sabato 17 agosto 2024
Cose del nostro lavoro che richiedono flessibilità
Questo che inizia per me è il ventitreesimo anno del mio mestiere.
Negli scorsi mesi, a campione: Cavallino ha cambiato lavoro e luogo geografico di lavoro due volte, Red si è licenziata ed è partita per Santiago, la Princi ha ripreso a lavorare cambiando settore, il Giovane Marito (già Fidanzato BP) è diventato responsabile della sua agenzia, l'Uomo ha valutato il distacco parziale delle ore su compiti dirigenziali. Per dire che, senza dubbio, nella vita la situazione lavorativa può cambiare. In vari modi e varie volte.
Diciamo però anche una cosa, proprio specifica del mio mestiere, di cui forse in passato mi accorgevo meno, perché ero più giovane, perché ero io "quella nuova", oppure perché non lavoravo in un contesto così estremo.
Io adesso a settembre torno al lavoro dopo quelle che sono state - le ferie più sudate della mia vita
- le ferie più sfruttate della mia vita
- le prime ferie di cui non ho passato nemneno un minuto a programmare il lavoro futuro
- le uniche ferie da quando lavoro che assolutamente non mi sono bastate.
(Sì lo so, lo so, lo so. Risparmiatemi la tirata sulla statale di merda, dopo questo anno i famosi tre mesi di ferie, che comunque non sono tre, per la prima volta li ho blindati in modo che non potessero essere disturbati da nessuno e ne avrei voluto ancora, e non me ne devo vergognare, si chiama esaurimento nervoso, non fancazzismo).
Torno al lavoro e: non so quali classi avrò. Non so quali sezioni avrò. Non so quali alunni (e nazionalità, con annessi problemi linguistico-culturali) mi troverò davanti. Non conosco, probabilmente, almeno il 60 per cento delle famiglie con cui dovrò relazionarmi. Non so che incarichi mi daranno oltre alle ore di lezione. Non so con quali colleghi di ruolo lavorerò. Non so quali colleghi supplenti potranno tornare e se lavoreremo insieme. Non so a chi dovrò rispondere come coordinatore di dipartimento e di classe. Non so chi arriverà sulle cattedre scoperte. Non so quali casi particolari avrò in classe e quali insegnanti di sostegno saranno assegnati ad essi. Non so il mio orario. Non so il pomeriggio occupato dalle lezioni (ma quello me lo immagino, sarà il venerdì ovviamente, se resto sul tempo prolungato). Non so dove dovrò spostare le mie cose. Non so se sarò nel corridoio a 50 gradi di temperatura o in quello a 18. O in entrambi.
Cose che so: ho due cassetti, uno abusivo. Credo che mangerò allo stesso baretto e che farò lo stesso abbonamento annuale al parcheggio in zona Ovest. Ho alcuni colleghi coi quali potrei lavorare anche in un campo base ai piedi del Karakorum, dopo un terremoto e sotto i bombardamenti, e riusciremmo a ridere e a litigare per chi paga il caffè. Ne ho altri da cui guardarmi le spalle anche se devo fare solo tre fotocopie. Ho la sindrome di Stoccolma, altrimenti avrei chiesto il trasferimento. Inizierò a svegliarmi alle 4 per l'ansia il 31 agosto. Arriverò a casa troppo stanca per parlare, cucinare o fare una telefonata a partire dal 12 o 13 di settembre.
Inizierò con la tachipirina a colazione intorno ai primi di ottobre. Parlerò tre lingue. Dirò a qualche alunno nuovo e spaventato che sto studiando l'arabo. Studierò ogni mattina un outfit che mi faccia sentire bene. Sorriderò molto. Anche, e soprattutto, a chi mi ha mandato in burn out e mi vedrà risalire in sella con lo stesso movimento naturale di sempre.
Sarò felice apposta.
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1 commento:
Non sono una statale. Ho cambiato radicalmente lavoro dopo i 50'anni. Non riesco a fare ferie da almeno tre anni per continui, dolorosi, imprevisti familiari. Ma ogni mattina cerco di sorridere, vestirmi in modo carino, essere (contagiosamente) felice: apposta.
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