Il tavolo è spoglio. Le sedie sono cigolanti. I panchetti di legno e ferro traballano. L'armadio di metallo che contiene i tablet suona come una campana di bronzo ogni volta che lo si apre. Quello a fianco, dove mettiamo i compiti in classe, non chiude.
L'altro giorno, il Jinn, il mio collega di matematica spiritato, ha schiacciato uno scarafaggio con una pedata secca, dopo che io, con proverbiale bon ton, avevo interrotto una conversazione con "no ma che cazzo è quello?"
Raramente ho visto un ambiente così squallido, così tristo, così statale.
Sì. Però.
Io arrivo per prima, quattro mattine su cinque. Anche cinque su cinque, certe settimane.
Mi sfilo gli auricolari del telefono, spengo la musica, tiro fuori i miei oggetti simbolo: lo specchietto per controllare il trucco e la chiavetta elettronica del caffè.
Poco dopo, alla spicciolata, arrivano gli altri, sempre in rigoroso ordine di materia: i matematici, le lingue straniere, quello di motoria, arte, per ultimi gli altri italiani e tecnologia, certe mattine la responsabile del sostegno. I religiosi non entrano in sala prof. I musicisti e i sostegni arrivano tutti dopo.
E si parla, si ride, si decidono cose. Si fa tattica, politica, etica. Si fa, soprattutto, gruppo.
Li guardo, ci guardo. Almeno metà di loro, di questi che arrivano presto al mattino, sono dei titani. Gente che lavora in mezzo a ricorsi, denunce, genitori zingari che alzano la voce, alunni disastrati da portare di peso ai servizi sociali, stranieri che non capiscono una parola, famiglie del tutto assenti, ragazzetti maneschi, casi umani. Gente che si vede lanciare addosso oggetti da ragazzini autistici, si sente insultare da principessine mafiose, gente che ha sollevato da terra adolescenti che davano in escandescenze, per toglierli di dosso ad altri adolescenti che stavano per prenderle. Gente che fa il mestiere più bello del mondo in condizioni di cui tanti avrebbero paura, adesso pure in mezzo a un'emergenza sanitaria mondiale.
Quando partiamo al mattino, alle sette e cinquantanove, da quella misera e scomoda aula prof, sembriamo una stirpe di eroi, l'Amazzone responsabile del sostegno con il suo metro e cinquanta di pura autorevolezza, la collega Panzer di inglese che non ha paura di niente e nessuno, io che sono sempre più bionda, ormai vestita, truccata e taccata ogni giorno e impegnatissima a instaurare la mia reputazione da Crudelia De Mon, il Jinn magro come un chiodo e innervato dalla sua cattiveria leggendaria, l'Orsone con la sua stazza da vichingo, i capelli lunghi a metà schiena e la battuta feroce, l'Altissimo con i suoi occhi attenti e una prontezza da ninja nel cogliere i casini, Kim Rossi R. che sembra un monaco zen ma è a sua volta temibile, l'Ometto Buffo di tecnologia che è un po' la mascotte sfigata del gruppo, la Strawberry Shortcake con le sue strane gonne tipo tutù, la Gentile di matematica con le sue facce irresistibili.
Verso le nove, dopo aver depositato a scuola i suoi minuscoli bellissimi bambini, compare il vicepreside, che al primo metro e mezzo lineare di corridoio ha già risolto otto casini, sta facendo cenno a tre persone in fondo all'edificio che arriva subito e si sta scrollando di dosso sei o sette di noi che gli si posano sopra come piccioni impazziti in piazza San Marco, tutti a fare domande o sottoporre questioni. Il Pelide Achille, perennemente furente e sempre in testa all'esercito.
Ci ho litigato, una decina di giorni fa, e ci siamo presi le misure. Ho ceduto io, per niente convinta, e dicendo che non ero convinta, e facendo in modo che si vedesse e pesasse che cedevo solo perché ho sette anni di più, non voglio minare la sua posizione, e capisco quando c'è qualcosa di più importante del mio orgoglio in ballo. Lui aveva torto su alcune cose e ragione su altre, ma non è indietreggiato di tanto così e non ha chiesto scusa. Settimana successiva, ha tentato di mettermi in mezzo, ho riconosciuto il test fatto per vedere se avevo davvero ceduto, l'ho sventato con assoluta padronanza dell'arte marziale e senza quasi sudare, ci siamo capiti, non ci riproverà mai più. Ora siamo a posto.
Stiamo affrontando, in questi giorni, una grana madre, una Ur-grana, una gatta da pelare grossa come un orso polare e altrettanto incazzata. Una roba di quelle che ti tolgono la fiducia nel genere umano e la voglia di fare questo lavoro, se non stai attento alla curva che prendi. L'Orsone, di persona o al telefono, si sfoga con me un'ora al giorno. E se ha bisogno di sfogarsi lui, pensate come posso stare io che sono appena arrivata. Non è cosa di cui si possa parlare qua, ma è possente. Ci siamo sopra da tre settimane e le conseguenze, disciplinari e di altro genere, non solo dureranno fino a fine anno, ma resteranno a perenne monito su apposita colonna infame nel cortile. In tre, l'Orsone, l'Amazzone e la Melensa, mi hanno chiesto preoccupati se sono pentita di essermi trasferita, perché è chiaro che un merdone del genere a Scuolina Rosa non sarebbe mai scoppiato. Ho risposto che questa scuola è adattissima a me, che mi sento al mio posto, protetta e in buona compagnia. Nonostante il merdone che tutti ci avvolge.
Anche in queste giornate pesantissime, sono più le volte che mi va di traverso il caffè per quanto sto ridendo, al mattino, delle volte che riesco a finirlo senza tossire. A me la polvere della battaglia piace, la lotta corpo a corpo si attaglia, la squadra di combattenti scelti fa sentire al sicuro e felice. Avevo bisogno di questo. Si stanno colmando molti vuoti e risolvendo molti dubbi. A scuola, e pure fuori.



2 commenti:
Fiat. Si sente che sei felice e con meno ansie nella testa. Il che fa lavorare indubbiamente meglio. Speriamo di arrivare anch’io a una situazione simile, ma dubito.
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