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sabato 20 gennaio 2018

Ai due estremi del blu - Ogigia

"Non andare", mi disse più volte Calipso. "Il nostro sarà un amore immortale. Farò di te un dio, è quel che meriti."
Restavo sdraiato tra le sue braccia, ascoltando le onde fuori dalla grotta. I suoni distanti degli uccelli marini, di creature mostruose che risucchiavano acqua nelle fauci, degli spruzzi sollevati da banchi di pesci volanti. Gli schiocchi felici dei delfini. Tutto lì fuori, a portata di mano. E neanche due assi di legno tenute insieme da una corda, per andarmene. Gli dèi contro, da una vita.
La mano di Calipso intorno al sesso, e gli occhi muti di Penelope in mente.

Di giorno, le fronde stormivano sul mio capo, mentre strizzavo le palpebre per guardare il cielo tra le foglie. Il mio corpo, reso coriaceo dal sale e muscoloso dai combattimenti, che impigriva, che si allentava, nell'ozio dorato della spiaggia di Ogigia.
Due uccellini verde chiaro si inseguivano giocando. Pensavo alla piccola mano paffuta di Telemaco aggrappata al mio dito.

Poi lei venne, e disse: "Hanno detto che puoi andare. Che devi andare."
Le tremava la voce. Il mio cuore fece un balzo nel petto, mi sollevai per metà sulla sabbia, già cercavo con gli occhi un tronco da tagliare. Poi la guardai. Cercava di sorridermi, ma i suoi occhi erano puntati verso l'orizzonte. Per la miliardesima volta, ne ero certo, si chiedeva come avrei trovato Penelope: una quasi quarantenne con i segni del dolore in viso, un essere umano, fallibile, pieno di difetti. Lei, che era una dea e ogni giorno rifletteva nei capelli, nelle labbra, tutto lo splendore di un'isola fatata, cercava di immaginare il profumo di mia moglie, del nostro letto, delle stanze di casa nostra. Non poteva riuscirci.

Tentai di non farle notare con quanta eccitazione stessi mettendo finalmente insieme i pezzi per costruire la mia zattera. Mi portava da mangiare e da bere, sedeva vicino a me per un po', ma le passavano sul viso incantevole molte espressioni dure. Poi si alzava e scuotendo le spalle andava verso la grotta. Di notte mi amava con generosità, con passione. Di giorno prese a evitarmi sempre di più.

Una sera prima del tramonto finii il lavoro. Non volevo dormire con lei, rubarle un'ultima volta i piaceri che avevo imparato ad apprezzare, volevo stare vicino alla mia zattera, carezzare il legno, non chiudere occhio fino al primo raggio di luce, per non perdere neanche un secondo, per spingere in acqua la piccola imbarcazione non appena avessi potuto distinguere la linea del promontorio dal colore del cielo. Non sapevo come salutarla.

Venne lei, appena sceso il sole, quando mi ero da poco sdraiato sulle assi tiepide. Mi si raggomitolò vicino. Non voleva fare l'amore, non mi toccava neppure. Restò lì fino a poco prima che albeggiasse. Io non dissi niente. La guardai andare via, col peplo chiaro che ondeggiava, appena visibile, lungo il bagnasciuga nero, finchè scomparve. Non ero davvero certo che ci fosse mai stata.

Spinsi in mare la zattera, e a ogni onda che la colpiva il mio corpo sussultava, come se i sobbalzi del legno fossero spinte dei miei lombi in un grembo azzurro, enorme. Appena fui abbastanza lontano dall'isola, urlai al cielo con rabbia, e con gioia. Stavo andando a casa. Ogigia, dietro di me, era una macchia verdeggiante, baciata dalla rugiada, ruscellante di cascate. In fondo alla grotta, Calipso forse piangeva. L'odore di pietre calde e legno d'ulivo della mia stanza nuziale si liberò nel mio cervello, un ricordo che non avevo voluto ridestare per anni. Ma sembrava quasi di essere sulla porta, se chiudevo gli occhi percepivo la ruvidezza del muro, il passo calmo di Penelope coi suoi calzari sottili, il fruscio della sua veste che cadeva a terra. Mi concentrai intensamente sul mare, che temevo potesse tradirmi ancora. Non potevo ancora cedere al miraggio. Non potevo correre a prenderla tra le mie braccia, strofinare la testa calda di Argo, vedere lo splendore dei vent'anni di Telemaco. Dovevo fare quel che avevo sempre fatto: navigare. E non morire. Strinsi le palpebre e scrutai l'orizzonte che si faceva cupo. Non mi sarei lasciato fermare.





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