tappetino da yoga a lezione con Cristina. Poi il dolore è rimasto, ma le trasformazioni che sono iniziate si sono radicate proprio lì, a fianco del dolore stesso, e non erano apparenti, e non erano per poco tempo. Allora una si guarda allo specchio e si dice: hai 40 anni, fai yoga da quando ne avevi 22, solo ora improvvisamente riesci a fare tutto, le respirazioni profonde, la meditazione senza agitarti, il rilassamento quello vero, le posizioni in equilibrio a occhi chiusi, addirittura qualcosina con gli addominali. Bene, ora guardati dritta negli occhi e dimmi se non è il caso di fare di questa cosa un progetto dotato di senso.
E e così mi sono messa a cercare un corso su internet e pensavo che avrei dovuto aspettare settembre per cominciarlo; invece era la fine di gennaio e il corso, udite udite, cominciava a febbraio. C'era numero chiuso, dovevamo essere massimo in 6, ho fatto un colloquio e la maestra più severa del mondo mi ha presa.
Così adesso passo alcuni weekend in una piccola stanza fresca, anzi, freddissima d'inverno e fresca adesso, dalle parti di Alba, dove due insegnanti diversi come il giorno e la notte e molto bravi entrambi stanno formando me e altre 5 persone. Sentirete parlare anche in futuro di loro, sono brave ragazze. Andiamo dai 25 ai 50 anni, stiamo diventando amiche, ci aiutiamo a studiare e spesso ci facciamo anche un sacco di ridere. Poi un weekend su due una delle altre scoppia a piangere e confessa qualcosa di tremendo che le sta succedendo. Io non ho detto assolutamente niente della mia situazione personale e continuerò così, ma sto bene veramente con loro. Adesso la leader riconosciuta del gruppo allieve, Bunny, e "le grandi" che saremmo io, Grace e Folletta, faremo anche la vacanza yoga di 4 giorni in altissima montagna, e questa è una delle poche cose che ho voglia di fare da mesi e mesi.
Fine digressione.
Quindi dicevo, oggi torno in piscina e mi trovo un angolino sotto un albero, in mezzo a una folla indicibile di persone, roba che non sai dove camminare per non pestare gli asciugamani agli altri. Io mi piazzo lì con la mia edizione critica degli Yoga Sutra di Patanjali, il seno e le cosce un po' più sodi rispetto all'anno scorso, e qualche strumento in più di un anno fa per reggere la solitudine e il dolore.
La Princi è arrivata prima di me e si è scelta un lettino bordo piscina in pieno sole. Facciamo questa strana giornata, anzi mezza giornata, in cui siamo insieme ma ognuna per i fatti suoi. Tra l'altro lei non ha amici presenti con cui passare il tempo, per cui sonnecchia, beve acqua naturale e cerca di mascherare dietro il suo notevole fascino un po' scazzato il fatto che sta smaltendo la sua prima sbronza, per la quale dobbiamo dire grazie alla bicchierata di compleanno che si è organizzata ieri con gli amici, ed alla stronzaggine dell'ex fidanzato.
Digressione informativa: l'ex fidanzato della Princi è talmente un uomo di merda che non gli darò nemmeno un soprannome o uno spazio qui. L'ha lasciato lei, perché è una ragazza intelligente. Poi, solo dopo, ne abbiamo sapute alcune che ci hanno lasciati basiti, di questo sfigato. Sanguedelmiosangue lo ha giustamente definito "povero misero coglione" e oggi ha aggiunto alla definizione, peraltro esauriente, la glossa "...anche un po' laido". Si sente, che mio cugino è uno che ha studiato.
Fine della digressione. È che davvero non vi ho raccontato un sacco di roba successa in questi mesi.
Quindi la Princi smaltisce i drink e coccola le sue cicatrici amorose da sola, oppure fa il giro di mezzo parco, si siede vicino a me e fa imbarazzanti scatti e selfie, in cui la mia pelle lattea contrasta con la sua color dattero.
Non fa troppo caldo, l'umore scende e risale, poi si stabilizza su un dolore sordo come al solito e mi trovo a pensare a queste settimane: alterno giorni in cui corro come una pazza tra banche medici documenti impegni uffici riorganizzazione delle case parenti, e giorni o mezze giornate come oggi, in cui stacco completamente con il cervello e con il corpo. Ho imparato, capisco, a fare questa cosa per passare del tempo di qualità con lui, per succhiare ogni singolo istante della sua presenza, e adesso questa capacità mi torna anche quando lui non c'è, complice forse anche la centratura maggiore data dallo yoga. Come molte altre volte mi ritrovo anche a pensare che prendermi cura di me, rilassarmi e riposarmi richiede quasi più energia che lavorare ormai, eppure è diventato un impegno fisso in agenda.
Poi basta una frase, un sospetto, un messaggio, e all'improvviso si accartoccia questa calma apparente, emerge tutto il magma che le sta sotto. Non sempre è dolore. A volte è un'esplosione di gioia per qualcosa che non mi aspettavo ma che evidentemente speravo accadesse. Forse faccio male a chiamarla apparente: questa è una calma reale, di cui io oggi sono padrona e che riesco ogni volta a ricreare, nonostante gli orribili scossoni, le ferite e i continui attacchi di paura che questa situazione mi provoca.
Intanto, siamo oltre la metà di luglio. La prima tranche di ferie finiva oggi. Lui a me non ha neanche detto quando le ha prese, direi adesso, però, visto che è via. È la prima volta che non compiliamo il foglio ferie insieme e questo la dice lunga, temo. Ma anche i messaggi dicono la loro. L'anno scorso a questa data scriveva a volte solo la sera, per dare la buonanotte. Un giorno ve lo racconterò, forse, dove cazzo sono stata io per tutti questi mesi. Ma forse non riuscirò mai a metterlo in parole.
domenica 3 aprile 2016
Almayer
C'era una volta un'isola, solo che non era un'isola. Era rosa e affiorava appena su un mare di erba verde.
Ogni mattina alcune persone si traghettavano su quest'isola, percorrendo le onde delle colline, approdavano nel fango della riva e si portavano in salvo per sei o sette ore, quando potevano anche di più. Sull'isola nessuno sapeva delle navi perse al largo nella tempesta, nessuno sapeva delle notti buie, nessuno sapeva delle lacrime che cadono copiose nel lavello della cucina, sopra le verdure, tutte le volte che bisogna cucinare solo per due. Sull'isola la donna castana, le donne bionde, il grande uomo dalla barba brizzolata e dagli occhi buoni erano al sicuro, ma anche l'isola poteva essere spazzata dalle mareggiate.
Il popolo dell'isola era strano, seminomade, diviso da conflitti interni e legato da una sorte comune. Ogni giorno arrivavano sull'isola e univano le forze per produrre qualcosa di buono, con risultati non sempre felici. Spesso sorprendevi uno dell'isola che guardava la riva, le auto attraccate sotto gli alberi, e capivi che nella sua testa c'era il desiderio di non ripartire. Talvolta, uscendo sul bagnasciuga, si confessavano che preferivano mangiare un boccone veloce al solito baretto da camionisti, il loro pontile tra l'isola e il vasto mare intorno, piuttosto che tornare subito a casa, e poco per volta avevano preso l'abitudine di andare a pranzo in due o in tre, per non sentirsi troppo soli al momento di volgere la prua verso il mare aperto.
L'isola non era una fortezza invulnerabile: era un piccolo mondo sereno, i cui dolci colori rendevano meno difficile sopportare l'ululato continuo del vento, ma talvolta anche le isole tremano. Quando accadeva, il popolo dell'isola si riuniva, si chiamava col tam tam di whatsapp da una riva all'altra: ma questo faceva ancor più sentire la fragilità, soprattutto di fronte a una convocazione, la domenica sera, per stringersi intorno a una delle donne bionde, colpita da un dolore cattivo, spietato, ingiusto. Si scrissero per chiedersi: vieni con me? Ti passo a prendere? La prendi tu la Fraulein che non può guidare? La riporto io, ok?
Perché lo sapevano come sarebbe stato. E volevano qualcuno accanto, qualcuno che sapesse che il giorno dopo ci sarebbero state lo stesso le reti da buttare, i campi da coltivare, sull'isola. Come due anni prima, quando un'onda anomala, nera, sanguinaria, si era portata via con un morso secco un pezzo intero di costa, fendendo in due la roccia, e loro avevano cercato di salvare il salvabile, facendosi strada in mezzo ai ragazzi in lacrime. E guardandosi l'un l'altro con gli occhi vuoti, nei giorni successivi, lentamente si riconoscevano, una quindicina di persone che si passano la stessa bottiglia d'acqua, tenendo acceso con gesti lenti il fuoco, senza parlare.
Ogni mattina alcune persone si traghettavano su quest'isola, percorrendo le onde delle colline, approdavano nel fango della riva e si portavano in salvo per sei o sette ore, quando potevano anche di più. Sull'isola nessuno sapeva delle navi perse al largo nella tempesta, nessuno sapeva delle notti buie, nessuno sapeva delle lacrime che cadono copiose nel lavello della cucina, sopra le verdure, tutte le volte che bisogna cucinare solo per due. Sull'isola la donna castana, le donne bionde, il grande uomo dalla barba brizzolata e dagli occhi buoni erano al sicuro, ma anche l'isola poteva essere spazzata dalle mareggiate.
Il popolo dell'isola era strano, seminomade, diviso da conflitti interni e legato da una sorte comune. Ogni giorno arrivavano sull'isola e univano le forze per produrre qualcosa di buono, con risultati non sempre felici. Spesso sorprendevi uno dell'isola che guardava la riva, le auto attraccate sotto gli alberi, e capivi che nella sua testa c'era il desiderio di non ripartire. Talvolta, uscendo sul bagnasciuga, si confessavano che preferivano mangiare un boccone veloce al solito baretto da camionisti, il loro pontile tra l'isola e il vasto mare intorno, piuttosto che tornare subito a casa, e poco per volta avevano preso l'abitudine di andare a pranzo in due o in tre, per non sentirsi troppo soli al momento di volgere la prua verso il mare aperto.
L'isola non era una fortezza invulnerabile: era un piccolo mondo sereno, i cui dolci colori rendevano meno difficile sopportare l'ululato continuo del vento, ma talvolta anche le isole tremano. Quando accadeva, il popolo dell'isola si riuniva, si chiamava col tam tam di whatsapp da una riva all'altra: ma questo faceva ancor più sentire la fragilità, soprattutto di fronte a una convocazione, la domenica sera, per stringersi intorno a una delle donne bionde, colpita da un dolore cattivo, spietato, ingiusto. Si scrissero per chiedersi: vieni con me? Ti passo a prendere? La prendi tu la Fraulein che non può guidare? La riporto io, ok?
Perché lo sapevano come sarebbe stato. E volevano qualcuno accanto, qualcuno che sapesse che il giorno dopo ci sarebbero state lo stesso le reti da buttare, i campi da coltivare, sull'isola. Come due anni prima, quando un'onda anomala, nera, sanguinaria, si era portata via con un morso secco un pezzo intero di costa, fendendo in due la roccia, e loro avevano cercato di salvare il salvabile, facendosi strada in mezzo ai ragazzi in lacrime. E guardandosi l'un l'altro con gli occhi vuoti, nei giorni successivi, lentamente si riconoscevano, una quindicina di persone che si passano la stessa bottiglia d'acqua, tenendo acceso con gesti lenti il fuoco, senza parlare.
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martedì 19 gennaio 2016
Asocial network
Castagna ha letto di Spersa e delle altre blogamiche che si sono whatsappate per settimane e infine viste per una serata cosmica.
La prima reazione è stata: noooo daaai che fooorte, troppo anche io questa cosa!!!
Invidia!
Poi Spersa, dai, che è quella che Castagna in assoluto non ha mai smesso di leggere, nemmeno quando non leggeva più niente di niente. Quando non ce la faceva a leggere di Susibita, di LGO e nemmeno di Polly, Spersa e i suoi reparti non li ha mai mollati.
Poi però Castagna si è guardata. Si è sentita. E si è detta: sai vero come staresti.
Già.
Come sei stata alla mostra di Monet. Come sei stata a Via del Golf. Come sei stata al centro benessere, alle terme, a casa della Tipa, all'aperitivo di fine anno coi colleghi, a pranzo fuori, al festival, ovunque. (Non come sei stata nel Tibet toscano, no. Come era lì non si può descrivere, è stata la punta di sofferenza massima, non ci sono paragoni.)
C'è un solo posto dove Castagna stia un po' meglio, che non sia dove è lui. Il suo tappetino per lo yoga, a lezione, o a volte anche quando pratica da sola.
E si vede che ora è così. Inutile fingere di farcela. Alle amiche che avevano proposto festeggiamenti per il quarantesimo, una avendolo appena passato, l'altra avendolo in programma tra poco, Castagna ha detto sinceramente come si sentiva, e tutto sommato già a cena fuori con la Strega Irlandese, la sera prima, in una pizzeria sgrausa a tipo sette minuti dalla porta di casa, aveva il timer acceso e lampeggiante, perché alle dieci l'Uomo sarebbe arrivato.
Le amiche hanno capito, QUESTE amiche capiscono sempre.
L'Uomo capisce e infatti difende lo yoga di Castagna a spada tratta. La Princi dieci giorni fa ha tentato di boicottarlo, come ha tentato di boicottare altre cose. Castagna è arrivata in ritardo a yoga e ha strapazzato la Princi con messaggi furibondi per tutta la strada, compresa la Curva Della Morte, chiudendo con un lapidario: "e se non è per scrivere 'ok scusami', NON rispondere". E il venerdì dopo per la prima volta nella storia si è rifiutata di passare da casa, anche se la Princi era sola, coi compiti da fare etc, ed ha optato per l'andare a parcheggiarsi sotto il centro benessere un'ora e un quarto prima della lezione, e starsene seduta in macchina al caldo, tenendo in una mano il telefono con cui messaggiava la Strega Irlandese, l'Uomo e Sanguedelmiosangue, e nell'altra il corpicino vibrante del gatto residente alla spa, che si ammazzava di fusa.
A yoga peraltro non si fa outing. La Maestra, che sicuramente vede, studia Castagna e la sua aura piena di energie negative con una certa curiosità mista a diffidenza; durante le sequenze ripete con calma: "cercate di rilassare la mandibola" o "non stringete i denti", e la guarda in tralice. Dato che Castagna non rilassa un cazzo, ha introdotto apposta per lei un esercizio per i muscoli del viso. Tanto fa bene a tutti. Poi ha dato mille consigli sulla cistite e l'insonnia. Della cistite Castagna ha parlato. Dell'insonnia chiacchierano rumorosamente le mani tremanti e le occhiaie. Ma la Maestra ci sta attenta.
Castagna ama questa Maestra. La ama da quando, a dieci minuti dall'inizio della prima lezione, alla frase "chiudete gli occhi" non solo li ha chiusi, ma non li ha più riaperti. E adesso fa anche tutte le posizioni in piedi e in equilibrio su un piede o in torsione chiudendo gli occhi, senza cadere. E fa anche gli esercizi per la vista senza farsi venire nausea. E il rilassamento vedendo i colori. E la respirazione yogica completa. Insomma tutte quelle cose che in ventidue anni non le erano mai riuscite davvero.
Castagna si fida talmente tanto della Maestra che adesso, al rilassamento finale, a volte si raggomitola come un criceto, esattamente come nel letto, e dorme. E se si perde la lettura che accompagna il rilassamento, la Maestra gliela rilegge dopo. Una volta si è addormentata, nel sonno ha pianto, sognato, avuto un incubo, e lo ha detto, e tutti l'hanno un po' coccolata perché era atterrita, anche se fingeva di no.
Castagna non parla con quasi nessuna delle persone che vede ogni giorno, o almeno settimanalmente, di quel che sta succedendo. Se si aprisse la falla nella diga, sarebbe impossibile sopravvivere. Per sfogarsi ci sono le whatsappate e le telefonate con il team storico di amici e con Sanguedelmiosangue. E i resoconti alla Fata New Age e alla Fata Bionda.
Quindi no, a una cosa come la serata alcolica sicuramente fichissima di Spersa e Co. Castagna non sarebbe comunque potuta andare.
Quasi ogni giorno c'è un momento di contemplazione, di solito a casa, in cui pensa: che silenzio. Poi pensa che è esattamente quello che le serve. Un silenzio totale. L'unico spazio in cui il dolore riesce ad essere accolto interamente, senza bugie, a respirare.
Per questo il giorno del suo compleanno, quando via Whatsapp e telefono tutto si è riempito di voci, parole, volti, l'ha lasciata frastornata e attonita. E per questo per l'ennesima volta ha dovuto, inevitabilmente, pensare a quanto è perfetto per lei l'Uomo, che prima di mezzanotte la porta a vedere le stelle sulla "serra" buia, sopra la città dalle luci tremolanti, o nella valle deserta. Lui è la ferita mortale, ma queste cose che fa sono l'antibiotico, la trasfusione e la sutura.
No, decisamente. Ora non c'è posto per molto altro.
La prima reazione è stata: noooo daaai che fooorte, troppo anche io questa cosa!!!
Invidia!
Poi Spersa, dai, che è quella che Castagna in assoluto non ha mai smesso di leggere, nemmeno quando non leggeva più niente di niente. Quando non ce la faceva a leggere di Susibita, di LGO e nemmeno di Polly, Spersa e i suoi reparti non li ha mai mollati.
Poi però Castagna si è guardata. Si è sentita. E si è detta: sai vero come staresti.
Già.
Come sei stata alla mostra di Monet. Come sei stata a Via del Golf. Come sei stata al centro benessere, alle terme, a casa della Tipa, all'aperitivo di fine anno coi colleghi, a pranzo fuori, al festival, ovunque. (Non come sei stata nel Tibet toscano, no. Come era lì non si può descrivere, è stata la punta di sofferenza massima, non ci sono paragoni.)
C'è un solo posto dove Castagna stia un po' meglio, che non sia dove è lui. Il suo tappetino per lo yoga, a lezione, o a volte anche quando pratica da sola.
E si vede che ora è così. Inutile fingere di farcela. Alle amiche che avevano proposto festeggiamenti per il quarantesimo, una avendolo appena passato, l'altra avendolo in programma tra poco, Castagna ha detto sinceramente come si sentiva, e tutto sommato già a cena fuori con la Strega Irlandese, la sera prima, in una pizzeria sgrausa a tipo sette minuti dalla porta di casa, aveva il timer acceso e lampeggiante, perché alle dieci l'Uomo sarebbe arrivato.
Le amiche hanno capito, QUESTE amiche capiscono sempre.
L'Uomo capisce e infatti difende lo yoga di Castagna a spada tratta. La Princi dieci giorni fa ha tentato di boicottarlo, come ha tentato di boicottare altre cose. Castagna è arrivata in ritardo a yoga e ha strapazzato la Princi con messaggi furibondi per tutta la strada, compresa la Curva Della Morte, chiudendo con un lapidario: "e se non è per scrivere 'ok scusami', NON rispondere". E il venerdì dopo per la prima volta nella storia si è rifiutata di passare da casa, anche se la Princi era sola, coi compiti da fare etc, ed ha optato per l'andare a parcheggiarsi sotto il centro benessere un'ora e un quarto prima della lezione, e starsene seduta in macchina al caldo, tenendo in una mano il telefono con cui messaggiava la Strega Irlandese, l'Uomo e Sanguedelmiosangue, e nell'altra il corpicino vibrante del gatto residente alla spa, che si ammazzava di fusa.
A yoga peraltro non si fa outing. La Maestra, che sicuramente vede, studia Castagna e la sua aura piena di energie negative con una certa curiosità mista a diffidenza; durante le sequenze ripete con calma: "cercate di rilassare la mandibola" o "non stringete i denti", e la guarda in tralice. Dato che Castagna non rilassa un cazzo, ha introdotto apposta per lei un esercizio per i muscoli del viso. Tanto fa bene a tutti. Poi ha dato mille consigli sulla cistite e l'insonnia. Della cistite Castagna ha parlato. Dell'insonnia chiacchierano rumorosamente le mani tremanti e le occhiaie. Ma la Maestra ci sta attenta.
Castagna ama questa Maestra. La ama da quando, a dieci minuti dall'inizio della prima lezione, alla frase "chiudete gli occhi" non solo li ha chiusi, ma non li ha più riaperti. E adesso fa anche tutte le posizioni in piedi e in equilibrio su un piede o in torsione chiudendo gli occhi, senza cadere. E fa anche gli esercizi per la vista senza farsi venire nausea. E il rilassamento vedendo i colori. E la respirazione yogica completa. Insomma tutte quelle cose che in ventidue anni non le erano mai riuscite davvero.
Castagna si fida talmente tanto della Maestra che adesso, al rilassamento finale, a volte si raggomitola come un criceto, esattamente come nel letto, e dorme. E se si perde la lettura che accompagna il rilassamento, la Maestra gliela rilegge dopo. Una volta si è addormentata, nel sonno ha pianto, sognato, avuto un incubo, e lo ha detto, e tutti l'hanno un po' coccolata perché era atterrita, anche se fingeva di no.
Castagna non parla con quasi nessuna delle persone che vede ogni giorno, o almeno settimanalmente, di quel che sta succedendo. Se si aprisse la falla nella diga, sarebbe impossibile sopravvivere. Per sfogarsi ci sono le whatsappate e le telefonate con il team storico di amici e con Sanguedelmiosangue. E i resoconti alla Fata New Age e alla Fata Bionda.
Quindi no, a una cosa come la serata alcolica sicuramente fichissima di Spersa e Co. Castagna non sarebbe comunque potuta andare.
Quasi ogni giorno c'è un momento di contemplazione, di solito a casa, in cui pensa: che silenzio. Poi pensa che è esattamente quello che le serve. Un silenzio totale. L'unico spazio in cui il dolore riesce ad essere accolto interamente, senza bugie, a respirare.
Per questo il giorno del suo compleanno, quando via Whatsapp e telefono tutto si è riempito di voci, parole, volti, l'ha lasciata frastornata e attonita. E per questo per l'ennesima volta ha dovuto, inevitabilmente, pensare a quanto è perfetto per lei l'Uomo, che prima di mezzanotte la porta a vedere le stelle sulla "serra" buia, sopra la città dalle luci tremolanti, o nella valle deserta. Lui è la ferita mortale, ma queste cose che fa sono l'antibiotico, la trasfusione e la sutura.
No, decisamente. Ora non c'è posto per molto altro.
martedì 17 novembre 2015
Avec eux
Niente. Non possiamo farci niente.
Ma ci siamo, avec eux, anche noi.
Noi. Che stamattina abbiamo parlato con la prof del morire a 30 anni facendosi esplodere in pezzi così piccoli che resta intatto giusto un paio di dita, dell'essere vissuti nell'odio sempre, tutta la vita. Che abbiamo parlato dell'uscire a cena in una tranquilla sera del weekend, dell'andare a lavorare una mattina di cielo azzurro in cima al grattacielo, del prendere un treno, e non tornare a casa, mai più.
Abbiamo imparato la frase latina CUI PRODEST? perché la prof ce l'ha scritta alla lavagna.
(Anche da noi, l'ha scritta. Dice che ci comincia a fare latino già in seconda, perché siamo una classe adatta.
Comunque poi da noi ha interrogato e son piovuti i 4, eh.
Io non ho portato il diario e mi ha fatto un montone.
Io le porto i libri nell'altra classe.
Sempre tu, CCCP???
Glieli porto io ho detto.Vero prof?)
Ci siamo noi che confondiamo Bradamante e Rodomonte. Ma sappiamo riconoscere un bullo. E lo integriamo. Che lui voglia o no. Democratici.
Ci siamo noi che vogliamo bene a Diddl e lo andiamo a prendere quando arriva in sedia a rotelle e lo accogliamo in classe con le mani alzate.
Ci siamo noi che domani abbiamo il gruppo recupero, e quando Riace azzecca i congiuntivi le ragazze ponpon gli fanno il balletto. E invece se Satana capisce il modo e il tempo di una voce verbale si alzano i maschi e gli fanno la haka. Huuuahh!
Ci siamo noi che siamo il gruppo Olimpia. Che faremo un progetto di eccellenza. E siamo sette maschi e la Gnocca. Chi ha detto che quelle carine sono stupide.
Ci siamo noi che mettiamo in scena il famoso balcone e Giulietta. Però la prof si dispera, che a leggere Shakespeare siamo cani e invece la Pallida di inglese ce lo farà fare in lingua originale, ha detto, accennando un breve sorriso sul volto ascetico.
Ehi, gagnetti, state calmi che prima di voi c'eravamo noi e la prof ci porta a vedere la mostra multimediale sui reportages di guerra, quando usciamo dalle superiori venerdì.
Ci siamo anche noi!!!! Spersa ci ha curati nel lontano Oriente (era Oriente, direi: ma subcontinente o sudest proprio?) e vivremo un po' più a lungo e forse potremo studiare, capire, stare con gli altri...
Ci siamo anche noi eh prof, mica ci scordi. Eh.
Figuriamoci.
Che poi io c'ho ancora una soggezione dopo tutto questo tempo, oh, che prima di mandarti un messaggio su Whatsapp controllo l'ortografia diciassette volte.
Ahahah che ridere, ma smettila Giovane Lupo.
No, ma sul serio. Fidati che lo fanno anche gli altri, fidati.
Ci siamo anche noi, mamma di Castagna ci ha insegnato a tenere il biberon da soli, con le altre volontarie, e adesso giochiamo sul tappetone, Rachid con Denise e Gabriela con Ivan e Matteo.
Ci siamo anche noi, Profinprimalinea ci fa i laboratori al pomeriggio, dai pupazzi alle opere teatrali, al giornale, al cortometraggio che ha vinto a Roma. E non molliamo la scuola. Ma due note dalla canna dell'Albanese prima di entrare le tiriamo, sì dai.
Ci siamo. Avec eux. E con tutti gli altri.
Speriamo che serva.
Ci siamo noi che siamo il gruppo Olimpia. Che faremo un progetto di eccellenza. E siamo sette maschi e la Gnocca. Chi ha detto che quelle carine sono stupide.
Ci siamo noi che mettiamo in scena il famoso balcone e Giulietta. Però la prof si dispera, che a leggere Shakespeare siamo cani e invece la Pallida di inglese ce lo farà fare in lingua originale, ha detto, accennando un breve sorriso sul volto ascetico.
Ehi, gagnetti, state calmi che prima di voi c'eravamo noi e la prof ci porta a vedere la mostra multimediale sui reportages di guerra, quando usciamo dalle superiori venerdì.
Ci siamo anche noi!!!! Spersa ci ha curati nel lontano Oriente (era Oriente, direi: ma subcontinente o sudest proprio?) e vivremo un po' più a lungo e forse potremo studiare, capire, stare con gli altri...
Ci siamo anche noi eh prof, mica ci scordi. Eh.
Figuriamoci.
Che poi io c'ho ancora una soggezione dopo tutto questo tempo, oh, che prima di mandarti un messaggio su Whatsapp controllo l'ortografia diciassette volte.
Ahahah che ridere, ma smettila Giovane Lupo.
No, ma sul serio. Fidati che lo fanno anche gli altri, fidati.
Ci siamo anche noi, mamma di Castagna ci ha insegnato a tenere il biberon da soli, con le altre volontarie, e adesso giochiamo sul tappetone, Rachid con Denise e Gabriela con Ivan e Matteo.
Ci siamo anche noi, Profinprimalinea ci fa i laboratori al pomeriggio, dai pupazzi alle opere teatrali, al giornale, al cortometraggio che ha vinto a Roma. E non molliamo la scuola. Ma due note dalla canna dell'Albanese prima di entrare le tiriamo, sì dai.
Ci siamo. Avec eux. E con tutti gli altri.
Speriamo che serva.
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domenica 19 luglio 2015
La lista 9
1)
Cambia umore di continuo.
Sta ore davanti alla Playstation.
Non propone mai niente.
È depresso.
Se provi a dirgli che deve parlarne o curarsi, si incazza.
Lancia le cose, l'altro giorno anche a sua figlia.
Non dorme.
Ha sfondato a pugni le ante di un armadio.
Non mi tocca più.
Esce e non so dove vada.
È sempre col telefonino in mano.
Ha perso peso.
È andato a giocare a calcetto con gente che ha quindici o vent'anni meno di lui e si è danneggiato i legamenti.
Ha grane sul lavoro.
Io non lo so se abbia un'altra.
Si addormenta alle 9 e mezza come un vecchio.
Vuol fare sempre le stesse cose.
Fa discorsi nerissimi, sembra che pensi solo alla morte.
Non vuol fare più le cose di prima.
Ha la testa da un'altra parte.
Si ammala di continuo.
Non si concentra.
Non si accorge nemmeno che gli sto parlando.
Non c'è mai.
Come padre c'è, ma con me è come se non funzionasse più niente.
Non è la persona che ho sposato.
Non sembra più lui.
2)
Io cerco di tirare avanti ma guarda che è dura.
Sono stanca.
Ho paura che un giorno mi alzi le mani e mi faccia male.
È tutto sulla mia schiena.
Sento che sto buttando via i miei anni migliori.
Non capisco.
Non so cosa devo fare.
A volte lo manderei a fare in culo guarda.
Non dormo più.
Devo prendere le gocce.
Mi ammazzo di lavoro.
Se passasse un altro e mi facesse un sorriso io non lo so mica cosa farei, tanto per come mi tratta lui.
Non so più come aiutarlo.
Sono stufa.
Non so perché torno a casa la sera.
Ci sarebbe uno che mi messaggia, sì.
Vorrei scappare lontanissimo, ma proprio che nessuno sapesse dove trovarmi.
Non so come andremo a finire.
Io le sto provando tutte.
Perché sto con uno stronzo del genere?
Perché sono ancora innamorata di lui, povera cretina.
Ecco. Se voi pensate che le frasi 1 descrivano tutte l'Uomo, e le frasi 2 siano tutte uscite dalla mia bocca, bene, vi informo che siete in errore. Sto raccogliendo tracce di impronte nel bosco, segni di passaggio di questo orrendo animale, di questo mostro che passa attraverso i letti matrimoniali, che mastica anelli nuziali, che sfascia case e tormenta i sonni dei bambini.
E più ascolto le amiche o le conoscenti con cui mi capita di trovare un momento di intesa reciproca e privacy, e più vedo che il problema non ce l'abbiamo solo noi.
Per non parlare della quantità di indicazioni minori, date da gente che non ha confidenza sufficiente per raccontare nei dettagli quanto sono lunghe le notti, quanto è doloroso il giorno, quanta solitudine c'è tra le lenzuola.
3)
Con mio marito è un periodo difficile.
Non è un bel momento per proporgli le cose.
Abbiamo attraversato una gran brutta fase.
Siamo un po' stressati.
Non lo so ancora cosa faremo quest'estate.
Io sono al mare coi bambini, poi vediamo se lui ce la fa a raggiungerci.
Non vedo l'ora che partano tutti, ho bisogno di un po' di tempo per me.
Per carità. Non è che non abbia visto anche me stessa, e diverse amiche, attraversare fasi penose, di depressione, piagnucolamento, spleen esistenziale, o anche quella che la mia amatissima Cavallino al liceo definiva "merda nel cervello". C'è chi ha avuto la depressione post partum e chi ha perso la testa dietro a un collega o rischiato il revival con un ex, chi si è lasciata andare fisicamente, chi si è sposata col lavoro, chi ha scoperto che diventata mamma le importava solo dei figli e chi ha scoperto di non essere tagliata a fare la mamma, chi si è fatta viziare, chi ha viziato il coniuge, chi si è persa in un bicchier d'acqua, chi si è lasciata travolgere da una famiglia ingombrante, chi si è isolata da tutti...
Immagino quindi che potrei scrivere una lista 4, di frasi annoiate, autocommiserative o egoistiche, pronunciate da me e da parecchie altre voci femminili, e una lista 5, di frasi stizzite e sconsolate o brontolamenti misti, intonati in polifonia da voci maschili.
Ma per la verità queste liste avrei potuto più agevolnente scriverle 5 o 6 anni fa, mentre il biennio 2014 2015, almeno nello spicchio di mondo che frequento io, sembra attraversato soprattutto da spaventose crisi maschili. Come se si fossero tutti messi d'accordo, e parlo di gente che abita in un raggio di 1000 km, non di una squadra di quarantenni che si cambia nello stesso spogliatoio tre volte la settimana. Il contagio non può essere avvenuto per contatto.
Avere una figlia di diciotto anni con amici che vanno dai 15 ai 20, e un mestiere come il mio, mi permetterebbe di scrivere una lista 6, ancora più dolorosa, di frasi di prepuberi e adolescenti travolti dal mostro che si sta mangiando le loro famiglie.
E poi c'è la lista 7, quella che raccolgono gli psicologi o i maestri di ginnastica o i nonni o le maestre elementari, che contiene lo stesso mostro, disegnato a colori scuri da quelli più piccoli.
Ora vi chiedo. Potreste gentilmente darmi una stima anonima di quante coppie conoscete in cui lui, in questo periodo, è messo come da lista 1?
Perché mentre le crisi femminili a cui ho assistito e assisto sono spalmate su parecchi anni, il fenomeno che colpisce il cromosoma Y sembra essersi manifestato tutto d'un colpo negli ultimi tempi. Premetto che frequento quasi solo gente tra i 40 e i 50.
Sto cercando di capire. Non voglio far passare come un'epidemia, o una moda, quel che succede all'Uomo. Ognuno di noi sa che quando si arriva ad un certo punto, e ci si arriva partendo da un matrimonio serio, con gente che si è scelta in modo inequivocabile, e che si è fatta il mazzo per far andare tutto bene, i problemi che vengono allo scoperto hanno sicuramente radici strettamente personali, e profonde. Non voglio sminuire, o mettere in ridicolo. Ma vorrei che tutti questi maschi in botta d'ansia si parlassero tra loro e capissero di non essere soli al mondo. Noi donne lo facciamo. E questo, come quella caramella, che la Zia Bella mi faceva trovare sul cuscino per lenire le mie giornate di liceale musona, non risolve, ma aiuta.
E più di ogni altra cosa vorrei la lista 8, quella che dice, a loro e a noi, cosa bisogna fare per superarla.
E la 9, quella che (io lo so che esiste) dice che dopo una roba del genere la navigazione continua e le rapide finiscono, o almeno, si affrontano di nuovo insieme.
Cambia umore di continuo.
Sta ore davanti alla Playstation.
Non propone mai niente.
È depresso.
Se provi a dirgli che deve parlarne o curarsi, si incazza.
Lancia le cose, l'altro giorno anche a sua figlia.
Non dorme.
Ha sfondato a pugni le ante di un armadio.
Non mi tocca più.
Esce e non so dove vada.
È sempre col telefonino in mano.
Ha perso peso.
È andato a giocare a calcetto con gente che ha quindici o vent'anni meno di lui e si è danneggiato i legamenti.
Ha grane sul lavoro.
Io non lo so se abbia un'altra.
Si addormenta alle 9 e mezza come un vecchio.
Vuol fare sempre le stesse cose.
Fa discorsi nerissimi, sembra che pensi solo alla morte.
Non vuol fare più le cose di prima.
Ha la testa da un'altra parte.
Si ammala di continuo.
Non si concentra.
Non si accorge nemmeno che gli sto parlando.
Non c'è mai.
Come padre c'è, ma con me è come se non funzionasse più niente.
Non è la persona che ho sposato.
Non sembra più lui.
2)
Io cerco di tirare avanti ma guarda che è dura.
Sono stanca.
Ho paura che un giorno mi alzi le mani e mi faccia male.
È tutto sulla mia schiena.
Sento che sto buttando via i miei anni migliori.
Non capisco.
Non so cosa devo fare.
A volte lo manderei a fare in culo guarda.
Non dormo più.
Devo prendere le gocce.
Mi ammazzo di lavoro.
Se passasse un altro e mi facesse un sorriso io non lo so mica cosa farei, tanto per come mi tratta lui.
Non so più come aiutarlo.
Sono stufa.
Non so perché torno a casa la sera.
Ci sarebbe uno che mi messaggia, sì.
Vorrei scappare lontanissimo, ma proprio che nessuno sapesse dove trovarmi.
Non so come andremo a finire.
Io le sto provando tutte.
Perché sto con uno stronzo del genere?
Perché sono ancora innamorata di lui, povera cretina.
Ecco. Se voi pensate che le frasi 1 descrivano tutte l'Uomo, e le frasi 2 siano tutte uscite dalla mia bocca, bene, vi informo che siete in errore. Sto raccogliendo tracce di impronte nel bosco, segni di passaggio di questo orrendo animale, di questo mostro che passa attraverso i letti matrimoniali, che mastica anelli nuziali, che sfascia case e tormenta i sonni dei bambini.
E più ascolto le amiche o le conoscenti con cui mi capita di trovare un momento di intesa reciproca e privacy, e più vedo che il problema non ce l'abbiamo solo noi.
Per non parlare della quantità di indicazioni minori, date da gente che non ha confidenza sufficiente per raccontare nei dettagli quanto sono lunghe le notti, quanto è doloroso il giorno, quanta solitudine c'è tra le lenzuola.
3)
Con mio marito è un periodo difficile.
Non è un bel momento per proporgli le cose.
Abbiamo attraversato una gran brutta fase.
Siamo un po' stressati.
Non lo so ancora cosa faremo quest'estate.
Io sono al mare coi bambini, poi vediamo se lui ce la fa a raggiungerci.
Non vedo l'ora che partano tutti, ho bisogno di un po' di tempo per me.
Per carità. Non è che non abbia visto anche me stessa, e diverse amiche, attraversare fasi penose, di depressione, piagnucolamento, spleen esistenziale, o anche quella che la mia amatissima Cavallino al liceo definiva "merda nel cervello". C'è chi ha avuto la depressione post partum e chi ha perso la testa dietro a un collega o rischiato il revival con un ex, chi si è lasciata andare fisicamente, chi si è sposata col lavoro, chi ha scoperto che diventata mamma le importava solo dei figli e chi ha scoperto di non essere tagliata a fare la mamma, chi si è fatta viziare, chi ha viziato il coniuge, chi si è persa in un bicchier d'acqua, chi si è lasciata travolgere da una famiglia ingombrante, chi si è isolata da tutti...
Immagino quindi che potrei scrivere una lista 4, di frasi annoiate, autocommiserative o egoistiche, pronunciate da me e da parecchie altre voci femminili, e una lista 5, di frasi stizzite e sconsolate o brontolamenti misti, intonati in polifonia da voci maschili.
Ma per la verità queste liste avrei potuto più agevolnente scriverle 5 o 6 anni fa, mentre il biennio 2014 2015, almeno nello spicchio di mondo che frequento io, sembra attraversato soprattutto da spaventose crisi maschili. Come se si fossero tutti messi d'accordo, e parlo di gente che abita in un raggio di 1000 km, non di una squadra di quarantenni che si cambia nello stesso spogliatoio tre volte la settimana. Il contagio non può essere avvenuto per contatto.
Avere una figlia di diciotto anni con amici che vanno dai 15 ai 20, e un mestiere come il mio, mi permetterebbe di scrivere una lista 6, ancora più dolorosa, di frasi di prepuberi e adolescenti travolti dal mostro che si sta mangiando le loro famiglie.
E poi c'è la lista 7, quella che raccolgono gli psicologi o i maestri di ginnastica o i nonni o le maestre elementari, che contiene lo stesso mostro, disegnato a colori scuri da quelli più piccoli.
Ora vi chiedo. Potreste gentilmente darmi una stima anonima di quante coppie conoscete in cui lui, in questo periodo, è messo come da lista 1?
Perché mentre le crisi femminili a cui ho assistito e assisto sono spalmate su parecchi anni, il fenomeno che colpisce il cromosoma Y sembra essersi manifestato tutto d'un colpo negli ultimi tempi. Premetto che frequento quasi solo gente tra i 40 e i 50.
Sto cercando di capire. Non voglio far passare come un'epidemia, o una moda, quel che succede all'Uomo. Ognuno di noi sa che quando si arriva ad un certo punto, e ci si arriva partendo da un matrimonio serio, con gente che si è scelta in modo inequivocabile, e che si è fatta il mazzo per far andare tutto bene, i problemi che vengono allo scoperto hanno sicuramente radici strettamente personali, e profonde. Non voglio sminuire, o mettere in ridicolo. Ma vorrei che tutti questi maschi in botta d'ansia si parlassero tra loro e capissero di non essere soli al mondo. Noi donne lo facciamo. E questo, come quella caramella, che la Zia Bella mi faceva trovare sul cuscino per lenire le mie giornate di liceale musona, non risolve, ma aiuta.
E più di ogni altra cosa vorrei la lista 8, quella che dice, a loro e a noi, cosa bisogna fare per superarla.
E la 9, quella che (io lo so che esiste) dice che dopo una roba del genere la navigazione continua e le rapide finiscono, o almeno, si affrontano di nuovo insieme.
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martedì 7 aprile 2015
Non è la rosa non è il tulipano
Ti ho fatto fare un mazzo tutto rosso e rosa.
Quest'anno fa ancora freddo, e i papaveri non sono fioriti sulle rive, come dodici mesi fa.
Ti ho pensato ogni giorno che ho passato a scuola.
Ci sono tante persone nuove, a scuola, che non ti conoscevano, qualcuno forse ti aveva sentito nominare, ma altri sono matricole, e per di più venute da fuori. Non sanno perché vogliamo tutti bene alla magnolia del cortile. Non sanno che i tuoi cazziatoni furibondi attraversavano le mura e i corridoi. Non sanno che li avresti chiamati "tesoro", quando eri in buona. Scioperano per i loro bistrattati diritti di precari storici, e tu non guidi la rivolta dalla sala professori. Io provo a incoraggiarli e intanto ti penso, e sono i momenti in cui l'assenza della tua voce calda, dei tuoi gesti bruschi, dello scintillio dei tuoi occhi così intelligenti, si vede a occhio nudo, come se uno dei muri della stanza fosse sventrato da un bombardamento, e nessuno tranne me si curasse dell'aria fredda che entra da fuori.
Quest'anno fa ancora freddo, e i papaveri non sono fioriti sulle rive, come dodici mesi fa.
Ti ho pensato ogni giorno che ho passato a scuola.
Ci sono tante persone nuove, a scuola, che non ti conoscevano, qualcuno forse ti aveva sentito nominare, ma altri sono matricole, e per di più venute da fuori. Non sanno perché vogliamo tutti bene alla magnolia del cortile. Non sanno che i tuoi cazziatoni furibondi attraversavano le mura e i corridoi. Non sanno che li avresti chiamati "tesoro", quando eri in buona. Scioperano per i loro bistrattati diritti di precari storici, e tu non guidi la rivolta dalla sala professori. Io provo a incoraggiarli e intanto ti penso, e sono i momenti in cui l'assenza della tua voce calda, dei tuoi gesti bruschi, dello scintillio dei tuoi occhi così intelligenti, si vede a occhio nudo, come se uno dei muri della stanza fosse sventrato da un bombardamento, e nessuno tranne me si curasse dell'aria fredda che entra da fuori.
giovedì 8 gennaio 2015
mercoledì 22 ottobre 2014
Swarovski
Quel cristallo Swarovski che ti avevano regalato: lo guardavi ogni mattina al risveglio, fedele, sul tavolino. Tornavi a casa, e la luce del pomeriggio lo faceva scintillare di sette colori. Era lì per te, quando volevi posare gli occhi su qualcosa di bello.
L'hai urtato con l'orlo di una giacca, una sola volta, e la magia è finita. Hai preso scopa e paletta e mentre spazzavi via le briciole iridescenti di un piccolo, inutile sogno, hai pensato che lo avevi sempre saputo, che non era eterno. E ti sei accorta di essere più vecchia della ragazzina che aveva ricevuto in dono il cristallo anni prima: ormai capace di relativizzare, di assorbire le delusioni, di accettare, in nome di un gradino di consapevolezza in più.
Nella mia vita nascosta tra le colline, da anni ormai c'erano delle certezze, dei perni su cui giravano le giornate: quelle di sole, quelle di neve, quelle piene di fatica e incertezza, quelle gloriose di grandi soddisfazioni. C'erano persone che, a incontrarle un attimo in un corridoio, o all'incrocio, o sulla piazzetta del paese, mi riempivano gli occhi di luce, e credevo che sarebbe stato per sempre così.
Poi un giorno lo Swarovski è caduto. Da un comodino basso, con un urto prevedibile. Crash.
Una frazione di secondo, e non c'era più.
Il 2014 è una caduta continua di cristalli che, solo ora, vedo così fragili.
Il giorno in cui l'amica che in sala prof da anni chiacchierava con me di Genova, di politica e di cani e gatti raccolti per strada ha detto "non sto mica bene": e non sapevo che era l'ultima volta che la vedevo.
Il giorno in cui Bel Ragazzo Pacato è venuto a trovarmi durante l'intervallo del pomeriggio: e ho realizzato che non parlavo più con un ragazzino impacciato, che non mi guardava più come un adolescente affettuoso, che io stessa a questo punto stavo guardando un uomo, e che qualcosa di dolce e innocente, dopo quei silenzi e mezzi sorrisi imbarazzati, era finito e non sarebbe ricominciato.
Il giorno in cui Giovane Lupo è partito per cercare lavoro all'estero, e io l'ho saputo da un tag in una foto di terzi su Facebook: e non è che non abbia capito come mai non è venuto di persona a salutare, perché lo so che si vergogna di non aver studiato e di non aver trovato lavoro, perché lo sappiamo tutti e due che sarebbe stato difficile salutarsi senza farsi venire il magone, perché lo sa che ho paura per lui, come ne ho sempre avuta, e che ho anche questa cieca, folle speranza che una volta per tutte ce la faccia a salvarsi. Ma, ora che il suo aereo è decollato, il cielo sopra Paesino di Sogno è più vuoto, io sono un po' più vecchia e un po' più sola, e ho paura di perderli tutti uno dopo l'altro.
Passando davanti alla solita pizzeria all'angolo della strada, ho visto la Mia Cocca che lavorava. Ho pensato che per adesso lei è ancora lì, a scintillare, con il suo sorriso pieno di luce, l'affetto di sempre negli occhi, che hanno lo stesso identico colore dei miei. Che quando esco da scuola posso trovarla sulla porta del locale, o seduta sulla panca fuori, e lei, sua madre e sua sorella mi saluteranno sempre con lo stesso calore. Eppure la prima ad andarsene avrebbe potuto essere lei, quando due anni fa, appena maggiorenne, ha fatto il numero di mollare scuola e famiglia e andare a vivere con il primo tamarro che sembrava darle un'idea di partenza per la vita da grandi. Poi lui stava a casa a cazzeggiare con il computer e il telefonino, e lei doveva pulire cessi per dargli da mangiare, e beh, dopo qualche mese s'è data della scema da sola ed è tornata a casa. Ricordo che con Bel Ragazzo, allora ancora in zona alunno, mentre lei era via per questo colpo di testa, avevamo commentato "se non resta incinta, non c'è niente di irreparabile, dopo tutto". Con lo stesso tono, un po' preoccupato ma non giudicante, con cui io e la Mia Cocca, tante altre volte, avevamo parlato di Giovane Lupo, del suo futuro incerto e delle sue discutibili compagnie. E ugualmente io e Giovane Lupo, al festival dell'anno scorso, avevamo parlato di Bel Ragazzo e della sua incrollabile monogamia, persino un po' eccessiva per uno della sua età.
Ragazzi. Ex alunni. Amici. Belle persone. Anime gemelle di età diverse dalla mia. Sono cresciuti insieme, sotto il mio naso, all'ombra della Scuolina Rosa, sbracciandosi a salutare quando mi vedevano passare in auto, e facendomi il dono inestimabile della loro confidenza. E ora vanno ognuno per la sua strada di uomo e di donna, mentre io resto, e ogni mattina prendo la curva della strada e alzo gli occhi verso il campanile, con lo stesso gesto da anni.
Mi sento come se voltassi gli occhi verso il tavolino, per abitudine, senza nemmeno esserne conscia, alla ricerca dei colori confortanti del mio Swarovski attraversato dal sole, e ricordassi che non c'è più, e che è giusto così, che le cose fragili e bellissime non possono e non devono durare in eterno. Quel che deve durare è la rifrazione dell'arcobaleno, quella che splende nello sguardo che poso sulle cose. Perché io ho visto il cristallo puro, dove altri hanno visto solo tre ragazzi di paese, ognuno a suo modo incasinato, e loro hanno visto l'arcobaleno, dove gli altri hanno visto solo una prof delle medie con la testa tra le nuvole.
L'hai urtato con l'orlo di una giacca, una sola volta, e la magia è finita. Hai preso scopa e paletta e mentre spazzavi via le briciole iridescenti di un piccolo, inutile sogno, hai pensato che lo avevi sempre saputo, che non era eterno. E ti sei accorta di essere più vecchia della ragazzina che aveva ricevuto in dono il cristallo anni prima: ormai capace di relativizzare, di assorbire le delusioni, di accettare, in nome di un gradino di consapevolezza in più.
Nella mia vita nascosta tra le colline, da anni ormai c'erano delle certezze, dei perni su cui giravano le giornate: quelle di sole, quelle di neve, quelle piene di fatica e incertezza, quelle gloriose di grandi soddisfazioni. C'erano persone che, a incontrarle un attimo in un corridoio, o all'incrocio, o sulla piazzetta del paese, mi riempivano gli occhi di luce, e credevo che sarebbe stato per sempre così.
Poi un giorno lo Swarovski è caduto. Da un comodino basso, con un urto prevedibile. Crash.
Una frazione di secondo, e non c'era più.
Il 2014 è una caduta continua di cristalli che, solo ora, vedo così fragili.
Il giorno in cui l'amica che in sala prof da anni chiacchierava con me di Genova, di politica e di cani e gatti raccolti per strada ha detto "non sto mica bene": e non sapevo che era l'ultima volta che la vedevo.
Il giorno in cui Bel Ragazzo Pacato è venuto a trovarmi durante l'intervallo del pomeriggio: e ho realizzato che non parlavo più con un ragazzino impacciato, che non mi guardava più come un adolescente affettuoso, che io stessa a questo punto stavo guardando un uomo, e che qualcosa di dolce e innocente, dopo quei silenzi e mezzi sorrisi imbarazzati, era finito e non sarebbe ricominciato.
Il giorno in cui Giovane Lupo è partito per cercare lavoro all'estero, e io l'ho saputo da un tag in una foto di terzi su Facebook: e non è che non abbia capito come mai non è venuto di persona a salutare, perché lo so che si vergogna di non aver studiato e di non aver trovato lavoro, perché lo sappiamo tutti e due che sarebbe stato difficile salutarsi senza farsi venire il magone, perché lo sa che ho paura per lui, come ne ho sempre avuta, e che ho anche questa cieca, folle speranza che una volta per tutte ce la faccia a salvarsi. Ma, ora che il suo aereo è decollato, il cielo sopra Paesino di Sogno è più vuoto, io sono un po' più vecchia e un po' più sola, e ho paura di perderli tutti uno dopo l'altro.
Passando davanti alla solita pizzeria all'angolo della strada, ho visto la Mia Cocca che lavorava. Ho pensato che per adesso lei è ancora lì, a scintillare, con il suo sorriso pieno di luce, l'affetto di sempre negli occhi, che hanno lo stesso identico colore dei miei. Che quando esco da scuola posso trovarla sulla porta del locale, o seduta sulla panca fuori, e lei, sua madre e sua sorella mi saluteranno sempre con lo stesso calore. Eppure la prima ad andarsene avrebbe potuto essere lei, quando due anni fa, appena maggiorenne, ha fatto il numero di mollare scuola e famiglia e andare a vivere con il primo tamarro che sembrava darle un'idea di partenza per la vita da grandi. Poi lui stava a casa a cazzeggiare con il computer e il telefonino, e lei doveva pulire cessi per dargli da mangiare, e beh, dopo qualche mese s'è data della scema da sola ed è tornata a casa. Ricordo che con Bel Ragazzo, allora ancora in zona alunno, mentre lei era via per questo colpo di testa, avevamo commentato "se non resta incinta, non c'è niente di irreparabile, dopo tutto". Con lo stesso tono, un po' preoccupato ma non giudicante, con cui io e la Mia Cocca, tante altre volte, avevamo parlato di Giovane Lupo, del suo futuro incerto e delle sue discutibili compagnie. E ugualmente io e Giovane Lupo, al festival dell'anno scorso, avevamo parlato di Bel Ragazzo e della sua incrollabile monogamia, persino un po' eccessiva per uno della sua età.
Ragazzi. Ex alunni. Amici. Belle persone. Anime gemelle di età diverse dalla mia. Sono cresciuti insieme, sotto il mio naso, all'ombra della Scuolina Rosa, sbracciandosi a salutare quando mi vedevano passare in auto, e facendomi il dono inestimabile della loro confidenza. E ora vanno ognuno per la sua strada di uomo e di donna, mentre io resto, e ogni mattina prendo la curva della strada e alzo gli occhi verso il campanile, con lo stesso gesto da anni.
Mi sento come se voltassi gli occhi verso il tavolino, per abitudine, senza nemmeno esserne conscia, alla ricerca dei colori confortanti del mio Swarovski attraversato dal sole, e ricordassi che non c'è più, e che è giusto così, che le cose fragili e bellissime non possono e non devono durare in eterno. Quel che deve durare è la rifrazione dell'arcobaleno, quella che splende nello sguardo che poso sulle cose. Perché io ho visto il cristallo puro, dove altri hanno visto solo tre ragazzi di paese, ognuno a suo modo incasinato, e loro hanno visto l'arcobaleno, dove gli altri hanno visto solo una prof delle medie con la testa tra le nuvole.
sabato 11 ottobre 2014
Errata corrige
La vittima dell'alluvione non era un ragazzo di ventiquattro anni, come indicato subito dall'ANSA, ma un infermiere di 57.
Ah beh allora.
Io però a fare il conto delle vittime aspetterei i prossimi due mesi. C'è gente che aveva già perso tutto nel 2011. Sono quelle cose per cui bisogna vedere anche il numero di suicidi.
Ah beh allora.
Io però a fare il conto delle vittime aspetterei i prossimi due mesi. C'è gente che aveva già perso tutto nel 2011. Sono quelle cose per cui bisogna vedere anche il numero di suicidi.
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venerdì 19 settembre 2014
L'erba voglio
Adesso, la sera indosso il bite. Azzurrino e ingombrante. Ma utile, anche se la notte poi a un certo punto si perde sotto il cuscino.
E' che mettermelo, e poi magari scordare che l'ho indossato e dire cose tipo "shcusha domani a xhe hora essshhhi?" all'Uomo o "'l'hai shpentho il shellularhe?" alla Princi, mi fa sentire una ragazzina con l'apparecchio. E mi fa allegria.
Perché ci ho rinunciato. Più le mie amiche mi mettono in guardia, più le cose intorno a me si fanno pericolanti e complesse, più io semplifico.
Le parole le ascolto, i dubbi mi vengono, le domande me le faccio. Piango quando meno me lo aspetto. L'altro giorno ho mollato un pugno sulla scrivania della Psicofata.
Ma poi sopravvivo, e sorrido. Come un'idiota. Col bite celestino in bocca.
Mi metto il vestito più corto che ho per andare in ospedale da mia zia, non per fare la scema coi medici, ma solo perché nel loculo dove l'hanno spostata il sole picchia tutto il pomeriggio e perché poi quando torno a casa devo lavare tutto, essendoci in reparto ben due infezioni gravi che circolano. Meglio un singolo vestitino leggero che asciuga subito, piuttosto che due o tre pezzi.
Poi esco dall'ospedale per andare a comprarle il gelato panna e amarene e mi godo il sole sulle gambe.
Cerco ogni possibile tipo di conforto e non mi nego niente. Mi prendo tutto quello che posso.
Dico chiaro cosa voglio. Se l'Uomo non mi ascolta, glielo ripeto. Se il fato non mi ascolta, riprovo.
E' che voglio troppe cose diverse e le voglio tutte con un desiderio bruciante, un amore privo di logica e un istinto certo di non poter essere sopito. Sto cambiando e non ho intenzione di
reprimermi finchè non ho capito dove vado, a cosa portano queste ore di veglia nella notte.
Oggi poi.
Oggi sono andata a scuola e dovevo digerire una di quelle notizie che ti fanno desiderare la lobotomia immediata appena le incameri nel tuo incredulo comprendonio.
L'ennesimo incidente, sempre nello stesso punto della statale. Ma finire sotto un pullman di linea a diciassette anni, quando nelle foto su Facebook c'è quel sorriso, ci sono quelle braccia teneramente strette intorno alla fidanzatina, quell'espressione indifesa... Io ricordo di lui solo il bambinetto con gli occhi chiari che a volte ho visto per mano alla mia alunna, tanto tempo fa. Oggi ho cercato le sue foto e riconosciuto i lineamenti, lo sguardo. Due giorni fa era il re del mondo in sella alla sua moto.
Oggi i suoi amici si mettono d'accordo per vedersi in un parcheggio e portargli un fiore da lasciare su un guardrail. Sulla strada ha già piovuto e i segni non si vedono più.
E io vado a scuola: e li guardo uno per uno. E non mi sta bene il pensiero che si alzino dai banchi, escano un giorno mentre sono belli e forti e cazzari e affetti da ridarella congenita, e magari il giorno dopo qualcuno di loro possa non tornare. Anche il meno spiritoso, il più rompicoglioni, il più anonimo tra loro, quello che conosco da dieci giorni e di cui ancora non ho memorizzato il nome, sembra un tesoro inestimabile stamattina. Mi metto in cattedra e spiego la questione operaia, i fattori del clima, il romanzo di fantascienza. E intanto li guardo e sento la mia voce farsi più calda. Li avvolgo nelle mie parole come se fossero uno scudo. Consapevole che non serve a niente, che il fascino della velocità, la convinzione di essere immortali sono connaturati all'età più bella della vita, e che in qualche orribile ingiusto modo è anche sano che sia così.
In sala professori sul muro c'è la foto della Compagna Collega. Hanno disfatto il piccolo altarino alla memoria che si ergeva nell'atrio, riposto la coppa vinta dai ragazzi al torneo che le hanno intitolato, tolto la roba dal suo cassetto. Ma la foto è stata appesa lì, sopra i computer. Esattamente di fronte alla sedia su cui mi siedo io da anni quando metto in ordine il registro. E' impossibile spiegare che senso di presenza, di speranza, addirittura di felicità mi dia alzare gli occhi e trovarla lì, eppure come sia ancora atroce il dolore di non poter più parlare con lei, sentire la sua voce, vederla ridere.
Poi vado a prendere la Princi e, mentre penso a lei che mi aspetta sotto la pioggerella, mi sento sopraffatta fino a farmi venire le lacrime per quanto sono fortunata. Mi sembra così gigantesco che adesso ci lascino in pace e finalmente siamo noi tre senza comunità, senza servizi sociali, senza rotture di palle.
Poi passa da casa l'Uomo, e dopo pranzo ci assopiamo abbracciati per pochi minuti. E nel sonno lo stringo forte come ultimamente mi capita di fare, e sì, sogno ancora l'altro, ma intanto so, anche dormendo, intorno a chi sto tenendo le braccia, e non riesco a pentirmi di sognare uno e tenere l'altro così vicino, è tutto più forte di me, tutto irrinunciabile: chi di voi sa cosa si prova? solo io su tutto il pianeta? no, non credo. Ma anche fosse, è quel che ora provo, e tutto questo è essere vivi. E io voglio sentirmi così: con le emozioni che mi attraversano una dopo l'altra come grandi onde oppure, in una giornata come oggi, con la pelle che formicola appena, ma costantemente, per il passaggio di troppa vita, di troppa morte, di troppo amore, di troppo desiderio, di troppo dolore, tutto che mi passa a fianco, intorno, attraverso.
Le braccia spalancate di mia zia che mi saluta dal suo letto bianco.
Le risate dei ragazzi.
I fiori sulla statale.
Il pallino verde della chat che si illumina.
Il coraggio di ricominciare anche oggi.
Le piccole cose che rendono pieno di bellezza ogni istante in cui non mento a me stessa.
L'erba voglio non cresce neanche nel giardino del re.
Ma sono riuscita finalmente, in quattro mesi e mezzo, a riassumere in un senso compiuto quel che è successo, a trovare il perché. E ora comunque vada la freccia è scoccata e vuole volare.
E' che mettermelo, e poi magari scordare che l'ho indossato e dire cose tipo "shcusha domani a xhe hora essshhhi?" all'Uomo o "'l'hai shpentho il shellularhe?" alla Princi, mi fa sentire una ragazzina con l'apparecchio. E mi fa allegria.
Perché ci ho rinunciato. Più le mie amiche mi mettono in guardia, più le cose intorno a me si fanno pericolanti e complesse, più io semplifico.
Le parole le ascolto, i dubbi mi vengono, le domande me le faccio. Piango quando meno me lo aspetto. L'altro giorno ho mollato un pugno sulla scrivania della Psicofata.
Ma poi sopravvivo, e sorrido. Come un'idiota. Col bite celestino in bocca.
Mi metto il vestito più corto che ho per andare in ospedale da mia zia, non per fare la scema coi medici, ma solo perché nel loculo dove l'hanno spostata il sole picchia tutto il pomeriggio e perché poi quando torno a casa devo lavare tutto, essendoci in reparto ben due infezioni gravi che circolano. Meglio un singolo vestitino leggero che asciuga subito, piuttosto che due o tre pezzi.
Poi esco dall'ospedale per andare a comprarle il gelato panna e amarene e mi godo il sole sulle gambe.
Cerco ogni possibile tipo di conforto e non mi nego niente. Mi prendo tutto quello che posso.
Dico chiaro cosa voglio. Se l'Uomo non mi ascolta, glielo ripeto. Se il fato non mi ascolta, riprovo.
E' che voglio troppe cose diverse e le voglio tutte con un desiderio bruciante, un amore privo di logica e un istinto certo di non poter essere sopito. Sto cambiando e non ho intenzione di
reprimermi finchè non ho capito dove vado, a cosa portano queste ore di veglia nella notte.
Oggi poi.
Oggi sono andata a scuola e dovevo digerire una di quelle notizie che ti fanno desiderare la lobotomia immediata appena le incameri nel tuo incredulo comprendonio.
L'ennesimo incidente, sempre nello stesso punto della statale. Ma finire sotto un pullman di linea a diciassette anni, quando nelle foto su Facebook c'è quel sorriso, ci sono quelle braccia teneramente strette intorno alla fidanzatina, quell'espressione indifesa... Io ricordo di lui solo il bambinetto con gli occhi chiari che a volte ho visto per mano alla mia alunna, tanto tempo fa. Oggi ho cercato le sue foto e riconosciuto i lineamenti, lo sguardo. Due giorni fa era il re del mondo in sella alla sua moto.
Oggi i suoi amici si mettono d'accordo per vedersi in un parcheggio e portargli un fiore da lasciare su un guardrail. Sulla strada ha già piovuto e i segni non si vedono più.
E io vado a scuola: e li guardo uno per uno. E non mi sta bene il pensiero che si alzino dai banchi, escano un giorno mentre sono belli e forti e cazzari e affetti da ridarella congenita, e magari il giorno dopo qualcuno di loro possa non tornare. Anche il meno spiritoso, il più rompicoglioni, il più anonimo tra loro, quello che conosco da dieci giorni e di cui ancora non ho memorizzato il nome, sembra un tesoro inestimabile stamattina. Mi metto in cattedra e spiego la questione operaia, i fattori del clima, il romanzo di fantascienza. E intanto li guardo e sento la mia voce farsi più calda. Li avvolgo nelle mie parole come se fossero uno scudo. Consapevole che non serve a niente, che il fascino della velocità, la convinzione di essere immortali sono connaturati all'età più bella della vita, e che in qualche orribile ingiusto modo è anche sano che sia così.
In sala professori sul muro c'è la foto della Compagna Collega. Hanno disfatto il piccolo altarino alla memoria che si ergeva nell'atrio, riposto la coppa vinta dai ragazzi al torneo che le hanno intitolato, tolto la roba dal suo cassetto. Ma la foto è stata appesa lì, sopra i computer. Esattamente di fronte alla sedia su cui mi siedo io da anni quando metto in ordine il registro. E' impossibile spiegare che senso di presenza, di speranza, addirittura di felicità mi dia alzare gli occhi e trovarla lì, eppure come sia ancora atroce il dolore di non poter più parlare con lei, sentire la sua voce, vederla ridere.
Poi vado a prendere la Princi e, mentre penso a lei che mi aspetta sotto la pioggerella, mi sento sopraffatta fino a farmi venire le lacrime per quanto sono fortunata. Mi sembra così gigantesco che adesso ci lascino in pace e finalmente siamo noi tre senza comunità, senza servizi sociali, senza rotture di palle.
Poi passa da casa l'Uomo, e dopo pranzo ci assopiamo abbracciati per pochi minuti. E nel sonno lo stringo forte come ultimamente mi capita di fare, e sì, sogno ancora l'altro, ma intanto so, anche dormendo, intorno a chi sto tenendo le braccia, e non riesco a pentirmi di sognare uno e tenere l'altro così vicino, è tutto più forte di me, tutto irrinunciabile: chi di voi sa cosa si prova? solo io su tutto il pianeta? no, non credo. Ma anche fosse, è quel che ora provo, e tutto questo è essere vivi. E io voglio sentirmi così: con le emozioni che mi attraversano una dopo l'altra come grandi onde oppure, in una giornata come oggi, con la pelle che formicola appena, ma costantemente, per il passaggio di troppa vita, di troppa morte, di troppo amore, di troppo desiderio, di troppo dolore, tutto che mi passa a fianco, intorno, attraverso.
Le braccia spalancate di mia zia che mi saluta dal suo letto bianco.
Le risate dei ragazzi.
I fiori sulla statale.
Il pallino verde della chat che si illumina.
Il coraggio di ricominciare anche oggi.
Le piccole cose che rendono pieno di bellezza ogni istante in cui non mento a me stessa.
L'erba voglio non cresce neanche nel giardino del re.
Ma sono riuscita finalmente, in quattro mesi e mezzo, a riassumere in un senso compiuto quel che è successo, a trovare il perché. E ora comunque vada la freccia è scoccata e vuole volare.
giovedì 11 settembre 2014
Mi lamento un attimo
Allora. Oggi ho diritto di lamentarmi. Perché da sabato ho un male cane nella metà sinistra della bocca, e guarda guarda venerdì era il giorno che operavano mia zia e sabato m'han svegliato telefonando dall'ospedale se potevo correre a tenerla buona, e io a metà pomeriggio un dolore, ma un dolore che mi sono ricoperta di sudore come avessi fatto la doccia, e guidare fino a casa (che è, quella di Genova, a dieci minuti dall'ospedale) è stato veramente difficile.
Mi tengo il dolore fino a ieri, non così tremendo per fortuna a parte i primi due giorni, e finalmente il dentista mi vede.
"Vediamo un po', questo dente dovrebbe essere devitalizzato, aspetta che te lo lavo" e ci spara dentro una siringata di roba. Poi mentre mi fanno scendere, con tante scuse, dal soffitto dove mi sono aggrappata come Spiderman, dice: "No no, qui non è normale, facciamo una lastra" e sapete che c'è?
Stavolta ho vinto il Campionato Europeo di Bruxismo 2014. Mi sono FRATTURATA il pavimento della camera pulpare. Traduco: ho stretto i denti così forte, dormendo, che nella lastra del mio molare si vede un'impressionante riga frastagliata in orizzontale, tra la radice del dente e la parte esterna alla gengiva. Il dente tagliato completamente in due da sinistra a destra, che se fosse un po' più netta la linea di frattura sembrerebbe fatta con una katana.
Insomma, finisce che mi levano anche questo dente. Punti, cloroformio, garza, ghiaccio, ciao ciao ci vediamo la settimana prossima.
Ma ora.
Io non è del mal di denti che mi volevo lamentare, e neanche della notte quasi bianca, degli incubi orrendi, della fame, del saporaccio in bocca, del gonfiore. Certo che starei meglio senza tutto ciò. Ma a me cosa deprime è che:
- è iniziata la scuola da tre giorni e io stamattina devo chiedere una sostituzione, quindi non sono al mio posto di prof;
- mia figlia comincia la scuola lunedì e io da una settimana non le guardo i compiti estivi di ripasso, nè sono andata in libreria a prendere i testi mancanti, nè sono stata a parlare coi prof, quindi non sono al mio posto di mamma;
- mia zia è in ospedale con una gamba fratturata e si agita scompostamente ogni sei ore, e io non la vedo da domenica, quindi non sono al mio posto di nipote;
- mia madre si sta sbattendo per trovarle una struttura di ricovero per quando la metteranno fuori dall'ospedale, e io a parte due telefonate non sto facendo niente, quindi non sono al mio posto di figlia;
- la casa è una merda e si mangiano solo surgelati e pasta con sughi pronti, quindi non sono al mio posto di (non fatemi scrivere casalinga, non ce la faccio) organizzatrice della vita familiare;
- e lasciamo stare il ruolo di moglie va', che in questo periodo non so come siamo girati con l'Uomo, tecnicamente s'è parlato anche di vedere se ci farebbe bene una pausa, ma ditemi quando me la prendo, una pausa, adesso, e come me la giostro con la Princi che non sa niente di tutti i nostri recenti casini e vive beata nella convinzione, peraltro fin qui non erronea, di essere semplicemente capitata in una famiglia dove ogni tanto c'è un po' di mare mosso ma va sempre tutto a finire benone.
Inadeguatezza e senso di colpa, portatemi via.
Mi tengo il dolore fino a ieri, non così tremendo per fortuna a parte i primi due giorni, e finalmente il dentista mi vede.
"Vediamo un po', questo dente dovrebbe essere devitalizzato, aspetta che te lo lavo" e ci spara dentro una siringata di roba. Poi mentre mi fanno scendere, con tante scuse, dal soffitto dove mi sono aggrappata come Spiderman, dice: "No no, qui non è normale, facciamo una lastra" e sapete che c'è?
Stavolta ho vinto il Campionato Europeo di Bruxismo 2014. Mi sono FRATTURATA il pavimento della camera pulpare. Traduco: ho stretto i denti così forte, dormendo, che nella lastra del mio molare si vede un'impressionante riga frastagliata in orizzontale, tra la radice del dente e la parte esterna alla gengiva. Il dente tagliato completamente in due da sinistra a destra, che se fosse un po' più netta la linea di frattura sembrerebbe fatta con una katana.
Insomma, finisce che mi levano anche questo dente. Punti, cloroformio, garza, ghiaccio, ciao ciao ci vediamo la settimana prossima.
Ma ora.
Io non è del mal di denti che mi volevo lamentare, e neanche della notte quasi bianca, degli incubi orrendi, della fame, del saporaccio in bocca, del gonfiore. Certo che starei meglio senza tutto ciò. Ma a me cosa deprime è che:
- è iniziata la scuola da tre giorni e io stamattina devo chiedere una sostituzione, quindi non sono al mio posto di prof;
- mia figlia comincia la scuola lunedì e io da una settimana non le guardo i compiti estivi di ripasso, nè sono andata in libreria a prendere i testi mancanti, nè sono stata a parlare coi prof, quindi non sono al mio posto di mamma;
- mia zia è in ospedale con una gamba fratturata e si agita scompostamente ogni sei ore, e io non la vedo da domenica, quindi non sono al mio posto di nipote;
- mia madre si sta sbattendo per trovarle una struttura di ricovero per quando la metteranno fuori dall'ospedale, e io a parte due telefonate non sto facendo niente, quindi non sono al mio posto di figlia;
- la casa è una merda e si mangiano solo surgelati e pasta con sughi pronti, quindi non sono al mio posto di (non fatemi scrivere casalinga, non ce la faccio) organizzatrice della vita familiare;
- e lasciamo stare il ruolo di moglie va', che in questo periodo non so come siamo girati con l'Uomo, tecnicamente s'è parlato anche di vedere se ci farebbe bene una pausa, ma ditemi quando me la prendo, una pausa, adesso, e come me la giostro con la Princi che non sa niente di tutti i nostri recenti casini e vive beata nella convinzione, peraltro fin qui non erronea, di essere semplicemente capitata in una famiglia dove ogni tanto c'è un po' di mare mosso ma va sempre tutto a finire benone.
Inadeguatezza e senso di colpa, portatemi via.
martedì 17 giugno 2014
"Questa cosa è bellissima"
Non
facciamo dei buonismi, non usiamo eufemismi, non cerchiamo di trarne
una morale.
Mi
sono cacciata in un casino.
E'
vero che a casa andava (va) tutto storto, a livello di coppia. Di
certo ne ho passate tante con l'Uomo in questi anni e lui crede, e
forse anche io credo, ancora, che supereremo anche questa.
E'
vero anche che sul serio io non ero in giro a caccia di avventure, né
in un periodo di particolare esposizione all'attenzione altrui, come
può essere il festival quando, in fin dei conti, esco quattro sere
su sette, e vestita carina, e conosco un sacco di gente nuova e
interessante che, alle volte, mi trova interessante.
Quindi
insomma il tutto è piovuto nella mia vita modello cataclisma. Sei lì
che porti avanti una tua qualunque giornata, e arriva lui.
Impossibile non notarlo, impossibile contarsi balle su come ti sta
guardando. Impossibile andare via e non pensargli. Poi lo sapete
com'è, c'è il cellulare, c'è la chat, ci sono i post su Facebook.
C'è che a volte non ti vuoi dire di no. Ci sono le amiche che ti
dicono che ti meriti di essere felice / una vacanza / un po' di
soddisfazione.
Così,
di testa e senza rimorsi, ti tuffi.
Ora
qua non facciamo finta di esserci redente, per l'amor di Dio e della
mia intelligenza, e della vostra. E' stato un attimo non lo rifarei
non è successo niente, ma dai, a chi la racconti.
Racconta
piuttosto cosa hai capito.
Che
sei ancora una creatura della notte. Piena di vitalità, desiderio,
passione.
Che
puoi non dormire per settimane e essere efficientissima sul lavoro.
Che puoi sorridere di gioia a un bambino e accarezzare con lo sguardo
tua figlia senza sentirti in colpa.
Che
era un vero spreco non essere guardata così da tanti anni, e che
nello specchio, anche con la coscienza sporca, ti vedi davvero bene,
ora che lui ha posato quegli incredibili occhi di velluto su di te.
Che
esiste un qualcosa che non è sesso, non è amore, eppure è
irrinunciabile. Un'intimità delle notti in chat, un passare e non
passare la linea di confine, uno scoprirsi di cui poi è doloroso
fare a meno.
Che
il cuore può battere fino a fare un rumore udibile dall'esterno,
quando si illumina lo schermo del cellulare mentre guidi nel buio.
Che
la bellezza esteriore è un frammento, una scheggia, che tutto quel
che desideri in un corpo, il tuo, il suo, è una perfezione che non
si ottiene con la palestra, il trucco, gli abiti o i geni, ma con la
pioggerella di maggio su una piazza, con il vento tiepido sulla
pelle, con i passi lungo un corridoio, con la stanza che sembra
cambiare temperatura nell'attimo in cui c'è una pausa nel discorso e
gli sguardi che non si vergognano più di percorrere tutto il corpo,
il suo, il tuo, avanti e indietro.
L'apoteosi
del desiderio.
L'ispirazione
di lasciarsi sbocciare sotto il sole.
Porterò
con me ogni istante, non so se sarò quella di prima, non capirò mai
se ha fatto cominciare lui questa trasformazione col suo primo
sorriso, o se io ero già così da tempo e quando è venuto da me
quel giorno ha trovato, a sorpresa, una donna diversa da quella che
aveva visto le volte precedenti.
Non
so cosa ne sarà di me ora. Immagino che dovrò proseguire, in un
modo o nell'altro.
Pagherò quel che devo pagare, di sicuro.
Ma
non mi racconterò balle sui perchè.
Non
potevo, semplicemente non potevo, perdermelo.
venerdì 16 maggio 2014
Magnolias
Quando sono arrivata oggi a scuola, per
i consigli di classe del pomeriggio, i bambini della prima A
correvano e schiamazzavano in cortile. La Bionda Svampita cercava di
tenerli un po' calmi, ma era una giornata bellissima, con un cielo
scintillante di blu, i monti bianchi là in fondo, l'aria dolce, uno
spettacolo. I bambini erano così belli, colorati, pieni di gioia.
Una ragazzina però stava ferma a guardare, con gli occhi gonfi, una
pianta nuova nel giardino.
Una magnolia da fiore. Donata alla
scuola dalle famiglie della prima, in memoria della Compagna Collega.
E piantata oggi pomeriggio, poco prima che io arrivassi, alla presenza del vedovo in lacrime, e di
uno dei quattro figli, quello più bello, alto, che giocava a basket
e ha studiato filosofia, quello iperattivo, che da piccolo le dava
tanti problemi, e di cui mi aveva parlato così tanto.
La Compagna Collega è morta di una
neoplasia midollare fulminante. A detta dei medici, una di quelle
cose che in un mese e mezzo ti si portano via una persona. E, in
effetti, lei diceva di non sentirsi bene da un mesetto. Non ci si
sarebbe potuto fare molto, pare. La Bionda Svampita mi ha raccontato
che il figlio le ha detto: “Se se ne fossero accorti prima,
l'avrebbero bombardata di chemioterapia. Ma conoscendo mia madre,
dopo tre giorni avrebbe mandato affanculo le infermiere e avrebbe
rifiutato di continuare”.
Ho detto: “Sì, è vero.”, e poi
sono scoppiata in lacrime.
Sono successe tante cose in questo mese, sto guardando la fine di un anno di lavoro, di tre anni di sezione A, ho in programma dei cambiamenti per l'anno prossimo, ho una cena stupenda con gli exalunni del 2009 (Giovane Lupo, Bel Ragazzo, Enfant Terrible, l'Elfetto Femminista, la Mia Cocca, etc etc) da raccontare, ho vicende familiari plurime piuttosto interessanti da narrare, e invece ogni volta che riapro il blog mi fermo e penso che sono in lutto e che non voglio scrivere, che voglio stare zitta, e ogni tanto andare a raccogliere fiori di campo lungo la strada tra la scuola e il paese e metterli vicino alla foto della Compagna.
L'altra notte l'ho sognata. Parlavo con una delle segretarie (quella che qualche giorno fa ha detto "mi sembra ancora incredibile che una persona così esplosiva, così vitale abbia potuto farci questo"), alla mia destra sentivo la Compagna Collega intromettersi nel discorso con la sua voce calda, e mi giravo piena di gioia perchè la vedevo al mio fianco, salvo poi pensare: ma tu sei morta! e di colpo guardare la segretaria e pensare con terrore: e se la sto vedendo solo io? e se sono pazza?
Non posso dire che ci penso continuamente. Non posso dire che a scuola è ancora tutto tremendo come un mese fa, quando nessuno di noi docenti riusciva a dormire e in classe c'era una cappa di tristezza e nervosismo. Vado di nuovo a lavorare volentieri e rido coi ragazzi e correggo le prove e penso al futuro e da un paio di giorni ho anche ripreso il mio posto in sala professori, dove non riuscivo più ad entrare.
Vorrei parlare d'altro, dicevo. O, anche, vorrei raccontarvi di che persona era lei, vorrei trasmettere come mi sento davvero, anche alla mia famiglia, che temo non capisca: perchè uno i colleghi, soprattutto se sono di una fascia d'età diversa dalla propria, di solito se li vive sul lavoro, non li invita fuori, non li presenta a casa, e quindi nessuno di preciso sa davvero come fosse il mio rapporto con la Compagna. E invece per me questo lutto è enorme, perchè è la prima volta in vita mia che perdo un'amica.
Quando mi hanno detto che la pianta scelta per lei era una magnolia, sono rimasta senza parole. Come avrei potuto non pensare a un film che ho visto penso dieci volte, una storia di donne di età diverse che si incontrano in un loro mondo fatto di forza smisurata, di speranza e di coraggio, una storia di amiche, una storia che contiene anche una morte inaccettabile?
E poi oggi quella frase sul mandare affanculo le infermiere, e il convenire con gli altri che no, lei non era tipo da lasciarsi deperire, da sfinirsi di chemio, lei al marito ha detto "Io muoio" e ha staccato i contatti con tutti quanti, lei se n'è andata come ha vissuto, d'impeto, senza convenevoli, senza smancerie.
E io penso a Julia Roberts che, nel film, dice una frase che io mi sono ripetuta migliaia di volte, da quando ero una ragazzina: "Preferirei sempre tre minuti di meraviglioso a una vita fatta di niente di speciale".
E all'improvviso mi sembra che i conti tornino, perfettamente.
lunedì 31 marzo 2014
Immensità
Li ho ascoltati, uno dopo l'altro.
E come il vento odo stormir tra
queste piante...
Lentamente, con
intonazione corretta, con un buon ritmo di pause e enjambements.
...interminati
spazi...
Qualcuno riusciva
anche a guardarmi negli occhi. Calmi, concentrati.
...ove per poco il cor non si
spaura.
La voce della
Bambola. La voce di Huck. La voce di Winnie.
...e le morte stagioni...
La voce di Occhioni
Tristi. La voce di Momo.
...così tra questa immensità...
Avevo un groppo in
gola. Ma sul serio tra poco se ne andranno, e con loro le ore e ore
di fatica bruta che mi sono costati?
Ma sul serio adesso
finiamo di gustarci i miei riassuntini snelli delle Operette morali,
e poi ancora due mesi di letteratura e poi non posso più spiegar
loro nient'altro?
L'altro giorno dal
nulla, in un momento in cui si parlava di tutt'altro, Huck se ne esce
con “A settembre qua cominciate prima delle superiori, e va bene,
così la vengo a trovare.”
Ghghghgh. Che me lo
dicesse qualcuno l'ultima settimana di scuola, va bene, ma tre mesi
prima è record.
Del resto Huck e io ci facciamo simpatia a vicenda, senza interruzioni, dal primo giorno di prima media.
Atreiu ha fatto
scene greche prima dell'inizio del giro su “L'infinito”. Che lui
non la sa e non se la ricorda e che ansia e che qua e che là. Poi da
un momento all'altro, quando toccava a lui, mi ha detto la poesia da
10.
“Ah ma stavi
scherzando, allora, mi hai fatto la scena apposta...”Sorriso volpino.
Poi dopo un po', tra la recitazione di un compagno e quella dell'altro, lo sento che esclama: “Però che strano il senso di colpa! Ho detto la poesia e sto benissimo. Prima c'avevo un mal di pancia...”
Dopo si informa: “Ma lei 10 e lode come lo conta?”
“11.”
“Ahh. E io quanto ho preso?”
“10.”
“Uffa.”
“Volevi l'11?"
“Sì.”
Ci siamo fatti un
bel sorriso. Il mio diceva: “obiettivo raggiunto”. Il suo: “ce la
faccio!”
Dylan, invece.
Lo chiamo per ripetere la poesia. Si alza
e mi porta il diario.
“Non le faccio perdere tempo.”
“Non provi nemmeno?”
“No no.”
“Neanche a vedere se te ne ricordi un pezzetto?”
"No.”
Io prendo il diario e ci stampo sopra un 2, senza batter ciglio.
Più tardi, la
Isinbayeva si incasina e si ferma dopo quattro o cinque versi. Le do
4.
Allora Dylan
risorge:
“Ma bastava provare per prendere 4, anche se non la sai?”
“Certo. E' diverso che non provarci nemmeno.”
“Posso provare?"
“No. Te l'ho
chiesto prima, mi hai detto di no.”
Non replica.
Finisco il giro e
lui è l'unico in questa situazione.
Due 4, qualcuno che
ha rimediato un 7 perchè s'è impappinato troppo, parecchi 9,
parecchi 10, qualche lode.
Lui: 2.
“Senti, Dylan, facciamo un discorso adesso.”
“Sei andato avanti finora sicurissimo che, ogni volta che facevi così, ti avremmo preso per mano: no L. guarda che non si fa così, prova di qua, smettila di là, insomma L. sei un ragazzo in gamba, studia, etc. etc. Abbiamo provato con le buone, con le cattive. Tu continui a cercare queste nostre parole, a provocarci per farci intervenire, e poi fai lo stesso di prima. Allora potrei provare a non dirti più niente: tu fai cosa vuoi, ti arrangi, ti do un voto quando ti devo dare un voto, e poi ci vediamo all'esame. Magari funziona.”
Vedo un reale senso di smarrimento nei suoi occhi. Non riesce a tirar su l'angolo della bocca per il solito sorrisetto amaro.
Se il discorso fosse durato ancora
per tre o quattro frasi avrebbe pianto.
Mi sono fermata
quando non era più in grado di alzare gli occhi dal banco.E' sparito, non si è più mosso nè fatto sentire per un bel po'.
Dopo l'intervallo scrivo sulla lavagna tutte le fasi da cui è composto l'esame e poi chiedo di preparare un foglio con due colonne: punti deboli e punti di forza, rispetto all'esame appunto.
Li lascio a pensarci un po'. Intanto scrivo i voti della poesia sui diari.
Si materializza al mio fianco un Dylan tremante.
"E se a me viene così? Non mi viene nient'altro."
Il foglio contiene queste parole:
PUNTI DEBOLI
TUTTO
PUNTI DI FORZA
NIENTE
"Questa", gli dico sempre con voce tranquilla, "non è una valutazione sensata, Dylan. Vai a posto."
Spendo un po' di tempo a raccontare che, nella mia esperienza, lo studente perfetto esiste. Passa ogni cento anni come certe comete, ma c'è, io uno l'ho incontrato. L'anno dopo aver fatto le medie a Scuolina Rosa, era allo scientifico e aveva LA MEDIA DEL NOVE VIRGOLA OTTO. Vista coi miei occhi, sui quadri di fine anno.
Atreiu, con britannico sopracciglio inquisitore:
"Come 9,8? Di che materia?"
"Di tutte, Atreiu."
"Minchia!"
"E... sì. Credo che sia l'unico commento che si possa fare di fronte a una media del genere."
Poi continuo dicendo che invece quello che non esiste è lo studente che non impara. Quello che ha solo punti deboli. Quello che entra in prima e esce dalla terza senza essere migliorato in niente. Lo penso sul serio. A meno che non stiano a casa, se vengono a scuola noi qualcosa caviamo anche dal meno dotato.
Ma sono discorsi generali rivolti a tutta la classe. Con Dylan bisogna fare anche dell'altro.
Contavo di avere da lui una reazione di indifferenza, una battuta beffarda o un atteggiamento di sfida, quando gli ho comunicato che non gli dirò più niente.
Invece, mentre gli parlavo, nei suoi occhi ho visto il dolore di essere lasciato solo.
Pensavo comunque, anche solo per coerenza, di lasciarlo macerare qualche giorno nell'idea che effettivamente non avrei preso più in considerazione le sue richieste di attenzione.
Ma quando poi è venuto alla cattedra con PUNTI DEBOLI TUTTO, PUNTI DI FORZA NIENTE non stava facendo il pigro, lo stronzo, il paraculo. Era agitatissimo.
Quindi non farò così, non posso mollarlo con le paranoie a marzo prima dell'esame.
Ma anche lui deve andare, prima o poi, là fuori. E io voglio che vada un po' più sereno.
martedì 18 marzo 2014
Umani
Vorrei che leggeste questo post della Pellona, di cui mi pregio di essere da tempo una assidua lettrice, perchè è una persona incredibile, fa una vita incredibile, e scrive in modo incredibile del suo incredibile mestiere.
Tenetevi un momento per leggerlo in cui non ci sia troppa gente in giro, perchè potrebbe farvi effetti abbastanza evidenti.
Poi pensate a tutte le persone che si sono occupate di voi e dei vostri cari quando avevate bisogno e, se non le avete ringraziate, vergognatevi. Io ho la coscienza pulitissima, in tal senso, perchè grazie è una parola che ho detto migliaia di volte nelle lunghe peregrinazioni tra un ospedale e l'altro, dal dicembre 2010 a due mesi fa. Forse siamo stati molto fortunati e abbiamo incontrato persone speciali, forse mio padre era un medico e mia madre lo è tuttora e i loro colleghi ci trattavano con più attenzione, di certo in un letto d'ospedale mio padre era un paziente beneducato e intelligente, ma, quando aveva bisogno o era male ossigenato e non capiva, era un rompicoglioni quanto chiunque altro, e noi eravamo tutti molto rispettosi e fiduciosi delle figure professionali, ma quando avevamo paura, o non avevamo capito le indicazioni, o eravamo in piena emergenza, eravamo dei parenti rompicoglioni quanto chiunque altro.
Io personalmente, nel corso di tanti mesi di sofferenze, sono stata beccata da perfetti estranei due o tre volte in flagrante attacco di panico o in botta di pianto irrefrenabile, e devo dire che ho visto trasformarsi la faccia del medico da quando mi ha guardato di striscio ("chi è questa? ah, è la figlia del letto 21") a quando ha capito che avevo bisogno di aiuto ("poverina è in crisi, le dedico un minuto e mezzo, ma glielo dedico bene") e poi sono andata avanti giorni a scusarmi e a ringraziare: a volte incontravo questi poveri eroi quotidiani nei corridoi dell'ospedale, ed io ero così sfinita e loro così impegnati, che non potevo fare altro che dire un buongiorno, ma anche se ero a pezzi e mi faceva male l'anima al pensiero di tener duro un altro secondo, mi sono sempre sforzata di mettere nel buongiorno un tono veramente caldo, un sorriso e uno sguardo pieno di riconoscenza. Ricordo un dottore che una sera in fine orario visite si è trascinato, visibilmente cotto, fino alla macchinetta del caffè e mia madre, anche se dispiaciuta di arpionarlo in un momento di pausa, gli ha chiesto delle cose perchè stavamo andando via e avevamo bisogno di informazioni, e io ho pensato se questo ci risponde di merda è colpa nostra, e lui poveretto, che chissà da quanto era in turno, invece, ci ha risposto a tono, non sbrigativamente, ma con una fatica di mettere insieme le parole che la vedevi proprio. Mi ricordo di aver pensato che se non lo avessi guardato negli occhi con una vera e profondissima gratitudine, qualunque frase per scusarci e ringraziarlo sarebbe stata inutile e banale.
Adesso comunque, a proposito di esseri umani, ve ne dico una.
L'altra mattina l'Araba Felice, la mia alunna marocchina di terza, chiede di uscire per andare in bagno. Dopo qualche tempo dalla seconda esce un ragazzino, e la vede lunga distesa sul pavimento nell'antibagno delle ragazze. Chiama aiuto, accorrono il Dolce Cowboy, che è il suo prof di sostegno, il Gigante e due bidelle.
Ciò avviene nel corridoio ovest, mentre io ho appena sbattuto fuori dalla porta il Bambino Più Grasso nel corridoio est, perchè rompeva. Il suddetto si riaffaccia in classe, però, per dirmi che c'è una ragazza che sta male. Io finisco quel che devo fare, poi faccio rientrare il Bambino Più Grasso, lascio la prima a finire gli esercizi con l'assistente di Iammeià, per andare a far partire la stampa di una prova scritta, e in pratica non rientro più, perchè nel corridoio mi viene detto che l'alunna che sta male è una delle mie. Vado a vedere e la trovo distesa sul tavolo in auditorium, coperta con maglie e giacche, che sta lì tutta bianca, immobile e con gli occhi voltati. Ci sono i colleghi e le bidelle e sta arrivando l'ambulanza.
I volontari della Croce Rossa sono due uomini maturi, paterni, molto gentili e mentre le prendono i parametri ci accorgiamo tutti che si sta riprendendo, anche se ci ha messo un po'. Risponde alle domande, non gira più gli occhi e la pressione, almeno da sdraiata, è normale anche se bassina.
Comunque, visto che i genitori non sono arrivati, i due volontari decidono che la caricheranno in ambulanza, il Gigante dice che andrà con lei e il Dolce Cowboy lo seguirà con la macchina per riportarlo indietro, una volta che avranno finito all'ospedale e saranno arrivati padre e madre della piccola (è più alta di me, okay, ma stava male e quindi era piccola, punto).
Mentre sono lì che la imbragano sulla barella, uno dei volontari chiede al Dolce Cowboy come sta suo figlio. Il quale figlio, diciassettenne e con seri problemi di salute dalla nascita, mentre io mi picchiavo con la mia congiuntivite, ha avuto di punto in bianco, dopo anni di tranquillità, un ricoverone d'urgenza, di quelli che a un papà e a una mamma fanno cadere tutti i capelli e qualche dente dallo spavento. Ai punti che, anche se si è stabilizzato abbastanza in fretta, i medici consigliano di portarlo a Firenze dove era stato seguito fin da piccolissimo. Così pronti via, la mamma non può partire perchè stanno iniziando i percorsi abilitanti speciali (no comment...), parte papà. Quest'uomo dolce e discreto, così magro, così gentile, che una volta d'estate mi ha raccontato tutta la storia del suo bambino sulla porta di un'aula vuota e buia, io, che ero una delle poche a non saperne niente a Scuolina Rosa, appoggiata a uno stipite, e lui all'altro e il cuore in mano, un'ora, un'ora e mezza, non so più. Mi ricordo di aver pensato quanta intimità pazzesca s'era creata all'improvviso con quest'uomo che non si fa mai i fatti degli altri e non fa mai una parola di troppo, e dal nulla, in una mattina in cui l'agenda segnava "riordino plessi", stava lì a dirmi che lui avrebbe tanto voluto un altro figlio, che pensava che sarebbe stato bello comunque avere una famiglia numerosa, ma sua moglie aveva sempre vissuto malissimo i problemi del loro unico bambino e si dava la colpa di tutto, come se esistesse una colpa per queste cose, e non avrebbe mai rischiato una seconda volta.
Insomma, il volontario era proprio quello che aveva fatto il viaggio a Firenze con Dolce Cowboy e suo figlio. E così si informava. Ma non era dell'umanità del volontario che volevo raccontarvi. Era che le cose sono andate per le lunghe al pronto soccorso, perchè la mamma dell'Araba Felice non credo parli italiano, sicuramente non guida e forse non è autorizzata a girare sola, fatto sta che alle due il Gigante era ancora seduto vicino alla ragazzina in Pediatria, e in attesa dei genitori nessuno la visitava, anche se lei stava visibilmente meglio. Invece, all'ora dell'uscita da scuola del figlio, il Dolce Cowboy era andato a prenderlo e il Gigante si era messo d'accordo con la preside per essere recuperato in macchina. E allora, il giorno dopo, il Gigante, alle macchinette del caffè, diceva a me e alla Bestia Nera che, prima di andare via dall'ospedale, il Dolce Cowboy aveva dato alla ragazzina marocchina un bacino sulla fronte, e che lui era un po' contrario a queste effusioni con gli alunni ma l'aveva trovata una cosa molto tenera, lì per lì, anche perchè il Cowboy, poverino, era preoccupatissimo... insomma, ci ha raccontato questa scena e, siccome prima o poi ci siamo passati tutti, abbiamo capito che intendeva parlare di quel tipo di comportamenti istintivi, magari un po' esagerati ma tanto sinceri, che si hanno quando si vive un'esperienza di grandissimo impatto, e si tiene duro tutto il giorno, salvo poi perdere il senso delle convenienze, o dei soliti confini dettati dai ruoli, in un momento apparentemente di minor gravità. Quel che io chiamo "girare per la strada scuoiati vivi".
La Bestia Nera, sempre con quel suo tono molto pratico e poco trasporto affettivo, come se proclamasse chissà quale marzialissimo ordine, ha detto che agli ultimi consigli di classe il Dolce Cowboy si era addormentato in piena riunione: "Ma per forza, perchè non dormono, nè lui nè la moglie, di notte stanno svegli a guardare il ragazzo, hanno paura che non respiri bene. Ma hai visto quanti chili ha perso, che già era magro magro?"
E mi sono vista nella mente quel bacino sulla fronte della ragazzina e ho pensato che a casa sicuramente è lui quello che fa il pratico, lo sbrigativo e il disinvolto, per non spaventare suo figlio, per tenere su sua moglie. Poi stasera ho letto della Pellona che bacia il bimbo malato prima dell'intervento, e ho pensato alle carezze che lui, il Gigante e io stessa abbiamo prodigato alla ragazzina mentre cercavamo di farla riprendere, e no, mi sono detta, la Pellona ha ragione, ma la maggior parte delle volte non serve nemmeno che qualcuno ringrazi: la maggior parte delle volte essere umani sul lavoro, concederci il lusso di una parola gentile, di un gesto affettuoso, è quello che ci permette di resistere a tutto, anche sugli altri fronti.
Tenetevi un momento per leggerlo in cui non ci sia troppa gente in giro, perchè potrebbe farvi effetti abbastanza evidenti.
Poi pensate a tutte le persone che si sono occupate di voi e dei vostri cari quando avevate bisogno e, se non le avete ringraziate, vergognatevi. Io ho la coscienza pulitissima, in tal senso, perchè grazie è una parola che ho detto migliaia di volte nelle lunghe peregrinazioni tra un ospedale e l'altro, dal dicembre 2010 a due mesi fa. Forse siamo stati molto fortunati e abbiamo incontrato persone speciali, forse mio padre era un medico e mia madre lo è tuttora e i loro colleghi ci trattavano con più attenzione, di certo in un letto d'ospedale mio padre era un paziente beneducato e intelligente, ma, quando aveva bisogno o era male ossigenato e non capiva, era un rompicoglioni quanto chiunque altro, e noi eravamo tutti molto rispettosi e fiduciosi delle figure professionali, ma quando avevamo paura, o non avevamo capito le indicazioni, o eravamo in piena emergenza, eravamo dei parenti rompicoglioni quanto chiunque altro.
Io personalmente, nel corso di tanti mesi di sofferenze, sono stata beccata da perfetti estranei due o tre volte in flagrante attacco di panico o in botta di pianto irrefrenabile, e devo dire che ho visto trasformarsi la faccia del medico da quando mi ha guardato di striscio ("chi è questa? ah, è la figlia del letto 21") a quando ha capito che avevo bisogno di aiuto ("poverina è in crisi, le dedico un minuto e mezzo, ma glielo dedico bene") e poi sono andata avanti giorni a scusarmi e a ringraziare: a volte incontravo questi poveri eroi quotidiani nei corridoi dell'ospedale, ed io ero così sfinita e loro così impegnati, che non potevo fare altro che dire un buongiorno, ma anche se ero a pezzi e mi faceva male l'anima al pensiero di tener duro un altro secondo, mi sono sempre sforzata di mettere nel buongiorno un tono veramente caldo, un sorriso e uno sguardo pieno di riconoscenza. Ricordo un dottore che una sera in fine orario visite si è trascinato, visibilmente cotto, fino alla macchinetta del caffè e mia madre, anche se dispiaciuta di arpionarlo in un momento di pausa, gli ha chiesto delle cose perchè stavamo andando via e avevamo bisogno di informazioni, e io ho pensato se questo ci risponde di merda è colpa nostra, e lui poveretto, che chissà da quanto era in turno, invece, ci ha risposto a tono, non sbrigativamente, ma con una fatica di mettere insieme le parole che la vedevi proprio. Mi ricordo di aver pensato che se non lo avessi guardato negli occhi con una vera e profondissima gratitudine, qualunque frase per scusarci e ringraziarlo sarebbe stata inutile e banale.
Adesso comunque, a proposito di esseri umani, ve ne dico una.
L'altra mattina l'Araba Felice, la mia alunna marocchina di terza, chiede di uscire per andare in bagno. Dopo qualche tempo dalla seconda esce un ragazzino, e la vede lunga distesa sul pavimento nell'antibagno delle ragazze. Chiama aiuto, accorrono il Dolce Cowboy, che è il suo prof di sostegno, il Gigante e due bidelle.
Ciò avviene nel corridoio ovest, mentre io ho appena sbattuto fuori dalla porta il Bambino Più Grasso nel corridoio est, perchè rompeva. Il suddetto si riaffaccia in classe, però, per dirmi che c'è una ragazza che sta male. Io finisco quel che devo fare, poi faccio rientrare il Bambino Più Grasso, lascio la prima a finire gli esercizi con l'assistente di Iammeià, per andare a far partire la stampa di una prova scritta, e in pratica non rientro più, perchè nel corridoio mi viene detto che l'alunna che sta male è una delle mie. Vado a vedere e la trovo distesa sul tavolo in auditorium, coperta con maglie e giacche, che sta lì tutta bianca, immobile e con gli occhi voltati. Ci sono i colleghi e le bidelle e sta arrivando l'ambulanza.
I volontari della Croce Rossa sono due uomini maturi, paterni, molto gentili e mentre le prendono i parametri ci accorgiamo tutti che si sta riprendendo, anche se ci ha messo un po'. Risponde alle domande, non gira più gli occhi e la pressione, almeno da sdraiata, è normale anche se bassina.
Comunque, visto che i genitori non sono arrivati, i due volontari decidono che la caricheranno in ambulanza, il Gigante dice che andrà con lei e il Dolce Cowboy lo seguirà con la macchina per riportarlo indietro, una volta che avranno finito all'ospedale e saranno arrivati padre e madre della piccola (è più alta di me, okay, ma stava male e quindi era piccola, punto).
Mentre sono lì che la imbragano sulla barella, uno dei volontari chiede al Dolce Cowboy come sta suo figlio. Il quale figlio, diciassettenne e con seri problemi di salute dalla nascita, mentre io mi picchiavo con la mia congiuntivite, ha avuto di punto in bianco, dopo anni di tranquillità, un ricoverone d'urgenza, di quelli che a un papà e a una mamma fanno cadere tutti i capelli e qualche dente dallo spavento. Ai punti che, anche se si è stabilizzato abbastanza in fretta, i medici consigliano di portarlo a Firenze dove era stato seguito fin da piccolissimo. Così pronti via, la mamma non può partire perchè stanno iniziando i percorsi abilitanti speciali (no comment...), parte papà. Quest'uomo dolce e discreto, così magro, così gentile, che una volta d'estate mi ha raccontato tutta la storia del suo bambino sulla porta di un'aula vuota e buia, io, che ero una delle poche a non saperne niente a Scuolina Rosa, appoggiata a uno stipite, e lui all'altro e il cuore in mano, un'ora, un'ora e mezza, non so più. Mi ricordo di aver pensato quanta intimità pazzesca s'era creata all'improvviso con quest'uomo che non si fa mai i fatti degli altri e non fa mai una parola di troppo, e dal nulla, in una mattina in cui l'agenda segnava "riordino plessi", stava lì a dirmi che lui avrebbe tanto voluto un altro figlio, che pensava che sarebbe stato bello comunque avere una famiglia numerosa, ma sua moglie aveva sempre vissuto malissimo i problemi del loro unico bambino e si dava la colpa di tutto, come se esistesse una colpa per queste cose, e non avrebbe mai rischiato una seconda volta.
Insomma, il volontario era proprio quello che aveva fatto il viaggio a Firenze con Dolce Cowboy e suo figlio. E così si informava. Ma non era dell'umanità del volontario che volevo raccontarvi. Era che le cose sono andate per le lunghe al pronto soccorso, perchè la mamma dell'Araba Felice non credo parli italiano, sicuramente non guida e forse non è autorizzata a girare sola, fatto sta che alle due il Gigante era ancora seduto vicino alla ragazzina in Pediatria, e in attesa dei genitori nessuno la visitava, anche se lei stava visibilmente meglio. Invece, all'ora dell'uscita da scuola del figlio, il Dolce Cowboy era andato a prenderlo e il Gigante si era messo d'accordo con la preside per essere recuperato in macchina. E allora, il giorno dopo, il Gigante, alle macchinette del caffè, diceva a me e alla Bestia Nera che, prima di andare via dall'ospedale, il Dolce Cowboy aveva dato alla ragazzina marocchina un bacino sulla fronte, e che lui era un po' contrario a queste effusioni con gli alunni ma l'aveva trovata una cosa molto tenera, lì per lì, anche perchè il Cowboy, poverino, era preoccupatissimo... insomma, ci ha raccontato questa scena e, siccome prima o poi ci siamo passati tutti, abbiamo capito che intendeva parlare di quel tipo di comportamenti istintivi, magari un po' esagerati ma tanto sinceri, che si hanno quando si vive un'esperienza di grandissimo impatto, e si tiene duro tutto il giorno, salvo poi perdere il senso delle convenienze, o dei soliti confini dettati dai ruoli, in un momento apparentemente di minor gravità. Quel che io chiamo "girare per la strada scuoiati vivi".
La Bestia Nera, sempre con quel suo tono molto pratico e poco trasporto affettivo, come se proclamasse chissà quale marzialissimo ordine, ha detto che agli ultimi consigli di classe il Dolce Cowboy si era addormentato in piena riunione: "Ma per forza, perchè non dormono, nè lui nè la moglie, di notte stanno svegli a guardare il ragazzo, hanno paura che non respiri bene. Ma hai visto quanti chili ha perso, che già era magro magro?"
E mi sono vista nella mente quel bacino sulla fronte della ragazzina e ho pensato che a casa sicuramente è lui quello che fa il pratico, lo sbrigativo e il disinvolto, per non spaventare suo figlio, per tenere su sua moglie. Poi stasera ho letto della Pellona che bacia il bimbo malato prima dell'intervento, e ho pensato alle carezze che lui, il Gigante e io stessa abbiamo prodigato alla ragazzina mentre cercavamo di farla riprendere, e no, mi sono detta, la Pellona ha ragione, ma la maggior parte delle volte non serve nemmeno che qualcuno ringrazi: la maggior parte delle volte essere umani sul lavoro, concederci il lusso di una parola gentile, di un gesto affettuoso, è quello che ci permette di resistere a tutto, anche sugli altri fronti.
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