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lunedì 26 aprile 2021

Non è una brutta cosa

 È  andata così.  Siamo stati in zona gialla per pochi giorni. Ne abbiamo approfittato poco, perché il Gigante era appena mancato ed io avevo poca voglia di tutto. Ma un venerdì pomeriggio io e l'Uomo siamo andati a passeggiare a Paesino Cartolina. E c'era un cartello con scritto vendesi.  

In un punto irripetibile.

Ho insistito per vedere la casa. Irripetibile pure la casa.

La compro. 

E non so in quanti ci andremo a stare. 

Ma la compro. 

Porterò il mio cuore amputato lì. Con, o forse anche senza, l'Uomo. Non ci durerò due anni, ma la compro. Non posso più andare avanti dicendomi solo dei grandi no. Ho bisogno di prendermi cura di me stessa e questo lo capiscono tutte, tutte, le persone che in qualche modo, anche di striscio, anche nei ritagli di tempo, si occupano di me.

Le quattro passate, sala professori. Io non accenno ad andarmene.

"Ma ti diverte, stare qui?"

"No, è che se vado a casa dormo."

"Beh, non è una brutta cosa."

Come hai ragione. 

4 commenti:

Pellegrina ha detto...

Dev’essere la primavera perché giusto oggi ho preso un permesso per uscire prima, dato che ho quindici ore di lavoro in più da recuperare entro venerdì cioè come minimo ne perdo due, poi mi sono fermata mezz’ora in più per coordinare il lavoro degli altri che ovviamente me lo chiedono solo quando ho già la borsa sulla spalla, poi faccio due giorni di recupero, poi ho provato a dire anche no al marito di mia mamma che da quando ha la diagnosi di demenza è tutti i we a casa mia, poi infine sono passata davanti a una gioielleria da niente, e ho chiesto i prezzi di quattro orecchini, da sessanta a centotrenta euro, e di un ciondolino con brillantini, quasi settecento, e lo sapevo già che tanto non avrei potuto comprarne nessuno, e ho salutato e sono uscita, ma appunto, non ne potevo più.
E sono due sere che qui non c’è più divieto e tutti sono ai tavolini del quartiere, che è di movida ma povera, di sballo brutto che poi è sempre brutto, e misero, e li vedi gli spacciatori di nuovo al lavoro in bicicletta che ti passano sui piedi e fissano gli appuntamenti davanti ai ristoranti, e sì, vorrei cambiare casa anche io perché in questo posto e in questa vita non mi ci riconosco più.
Ma in realtà non posso permettermi neanche un paio di orecchini, figuriamoci una casa che sia casa, con un ingresso, due stanze, magari tre, una cucina, un bagno e una vasca da bagno. E magari un terrazzo dove mangiare al sole, senza dover fare km per andare a lavorare, che po non lavoro mica in centro, eh.


Anonimo ha detto...

Bisogba uscire dall'ideologia della vittima. Le difficoltà ci sono e una donna intelligente e autonoma non le ignora. Ma da quando ho iniziato un percorso di formazione fatto bene sull'evoluzione umana, ho imparato che un paio di orecchini può essere un inizio. Non per diventare una sciocca materialista. Per guardarsi nello specchio e dirsi "io mi merito di più" e poi lentamente ma inesorabilmente modificare la vita in meglio.

Pellegrina ha detto...

Ragazza mia, non so chi tu sia perché sei anonima.
A me starebbero benissimo un paio di orecchini e un sacco di altre cose che ho chiarissime in testa.
Ma non ce le ho nel portafoglio, vivo del mio solo salario senza alcun patrimonio alle spalle. Al suo posto quasi dieci anni di contratti parasubordinati cioè di fatto senza contributi che con il passaggio al contributivo della riforma Dini hanno scavato un’ipoteca praticamente irrecuperabile nella pensione, altro che quota 100: benché mi manchino ancora moltissimi anni, io sto sperando che la alzino, l’età pensionabile perché l’alternativa è la Caritas, con la prospettiva di 4-500 euro al mese. Adesso lavoro assunta, peraltro essendo sotto inquadrata da sempre rispetto ai miei titoli e esperienza, mentre tutto quello che ho tentato negli ultimi dieci anni per aumentare le mie entrate e far corrispondere a ciò che sono la mia vita professionale (concorsi con tanto di idoneità, studi post laurea di ogni tipo, emigrazione e quant’altro) si è risolto in un nulla di fatto, anche per via di certe politiche economiche di tagli alla spesa pubblica corrente, in termini di salari diretti e indiretti (vedi blocco delle carriere nella pa, vedi cure a pagamento per ormai quasi tutto, vedi il disastro delle biblioteche dove una volta potevi almeno andare a leggere e studiare e oggi non hanno un libro nuovo decente in croce, vedi spazi verdi e monumentali abbandonati tra sporcizia, insetti e erbacce) e spese incomprimibili che sono anche incontrollabili, perché le semplici bollette per dire ormai hanno una quota fissa sempre più alta e anche risparmiare sui consumi farà tantotanto ethic&green ma non ti porta da nessuna parte.
C’è poco da bollare con compiacimento di vittimismo quando i mezzi per migliorare qualcosa non ci sono e persino la voglia di entrare in una pasticceria porta a fare i conti, letteralmente, sull’opportunità della mossa.
Questi sono vezzi morali in cui sempre meno persone si possono permettere di cullarsi. Ma, nel loro apparente buonsenso, non permettono di vedere che le situazioni non sono sotto il controllo degli individui, checché ne dicano le favolette ‘meregane assunte per verità rivelata.
Per una vita che non sia di sostanziale sopravvivenza, la posizione socioeconomica di partenza conterà sempre più delle capacità, dell’iniziativa o della tenacia personali. Oggi come oggi, non vedo intorno a me un caso uno che smentisca questa constatazione. Per la generazione precedente è stato in parte diverso.

Anonimo ha detto...

Ciao Pellegrina, sai che sono tornata solo ora su questo post e non avevo mai letto il commento. Ero io, Castagna, che parlavo, il mio telefono mi permette di commentare solo in anonimo o svelerei troppe cose di chi sono. Mi spiace aver lasciato senza un cenno di risposta un tuo scritto così chiaro e sofferto. È evidente che, soprattutto adesso, sperequazioni e ingiustizie di sistema stiano venendo fuori con sempre maggiore evidenza. Non volevo mancare di rispetto a chi da anni lotta per il giusto riconoscimento. Ci mancherebbe. Come atteggiamento di fondo, tuttavia, non è assurdo quanto dico. Premiare se stessi con l'autoriconoscimento non è la stessa xosa che potersi permettere orecchini vestiti o pasticcini, ma non è neppure la stessa cosa che sentirsi sempre amareggiati. Non so esattamente quali scelte o necessità ti abbiano riportato indietro dall'estero, dove stavi sicuramente meglio, a quanto scrivi. Ma se lo hai fatto o dovuto fare ci saranno state delle priorità. E forse, qualche volta, basta dirsi di averle sapute accettare con pro e contro. La vita fa giri imprevisti e cercare di coltivare la speranza invece dell'amarezza può attirare cose buone. O, almeno, te lo auguro. Data la pesantezza non tanto di questo commento, ma di un altro che avevi fatto a proposito del mio stimato consorte, direi che forse non hai più piacere di leggere questo blog, peraltro ormai atrofizzatosi. Se ti irrita, non farlo più. Questo è un esempio di come non aggiungersi fastidi... io apprezzo molto la tua lucidità politica e i tuoi commenti, ma non sei obbligata e trovo che la prima cosa da salvaguardare sia il tuo benessere. Lo dico assolutamente con serenità, non è un invito a non rompere: è un invito ad avere cura di te anche nelle piccole cose. Sincero.