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sabato 17 agosto 2019

Troppo giovane

E' andata così,  che mi sono rimessa a rileggere Polly (Valentina Santandrea di volevofarelarockstar, di cui tra poco più di un mese sentirete parlare tutti perché, ho scoperto, ora pubblicano un suo romanzo e una serie tv ispirata al suo blog. Che io, sia detto quanto è giusto, seguo da molto, molto tempo prima che diventasse famosa). 

Le butto un commento a un post dei suoi più belli, ma temo di aver postato non solo in chiaro, ma col mio account del lavoro, nome cognome indirizzo di Scuolina Rosa, nossignore non si può fare, solo che i commenti vanno in moderazione. Così le mando una mail e lei gentilmente fa sparire tutto, poi ne approfittiamo per parlare delle rispettive adolescenti, e  stanotte torno di nuovo  al suo blog e ci trovo un post proprio sulla ienitudine, la ienezza, la ienità, chiamatela come volete, delle figlie femmine che diventano mine antimadre. 

Leggo varie cose che sommamente condivido, tra cui la frase su come ogni adulto sfruttabile sia selvaggina per le loro cacce sfrenate a quel che desiderano (cibo, giga, soldi,  un passaggio in auto,  il permesso di rientrare anche fosse solo 15 minuti dopo). 

Poi leggo questo pezzo che vi stralcio. 

"Primo: loro sono state per molti anni IL progetto della mia vita, quello che non potevo permettermi di toppare. E poi sono state la prima cosa che ho fatto da adulta, sono arrivate prima che andassi a vivere da sola, prima che sapessi cosa volevo fare da grande, prima del primo contratto a tempo indeterminato, prima della mia prima casa in affitto e prima della mia casa di proprietà, prima del mio primo e poi del mio secondo trasferimento in un’altra città."

E certo, perché Polly le bimbe le ha avute in tenera età. E tre, per giunta. 

Io, che, come dicevo appunto con lei, per essere la madre di una ventiduenne sono giovanissima e non ho amiche della mia leva che vantino figli coetanei della Princi, quindi a volte sono una megera incompresa, non posso dire che la mia vita, quando è arrivata lei, non fosse già ben strutturata. Casa, lavoro fisso, mutuo pagato,  marito cane gatti, auto, tutto era al suo posto. Certo, mancava parecchia roba dentro, e si è visto poi che questo poteva abbondantemente devastare quella fuori. 

In realtà, e scusate se sono monotona,  la situazione descritta da Polly è molto più simile a quella di quando sono andata a vivere con l'Uomo. 

L'affitto da pagare era la sola cosa che avessimo, di tutte quelle citate da lei. E sapere cosa  avremmo fatto da grandi, quello sicuramente, perché ci siamo  incontrati alla prima lezione della specializzazione.  La casa di proprietà e il tempo indeterminato sono arrivati molto  tempo dopo,  nel frattempo avevamo già traslocato n volte, cambiato diverse province per trovare lavoro, messo un anello al dito e vissuto un bel paio di traumi che hanno lasciato il segno per sempre. 

Se ci penso, è agghiacciante quanto ero giovane.  Non tanto in termini di età, venticinque anni non sono pochi, ma per  il fatto che ad aprile, quando sono andata a stare da lui, vivevo fuori casa da soli quattro mesi, lui da poco  di più, e entrambi sotto l'ala della famiglia vicinissima e molto presente.  E non avevo praticamente mai lavorato, salvo pochi mesi, sebbene fossero già anni che babysittavo e davo lezioni. E poi avevo vissuto nella bambagia e nelle piume di pavone per tutta la vita. Anche il fidanzato ingegnere destinato a brillante carriera faceva parte della mia vita sicura e protetta. 

E da un giorno all'altro, ecco la spesa da fare per due, i conti da vedere, le distanze moltiplicate, la ricerca di un lavoro vero, decisioni difficili come accettare un posto fuori regione, fare la pendolare, e tutto quello di cui qui non ho mai parlato. Essere la nuora di qualcuno, per esempio. La cognata di qualcuno. Tenere in bolla una casa, non solo una stanza. Affrontare le cose senza i miei, o contro i miei, e contro i suoi, a volte. 

Essere una che di notte non dorme, perché deve far quadrare troppe cose e non è capace. Una che vorrebbe da subito complicarsi ulteriormente la vita con uno, due, poi dopo un pochino tre bambini. E,  almeno per quanto riguardava i primi due, avevamo i nomi pronti e tanta, tanta voglia di iniziare. 

Se mi giro, molte cose non so come le ho gestite, come ho fatto, come sono arrivata tutto sommato in fondo agli impegni che man mano prendevo,  tranne la seconda laurea,  ma va beh, quello di bilaurearsi era un capriccio, retaggio della mia vita precedente,  di stellina del liceo classico. Come la Normale di Pisa. 

(A una sola classe,  la mia preferita,  ho raccontato della Normale.  E di come ero contenta di non essere mai andata a dare gli esami di ammissione, anche perché c'era il rischio concreto che li passassi, dato che mi preparavo da un anno. Dio, che vita diversa avrei avuto. Menomale che non ci ho neanche tentato. I ragazzi erano choccati. A quattordici anni, in un paesino della Valle delle Meraviglie, nessuno gliela aveva mai nemmeno nominata, l'esistenza di università talmente prestigiose da essere a numero chiuso. E non riuscivano a capire perché io non  fossi andata. Avessi avuto loro come motivatori, avrei sfondato le porte della Sorbona e di Harvard, oltre che della Normale. Amori. Erano così sicuri che io potessi fare qualunque cosa, e al contempo tanto certi che mi avrebbero avuta tutta per loro, senza sospettare che forse, dopo una laurea alla Normale, non sarei finita  a spiegare geografia alle medie in un paesino di 3000 abitanti. No, sarei stata una cazzo di inutile e frustrata assistente con storie malate di intrighi  di palazzo, ansia cronica, relazioni sbagliate. In pratica, sarei morta sola e sarei stata masticata dai miei gatti affamati. E mentre parlavo con quella classe di tesori preziosi  pensavo questo, e anche a quanto fossi felice di essere una colonna portante della mia scuolina, invece.) 


Non lo so, come ho fatto, anzi di preciso non so COSA ho fatto. So solo che il collante di ogni cosa era che eravamo noi due insieme a fare tutto. Tutto ruotava intorno a lui, a essere noi due. E guardando questi  diciotto anni e mezzo, quel che ruotava, siamo onesti, erano soprattutto problemi.  Di soldi, di fedeltà, di famiglia, di salute, di chilometri, di schemi ripetuti. Di fatica, tantissima,  tanta da non  poterla descrivere. Eppure oggi che, come Polly, posso tirare qualche somma, vedo i risultati. E non parlo dell'avere la casa di proprietà.  Parlo di alcuni risultati enormi, eclatanti, come la Princi, il successo nel mestiere, l'indipendenza, ma soprattutto parlo di tante piccole gocce che ogni giorno fanno il mio oceano,  il nostro mare, che per me è ancora e sempre soprattutto identificato con lui, il mio vasto abisso da esplorare. Dopo tutto questo tempo,  è ormai chiaro che non basterà la mia vita per prendere questa Moby Dick, sempre che non capiti un incontro col colombre in extremis. Probabilmente morirò prima di aver saziato la sete di capirlo, di sapere che cosa sia tutto questo. Questo che è iniziato di colpo a una lezione  di storia, e dopo che lui è entrato  -in ritardo -  e si è fatto strada tra le file di sedie, mai per un solo secondo io sono più stata senza lui nella mia testa, nelle mie cellule.

Ero una ragazzina di ventiquattro anni che non sapeva vivere, quel giorno di ottobre. Avevo solo due anni più di mia figlia come è ora. Non mi sono guardata  indietro, né fermata, né arresa, da allora. E la cosa pazzesca è che lo guardo ancora nello stesso modo, i miei occhi non sono invecchiati di un giorno. A volte, anche lui mi guarda ancora così. E ogni giorno mette qualche goccia nell'oceano, anche se nemmeno lo sa. 





3 commenti:

Cy ha detto...

Due sole cose: oggi ho letto d’un fiato gli ultimi tre post di Polly (ero rimasta indietro) e poi questo, tuo. Non è un caso perché quando recupero sui blog che seguo, li recupero tutti insieme, ma è stato sorprendente e in qualche modo famigliare (nel senso di appartenenza ad una famiglia) ritrovare qui il suo discorso.

La mia insegnante di latino e greco del ginnasio era laureata alla Normale di Pisa. Ed era lì, con la sua intelligenza che mi ricorda tanto la tua, a insegnare a noi, quindicenni svogliati di una scuola di provincia. Per quello che posso conoscerti dal blog, penso che tu saresti stata assolutamente in grado non solo di essere ammessa alla Normale e di farla strabene, ma anche di scegliere, dopo, la strada che volevi, andando oltre gli intrighi di corte e le frustrazioni.
Ma ringrazio gli insegnanti come te e come la mia prof del ginnasio, dotati di intelligenza superiore, con o senza laurea alla Normale, perché scegliete la scuola secondaria (o ci capitate e poi scegliete in qualche modo di restarci), a beneficio di tutti i bambini e i ragazzini ai quali concedete così l’opportunità di imparare da voi e di volervi disperatamente assomigliare.

Anonimo ha detto...

Grazie. Io alle medie ho iniziato per caso e penso che finirò per scelta. Mi risulta praticamente impossibile ad oggi sapere cosa trovassi allora di interessante nella carriera accademica. È praticamente assurdo anche solo averci pensato. Menomale che sono uscita dal bozzolo. Castagna

Richard ha detto...

Lovely post.