Ho già detto che il Danno è molto intelligente. Non ho detto che è anche una promessa del calcio, gioca in una nazionale giovanile, tra parentesi le han date ai giovani del Genoa giusto la settimana scorsa.
Quando era mio alunno, la sua idea base della vita era articolabile su tre punti: le ragazze (una in particolare, quando io l'ho conosciuto, era molto infelice e tremendamente fedele a un'ex di importanza fondante per la sua educazione sentimentale, poi gli è passata), la carriera sportiva e fare casino.
Il lavoro indefesso operato sulla III B 2006/2007 dalla qui presente e dai suoi colleghi gli ha introdotto un'ulteriore idea: forse, ma solo forse, posso fare bella figura a scuola.
"Al liceo, prof? Io?"
Dopo quella rivelazione, il Danno mi arrivava ogni cinque minuti con un dubbio.
"Ma se poi ho allenamento e arrivo tardi a casa, i compiti di un liceo non li reggo."
"Ma se mi prendono nella tale o talaltra squadra mi trasferisco in una struttura apposta, tipo collegio, dove c'è il liceo sportivo."
"Ma latino è difficile?"
"Ma non lo so se ne ho voglia, di studiare."
"Ma se vado al linguistico cosa studio? ma faccio Shakespeare, davvero?"
Verso l'epoca delle preiscrizioni il suo atteggiamento era: mi faccio trovare alla cattedra già all'inizio dell'ora, con gli occhioni castani pieni di domande e il broncetto da bimbo viziato, e rompo i coglioni con la seguente frase: "prof, le superiori, allora, dove vado? cosa faccio?"; salvo poi, sentita la mia risposta, contorcersi tutto e tornare al banco scuotendo il ciuffo e borbottando: "ma non lo so, non lo so, mi iscriverò a una scuola facile, c'è il calcio...".
Nel frattempo, però, si era messo a lavorare, entrando in competizione non con il Mostro (perchè era impossibile) ma con Mani da Pianista. Scriveva in modo naturalmente poetico, anche se non sempre curato. Gli venivano idee originali e metafore come se niente fosse. Faceva l'analisi logica in inglese per sfidarmi, si firmava "colui ke splende" in cima al compito, ne inventava una diversa ogni giorno per prendermi amichevolmente per i fondelli, gigioneggiava portandomi i fiori e facendo il pazzesco con la più giovane dei suoi prof, ma intanto faceva domande, faceva collegamenti, e prendeva voti sempre più alti di Storia e Geografia.
Avevamo cominciato il corso di latino e lui non lo frequentava, ma un bel giorno, visto che dopo tanti dubbi si era preiscritto al linguistico, l'ho costretto a venire alle lezioni. E' arrivato (in ritardo) che gli altri stavano già cercando di districarsi con il vocabolario e le prime frasi complesse. Ha fatto la prima lezione stando a sentire, ma dopo quaranta minuti alzava la mano per rispondere. E ci azzeccava. La seconda volta che ha seguito, gli altri traducevano già con il vocabolario e lui, seduto alla cattedra di fianco a me, metteva a posto il quaderno copiando le lezioni precedenti, a partire da "rosa rosae rosae", finchè non mi sono accorta che CONTEMPORANEAMENTE cercava di rispondere alle domande che facevo agli altri. E ci azzeccava. Alla terza lezione era alla pari col Mostro, che faceva latino da due mesi e mezzo.
Insomma, non potevo permettere che uno così facesse il calciatore e basta. E' diventato la mia crociata.
Tra il fatto di ronzarmi intorno per risolvere i suoi dubbi sulla scelta della scuola futura e quello di essere sempre in mezzo quando succedeva qualcosa di interessante, dalla battuta al test psicologico, dall'esercizio di scrittura creativa alla spiegazione della seconda guerra mondiale, c'è stato un momento in cui facevo lezione praticamente solo per lui.
Capita, di alzarsi al mattino con in testa quell'unica alunna che è veramente in grado di emozionarsi quanto te quando legge una poesia, o quell'unico ragazzo che vuole capire davvero le cause di un fenomeno storico. Capita di prendere a cuore uno di loro più degli altri, e un giorno vi dirò di Giovane Lupo, di un paio di meravigliose ragazze del liceo talmente speciali che è persino difficile dare loro un soprannome, di Senza Mamma, di Forse Posso, di Punta di Diamante.
Ma un giorno il Danno ha fatto una cosa inaudita, che ha cambiato il mio modo di insegnare. Ha instaurato lui un rapporto con me. Cioè non con la sua prof. Con me come persona.
Era un periodo in cui mi faceva impazzire. Un giorno entrava alle nove e mezza fresco come una rosa dicendo che aveva fatto tardi a una cena coi suoi. Un giorno faceva un'interrogazione di Storia coi fiocchi. Un giorno era senza compiti di Italiano. Un giorno era assente per festeggiare il suo compleanno. Un giorno usciva prima per gli allenamenti, un altro lo beccavo a fare in venticinque secondi il compito assegnato per casa, e invece di rimpicciolirsi perchè lo sgridavo mi si appiccicava dovunque fossi e mi coinvolgeva nei suoi ragionamenti per risolvere l'esercizio, finchè non mi toccava ammettere che lo stava facendo, il compito, e da solo, e bene.
E più il Danno era irresistibile, e acuminato nei ragionamenti, e capriccioso negli atteggiamenti, più io mi ci incazzavo e mi ci fissavo.
Così, una volta che gli ho dato, a distanza di ventisei ore, un'insufficienza grave per un lavoro fatto coi piedi e un voto altissimo per un'interrogazione andata bene, o viceversa, gli ho detto, andandomene dalla classe, piuttosto velenosa:
"Cosa dicono i tuoi genitori, Danno, che una volta porti un voto mostruoso e la volta dopo una nota? Non trovano che ci sia da dire qualcosa?"
E lui, non so spiegarvi con quale tono, bisognava sentirlo: calmo, serio, sincero, e soprattutto gentile, come se veramente gli importasse spiegarmi:
"Sì, va beh, qualcosa dicono... Il punto, però, prof, vede, è che a me di come vado non me ne frega niente".
Ma non detto con strafottenza, giuro. Sereno, mi ha enunciato un dato di fatto, e mi guardava negli occhi cercando di capire la mia reazione, come IO guardo LORO quando cerco di aprire le loro menti a un punto di vista che prima non hanno mai considerato. Io ho mormorato una roba come: "Perfetto, come distruggere il lavoro di un'insegnante in due parole". Ma lui ha insistito a spiegarmi. Me ne sono andata brontolando, ma folgorata dalla sensazione che lui volesse davvero farmi CAPIRE. Che, in qualche modo strano e, dati i contenuti, per me tutto sommato anche deludente, avesse cercato di farmi un regalo.
Lì e' scoppiata una specie di relazione uno a uno con questo studente. In pratica avevo qualcosa di diverso da uno studente interessante. Avevo... cosa? Un alleato? Un amico? Una PERSONA con cui interagire. Il Danno non era solo un interlocutore, era qualcuno che non si può considerare solo in parte, non un bidimensionale elemento di un gruppo classe di cui sai solo come va a scuola e se ha qualche grana a casa o se gli piace uno sport, ma un essere umano completo, di cui ogni sfaccettatura ha la sua importanza, e lui trattava me nello stesso modo. A dire il vero, osservandolo è emerso che lui trattava tutti come persone INTERE, capito cosa intendo? Tutti, gli amici, la compagna Down, adulti e ragazzi, per lui erano pericolosamente ma giustamente uguali.
E' venuta la stagione delle uscite e delle gite e il Danno, Bruno Carino e Faccia di Bronzo non venivano portati in gita, in quanto storicamente tremendi. Abbiamo passato molto tempo insieme, in quei giorni, io e questi reietti della società, certi giorni anche cinque ore su sei. Ci siamo divertiti e abbiamo organizzato giornate che fossero di studio ma anche di divertimento utile. Quando gli altri sono tornati dai cinque giorni in Sicilia e ci simao messi a lavorare sulle ricerche d'esame, io e il Danno ormai eravamo un'entità unica nel decidere cosa era importante fare in classe e come farlo.
Sì, lo so, si capisce benissimo da queste righe che ero anche un po' innamorata di lui. Pazienza. Passate nove mesi nella stessa stanza con una personalità simile, mentre fuori la vostra vita è un disastro, e poi mi dite che effetto fa. Per fortuna non ce ne sono tanti, che a quattordici anni sono già così evidentemente one in a million.
Poi c'è stato l'esame. Quando è andato via l'ho guardato salire sul pullmino e ho provato dispiacere, perchè sapevo che non è il tipo che torna sui suoi passi e non sarebbe mai venuto a trovare i suoi vecchi prof. Ma anche sollievo, perchè era un casino un rapporto così profondo, così personale.
Mi manca, spesso, la sua voce che dice qualcosa di originale, di collaterale ma intelligente e utile rispetto ai miei discorsi. Mi manca essere trattata come una persona INTERA, anche se va bene così, perchè il mio ruolo prevede che io per loro sia soprattutto un contenuto intellettuale, per certi aspetti un simbolo di qualcos'altro, un'istituzione, non un reale essere umano di carne e ossa, con emozioni e sentimenti propriamente suoi.
Non mi manca la sensazione, spaventosa per un insegnante e in generale per un adulto di fronte a un essere umano così giovane, che il controllo dell'interazione stesse a volte più nelle sue mani che nelle mie.
Però mi è rimasto dentro un senso, fastidiosissimo, di incompletezza: i ragazzi seduti di fronte a me sono persone INTERE, e io ora lo so, ma non credo che mi permetteranno e si permetteranno mai di aprire la comunicazione fino a tanto. Mi resta il dubbio che io dovrei arrivare a vederli come persone INTERE, anche quando loro non dicono, non gettano il ponte verso di me. Mi sento inadeguata.
A volte, giuro che chiudo gli occhi e provo a immaginare cosa direbbe il Danno se fosse lì con noi. Può anche capitare che funzioni.