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martedì 16 gennaio 2018

Quattro fotogrammi

Uno.
Oggi sarebbe l'anniversario di matrimonio dei miei. Mia madre non indossa più la fede da un pezzo, io ogni volta che le guardo la mano sinistra ci resto di merda. Sono una sentimentale del cazzo, e, comunque, papà mi manca. Sono quattro anni che se ne è andato, e io che non capivo perché la settimana scorsa ero fisicamente e moralmente a pezzi: mi era sfuggito l'anniversario, a livello cosciente, e invece eccolo, da tutte le altre parti. Domani faccio quarantadue anni e vorrei tanto un suo abbraccio.

Due.
Cazzo, ma Dolores O'Riordan anche no, dai. Anche no.

Tre.
La Princi è tra i candidati per un'esperienza di stage all'estero. Ventotto giorni in Spagna, in famiglia, a lavorare come assistente di sala in pronto soccorso. Uno dei quindici posti riservati agli alunni di Ultima Frontiera è praticamente già suo, a giudicare da come me ne hanno parlato i professori. Un terzo di me scoppia di fierezza, orgoglio, invidia e entusiasmo. Un terzo di me si domanda come sopravviverà, quella che è tornata da due settimane di Sardegna con l'appendicite e ha detto "lo sapevo che se andavo via mi veniva qualcosa", quella che non sa contare i resti, e quella che fino a cinque minuti fa voleva la mamma per ogni cosa nuova. Un altro terzo guarda pensoso l'Uomo e si domanda: come sopravviverò io? Cosa succederà in quel mese?
Oggi comunque lei va alla prima lezione di teoria per la patente. Lacrimuccia. Stiamo invecchiando.

Quattro.
Belzebù sta per essere ricoverato di nuovo. Sta veramente male, di fisico e di testa. Non ci dormo. Penso che andrò a trovarlo al Gaslini. Non voglio coinvolgermi troppo, temo di sapere come andrà a finire e devo cercare di proteggermi, nei limiti del possibile, ma lui è così solo. La differenza tra il suo comportamento e quello degli altri è enorme, ormai, e come si fa a non iniziare davvero a trattarlo diversamente da tutti.
Sono intervenuta in suo favore, sbianchettando di mio pugno due note dell'Orsone per il suo sclero incontenibile dell'ultimo giorno in cui è venuto a scuola, la settimana scorsa. L'Orsone mi aveva dato il suo permesso, ma di certo ho sudato freddo nel prendere posizione davanti a un uomo così autorevole. E nel valutare fin dove arrivi adesso la possibilità di dire la mia, in una scuola dove, fino a due anni fa, ero trattata come una sguattera rimpiazzabile in qualsiasi momento. Ieri guardavo i ragazzi di terza, due ore e mezza con la testa china sul testo argomentativo, in un silenzio celestiale che perdurava anche se io mi spostavo in fondo al corridoio a far fare le fotocopie. Due anni e mezzo, ci ho messo, ad avere questo da loro. E diciotto anni, tra tirocini, supplenze e ruolo, ad avere questo da me stessa.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Auguri... e un abbraccio...
Chiara