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domenica 20 aprile 2025

I mostri che amiamo

Rivoli, qualche anno fa. Durante un pranzo in cui parliamo di figli, dico qualcosa di non facile sulla Princi (mi ricordo perfettamente cosa, non è che mi vergogno, è che sarebbe lunga la premessa per spiegarlo). Del resto, la Princi non era per un cazzo un personaggino facile, in quel periodo, anzi non lo era mai stata, lo sarebbe se mai diventata un bel po' dopo. Cavallino mi si mangia cruda: che non mi fido di mia figlia e che glielo trasmetto, che non potrà mai sentirsi amata, così, etc. La Tipa cerca di intervenire in modo pacato, ma Cavallino è lanciata in corsa e a un certo punto mi dà, cito testualmente, della "pazza bipolare". Sorvolo, chiaramente, sul periodo molto duro che Cavallino stessa stava attraversando, e che rendeva talvolta l'avere a che fare con lei un'esperienza simile a quella di tirarsi nella vasca da bagno la stufetta accesa. Comunque io vedo tutto bianco accecante per un istante, in tre millesimi di secondo valuto da qualche parte dentro di me se rispondere con una cosa che la distruggerebbe davvero, decido di non volerlo fare, negli stessi millesimi di secondo decido anche che non vomiterò in mezzo al tavolo quello che ho appena mangiato, e scoppio in lacrime. Vado fino al bagno del ristorante. Ho le orecchie che mi fischiano, il petto trafitto dal dolore, gli occhi che scoppiano, non respiro. Mi appoggio al lavandino. Poi alzo gli occhi e mi guardo. Nello specchio non c'è Castagna come la conoscevo prima. C'è una valchiria con gli occhi fermissimi. Improvvisamente, da un posto calmo e silenzioso, dentro di me, sotto tutto quel sangue che bolle di rabbia e delusione, esce una voce che dice: "Ma siccome tu sai bene che ha torto, adesso ti calmi e non dai spazio al male che ti ha fatto." La valchiria nello specchio respira, prima a strappi poi bene, profondamente. La nuova Castagna che non sapeva di esistere si sciacqua la faccia e torna al tavolo. Non sarà comunque facile riportare Cavallino al lavoro. La porto io con la mia auto, piangendo silenziosamente al volante, ma non mi spiego, non chiedo, non discuto. Vorrei che mi chiedesse scusa, e so che non lo farà. Per fortuna, la Tipa può uscire dall'ufficio e stare un po' sulle scale esterne con me, quindi la raggiungo dopo. È una giornata tiepida e parliamo un po', torniamo sull'argomento e lei cerca di dirmi con dolcezza che Cavallino parlava perché la Princi merita un'opinione migliore di sè, almeno proiettata su di lei dalle altre persone. Sento distintamente ancora adesso la curva della lacrima che mi cola sulla guancia destra mentre le rispondo: "E se invece la Princi non potesse mai essere a posto, se fosse danneggiata per sempre, ma io lo sapessi, non mi facessi illusioni e la amassi proprio così com'è? E se fosse così anche per l'Uomo?" Quel giorno nasce una nuova persona nella mia vita. Quel giorno nello specchio prendo coscienza di aver raggiunto uno stato di indipendenza mai visto, quella frase sulle scale mi permette di smettere per sempre di vergognarmi di me stessa o delle mie scelte. Da quel momento non è più stato importante che gli altri capissero. Era chiaro a me, il perché delle mie cose, e tanto mi poteva bastare. La questione di quanto sia una brava persona mio marito, di quanto possa superare i suoi traumi e diventare sana e corretta la mia adorata bambina, in quel pomeriggio a Rivoli smette di esistere ai miei occhi, e nel frattempo mi assolvo anche io, almeno in parte, di essere il mostro che ho sempre saputo di essere. Che non è nè pazzo nè bipolare, è solo strano, diverso, ferito, incontentabile, come tutti i mostri. Siamo una famiglia di mostri, come Carletto, l'Uomo Lupo, Frank e Dracula nel cartone animato che guardavamo da piccoli. Menomale che ci siamo trovati. Col passare del tempo, mi accorgo che molte cose nella mia vita stanno prendendo la stessa piega: prendiamo Scuola Vintage. Sono al quinto anno lì dentro e vedo con chiarezza quanto violento e contorto sia il girone infernale in cui sono andata a ficcarmi, per scappare al piatto e stagnante mondo delle campagne. Ma, ehi: non toccatemi i miei adolescenti disadattati e i loro stramaledetti compiti fatti col culo e scritti in stampatello storto. Non toccatemi la profonda amicizia che germoglia nel disagio, fisico e psicologico, tra colleghi marci di insoddisfazione e passione malata per la cazzo di missione nel cuore del Terzo Mondo in cui siamo finiti. È una scuola di mostri. Non a caso le persone belle dentro con cui ho condiviso questi ultimi due anni hanno creato un gruppo Whatsapp per farci coraggio e lo hanno battezzato Freak Show. E senza ali e senza rete voleremo via. Tiè. E oggi pensavo a questa casa. Questa casa che, cito Grande Pagliaccio, "è come un secondo figlio". Cazzo, qui ogni giorno va a merda qualcosa, quando non è un muro è un tubo, quando non è un insetto che non dovrebbe esserci è un gatto che vomita su qualcosa che è difficile ripulire, quando non è il bucato che non asciuga è il falegname che non può venire perché ha la sciatica. Si sono ammalati Ulisse, Telemaco e soprattutto la maestosa Penelope, i nostri meravigliosi ulivi. Io insisto nel cercare di guarirli con parole, fondi di caffè, carezze sulle foglie, senza roba chimica. Coi cespi di rosmarino, che sembravano morti, ha funzionato. È la casa dei mostri, questa primavera le processionarie non ci danno tregua su finestre e muri e entrano anche in casa, l'anno scorso era l'invasione dei lombrichi, ieri ho sollevato una cuccia dei gatti che si era inzuppata di pioggia in giardino e, sotto, la scena era quella famosa di Indiana Jones, "cos'è questo rumore? sembra di camminare sui biscotti!". Eppure, ho sempre meno voglia di uscire. Quando parcheggio l'auto qua sotto, tutto il mio essere si ferma per un attimo e dentro di me, ma a volte anche nella mia bocca, si sente il suono "Aaahhhh" dato dal senso di assurdo sollievo che mi dà aver riguadagnato la base un'altra volta. La mia casa dei mostri, delle streghe e della gioia. La mia nave che solca le colline con la pioggia o il sole, il porto, la caverna dove non possono entrare i predatori, la nostra isola privata. Posso aver sbagliato tante cose. Anche tutte. Chi se ne frega. Non ho sbagliato nel volere che la mia vita fosse mia, anche quando gli altri non la capivano. Ho attirato persone come me, alunni così animali così, case così. "Pentita?" ha chiesto l'Orsone, anni fa. "No." Poi, forse, sì. Pentita anche mille volte, perché la vita mi ha rotto troppe ossa, ma tornata indietro mai. Il paese dei mostri mi interessa, mi affascina, mi colma. È casa mia. È la mia montagna maledetta da scalare fino in cima. Quel bagno, quello specchio, a Rivoli. Quella lacrima sulla guancia destra, mentre soffia un po' di vento. Era il giorno in cui nascevo, e ho la fortuna di potermelo ricordare.

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