domenica 25 agosto 2024
Fantasmi e disagi
Ieri, mentre mi trascinavo con un attacco di sciatica aspettando che tornasse l'Uomo per farmi massaggiare la chiappa con la pomata antinfiammatoria, mi è saltato all'occhio un parallelismo.
Rewind al 2020, settembre. In mezzo alla pandemia, mi è arrivato il trasferimento da Scuolina Rosa a Scuola Vintage. Arrivo il primo giorno, e il Vicepreside Faina mi fa personalmente fare il giro della scuola, un veloce (troppo veloce) briefing sul registro elettronico, complicatissimo rispetto a quello che usavo prima, e, pronti via, mi lascia in sala prof, dicendomi di scegliermi un cassetto.
Alzo gli occhi: la cassettiera di metallo l'ha disegnata lo scenografo di Avatar, per arrivare all'ultima fila in alto devi essere un supereroe della Marvel. Esclamo: "Ma giocate tutti a basket, qui a Scuola Vintage?" e vengo oltrepassata da un sorridentissimo Orsone, che con un gesto privo di sforzo deposita, chilometri sopra la mia testa, i moduli del suo libro di scienze nel cassetto col suo nome: "Infatti io mi sono scelto un posto bello in su, senza dover chiedere". Mi accomodo qualche piano sotto di lui, perché la sua presenza mi rassicura, e la visione del suo braccio che mi scavalca mentre sto frugando nel disordine del mio cassetto diventa, da quel momento, parte del mio quotidiano.
Vado in bagno, attraversando intere nazioni: i corridoi sono lunghi come piste nel Kalahari e il bagno dei professori è uno solo, nel senso di uno, per uomini e donne, senza antibagno, senza finestre, senza ventola, buio, grigio e polveroso. Attraversando i corridoi trovo i bidelli intenti svogliatamente a spostare di qua e di là le frange, spingendo quelle che palesemente sono carte di merendina dell'ultimo intervallo svoltosi lì, NEL FEBBRAIO PRECEDENTE. Due giorni dopo, cercando materiale nell'armadio dei libri di testo, trovo inequivocabili cacche di roditori. Menomale che la scuola è piena zeppa di dispenser con amuchina in gel, mentre vado a chiamare i collaboratori ne bevo uno e me ne verso addosso tre. Il ratto verrà avvelenato con esche e rinvenuto cadavere sotto una scrivania, dal bidello Gargantua, a metà della settimana. Nel frattempo ho più volte stracciato mentalmente la presa di servizio e mi sono chiesta se, facendo 12 km in ginocchio sull'asfalto della statale nella Valle delle Meraviglie e flagellandomi nel frattempo la schiena con punte di metallo, avrei potuto farmi riammettere nella mia scuolina scintillante, luminosa, in mezzo al verde, coi pavimenti così puliti da poterci mangiare e le poltrone in sala prof.
I primi mesi a Scuola Vintage sono un incubo cognitivo. Tutti hanno la mascherina, molti parlano con la r moscia, la r blesa, la r francese, la evve, molti parlano veloce con accenti smozzicati di posti vari d'Italia, per non parlare degli alunni e dei genitori che provengono da quattro continenti, hanno nomi dalla pronuncia incredibile traslitterati con fantasia da impiegati dell'anagrafe, e in alcuni casi parlano l'italiano così poco che non sai se hanno capito quando fanno cenno di sì con la testa.
Solo molto tempo dopo mi renderò conto che in quei primi mesi ero preda, tra le altre cose, del rallentamento cognitivo dovuto ai postumi del Covid, e la memoria a breve termine era indebolita di brutto.
Insomma, il disagio. In mezzo al quale disagio, peraltro, ho passato mesi di meravigliosa realizzazione professionale e qua e là vero e proprio successo, e mi sono legata in modo malato alla luce che taglia in due i corridoi coi finestroni settecenteschi, al suono assordante delle campane della cattedrale che interrompe le lezioni, e a tutto il resto. Questo, prima che andasse tutto veramente molto male e l'Inquisizione mi scoprisse. Ma questa è un'altra storia.
Il parallelo arriva da un altro settore della mia vita. Nel febbraio del 2021, per puro caso, inciampiamo nel cartello "vendesi" affisso sul cancello della Casa dei Sogni. Se c'è una cosa che il Covid ha insegnato a tutti, è che rinunciare a qualcosa in attesa del momento migliore per averla è una vaccata: e poi È il momento migliore, io ho appena portato la famiglia in salvo da una causa, iniziata 11 anni prima, per sbloccare la casa di villeggiatura del bisnonno, e l'ho venduta da un mese, i soldi sono ancora lì. Conto fino a tre: le tre volte in cui l'Uomo pronuncia la frase "hai sentito l'immobiliare?". Alla terza, è fatta. Nel luglio del 2022 ci trasferiamo nella casa a Paesino da Cartolina.
La signora che ce la vende, oltre a fare un caffè strepitoso, ci ha consegnato un gioiello con il prato perfetto, i rampicanti profumati, la cantina asciutta, non proprio per un sacchetto di monetine ma neppure per un rene. Gli uccellini cantano in giardino. Il sole tramonta dietro le montagne con effetti di luce ogni sera diversi, che farebbero impazzire Monet.
Fast forward a qualche mese dopo: il geometra, che mi sta facendo il progetto per trasformare la rimessa nella cucina della mia vita, viene a trovarmi una mattina con espressione molto preoccupata. Proprietari, immobiliare e notaio potrebbero essere portati di peso in tribunale, l'atto stracciato, io risarcita profumatamente. C'è da sanare di tutto e di più. "È sicura che non vuole procedere? Guardi che non sono pochi soldi". Io non ho bisogno di girarmi a guardare il pettirosso che zampetta sul prato, nè di consultare la famiglia: "Non voglio cause, grane e mal di pancia su questa casa." "Ma guardi che la causa è già vinta, sono in torto marcio." "Lo so. Sono io che non voglio andare in causa."
Paghiamo la sanatoria, perdiamo mesi tra urbanistica e paesaggistica per i permessi, partono i lavori.
2024: non abbiamo finito di ammobiliare, non abbiamo finito di isolare il muro del salotto, la cantina si è allagata più volte, la facciata è da rifare, il giardino è in malora, il cancello pedonale va cambiato, si sono rotte due persiane, va rifatta la copertura del garage, una delle gatte è stata investita da un'auto, ogni singolo giorno è una lotta contro artropodi, invertebrati, creature mai viste, ancora qualche giorno fa un vermino apparentemente innocuo che strisciava su un muro esterno mi ha lasciato un segno su un braccio come quello di una medusa.
Aggiungiamoci che: il marito deve montare il secondo comodino da due anni; ci sono scatole ovunque; ho sviluppato un attaccamento morboso per la cucina nuova e mi sorprendo a mormorare giaculatorie senza senso mentre pulisco il piano fornelli per la terza volta in un giorno. I vicini hanno iniziato a criticare non troppo velatamente il disordine del giardino e mi sono trovata un avviso del servizio postale che ci sgrida perché la pioggia e il sole hanno cancellato i nomi sulla cassetta delle lettere.
Non ho la scusa del brain fog da Covid: è che non abbiamo mai avuto da gestire una casa così. Semplicemente, non siamo capaci. Mi sento come quando, sul lavoro, alla terza volta che qualcuno mi dava un'indicazione condita di nomi strani da dentro una mascherina, fingevo di aver capito e poi mi comportavo come se fossi finita in mezzo agli Inuit e, non capendo un cazzo della loro lingua,cercavo di agire per imitazione.
Sono passati alcuni mesi sia dal trasloco dei mobili che dal matrimonio di nostra figlia, non ho scuse: devo montare in sella e domare questo cavallo. Qui l'Inquisizione, quantomeno, non dovrebbe trovarmi. Speriamo di trovare un modus vivendi, prima che la casa decida di caderci addosso. Anche da qui, comunque, è chiaro che non ce ne andremo. Finalmente, da qualche anno, si è palesato a cosa fosse destinato a servire il carattere di merda che mi contraddistingueva già all'asilo.
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