BastianaBaldassarraBucci si arrotola una ciocca di capelli intorno a un dito e tira con violenza. Si dimentica di scrivere. Si fa male.
L'Infanta Imperatrice mette in bocca tappi, evidenziatori, goniometri, angoli di squadrette. Li mastica fino a spezzarli.
Lo Scassamaroni mima i prodromi di un attacco epilettico. Che potrebbe anche avere, quindi estote parati, in realtà è ansia, oppure noia, perché è gravemente iperattivo, ma bisogna prenderlo sul serio.
Alfred Molina mi comunica serenamente: "Ho di nuovo mal di testa. E mal di pancia."
"Che facciamo, N.? Chiamiamo casa? Ce li teniamo?"
Sa cosa deve dire, quindi tace. E arranca per arrivare a scrivere alla stessa velocità degli altri.
Sawyer sta con la faccia sul banco. "A., stai male?" Non proferisce suono. "A.???" "Ho sonno, prof." "Basta là però, stai su." "...e mal di pancia." "A., tu non hai mal di pancia. Hai un'ora di grammatica."
Sull'armadietto di classe campeggiano due disegni. Uno, opera della Fatina, raffigura il virus grosso come un bambino che ci siamo presi tutti il primo mese di scuola, io inclusa, e che è stato battezzato Gianpiero. Con la enne. Gianpiero è verde e sorride, emanando cuoricini. L'altro disegno, della BastianaBaldassarraBucci, rappresenta Pablito, un virus viola che invece piange, con l'aria malatissima. Sono le due patologie di cui si può soffrire in prima B. Chi ha preso Giampiero è a scuola e vorrebbe andare a casa. Chi ha preso Pablito è a casa e non può venire a scuola.
Qualche giorno fa, sulla porta, incontro la Yilmaz, la mia nuova collega di matematica simpaticissima e molto in gamba, che mi dice: "Pensavo di far mettere un'acquasantiera qui all'ingresso, per benedire gli infermi". Al che io ricambio, dicendole che avevo pensato di mettere sulla porta un cartello con scritto Sede distaccata Istituto pediatrico Giannina Gaslini.
In consiglio di classe la Yilmaz mi fa morire dal ridere, sostenendo con aria serissima che forse è l'aula che è malsana. Io ribatto: "Ma se quello è il corridoio più luminoso e aerato della scuola!" e lei: "Ho capito, ma la classe sarà costruita su un cimitero indiano, evidentemente."
Intanto a casa il giorno è un silenzio teso, pieno di domande, di pensieri che rimbalzano come piccole cariche di tritolo nel cervello e fanno scoppiare emicranie. È silenziosa anche la notte, il silenzio è nero e profondo, e però in quel buio siamo aggrappati l'uno all'altro e ci sono le sue mani, il suo respiro, tutti quei sogni colorati ed estremi, sia nell'essere belli che nell'essere spaventosi.
Poi io mi sveglio e penso che non voglio iniziare un'altra parentesi grigia e angosciosa, che voglio che sia già sera per tornare a raggomitolarmi con lui. E visto che adesso si può, mi impegno a cucire il silenzio e il buio caldo della notte con la notte successiva, costruendo un ponte di corde sopra uno strapiombo, con mille piccole fibre raccolte qua e là.
Poltrire in letto abbracciati, con le gatte in mezzo e di fianco. Due ore di guida tra boschi e stradine. Lanciare le castagne ammuffite dal finestrino lungo le prode boscose, sperando che un giorno almeno alcune diventino alberi. Leggere vecchie lapidi. Scaldare la torta di riso. Far assaggiare alla Princi un formaggio nuovo.
Intreccio le fibre anche quando mi sanguinano le mani. Forse non dovrei. Forse di corda dovrei costruirne solo una, con cui lanciarmi oltre la gola scoscesa, salvarmi arrivando di là senza di lui. O rimanerci impiccata, altra possibilità da tenere presente. Ma al mattino, quando ancora non ho messo giù il primo piede dalla zattera e gli squali sono a distanza di sicurezza, sembra chiaro che quel ponte io vorrei agganciarlo alla parete opposta dell'abisso e percorrerlo con lui.
Da qualche parte nei boschi, tra una chiesa romanica e l'altra, una caldarrosta mancata forse diventerà un grande castagno, perché noi non l'abbiamo voluta buttare via. Io vivo di queste cose, e anche lui.
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