Io me lo ricordo, di avere collegato le incredibili, bellissime strutture triangolari sotto cui passavamo ogni venerdì e ogni domenica all'immagine sul pacchetto dei ciungai preferiti di mia madre, che ce li aveva sempre in borsa, probabilmente per non fumare, o per non mangiare. Mi ricordo di avere chiesto qualcosa su questo collegamento, e di aver sentito mia madre rispondere dal sedile davanti che il ponte disegnato sul pacchetto non era quello, ma quello in America. Comunque per spiegare a chiunque, genovese o frequentatore occasionale di Genova, di che viadotto si parlasse quando si parlava di quello sul Polcevera, tutti noi dicevamo "il ponte di Brooklyn" e la gente capiva, anche se ci era passata una volta sola.
Molti anni dopo, quando da Genova Ovest imboccavo lo svincolo e mi immettevo sul ponte, non mi lasciavo alle spalle solo il centro, ma anche tutta la mia vita di albarina, per correre tra le braccia del mio amore in quel di Sestri. Facevo solo quel tratto, Genova Ovest - Genova Aeroporto, che praticamente coincide quasi per intero col ponte, ma intanto ogni volta smettevo di essere figlia, ragazza, studentessa, man mano diventavo adulta, donna, moglie.
Mia figlia, che non ha mai vissuto a Genova, quando percorrevamo il ponte in arrivo dal Piemonte cambiava posizione sul sedile, come me, e come me prendeva un respiro, perché il ponte voleva dire essere arrivati.
Credo che dovrò andare a guardare coi miei occhi le macerie, il moncone, per rendermi conto che non c'è davvero più. E' inconcepibile. Come era inconcepibile guardare due, tre vigili del fuoco alla volta arrampicarsi con movimenti che sembravano lentissimi sulle gigantesche porzioni di cemento, come formichine disorientate. Come è inconcepibile che qualcuno sia sopravvissuto, che qualcuno sia volato giù e si sia polverizzato senza il tempo di formulare un pensiero, che qualcuno sia rimasto ore vivo e ferito, in mezzo a quella specie di mostruosa torre di cubi buttati giù dalla manata di un bambino smisurato. Come è inconcepibile che la gente domani, ai funerali, non prenda a sassate gli stronzi che pontificano, che parlano di soldi e che rimpallano le responsabilità. Come è inconcepibile che non ci mettano in fila tutti i pompieri, i medici, i sommozzatori, i poliziotti, gli infermieri, i vari membri dei reparti speciali, che in queste ore hanno fatto le veci di Dio, il quale, come è evidente, non esiste o se esiste è girato di là, per permetterci di abbracciarli tutti uno per uno, di dire grazie, cazzo sì persino gli sbirri, anche se forse solo per stavolta, vorrei abbracciare, solo per non essersi messi a correre lontano inorriditi e avere avuto il fegato e lo stomaco di rimanere lì a lavorare in quell'apocalisse. Come è inconcepibile che non lo ricostruiscano lì, il ponte.
Se fosse per me, idealmente, lo ricostruirei davvero proprio lì. Nello stesso punto, con un progetto migliore, facendo venire, cazzo ne so, l'architetto giapponese che se ne capisce di antisismica e di strutture che sfidano la gravità, molto simile esteticamente però. Vietato ai mezzi pesanti. E colorato. Costruito coi nostri soldi, coi soldi della gente, da non dover dire grazie a nessuno, che si fottano i politici e i Benetton e tutti i palazzinari che se la ridono quando crolla qualcosa in Italia. Un ponte su cui ogni Genovese possa scoppiare in lacrime di tristezza e di orgoglio la prima volta che ci passa. Un ponte per la gente, perché i Genovesi se lo meritano. I Genovesi come quello che ha portato, alle tre e mezza di mattina, la focaccia a quanti scavavano e rimuovevano blocchi di calcestruzzo e indagavano con le sonde nelle voragini. Un ristoratore di Albaro, c'è scritto, quindi uno che avrebbe potuto portare qualsiasi cosa, della pasta, dei dolci, un intero menu, e invece ha portato otto teglie di focaccia profumata, perché quello che bisognava nutrire non era il corpo, era il senso di appartenenza, la simpatia, la condivisione, che uno che ha vissuto a Genova può identificare al primo colpo in una striscia di focaccia tiepida, unta il giusto, salata il giusto, morbida il giusto, sbocconcellata in piedi sorridendo. Quando l'Uomo mi ha fatto vedere questo tweet, eravamo in mezzo a un reparto dell'Ikea a Collegno, ma mi sembrava di sentire l'odore della nostra focaccia, e di vedere nella luce dei fari delle ruspe l'espressione di gioia sul viso delle persone accaldate e stanche.
Noi intanto eravamo alle prese con diverse cose nostre, minori per impatto ma molto serie da dove le vedo io. Mentre ancora il camioncino verde del Basko stava lì fermo, sopra quell'orrendo trampolino di asfalto a strapiombo sulla morte, io e mia madre, in montagna, aspettavamo in silenzio, con tutto il paese, l'arrivo del carro funebre che portava alla chiesetta un uomo da tutti molto amato e con tutti molto affettuoso. Aveva una trentina d'anni quando ho iniziato, col gruppo di amici di allora, a cenare nella sua pizzeria l'ultima sera prima delle partenze di fine vacanza, e neanche sessanta ora che gestiva un ristorante prestigioso, dal clima accogliente, dove il rapporto coi clienti era tutto basato sulla sua cortesia e il suo modo di fare accattivante. Uno di quei posti dove la gente andava con regolarità a festeggiare compleanni e anniversari sapendo di avere la giusta atmosfera, anche noi ci abbiamo fatto il settantesimo della Mater. Da tempo, l'Uomo aveva legato con lui e anche col fratello, nel cui bar andavamo a esercitare il nostro inglese, guardare il campionato britannico e sorseggiare strepitosi Irish coffee.
Non credevo di piangere, invece l'ho fatto, perchè quando ho visto arrivare la bara mi ha colpito un dettaglio, i fiori. Che da lontano sembravano, per forma e colore, un mazzo di erbe di prato, di quelle che crescono lì intorno e profumano il paese fin nel suo centro. Infatti, visti da vicino, erano fiori coltivati, ma comprendevano margheritoni bianchi e tanti, tanti fiori di cardo. Il nostro amico era inglese, non scozzese, quindi il cardo poteva voler significare solo una cosa, non il richiamo alla terra natia, ma l'omaggio alla montagna tanto amata. Ho pianto. Perché io capivo molto bene cosa legava al paese il nostro amico nato oltre la Manica, e perché ero sicura di non essere la sola a notarlo. L'Uomo è arrivato in ritardo, mia madre lo guardava abbastanza in cagnesco perché sa quanto sono stanca e triste di passare le estati così, e guardava me pensosamente. Lui la bara l'ha vista quando ci è ripassata davanti, perché la chiesa e il sagrato erano stracolmi, e noi la messa in due lingue l'abbiamo intuita vagamente, dai gracidii dell'altoparlante che arrivavano fin sulla piazzetta. E ha detto: "Che bei fiori…" In quel momento avrei voluto dire a mia madre: "Ecco, lo vedi perché? Perché sono ancora con lui, perché alla fine è solo con lui che posso voler stare tutta la vita? Perché lui vede le cose che vedo io." Non avevo dubbi su quel che intendesse con "che belli", ma poi ce lo siamo anche spiegati, quando siamo rimasti soli. Era appunto quel che avevo pensato io. Che poi, nella mia mente, qualche ora dopo ho collegato la bellezza ruvida del cardo alla focaccia delle tre di notte ai piedi del disastro, al sorriso della mia gente coraggiosa, al ricoprirsi di spine per andare avanti, al mettere fuori un fiore tutto spettinato e strano mentre si resiste al vento.
sabato 18 agosto 2018
Il fiore del cardo
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1 commento:
Un abbraccio
Chiara
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