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martedì 1 gennaio 2019

Tà katà leptá, 1. I déjà vu, stati di regressione e paranoia, quando a una cosa ci tieni tanto che arrivano i mostri a farti paura

Sto cercando da due settimane il tempo e la voglia di finire un post lunghissimo, e alla fine ho deciso di spezzarvelo in più parti, katà leptá, come diceva Callimaco. O meglio il mio prof della tesi, quando non era il mio potentissimo prof della tesi, ma un supplentino poco più che ventenne, e insegnava lettere a una ragazza del liceo con gli occhi azzurri, che poi sarebbe diventata mia madre.

Cominciamo dalle cose folli. E finiremo con le cose folli. In mezzo, varie del più e del meno. Poi, torna Penelope. Nel tempio. 

 A partire da settembre, il 2018 è stato un anno di déjà vu.

Atteggiamenti, reazioni e pensieri che in passato erano normali, ma che da tempo erano dimenticati. Special guest: una colite nervosa talmente arrabbiata che ha recuperato in tre mesi tutti i fastidi che non mi aveva dato negli ultimi otto anni, e cioè da quando mi era sparita all'improvviso, da un giorno all'altro, potrei dire anche l'ora precisa, grazie alla Psicofata.

Non mi succedeva da anni, direi sei o sette, di dire: oh no cazzo è lunedì. Anzi, il pensiero di solito era: dai coraggio che domani, se Dio vuole, è lunedì. Il che la dice lunga sui miei atroci weekend Uomo-free.

E non mi succedeva da anni, direi anche qui almeno sei, ma forse di più, di dire: che freddo. Per carità, io preferisco di gran lunga la persona che sono quando la temperatura esterna è minore o uguale a cinque gradi. E tutti ricordiamo l'inverno tra 2011 e 2012, quando gelavano i motori, i tubi, le portiere della macchina, e, in una memorabile occasione, la porta di casa. Però quest'anno, chissà perché, la fatidica esclamazione è uscita di bocca anche a me due o tre volte. Forse perché la scorsa estate è durata sei mesi?

Né mi capitava di rendermi penosamente ridicola, facendomi prendere da un pensiero angoscioso fino ai punti da dover contattare l'entità aliena per farmelo togliere. Là dove vive lui per fortuna hanno gli strumenti adatti e guardano con bonarietà noi poveri terrestri, impantanati nelle nostre allucinazioni. Ho dato appuntamento all'Uomo davanti a un benzinaio per partire in cordata per Genova, lui non arriva più, io resto parcheggiata mezza sull'uscita di uno spiazzo e, mentre mi si affianca una Fiesta scura che deve fare manovra e uscire, e io intravedo di striscio uno molto alto e molto moro al volante nella semioscurità, perpendicolarmente al viso di questo arriva la luce dei fari della Focus dell'Uomo. Io mi impanico come un coniglio sulla superstrada, e mi faccio tutto un film, talmente tormentoso che in preda a un istinto suicida scrivo al rapitore alieno per farmi rassicurare. Lui getta uno sguardo setoso e distratto dalle nubi olimpiche tra le quali vive e, giurerei col mezzo sorriso degli dèi, risponde che la sua auto nuova è di un altro colore ed è parcheggiata sotto casa. Okay grazie un problema in meno eheheh evviva buon Natale eh, chiudo precipitosamente io. Poi resto a raccogliere la mia decenza spiaccicata come un chewingum sotto una scarpa. E a pensare a come cazzo ho distrutto la mia vita. In condizioni normali dovrei dedicare alcuni faticosi minuti a scrollarmi via la polvere di stelle che mi deposita sempre addosso il contatto con lui, ma stavolta sono troppo presa da un evento enorme, che probabilmente è causa dei miei episodi allucinatori nei parcheggi: stiamo scendendo a Genova tutti insieme. E dormiremo per la prima volta da secoli tutti lì, io e l'Uomo nel lettone che ci portammo via dalla nostra prima casa insieme.

Per darvi l'idea di quanto ci tenessi io, vi ho descritto con un efficace esempio il livello di paranoia raggiunto. Ma vi risparmio la regressione infantile della Princi. Che a un certo punto ringhiava rabbiosa: è solo dormire in un altro letto. Quindi ci teneva anche lei, e parecchio.


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