Stanotte ho fatto un sogno talmente particolare che lo racconto.
Io e la Princi, e forse altri, andavamo a Paesino di Sogno. Giravamo la mia vecchia scuola, che lei ben ricorda, per esserci stata tanti pomeriggi a fare i compiti in aula computer, quando io avevo riunione e lei era ancora una randagina da non lasciare sola per strada. Tutti la trattavano come fosse di famiglia (e questo è uno dei motivi per cui andarsene da Scuolina Rosa è stato così difficile).
Solo che la scuola era tutta incasinata, c'erano ragazzi africani in tuta da lavoro che smantellavano porte e infissi, e la giravamo per il gusto di girarla, consapevoli che le lezioni si stessero svolgendo altrove, a causa dei lavori. Infatti la scena successiva era in un'unica grandissima aula (la mensa? la palestra?) con alunni di più classi ammassati e una lunga cattedra con diversi professori che facevano lezione contemporaneamente. Scambiavo qualche parola con il Troll, dicendole con tono strafottente che io, in caso di bisogno, posso ancora chiedere al Vicepreside Faina... come se il quasi quarantenne scattante fosse già stato vice anche lì. Credo significhi che in lui ormai ripongo la stessa fiducia che riponevo nel Gigante, pur con i limiti di un evidente maschilismo innato che entrambi involontariamente hanno mostrato.
L'attenzione si spostava poi sugli interventi (provocatori ma intelligenti) di un alunno alto come una torre, evidentemente pluriripetente. E, dopo un attimo, ero nel pratone dietro la scuola che camminavo, spiegando a qualcuno che questo ragazzone era il figlio di un boss mafioso, messo lì sotto protezione, e che per fortuna era uno in gamba che accettava il confronto, altrimenti...
E in quel punto, Dio sa da dove nel mio povero cervello confuso, l'interlocutore nel mio sogno era diventato Michele C., compagno di scuola alle elementari e alle superiori, di cui ero stata perdutamente innamorata dal primo minuto in cui lo avevo visto all'asilo. Spiavo il suo arrivo al mattino con la mamma, quando accompagnavano la sorellina piccola e poi lui, serio come un ometto, si dirigeva alla scuola elementare contigua. La passione per Michele continuò durante quasi tutte le elementari. Io lo tormentavo con richieste di baci e bigliettini amorosi. Lui schivava, ma poi, quando scendevamo le scale in fila insieme, tra le pieghe dei nostri cappottini, senza farsi notare dagli altri, mi prendeva la mano. Insomma, già a otto anni ero la moglie segreta di qualcuno che non avrebbe ammesso pubblicamente di avere un legame con me. Che fantastica anticipazione del futuro.
Comunque, nel sogno io e Michele ci trovavamo al limite del pratone, in un fosso erboso e asciutto, e ci acquattavamo lì, semisdraiati contro la proda erbosa. Lui era come lo ricordavo alle superiori, cioè sbarbato, olivastro, con i capelli neri e fini, con i suoi zigomi bellissimi. Realizzavo all'improvviso, nel sogno, che ero di fianco a colui che aveva tenuto la mia mano nelle sue per mesi lungo le scale della scuola, e mentre lo pensavo tutti e due ci accomodavamo sul fianco in modo da guardarci negli occhi, sistemati come una coppia che parla a letto. E parlavamo, adesso non so più di cosa, con questo senso di intimità, capendoci benissimo. Arrivava qualcuno e ci tiravamo un po' su, ma dando solo relativamente peso al fatto di poter essere visti. Si stava così bene lì vicini. E, quando mi rendevo conto che lui aveva davvero raggiunto quel momento di serena fiducia in cui parli a ruota libera con qualcuno, senza fretta e senza filtri, facevo l'affondo: "Ma tu come stai?"
Michele, sempre stato nella realtà compassatissimo nelle sue emozioni, mantenendo un aplomb notevole mi rispondeva: "Beh, lo sai che sto combattendo con quel cancro da tempo ormai" e io, che lo sapevo, rispondevo: "Certo, ma come vanno le cose?". Al che, lui: "Eh, vado avanti con le cure, ma a volte sembra che non servano proprio a niente". La voce si incrinava appena, ma gli occhi si smarrivano in un precipizio di paura e dolore. E io lo baciavo. Finivamo a baciarci delicatamente sulla bocca e sul viso, toccarci senza foga e stringerci appena, intanto io gli dicevo: "Mi dispiace, mi dispiace tanto che tu sia preoccupato" mentre tutti e due pensavamo quanto era ovvio e semplice, quanto era scontato, fin da piccoli, che stessimo insieme noi due.
È suonata la sveglia. Ho aspettato che l'Uomo la spegnesse, poi mi sono resa faticosamente conto che non lo faceva perché era la mia. Mi sono alzata e vista nello specchio, avevo pianto nel sonno.
Ho fatto colazione con l'Uomo, ieri sono stata in Liguria quindi oggi avevamo la focaccia e un dolce da dividerci, ridevamo, il caffè era caldo e buono. Una mattina normale, anzi, una mattina di quelle belle, nella Casa dei Sogni a Paesino da Cartolina. Adesso lui è uscito, e io resto con questo sogno, con l'idea che dentro a questo personaggio ci sono moltissime sfumature di altri, di me stessa, di ricordi, desideri, rimpianti. Eppure, per quanto sia folle, c'era proprio Michele, quello vero, al dettaglio microscopico. Michele che non vedo da più di vent'anni e nel frattempo ha perso i capelli, Michele che non è mai più stato il mio tipo dalle medie in avanti. Michele che mi baciava con la stessa pudica e silenziosa tenerezza con cui mi prendeva la mano per le scale all'uscita della scuola, quando nessuno ci faceva caso, però tutti i giorni.



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