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venerdì 21 agosto 2020

Come la scaletta di un pollaio

 Non ricordo più chi fosse, qualcuno mi insegnò questo detto: "La vita è come la scaletta di un pollaio, corta e piena di merda". 


Ogni tanto mi torna in mente.

Chiariamo: non mi sto lamentando.  Sto considerando i fatti. 


Gennaio: tutto regolare. Cioè, a parte che una mia vecchia conoscenza ha un incidente in auto e io, CHE NON LO SAPEVO, passo una settimana a lamentarmi di dolori a collo e schiena e a essere nervosa e piagnucolante. Questa fin qui la sapevano in pochi. 

Febbraio: pandemia. Caracas rischia di morire. 

Marzo: pandemia, scuole chiuse, lockdown, ci ammaliamo in 2 su 3. Guariti con poco danno (ma a me l'olfatto per intero è tornato a luglio). Caracas inizia a curarsi seriamente. 

Aprile: ancora lockdown. Riusciamo a non dare di testa, ma non è facile.

Maggio: non riaprono le scuole, figlia terrorizzata all'idea di uscire, pian piano la supera. Rivedo mia madre. 

Giugno: sta male, all'improvviso e seriamente, mio suocero. Panico anche organizzativo, l'Uomo viene risucchiato a Milano per un po'. Alla Fraulein trovano un cancro, anche brutto e anche raro. Glielo dicono il giorno in cui io sono arrivata a riprenderla a Città con la Torre Pendente. Gestiamo la cosa io e Dolce Cugino (cugino suo corretto ed affettuoso, pure un po' sexy, con cui vado subito d'accordo, peccato conoscersi così). Poi la riporto a casa e passo 3 settimane tra medici e  telefonate con nipote, cugino e amiche che devono gestirla insieme a me. E con lei, che è terrorizzata. Intanto alla Princi hanno fatto un intervento in bocca e insorgono complicazioni. 

Luglio: arriva mia madre e corriamo in pronto soccorso perché la Princi è peggiorata, poi a Milano per secondo intervento. 

Agosto: la Fraulein comincia la chemio.  A mia madre capita un episodio cardiaco, non grave da ospedale, ma abbastanza grave da interompere di botto la sua vacanza in montagna e venire qua a fare un giro di controlli. A mia suocera compaiono preoccupanti sintomi di smemoratezza. Marito verrà risucchiato tra visite neurologiche, Paesino sulla Costa e Paese in cima ai Bricchi, a breve, lasciandoci qua tra nausea della Fraulein e ansie della Mater. 

In tutto questo io sono stata tre settimane per i fatti miei a gestire i lavori a Via del Golf 13 e ho dato segnali abbastanza evidenti di essere esaurita. Ma mi sono presa cura di me. In pubblico ho pianto (e tanto) solo la volta in cui ho dovuto salutare la Fata Romena, che se ne tornava per sempre in Valacchia. In privato, beh, quella è un'altra storia. Ma perché cambiare costa fatica, e paura. Parleremo anche dei supermegacorsi che sto facendo e vedrete che c'è un motivo se annaffio di abbondanti lacrime le mie povere ostinate radici. 


E, tuttavia, anche dalla scaletta di un pollaio è possibile guardare il cielo, e io lo faccio. Ieri sono stata inserita, dall'Orsone, sempre sia benedetto, nel gruppo Whatsapp di Scuola Vintage. Devo andare a svuotare il cassetto a Scuolina Rosa, e sarà dura, ma sono così contenta della nuova vita che mi aspetta che ho riguadagnato la taglia di pantaloni numero 44. Traguardo a cui avevo praticamente rinunciato. Eh beh. Sono momenti. 

 




sabato 20 aprile 2019

E se fosse là fuori che è tutto sbagliato

Finalmente piove, dopo molte settimane di aridità.

Castagna si domanda se il centro del mondo si sia spostato, se la forza di gravità esista ancora, se sia soltanto lei che è soggetta a leggi uguali a quelle che valevano qualche anno fa.

Se lo domanda perché, a volte, pensa che tutto quello che è sbagliato sia fuori, e tutto quello che è giusto sia dentro.

Fuori ci sono persone che intervengono sulla vita degli altri, senza rendersi conto di far loro del male. Persone che ripetono i loro errori a distanza di anni e pensano di andare via lisci, proprio con te che ci hai sofferto tanto. Persone che ti trattano come se fosse tutta colpa tua. Persone che ti trattano come se il tempo non fosse mai passato e tu non avessi imparato niente.
Persone che a una proposta di aiuto associano una minaccia, e reagiscono mordendoti.
Persone il cui unico scopo nella vita è sminuire gli altri per sentirsi superiori. Persone che provano per te dei sentimenti a cui non sanno dare un nome, e si incazzano con te perché glieli fai provare.

Dentro ci sono le cose che valgono ancora la pena. Sì, c'è tanta confusione, disordine, tanta fatica, a volte un buio pesto.
Ma poi ci sono anche i frutti dell'impegno che vengono pian pianino fuori.

Irresistibile che non piange più. Pulcino che ha imparato a piangere. Nipotina che si scrive sullo specchio che deve darsi da fare con la scuola. Coccodrillo che impara a suonare dei pezzi anni '90 con la batteria. Orsetto di Montagna che cerca di districarsi nei problemi dei grandi, e intanto non si dimentica di lanciarsi giù dal rifugio segreto con una fune, insieme agli amici, sfidando immaginari battaglioni d'oltralpe.

Da qualche giorno la Castagna si sbaglia e dice vado in terza, quando deve andare in seconda. È che sono diventati così grandi. E adesso si lavora come dice lei: stanno destrutturando le poesie e riescono a vedere la doppia aggettivazione petrarchesca, la strofa di commiato, il riferimento dantesco.

Il Gioiello è cresciuto e non sorride più con quell'incantevole espressione bambinesca, ma sbatte le ciglia sugli occhioni scuri un po' tormentati.

Qualcuno ha messo l'apparecchio. Qualcuno ha cambiato occhiali. In molti hanno cambiato taglio di capelli, modo di vestirsi, tono di voce e modo di parlare. Sono grandi, e lei sorride, si arrabbia, li maltratta e li sevizia, ma è anche contenta, perché ogni giorno e un progresso. A questa classe racconta un sacco di cose del suo percorso scolastico, di quando ha capito come fare determinate cose, o che certe materie erano meravigliose; di quando si passavano le formule di chimica scritte sulla gomma delle Superga ai compagni interrogati da posto.

E ha letto Il mercante di Venezia, in versione ridotta e facilitata, ai piccoletti di prima, che sono totalmente inconsapevoli di dove cazzo siano finiti, non hanno la più vaga idea di essere alle medie, e continuano a pensare che ci sia la fata turchina che risolverà i loro problemi, anche se hanno 6 materie sotto. Il problema è che lo pensano anche i loro genitori. La Ylmaz schiuma.

Castagna guarda tutte queste cose e si domanda se davvero la vita deve essere così brutta, piena di meschinerie di rancori di odi di bugie di tradimenti di puttanate, e se lei deve per forza fare parte di una vita del genere.
Conclude che non ne vuole sapere.

Lei avrà i suoi difetti ma anche i suoi pregi: uno dei pregi è quello di credere nella parte bella delle cose, nella parte bella delle persone, e di avere il coraggio di dire questo, di dire alle persone che devono fidarsi dell'istinto quando si avvicinano a lei, perché lei si fida del suo istinto quando si avvicina a loro.

E così si ritrova a dirimere vecchissime questioni che si ripresentano, perché non si erano mai chiusi i cancelli di certi giardini.
Sta sciogliendo, pensosamente, nodi intricati che l'hanno fatta soffrire tantissimo, recenti delusioni che l'hanno lasciata scottata e incerta sul da farsi.

Poi si ritrova anche a discutere con l'Uomo, e siccome ci tiene tanto e ci sta così male di non riuscire più ad avere quello che avevano prima, o qualcosa di meglio che adesso potrebbero permettersi tutti e due, quando finalmente le salta il tappo parla fin troppo e dice anche cose che non pensa. Poi gli chiede scusa per queste cose, ma mentre lo fa pensa che sia inutile, perché tanto lui lo sa... E l'Uomo risponde: "Ma io ti capisco." Lei lo guarda e come ogni volta, ogni santa volta, posando gli occhi su di lui capisce cosa intendevano Cavalcanti, Guinizzelli e gli altri grandi di allora, sugli spiriti soavi che per gli occhi arrivano al cor gentile. Perché ogni volta che posa gli occhi su di lui il cuore fa qualcosa che, inequivocabilmente, è un palpito di gioia pura. Lei lo guarda, e dice: "Lo so... Pensa che io ti capisco anche quando non parli...". Al che l'Uomo: "Lo so".

E allora lei si ripete che forse l'unica strada è questa: andare dritta nella direzione che le sembra più ovvia, quella dello stare bene con le persone, del dire le cose, del guardarsi negli occhi, del rendersi conto che di vita ce n'è una sola e di quali  saranno le cose che davvero rimpiangeremo di non aver fatto, quando il tempo per questa gioia sarà finito.


domenica 26 novembre 2017

Psicologhe, carte degli angeli, cuscini e straccetti di tacchino

Dice che devo farla uscire, la rabbia. Lo dico anche io: lo dicevo l'altra sera nell'antro magico di Guru Cri, mentre commentavamo la carta degli angeli che avevo estratto a metà lezione ("Condivisione") e quella presa alla fine ("Progresso"). Dicevo che io mi sento in progresso, e senz'altro condivido molto più ora di me stessa di quanto fossi mai stata capace di fare in passato. Ma che ho queste bolle di rabbia repressa che a volte mi devastano. In forme varie: una sensazione di cadere improvvisa a metà della corsia ortofrutta, la gola che si chiude, un bisogno spasmodico di urlare, una spossatezza rassegnata prima ancora di arrabbiarmi per qualcosa che pure richiederebbe un mio intervento energico.
Ho pensato per diverse settimane alle soluzioni e alla fine ne ho parlato con la psicofata, che come tutte le fate buone mi lascia andare, se ne ho bisogno, ma mi dà un bacio profumato e un consiglio magico. E io, come tutti i protagonisti di avventure fiabesche, le prometto solennemente di ricordarmene. E sono anche diventata una che le mantiene, le promesse. Svolgo come una solerte piccola Dorothy tutti i passaggi sulla stradina lastricata per arrivare alla Città di Smeraldo, e mi ritrovo a crocettare sul frigorifero i giorni in cui eseguo gli esercizi prescritti. E a pensare a come mi sento eseguendoli.
Tipo che ieri ho preso a pugni una pila di cuscini e ansimato contro i medesimi almeno trenta volte "troia puttana, puttana puttana puttana". E se anche ero partita credendo di prendermela con l'Uomo, poi era inequivocabile che stessi insultando me stessa, e molte altre che conosco. Diciamo che era un troiaputtana universale: se anche solo per un nanosecondo avete mai nella vita fatto qualcosa che arrecava danno dolore inganno e offesa a vostro marito, o alla moglie di un altro, sentitevi pure chiamate in causa. E ringraziate che i pugni li mollavo nei cuscini, visto che adesso a forza di chaturanga dandasana e cane a faccia in su e a faccia in giù ce li ho ridefiniti, i muscoli nelle braccia.
Comunque oggi l'ho rifatto ma con meno impegno, e i pugnazzi, non accompagnati da litania di insulti ma solo da un senso di svuotamento, erano per una tizia dalla pelle ambrata che mi fa masticare chiodi ogni volta che papino ci lascia sole, per quanto ciò avvenga sempre meno. Tizia dalla pelle ambrata che oggi tra l'altro ha salutato il mio guizzo di haute cuisine, straccetti di tacchino alle nocciole, con l'ennesima dimostrazione di totale disinteresse per quel che mangia, ma scartando amorevolmente una per una tutte le nocciole. Che bello.
Domani di nuovo scuola: come si diceva oggi con un amico al telefono, benediciamo i lunedì, che almeno il lavoro distrae.

giovedì 3 agosto 2017

Transazione negata

Così può capitare, un giorno d'estate, che dalla fessura del Bancomat non escano più soldi e la carta, strisciata in un negozio di intimo, sia rifiutata dal dispositivo. E guardi partire tua figlia per la sua prima vera vacanza senza genitori, col Tipello, un'altra coppia interetnica, interreligiosa e intercontinentale di amici, e i biglietti del traghetto. Poi a piedi nell'afa di città te ne vai a fare una mini spesa coi punti rimasti da scalare all'Esselunga, e ti senti leggera come un palloncino sospeso a un filo. Il filo è attaccato a una base di piombo che tira verso il centro della terra con prepotenza. Non vai da nessuna parte. Ma sei vuota. E senza peso.

Torni a casa con un pacchetto di caffè. Indossi di nuovo il pigiamino di pochi centimetri quadrati grazie a cui speri di attrarre qualche coccola. Fai yoga sul pavimento del salotto fino a farti dolere ogni fibra. E ti imbarchi sulla nave-letto dove tu e l'Uomo passerete i prossimi giorni, cercando di non sforare dai giga previsti dal piano tariffario e di finire pazientemente le ultime puntate di due serie che non vi sono piaciute molto.

Il quartiere è popolato come al solito, ma passano meno macchine. Le giornate pigramente si srotolano tra pisolini, scambi di messaggi, vagabondaggi su Pinterest e Instagram, piccole medicazioni a piccoli acciacchi, video di yoga, cottura a fuoco lento di verdure e scavo sistematico di barattolini di gelato.

Stai lì e lo ascolti. E ti accorgi di come è tutto diverso adesso. Ora che pian piano vengono fuori le parole, le paure. Una crisi di adolescenza che è durata trent'anni si sta risolvendo, ora che un quarantaduenne si affaccia a prendersi le responsabilità: quali responsabilità? Tutte quelle che toccano tra i trenta e i cinquanta: essere contemporaneamente figli, genitori, lavoratori, coniugi, amanti, fratelli, colleghi, cittadini... Lui ci si affaccia, sembra a volte, con gli occhi di un ventenne stupito che tocchi finalmente a lui. Altre volte sembra schiacciato come un vecchio pieno di magagne dal peso di troppe incombenze che non vede l'ora di passare al prossimo. In mezzo, tu lo sai, c'è l'Uomo generoso e intelligente che hai amato per diciassette anni, quello che ti ha sostenuto e protetto, che ha adottato con te la Princi, ma è confuso, agitato, perso nella nebbia.

Tu al contrario, perchè avevi una famiglia diversa dalla sua, perchè avevi un altro carattere, perchè non sei mai stata piccola, forse, questa fase l'hai già avuta e ti ha incanutito i capelli e distrutto i denti e la tiroide, ma adesso, a quarantun anni, stai da non molto tempo guardando la medaglia dall'altro lato: è inutile che tu ti faccia salire il panico, perchè ormai tutte le grane vengono a te, quindi o stai in panico sempre, o non ci stai mai. Opti da parecchi mesi per la seconda, concedendoti solo alcuni strappi alla regola: quando qualcosa va molto storto con la figlia, o quando capitano tegole tra capo e collo, per esempio che rischia di saltarti la cattedra per la terza volta, o che il cane seduto ai tuoi piedi si ribalta improvvisamente su un lato e si fa venire una crisi epilettica di quattro minuti.

Così ascolti l'Uomo, che fa fatica persino a dire ad alta voce in quanti e quali casini è invischiato al momento. E di alcuni casini non vuoi proprio sapere, tu, con la tua brava sindrome da stress post traumatico, tu che hai vissuto come sotto le bombe per troppi mesi, non hai dormito una notte degna di questo nome per un anno e mezzo e ancora adesso hai gli incubi tutte, tutte le volte. Gente che muore incidenti tragedie violenza dolore. Tutte le sere? Tutte. A volte anche durante il pisolino pomeridiano.

Tranne in questi dieci giorni. Perchè in questi ultimi dieci giorni tra un sogno angosciante e l'altro hai sognato, quattro volte, cose di una bellezza talmente sbalorditiva da lasciarti dolorante tutto il giorno dopo.

La prima volta un paperotto ferito da curare. Di cui ti facevi carico tu, tra altre persone.
Al risveglio hai pensato: guarigione. Ti è già successo anni fa. Era un neonato abbandonato, quella volta. E decidere di prenderlo su significava: ce la faremo.

La seconda volta che eri nuda davanti a lui e ti lasciavi esplorare senza fretta e senza paura.
Al risveglio hai pensato: non ho paura. Poi lui ti ha detto che per parte della notte era stato sul divano, e hai pensato: ma ci sono stata davvero sul divano nuda davanti a lui? E glielo hai chiesto. Ha detto di no e sorrideva.

La terza volta che tornavi, da sola, dopo dieci anni, alla casa dove abitavate all'inizio, e c'erano tutti i tuoi libri che non ricordavi più di avere, anche se la libreria era piena di insetti. C'era una strana luce e andavi sul terrazzo, da cui non si vedeva più solo uno spicchio di mare tra i palazzi, ma un'intera distesa di onde composte e parallele dal colore grigioblu indefinibile, compatta sotto la luce da fine o inizio di tempesta, niente macchine che passavano sulla curva ma un silenzio totale increspato appena dal suono dello sciabordio, e non esisteva più la ringhiera, il terrazzo al quinto piano dava direttamente a strapiombo sull'acqua. Spettacolare. Immenso.
Al risveglio hai pensato: o mio Dio. Perchè quel mare era troppo da reggere. Troppo grandioso. E gli hai raccontato il sogno nei dettagli.

La quarta volta, stanotte, che ritiravate insieme degli esami medici dell'Uomo, e la dottoressa al bancone del ritiro analisi esordiva girando verso di te una striscia bianca con un quadrato rosso luminoso, e dicendo: intanto abbiamo una buona notizia per lei, ed ecco lì, il quadrato rosso voleva dire incinta. Incinta. Incinta. Batticuore. Sorriso sconcertato dell'Uomo. Incinta. Incinta adesso? Mentre va... così? E capivi che però dentro ti stava iniziando a sgorgare la felicità. E andavate via, scossi, ma tu stavi pensando che in qualche modo ce l'avreste fatta.
Al risveglio hai pensato: non posso dirglielo. Invece glielo hai raccontato. Che avevano fatto degli esami a lui, e avevano trovato che eri incinta tu. Ha sorriso con un sopracciglio inarcato. Non gli hai detto cosa avevi pensato nel sogno.

E ora li metti in fila, questi sogni. E pensi che questo bozzolo di lenzuola su cui e sotto cui stai trascorrendo l'intero mese di luglio stia per rompersi e far uscire finalmente una farfalla. E immagini un enorme orologio a pendolo e te che fermi il moto dell'asticella con una mano, supplicando gli dei di negarti la transazione ancora per qualche giorno, per restare qui in questo mondo sospeso, come quel terrazzo senza ringhiera che dava dritto sull'acqua, in questo piccolo spazio dove si parla a bassa voce e si respira lentamente, per non turbare il mistero della trasformazione.








giovedì 6 luglio 2017

Ma parliamo un po' di scuola 1 – Antologia versus narrativa

Qui ci servono il

Dato di fatto n. 2
I RAGAZZI NON LEGGONO PIU'.
e il

Dato di fatto n. 3
I RAGAZZI, IN COMPENSO, SCRIVONO DI NUOVO.

Allora. Non esiste spendere 27 euro per un testo di cui verranno svolte, forse, un terzo delle pagine. E malvolentieri.

Evitiamo di dire che da quando “La biblioteca”, poi “L'altra biblioteca” e infine “Biblioteca tre” sono state tolte dal commercio la nostra ora di antologia è andata a farsi benedire, perchè praticamente tutte le altre antologie non vanno bene.

Evitiamo di innervosirci citando:
  • racconti dell'orrore di dubbio gusto,
  • pezzi impossibili da spiegare a una prima, o a metà di una seconda, tipo diari di guerra da Sarajevo,
  • la milionesima storia di straniero disadattato o bambina maltrattata,
  • Emily Dickinson, Montale, Pessoa, Saba mischiati a poetucoli da strapazzo e/o filastrocche o, peggio, a pezzi di musica pop
  • vergognose concessioni a saghe giovanili insulse pur di raccattare qualche consenso. (E magari stessi parlando di Harry Potter, eh. Insulse vuol dire peggio di Harry Potter... sì. A me Harry Potter fa cagare. Tiratemi le pietre. Insultatemi la madre. Pazienza. Non che siano brutti storia e personaggi. Ma è scritto male. Se avete letto Michael Ende, o Philip Pullman, capirete. Non è un fatto di traduzione. E' scritto male. E per perdere i miei restanti fans: a me non piace neanche come scrive Tolkien. Eh. Sono una brutta persona, evidentemente.)

Evitiamo di lamentarci (ma è ovvio, se si fanno delle antologie piacione) del fatto che tempo due secondi esce la prima mano: “Io di questo ho visto il film!!!” (Lo dicono anche dell'Iliade. Perchè hanno visto quella troiata, nomen omen, con Brad Pitt. In prima non li uccido, mi limito a spiegare perchè non si può considerare “Troy” un film tratto dall'Iliade. Se me lo ripetono dopo la fine della prima, li crocifiggo coi chiodi a sezione quadrata.)

Limitiamoci a dire quanto è brutto, brutto e cattivo, che di un libro ti si legga un pezzo. Non l'incipit. Un pezzo a caso. Non si legge così. Il punto è che, quando i ragazzi (non tutti, ma parecchi) leggevano a casa, come hobby, citare una parte di un testo poteva eventualmente suscitare due reazioni positive: ricordare il resto della storia, se il libro era già stato letto, o far venire voglia di leggerla.

In compenso, da molti anni ci è stata tolta la meravigliosa, utilissima ora di narrativa. In cui ascoltavamo i testi, santa Madonna, in versione integrale: sembra di dire una cosa sconcia, oggi. E ascoltando ti perdevi, perchè narrativa si faceva il venerdì, da stanchi, o al pomeriggio, o in una giornata da tre ore di Lettere, dopo il compito di Storia. Ma la storia andava avanti e i personaggi erano sempre lì, anche la volta dopo, e recuperavi. E ti abituavi a un ritmo narrativo, a una voce, a uno stile. Da otto anni ho ripreso ad avere la passione di leggere io per loro. Ho capito che piace un casino. Ho capito che con la mia guida ci si ferma a riassumere, a ripetere, a capire le parole, a fare domande sul contesto, ma soprattutto ci si gode una lettura bella, con l'intonazione giusta.
E così io leggo. Faccio comprare in più la prima cantica integrale in seconda, e i Promessi in terza, senza parti riassunte. Poi per carità, c'è la classe a cui si legge la peste, quella a cui si legge la madre di Cecilia, quella a cui si legge la Storia della colonna infame, ma il testo ce lo devono avere davanti tutti. Verso la fine dell'anno interrogo dal canto I al canto XXXIV dell'Inferno e dal primo all'ultimo capitolo di Manzoni. E' che devono abituarsi a seguire, capire e saper raccontare una storia dall'inizio alla fine. Stesso motivo per cui faccio, dall'anno scorso, il cineforum.
E salto l'ora di antologia. Quasi sempre.

E' quel quasi che richiede di parlare del dato di fatto numero 3. (segue)

sabato 15 aprile 2017

Vacanze di Pasqua, day two and three: fiducia e scossoni

Le cinque di pomeriggio, quando lui non c'è, sono l'ora dell'attacco d'ansia. Perfino adesso che tante cose sono cambiate. Ne farei a meno, ma pazienza, me lo tengo per me, so esattamente che sparirà non appena un breve ritornello al pianoforte annuncerà il suo messaggio WhatsApp. L'ansia si trasformerà in bisogno di muoversi e riorganizzare casa, cena, etc. E poi sentirò il familiare frullo d'ali nel petto quando lui metterà le chiavi nella porta.
Se guardo a questi giorni di vacanza, comunque, non posso lamentarmi. Dopo la prima sera con le amiche anti-MIUR, ho passato una buona mezza giornata sui miei monti.
L'antica Dolomite proiettata per caso in mezzo alle Alpi Cozie mi guardava impassibile, coperta di neve su tutto un lato, mentre facevo yoga su un prato e ascoltavo il vento sibilare tra gli abeti.
Anche stavolta rivedendo il paesaggio e sentendone i profumi ho preso congedo da mio padre, ho preso congedo anche dal mio cane, che tanto amava la montagna, ho preso congedo da quella che ero io prima come ormai faccio ogni singolo minuto. Ma ho anche ritrovato le mie basi: nell'attimo esatto in cui lui è arrivato in paese e, scorgendomi seduta sul muretto col sole sui capelli, mi ha sorriso.
Poi c'è stata una normale mattina a casa, di quelle col bucato, la colazione fatta con calma e qualche pagina sugli apparati del corpo umano da far studiare alla Princi. E poi ho aspettato un'ora con lui per dei raggi in un centro analisi, e poi abbiamo visto una casa. Da fuori. Forse una casa per noi, forse soltanto un miraggio mio: ma lui era al mio fianco e questa è l'unica cosa che importa.
Oggi l'ho fatta vedere alla Princi e ne ho avuto una pessima reazione, completata immediatamente dalla richiesta di dormire dal fidanzato. Risposta, ovviamente, no. Come sempre quando si nota che qualcosa tra me e l'Uomo potrebbe rimettersi a funzionare, lei deve dare uno scossone, non sia  mai che ci dimentichiamo che lei esista e ricominciamo a fare la coppietta...
Molti sono i pensieri che mi sono passati per la testa in queste ore, da molti sono estremamente rattristata. Ha ragione Cavallino a dire che non mi capisce, non so più nemmeno io che persona sono, in effetti. Ho trovato pace solo sul tappetino dello yoga, dove credo che dovrei rimanere ore e ore, anzi finito di scrivere ci tornerò.
Ma ieri sera da Guru Cri abbiamo estratto come al solito le nostre carte, all'inizio della lezione e poi alla fine. Ame all'inizio è uscita la parola fiducia, e la frase che c'era scritta sotto diceva testualmente: "non resistere a ciò che è in arrivo per te". Alla fine della lezione, con un altro mazzo di carte in inglese la parola uscita è stata trust. Ho pensato che non solo devo averla, questa fiducia, ma devo riuscire a manifestarla. Per questo oggi ho portato la Princi a vedere dal di fuori la casa che forse andremo a vedere anche dall'interno. Forse ho sbagliato.
Gli altri non riescono a vedere le cose da dove le vedo io, nessuno ci riesce. Senz'altro non ci riescono i più direttamente coinvolti, e nemmeno i più lontani. In pratica sono sola con i miei miraggi, con le mie speranze, con la fiducia che ci sto mettendo e da sola devo gestire gli scossoni. Ok, comunque avere visto l'ultima puntata della prima stagione di The leftovers non aiuta, sarò scema che mi causo del dolore così.
Ma sono le cinque, sta per finire la partita a Genova e tra poco mi scriverà,  posso farcela anche oggi, direi.

martedì 19 gennaio 2016

Asocial network

Castagna ha letto di Spersa e delle altre blogamiche che si sono whatsappate per settimane e infine viste per una serata cosmica.

La prima reazione è stata: noooo daaai che fooorte, troppo anche io questa cosa!!!
Invidia!

Poi Spersa, dai, che è quella che Castagna in assoluto non ha mai smesso di leggere, nemmeno quando non leggeva più niente di niente. Quando non ce la faceva a leggere di Susibita, di LGO e nemmeno di Polly, Spersa e i suoi reparti non li ha mai mollati.

Poi però Castagna si è guardata. Si è sentita. E si è detta: sai vero come staresti.

Già.

Come sei stata alla mostra di Monet. Come sei stata a Via del Golf. Come sei stata al centro benessere, alle terme, a casa della Tipa, all'aperitivo di fine anno coi colleghi, a pranzo fuori, al festival, ovunque. (Non come sei stata nel Tibet toscano, no. Come era lì non si può descrivere, è stata la punta di sofferenza massima, non ci sono paragoni.)

C'è un solo posto dove Castagna stia un po' meglio, che non sia dove è lui. Il suo tappetino per lo yoga, a lezione, o a volte anche quando pratica da sola.

E si vede che ora è così. Inutile fingere di farcela. Alle amiche che avevano proposto festeggiamenti per il quarantesimo, una avendolo appena passato, l'altra avendolo in programma tra poco, Castagna ha detto sinceramente come si sentiva, e tutto sommato già a cena fuori con la Strega Irlandese, la sera prima, in una pizzeria sgrausa a tipo sette minuti dalla porta di casa, aveva il timer acceso e lampeggiante, perché alle dieci l'Uomo sarebbe arrivato.

Le amiche hanno capito, QUESTE amiche capiscono sempre.

L'Uomo capisce e infatti difende lo yoga di Castagna a spada tratta. La Princi dieci giorni fa ha tentato di boicottarlo, come ha tentato di boicottare altre cose. Castagna è arrivata in ritardo a yoga e ha strapazzato la Princi con messaggi furibondi per tutta la strada, compresa la Curva Della Morte, chiudendo con un lapidario: "e se non è per scrivere 'ok scusami', NON rispondere". E il venerdì dopo per la prima volta nella storia si è rifiutata di passare da casa, anche se la Princi era sola, coi compiti da fare etc, ed ha optato per l'andare a parcheggiarsi sotto il centro benessere un'ora e un quarto prima della lezione, e starsene seduta in macchina al caldo, tenendo in una mano il telefono con cui messaggiava la Strega Irlandese, l'Uomo e Sanguedelmiosangue, e nell'altra il corpicino vibrante del gatto residente alla spa, che si ammazzava di fusa.

A yoga peraltro non si fa outing. La Maestra, che sicuramente vede, studia Castagna e la sua aura piena di energie negative con una certa curiosità mista a diffidenza; durante le sequenze ripete con calma: "cercate di rilassare la mandibola" o "non stringete i denti", e la guarda in tralice. Dato che Castagna non rilassa un cazzo, ha introdotto apposta per lei un esercizio  per i muscoli del viso. Tanto fa bene a tutti. Poi ha dato mille consigli sulla cistite e l'insonnia. Della cistite Castagna ha parlato. Dell'insonnia chiacchierano rumorosamente le mani tremanti e le occhiaie. Ma la Maestra ci sta attenta.

Castagna ama questa Maestra. La ama da quando, a dieci minuti dall'inizio della prima lezione, alla frase "chiudete gli occhi" non solo li ha chiusi, ma non li ha più riaperti. E adesso fa anche tutte le posizioni in piedi e in equilibrio su un piede o in torsione chiudendo gli occhi, senza cadere. E fa anche gli esercizi per la vista senza farsi venire nausea. E il rilassamento vedendo i colori. E la respirazione yogica completa. Insomma tutte quelle cose che in ventidue anni non le erano mai riuscite davvero.

Castagna si fida talmente tanto della Maestra che adesso, al rilassamento finale, a volte si raggomitola come un criceto, esattamente come nel letto, e dorme. E se si perde la lettura che accompagna il rilassamento, la Maestra gliela rilegge dopo. Una volta si è addormentata, nel sonno ha pianto, sognato, avuto un incubo, e lo ha detto, e tutti l'hanno un po' coccolata perché era atterrita, anche se fingeva di no.

Castagna non parla con quasi nessuna delle persone che vede ogni giorno, o almeno settimanalmente, di quel che sta succedendo. Se si aprisse la falla nella diga, sarebbe impossibile sopravvivere. Per sfogarsi ci sono le whatsappate e le telefonate con il team storico di amici e con Sanguedelmiosangue. E i resoconti alla Fata New Age e alla Fata Bionda.

Quindi no, a una cosa come la serata alcolica sicuramente fichissima di Spersa e Co. Castagna non sarebbe comunque potuta andare.

Quasi ogni giorno c'è un momento di contemplazione, di solito a casa, in cui pensa: che silenzio. Poi pensa che è esattamente quello che le serve. Un silenzio totale. L'unico spazio in cui il dolore riesce ad essere accolto interamente, senza bugie, a respirare.

Per questo il giorno del suo compleanno, quando via Whatsapp e telefono tutto si è riempito di voci, parole, volti, l'ha lasciata frastornata e attonita. E per questo per l'ennesima volta ha dovuto, inevitabilmente, pensare a quanto è perfetto per lei l'Uomo, che prima di mezzanotte la porta a vedere le stelle sulla "serra" buia, sopra la città dalle luci tremolanti, o nella valle deserta. Lui è la ferita mortale, ma queste cose che fa sono l'antibiotico, la trasfusione e la sutura.

No, decisamente. Ora non c'è posto per molto altro.
















sabato 5 dicembre 2015

The Immaculate Connection

Sapete quando le situazioni stagnano. Stagnano come i piatti da lavare nel lavandino, il maglione slandrato che non vuoi buttare, i giornali vecchi, il bianco da dare.

E un giorno alzi gli occhi e dici: ma sul serio noi viviamo così? No, dai.

A quel punto, se fosse un film si vedrebbe un mutamento radicale nel giro di due giorni. Lei va e si taglia i capelli e li tinge, e va all'attacco del mondo esterno, o lui va e si fa fare un abito su misura e trova lavoro. O lei bussa finalmente alla porta, con le guance e gli occhi accesi, o lui si fa finalmente trovare sotto l'ufficio, con la rosa rossa.
Eccetera. Al cinema l'abbiamo visto tutti.

Ma non siamo al cinema. Se qualcuno decide davvero di cambiare, ci può essere un lento slittamento, o un terremoto subitaneo, ma la fatica, quella che serve veramente, durerà mesi e mesi. Anni e anni. Sarà uno stillicidio. Una tortura della fossa. Un processo di mitridatizzazione. Se acceleri, se aumenti le dosi all'improvviso, muori.

La Fata New Age: Lei quanto resisterà così?
Castagna: Quanto tempo lo ha aspettato, Ulisse, Penelope?

La Bidella di Burro: Può venire un momento?
Castagna: Sì. Oh! Ciao! È successo qualcosa?
L'Uomo: No, ero in giro, ti ho riportato il bancomat.
Castagna, rientrata in classe: ...
I ragazzi: ...Prof? Ma chi era?
Castagna: Mio marito.
I ragazzi: ...
Castagna: ...
I ragazzi: ...
Castagna: Beh, no, è che fa sempre piacere quando ti restituiscono il bancomat.

Castagna: Sono passi avanti. Alla stessa velocità della deriva dei continenti. Ma sono passi avanti
Grande Pagliaccio: Sì, avvisami quando l'India si stacca dal Madagascar.

Poi però vengono giornate come queste. Dicembre. Il mese crudele del fottuto Natale, sì, non riponevamo alcuna speranza in questo mese, noi, nessuno di noi. Invece, qualcosa forse si muove. Sapete quei momenti in cui non solo a una persona, ma a molte, si sblocca la vita. Cigolando, tossendo, sputacchiando come una locomotiva d'epoca. Ma si muove.

Ed è come quando si mette a nevicare.
Piano piano. Senza rumore. Un fiocco, due, dieci. Poi i suoni  che si smorzano. Il delicato zucchero a velo che ricopre tutto. E a un certo punto, sta succedendo. È diventato tutto bianco, è inverno, e l'orrore che hai vissuto l'estate scorsa è finito.

Lunedì, Cavallino: È tornato, ora lavoro tutta la settimana, poi nel ponte dell'Immacolata andiamo via.
Castagna: E come stai?
Cavallino: Non lo so.
Venerdì, Cavallino: Allora andiamo.
Castagna: Sviluppi?
Cavallino: No. Sì. No. Non saprei.
Castagna: Partite...
Cavallino: Sì, partiamo. L'hotel è un 4 stelle.
Castagna: Bene. Okay.
Cavallino: ...
Castagna: Okay.
(Oh guarda, Cavallino: fuori è tutto bianco, adesso, lì da te)

Due settimane fa, Sanguedelmiosangue: Torna. Irish Twin torna. In Italia. Mi ha scritto.
Castagna: !!!!!!!!!
SDMS: Non sono agitato.
Castagna: No no.
SDMS: E comunque non ne voglio parlare.
Castagna: Di cosa?
SMDS: Ecco. Vedo che hai capito.
Ieri, SDMS: Non ci sono per nessuno fino a lunedì okay?
Castagna: Certo. Posso solo chiederti se ha scritto ancora?
SDMS: Sì, ieri.
Castagna: ...
SMDS: Ma io sono anche tranquillo, alla fine.
Castagna: ...
SDMS: E comunque non ne voglio parlare.
Castagna: No.
(Oh guarda, Sanguedelmiosangue: fuori è tutto bianco, adesso, anche lì da te)

Tre giorni fa, la Tipa: E dice che ci dobbiamo riprovare. E che lui se la sente.
Castagna: Bene!
Tipa: Sì. No. Cioè, è che io sono negativa. Non cambierà niente e ormai è così che sarà la nostra vita, basta. Adesso comunque partiamo, per il ponte dell'Immacolata.
(Tipa, guarda, è un fiocco di neve quello?)
Stanotte, Tipa: Da oggi è una storia diversa, ci riproviamo.
(Tipa, guarda quanta neve!!! È tutto bianco anche da te!)

Tre giorni fa, Castagna: Ho tentato di far organizzare la cena in un momento in cui lui era via per lavoro. Ma non ci sono riuscita.
Cavallino, Sanguedelmiosangue, Grande Pagliaccio, Tipa,  Agatha, Fata Bionda: ...
Castagna: Eh lo so.
Cavallino, Sanguedelmiosangue, Grande Pagliaccio, Tipa,  Agatha, Fata Bionda: E l'Uomo? Glielo dici, all'Uomo?
Castagna: No. Non credo. Non lo so.
Cavallino, Sanguedelmiosangue, Grande Pagliaccio, Tipa, Agatha: SÌ, INVECE!
Castagna: Sì, glielo dico. È meglio. Credo. Non lo so.
Fata Bionda: NO, INVECE!
Castagna: ...
Cavallino, Sanguedelmiosangue, Grande Pagliaccio, Tipa, Agatha, Fata Bionda: Ma non andarci proprio, a 'sta cena?
Castagna: Posso spostare, rimandare, ma non cancellarla: la fanno per rivedere me, tra le altre cose.
Cavallino, Sanguedelmiosangue, Grande Pagliaccio, Tipa, Agatha, Fata Bionda: Ah.
Castagna: Eh. Va bene ci vado, me la levo, dai. E glielo dico, all'Uomo.
Cavallino, Sanguedelmiosangue, Grande Pagliaccio, Tipa, Agatha, Fata Bionda: ...
Castagna: Che poi alla fin fine quella sera lui arriva tardi, ha un impegno prima, quindi posso anche salutarlo di striscio.
Cavallino, Sanguedelmiosangue, Grande Pagliaccio, Tipa, Agatha: ...
Fata Bionda: Lo annulla, l'impegno, lo sai?
Castagna: Aaaaaaagh. Non dire così. Non dirlo.
(Che cazzo ci fanno dei papaveri in fiore a dicembre? No scusate va bene il surriscaldamento globale, ma qui si esagera. Quel periodo è finito. Basta. Fanculo. E poi, non era autunno per sempre, da questo ottobre in poi, nella mia vita?)
L'Uomo, oggi:  Ciao, io svegliato ora
Castagna: Ciao.  Io sto asciugando capelli
L'Uomo: Tra una mezz'ora arrivo. Hai fatto colazione?
Castagna: ...
Castagna, dopo, a Cavallino, Sanguedelmiosangue, Grande Pagliaccio, Tipa, Agatha, Fata Bionda: Se avevo bisogno di risposte su quella cena, ora ce le ho.
(Ehi, guardate!!! Un fiocco di neve!!!)





martedì 17 novembre 2015

Avec eux

Niente. Non possiamo farci niente.

Ma ci siamo, avec eux, anche noi. 

Noi. Che stamattina abbiamo parlato con la prof del morire a 30 anni facendosi esplodere in pezzi così piccoli che resta intatto giusto un paio di dita, dell'essere vissuti nell'odio sempre, tutta la vita. Che abbiamo parlato dell'uscire a cena in una tranquilla sera del weekend, dell'andare a lavorare una mattina di cielo azzurro in cima al grattacielo, del prendere un treno, e non tornare a casa, mai più.

Abbiamo imparato la frase latina CUI PRODEST? perché la prof ce l'ha scritta alla lavagna. 
(Anche da noi, l'ha scritta. Dice che ci comincia a fare latino già in seconda, perché siamo una classe adatta. 

Comunque poi da noi ha interrogato e son piovuti i 4, eh. 

Io non ho portato il diario e mi ha fatto un montone. 

Io le porto i libri nell'altra classe.
Sempre tu, CCCP??? 
Glieli porto io ho detto.Vero prof?)

Ci siamo noi che confondiamo Bradamante e Rodomonte. Ma sappiamo riconoscere un bullo. E lo integriamo. Che lui voglia o no. Democratici. 

Ci siamo noi che vogliamo bene a Diddl e lo andiamo a prendere quando arriva in sedia a rotelle e lo accogliamo in classe con le mani alzate. 

Ci siamo noi che domani abbiamo il gruppo recupero, e quando Riace azzecca i congiuntivi le ragazze ponpon gli fanno il balletto. E invece se Satana capisce il modo e il tempo di una voce verbale si alzano i maschi e gli fanno la haka. Huuuahh!

Ci siamo noi che siamo il gruppo Olimpia. Che faremo un progetto di eccellenza. E siamo sette maschi e la Gnocca. Chi ha detto che quelle carine sono stupide.

Ci siamo noi che mettiamo in scena il famoso balcone e Giulietta. Però la prof si dispera, che a leggere Shakespeare siamo cani e invece la Pallida di inglese ce lo farà fare in lingua originale, ha detto, accennando un breve sorriso sul volto ascetico.

Ehi, gagnetti, state calmi che prima di voi c'eravamo noi e la prof ci porta a vedere la mostra multimediale sui reportages di guerra, quando usciamo dalle superiori venerdì.

Ci siamo anche noi!!!! Spersa ci ha curati nel lontano Oriente (era Oriente, direi: ma subcontinente o sudest proprio?) e vivremo un po' più a lungo e forse potremo studiare, capire, stare con gli altri...

Ci siamo anche noi eh prof, mica ci scordi.  Eh.
Figuriamoci.
Che poi io c'ho ancora una soggezione dopo tutto questo tempo, oh, che prima di mandarti un messaggio su Whatsapp controllo l'ortografia diciassette volte.
Ahahah che ridere, ma smettila Giovane Lupo.
No, ma sul serio. Fidati che lo fanno anche gli altri, fidati.

Ci siamo anche noi, mamma di Castagna ci ha insegnato a tenere il biberon da soli, con le altre volontarie, e adesso giochiamo sul tappetone, Rachid con Denise e Gabriela con Ivan e Matteo.

Ci siamo anche noi, Profinprimalinea ci fa i laboratori al pomeriggio, dai pupazzi alle opere teatrali, al giornale, al cortometraggio che ha vinto a Roma. E non molliamo la scuola. Ma due note dalla canna dell'Albanese prima di entrare le tiriamo, sì dai.

Ci siamo. Avec eux. E con tutti gli altri.

Speriamo che serva.


















mercoledì 5 agosto 2015

D(')estate

Castagna sta sperimentando la prima estate della sua vita quasi interamente passata in città.
Data la sfiga galattica che affligge i suoi spostamenti (macchine rotte/rubate/ritrovate distrutte/nuove che si guastano/sostitutive a singhiozzo) non ci giura, che la settimana prossima riuscirà finalmente a togliersi dalla rovente Padania.

Se ci riesce a livello logistico, spera di riuscirci anche a livello di testa.

Ma sappiamo tutti che anche la marmitta mentale, il carburatore psicologico, il radiatore emotivo, sono a rischio di mollarci strada facendo.

Non va bene, ecco. Continua, da troppo tempo, a non andare bene.

Non esiste più limite all'insonnia, che ormai mostra il giro completo dell'orologio. Non esiste limite ai luoghi in cui ci si può mettere a lacrimare in silenzio, ma il supermercato e il centro commerciale si confermano i più rischiosi. Non esiste una fine agli scambi di messaggi notturni con Sanguedelmiosangue che, pure lui, passa una fase di curve sentimentali niente male.

La domanda "dormi?" su Whatsapp ormai compare alle tre, alle quattro, alle sei meno venti. Stanotte anche Grande Pagliaccio, che dormiva con suo figlio durante una delicata fase di spannolinamento notturno, alle 03.17 era online, causa pipì preventiva.

Peraltro, i desolati amici di Castagna ormai stanno pian piano cedendo le armi. Il lungo viaggio dell'Uomo alla ricerca di se stesso continua, e Castagna ripete ormai all'infinito le stesse cose, per mancanza di nuovi elementi. Come aiutarla, dato che il consiglio più spesso fornito: "ma mandarlo tu a fare in culo no?" viene recisamente respinto? Come sostenerla, visto che deve per forza di cose aggrapparsi a singole frasi, a brevi gesti spesso contraddetti da tutto il resto della situazione e del comportamento? Come sollevarla da tutto il suo indefesso rimuginare, se anche dormendo il suo stanchissimo cervello PENSA? Non sogna. Pensa.

Avete presente quando andate a dormire con un problema che non avete risolto, e al mattino la soluzione è di fianco alle pantofole, subito davanti ai vostri occhi? In un memorabile, deprecabile caso, tempo fa, una notte sono andata a dormire con il dilemma di dove incontrare una persona senza compromettermi, e contemporaneamente con in testa la scaletta di un'attività scolastica da gestire il giorno dopo, e al mattino le due istanze diverse si erano incontrate, piaciute, e riprodotte, figliando una soluzione che le metteva a posto tutte e due.

Ecco, mi succede una cosa del genere. Il mio cervello si spegne come per un blackout dopo un'intera giornata di pensieri e domande, e al mattino mentre apro gli occhi il filo del discorso è già lì che prosegue. Solo che in queste mattine aride e grigie non c'è la soluzione, perché quella purtroppo non dipende da me.

O forse sì.

Il punto è. Okay. Ci siamo fatti male oltre ogni possibile perdono. Ma siamo qui a parlarne. Siamo qui, anche se tra me e lui ci sono chilometri e ore intere di silenzio: la giornata non passa mai senza un contatto. Il colpo di pinna della megattera sull'acqua. Per guidare il piccolo che la segue nelle mostruose, assordanti correnti oceaniche.
Non sappiamo se ci sia, la soluzione.
Ma io ho tre certezze, molto accartocciate e sgualcite, ma imperiture. Sono sua moglie, questa è la nostra famiglia, e non è ancora finita. Quindi su queste devo puntellarmi per non sprofondare nelle sabbie mobili.

Pertanto,

Io sono qua. Ora mi sposto qualche giorno, per riprendere le forze, e lui sai che le vorrei riprendere standogli vicino, e che ora non possiamo. Ma sono qua. Qua mi troverà. Contraddizioni, difetti, paure e sbagli compresi. Ma troverà anche quello che sono diventata, una volta messa di fronte al reale rischio di perderci.

E un'altra cosa. La Princi. La Princi sta per scendere in campo. Dopo aver mantenuto una regale, sdegnata neutralità, per settimane, ieri è sbottata.
La mia tigre.
Il mio drago dell'antica Valyria.
Se non ci riesce lei, a fargli VEDERE cosa succede, non so chi altro.

La settimana prossima saranno in vacanza loro due soli, in montagna. Davanti al grande, divino monte dal fianco geometrico che io venero da quando riesco a ricordare. Sotto i tramonti al confine francese, con il suono del vento tra i pini, con il profumo delle piante selvatiche.

Io sarò nel mio Tibet, spero. Altri colori, altro paesaggio. Vivo nel terrore che mi diano la stessa stanza dove, anni fa, abbiamo festeggiato rumorosamente, in una notte calda, il suo passaggio in ruolo. Ma sentirò la sua mancanza in ogni dove. Poco cambia, in effetti, il letto in cui dormo.

Poi torneremo qui. Chissà se uguali o cambiati. Chissà se in due, in tre, uno solo, una sola. Chissà.

L'altra sera, con la Tipa, si messaggiava di concerti degli U2 e di andarci noi ragazze quarantenni, o di mandarci Princi e Cuba Caliente (eh già... poi vi aggiorno) e di chi è possibile, ahimè, incontrare a un concerto del genere. "Ma in tutto una stadio???" inorridiva lei. E io: "Ma no dico ma ce l'HAI presente la sfiga che ho?"

La Tipa insisteva. Io le confessavo che adesso, no, ma proprio NO, sentire Bono cantare Stay, If God would send his angels, Staring at the sun, e peraltro nemmeno il repertorio precedente, With or without you, Where the streets have no name, All I want is you. Che, scherziamo? Ma se a me viene voglia di suicidarmi al solo sentire una suoneria di cellulare  o il jingle di una pubblicità.

E si parlava di gente che non si fa problemi del genere. E io dicevo che no, non esistono solo gli uomini che non si fanno problemi. (Io in particolare ho una chiarissima capacità rabdomantica di individuare solo quelli che se ne fanno troppi: un giorno vi racconterò di Bon Jovi, il mio flirtino sulla nave, quando avevo 17 anni. Fin da allora si vedeva che io, uno che si buttasse a capofitto senza paracadute, non lo avrei mai incontrato, e che dei due, nella coppia, quella che quando parte per la tangente si lancia davvero, sebbene nella quotidianità sia una palla di fobie e paturnie varie, sarei sempre stata io.)
Da lì si passava a parlare del credere nei miracoli. Celo. E nell'amore cieco. Celo. E nella passione travolgente. Celo, celo, celo.
Finchè mi usciva la seguente definizione: "Io ho scoperto che ci credo tantissimo [nell'amore]. Non come idea, proprio come forza che muove la natura. Tipo il vulcanesimo"

Sarà per quello che confido nel potere dei luoghi. Dei monti. Delle campagne toscane.

Mah. Magari resterò sola come un cazzo di inutile cane sull'autostrada, ma di certo non smetterò di avere una fervida immaginazione. Infatti ho ripreso a scrivere. Almeno quello.











lunedì 5 gennaio 2015

It's the eye of the tiger, it's the thrill of the fight

Io combatto. È nella mia natura. A volte contro i mulini a vento, a volte credendomi un gran figa quando in realtà sono una poveretta qualunque, a volte combatto, sbagliando, le battaglie di altri. Sempre più spesso combatto da sola. Di recente, ho imparato a dosare le forze e a non credermi chissà chi. E a perdere senza protestare. E ad arrendermi. E a fare pace. Tutte cose da sapere, se nella vita sei nel numero di quelli che lottano.


Se smetto di combattere, diventa come in questi giorni. Sto zitta perché parlare non è solo doloroso, è anche inutile. Sto ferma perché se mi muovo giro a vuoto. Odio il momento in cui mi sveglio e ho paura di quello in cui mi addormento. Mi stanno sul cazzo tutti, mi mancano tutti, sono brusca con tutti, piagnucolo, perdo il filo.


Ne avevamo viste parecchie quest'anno, ma non era ancora arrivato il colpo di coda. Eccolo.


No, un momento.


Non posso e non voglio permettermelo. Io NON cadrò in alcun tipo di depressione.


E si badi che lo dico a ragion veduta. So di cosa parlo.
Nella mia vita ci sono stati alcuni momenti di rivelazione.
Uno è stato scoprire lo yoga. Mai più stata la stessa dopo quel pomeriggio.
Uno è stato capire che volevo insegnare. Eccomi qui, 17 anni dopo, che insegno. Mai pentita.


La fine della depressione che mi ha preso a calci la vita per quasi due anni è stata un altro momento clou. MAI PIÙ, ho pensato. Mai più.
Non voglio ricascarci mai più.


Non esiste un motivo sufficiente per farsi del male fino a quel punto. Mentre ci sei dentro, non lo sai, ma dopo averlo visto passare e aver conosciuto cos'è, non puoi accettarlo più.


Perciò combatterò per questo.


Elenco delle strategie che penso di utilizzare (metti che serva a qualcun altro che passa di qui, anche se queste sono le mie strategie, vanno bene a me e non sono una ricetta universale... ma magari possono servire come una lista di spunti)
  • correre, anche al freddo, anche al buio, anche coi crampi, correre anche poco, correre anche alternando con il camminare, anche solo mezz'ora, ma correre
  • yoga di ogni tipo possibile
  • make up compulsivo soprattutto degli occhi, e non waterproof, così devo pensarci due volte prima di piangere
  • meditazione
  • cura di ogni singola buona abitudine
  • autoironia massiccia (questa è difficile, ma esistono figure preposte nella mia vita e un paio di loro stanno leggendo...)
  • piccoli vizi (il profumo, un misurato rinnovo guardaroba, il cofanetto di una serie tv... non ci vuole molto)
  • EMDR
  • terapia di coppia
  • smalto a profusione e prodotti seri per le doppie punte (un nuovo boccettino di smalto non fa la felicità. Ma combatte l'infelicità. Quanto alle doppie punte... ho avuto i capelli lunghi per quasi tutta la vita e ci avevo rinunciato, a trovare un prodotto che me ne liberasse. Poi un commesso della Lush mi ha mostrato la Via e il risultato si avvicina di molto alla felicità, in effetti)
  • qualche breve viaggio mirato verso luoghi di bene e con persone di bene
  • togliermi dai social network


Strategie che non penso di utilizzare (ma, come ho detto, il mondo è vario)
  • disintossicazione da fumo, caffè e cioccolata
  • bere per dimenticare
  • il latinoamericano
  • il corso di ceramica
  • il trombamico
  • iniziare una collezione
  • imparare un'arte marziale
  • mollare tutto e trasferirmi in India
  • prendere un altro gatto
  • la chirurgia estetica
  • cambiare colore di capelli


È iniziato il 2015, che diamine.E io devo combattere.





lunedì 8 dicembre 2014

Questa parte della mia vita si potrebbe chiamare: crampi

Siamo a dicembre e fa un caldo strano, ci sono foglie e fiori e funghi e rami bagnati mentre corro lungo la recinzione dell'ospedale.
Il muscolo che mi sono strappata anni fa chiede di non esagerare
(Che razza di persona sono Cos'ho fatto cosa TI ho fatto Perché mi hai cercata PERCHÉ)
La schiena è fluida e calda dopo la ripresa dello yoga, il cuore ho deciso io che ce la fa se sto un po' attenta al potassio, il respiro lo alleno man mano
(Non posso stare ancora COSÌ dopo tanto tempo non posso stare ancora così per tanto tempo)
L'importante è non incontrare nessuno. Non per la tuta di mio marito o i capelli impazziti. Non per il fiatone e le guance rosse. Per la frase "Va tutto bene?" che ispiro alla gente ultimamente. Gente che non sa un cazzo. Gente per cui io sono la première dame di Hastiwood, la prof Castagna o la mamma affidataria in piena fioritura
(Maledizione devi smetterla di mancarmi devi smetterla VATTENE dai miei pensieri lasciami vivere)
cioè quel che appunto ero prima di questa catastrofe e quel che sarò forse ancora, non che del festival possa mai fottermene qualcosa anzi se mai meno che degli altri anni, ma dell'Uomo sì che me ne importa ancora e piango
(Ma mai come ho pianto quel giorno sotto il castello medievale quando avrei dovuto aprirmi la testa con un'ascia e lobotomizzare SUBITO quella parte di me che pensava quel che pensava)
e cerco di sorridere e di parlare e di farlo parlare e di ascoltare e di salvarci contro ogni previsione e di non lasciare che il dolore apra nuovi tagli
(Ero già tutta tagliata quando tu alle spalle mi guardavi e voltandomi ho preso in piena faccia il tuo sorriso e una manata di sale grosso un dolore così accecante che mi ha liberato i centri del piacere)
né in me né in lui perché mi dispiace davvero, mi dispiace
(Sii felice sii felice per sempre ogni tanto ripensaci ma sii felice che almeno tu te lo meriti e quando tutto ti farà un male porco come a me adesso resterò almeno io ancora da qualche parte nel mondo ad augurarti del bene)
Anche quest'anno mi dicono che non è possibile essere esonerati dal Natale ma io cerco di farmelo piacere
Cercherò di farmi piacere l'inverno anche se per la prima volta nella mia vita volevo l'estate
Mi farò il fiato a correre e i muscoli elastici a curare le sequenze yoga e respirerò e starò in cucina e verrà la primavera e per l'estate prossima voglio essere davvero un'altra
(Ed è grazie a te ed è anche per te e non dovrai saperlo mai ma se mi incontri voglio che tu te ne accorga voglio che TUTTI se ne accorgano Cristo che male non posso restare la stessa dopo tutto questo dolore e infatti sono già cambiata e voglio andare avanti voglio correre voglio correre ma tu LASCIAMI VOGLIO DIMENTICARE TUTTO VATTENE)

lunedì 22 settembre 2014

Set me free


Oggi guidavo con la Princi al mio fianco, verso casa, dopo un weekend di molti chilometri, molto verde, molti ricordi della mia famiglia.

Siamo tornati a Via del Golf, a fare colazione a Paesino Incantevole, a fare la spesa a Paesino Verde, seppellito nell'umidità peggio ancora dell'ultima volta. Stavolta niente passeggiate alle sette di mattina, né bagni di sole sulla sdraietta in giardino, ma nemmeno un mazzo così a pulire, stavolta avevo i compiti delle vacanze delle classi da visionare, avevo i compiti di mate della Princi da seguire, avevo i tagli profondi di un altro, forse di un ultimo, sterile e doloroso scambio di messaggi da sanare.

Il mio atteggiamento nei confronti della vita campestre è stato molto meno aggressivo della volta scorsa. Stamattina ho fatto la doccia con un ragno, e senza fare tante storie: “Oh, ciao. Spero che tu sappia nuotare.” Ho battezzato Natasha la biscetta marrone che vive in giardino, e ogni tanto guizza sulle scale. Di solito, dopo che sono passati l'Uomo e la Princi, e prima che passi io in fila indiana dietro di loro. Forse sa che i serpenti a me piacciono. In ogni caso è innocua. E poi non saprei come fare a liberarmene.

Poi appunto, rientrando, ascoltavo la musica con la Princi, un auricolare lei, uno io. E nel cielo ho visto alzarsi uno stormo in migrazione. E ho pensato che è autunno, ormai.

E' l'autunno dell'unica estate che non avrei voluto che finisse. E' autunno e l'aria la sera è fresca, e viene buio alle otto, e adesso tutto quel che resta è andare avanti piano, piano piano, fino al cuore dell'inverno, fino alla mattina in cui non mi sveglierò più con sollievo perchè ho superato, un'altra volta, l'incubo delle ore di buio, e perchè mancano per fortuna molte ore al momento di chiudere di nuovo gli occhi e sognarlo, sognarlo fino ad aver paura di dire il suo nome ad alta voce nel sonno, sognarlo seduto vicino al mio letto che sorride con quella sua espressione, attenta e stranamente dolce nel suo essere non coinvolta. Quella mattina arriverà. Ci vorrà tempo, ma arriverà.

Per il momento l'unica cosa che ho pensato, però, è che ormai è autunno e non si sa come io possa essere rimasta ferma a quel giorno di primavera, con l'aria ancora fredda che mi accapponava la pelle sulle braccia nude, anche se c'era il sole, mentre lo ascoltavo parlare.

Devo muovermi, devo andare avanti. Finora ho puntato a sopravvivere. Ma intorno a me non è cambiata solo la stagione. E' cambiata la Princi, è cambiato l'Uomo, sono cambiati alcuni presupposti. Solo io sto ancora lì nel brivido del vento di primavera, con in mano lo stesso caffè che non riesco a bere.

Devo togliermi da lì. Io non ho mai potuto né voluto imprigionarlo e adesso non posso stare a guardare le sue ombre cinesi sulle chat di notte, né il suo riflesso nell'aria di giorno. Perciò prenderò quello di cui dispongo, fosse anche solo una lima per unghie, e inizierò a segare le catene che mi tengono ancorata al rettangolo di terra su cui poggiavano i nostri piedi quel pomeriggio. Ci metterò il tempo che ci devo mettere. Sarebbe più facile se sapessi dove vado, certo. Comunque non resterò lì.



lunedì 25 agosto 2014

Diario di una riscoperta: Via del Golf 13

Gli incubi mi stanno uccidendo. Di giorno invece va tutto bene, perché mi sfondo di fatica a forza di lavori in casa, inviti a pranzo e cena, ristrutturazioni e cambi guardaroba. L'unica paura è che tutta questa fatica vada esaurendosi. E quindi per non perdere il ritmo ho deciso di tentare un'avventura. Riaprire la casa dei miei nelle campagne liguri che è chiusa da tre anni.

E niente, mia madre la casa voleva venderla. Perchè era il suo nido del weekend con papà. E quindi chiaramente. Poi non è comoda perchè sta a meno di 100 km da Genova, però è un'autostrada di merda con troppi camion e le code nel weekend.

Io mi sono opposta. Okay, erano anni che non ci andavo. Ma era casa. E poi svuotarla sarebbe stato al di sopra delle nostre forze. Togliere i quadri, l'arazzo con la scena di caccia, il baule di legno, il tavolino con le piastrelle. La poltroncina a dondolo di mio padre. La credenzina coi vetri colorati. Il mio scrittoio, dove ho sudato su Sallustio e Tacito, e su Kant e Hegel. Impossibile immaginarsi di vederla senza mobili, questa casa.

Le ho detto: facci almeno provare a usarla una volta, come base per il mare. Ha acconsentito. Così ho preso accordi con tutta la famiglia (“io sto a casa e riorganizzo, non rompetemi le palle con il mare e con i bagni, andate voi”) e scelto una settimana, questa, per venire a riaprire casa. Che poi uno dice tienti impegnata così non ti fai seghe mentali. Sì, ma un attimo, se mi viene la sciatica a forza di lavare pavimenti poi devo stare immobile ed è controproducente.

Diario di bordo, adesso. Se state pensando "e 'sti cazzi?" non continuate. Perché sono effettivamente cosette da donnicciola. Se vi raccontassi gli incubi orrendi in technicolor, multisurround e 3D che sto facendo sarebbe più interessante, lo so. Ma ho i brividi solo a pensarci.

H. 11.45

Arrivo. Arriviamo, anzi. Io e i due gatti. Il gatto si ricorda benissimo tutto. Quel che non sa è che per usucapione il giardino è divenuto proprietà di una bellissima gatta a pelo lungo, che come lo vede arrivare gliele suona secche davanti alla finestra di casa. Il Cicciu batte in ritirata esterrefatto.

Sottofondo musicale: "Lara's Theme" dal Dottor Zivago, solo che qui non è tutto ricoperto di ghiaccio, è tutto ricoperto di polvere.
Fa un umido da morire.
La casa ha l'edera sul muro, how british, che si è infilata dentro la persiana della camera da letto. Foglie morte sotto ogni porta finestra, a chili. Tra ogni persiana e ogni vetro ci sono cadaveri di insetti probabilmente non classificati dagli zoologi. E qualche favo. Arrivo fino al primo nido di ragni tra il cassettone e il muro e poi mi prende lo scoraggiamento. Perchè io odio i ragni. Mi fanno più schifo i topi, che per fortuna non mi pare ci siano. E i pipistrelli (e non ho ancora controllato il locale caldaia: né ho intenzione di controllarlo, a meno che non mi diano una tuta con il casco di quelle da rischio biologico. E un fucile). Ma subito dopo i topi e i pipistrelli, e prima dei ragni, nella scala dello schifo ci stanno i ragni PICCOLI: quelli che tu muovi la ragnatela convinto di aver visto dei piccoli accumuli di lanugine, e invece ogni lanugine sono venti ragnetti neonati, trasparenti e velocissimi, che partono in tutte le direzioni. Ecco. Io lì grido.

Chiamo l'Uomo, e ho effettivamente il pianto nella voce. Ma capisco di avere anche fame e una certa stanchezza dovuta al caldo. E alle due ore di macchina con gatti ululanti.

Decido, conoscendomi, che quel che mi serve è un buon caffè con qualcosa di dolce. Allora vado fino a Paesino Incantevole e mi faccio servire in un baretto, dove invece di “una brioche” mangio una sfogliatina marmellata e noci che è qualcosa di notevole, e anche il caffè è splendido, cremoso e profumato. Posso farcela, intuisco.

H. 12,45

Vado al supermercato di Paesino Verde. Mi servono in modo amichevole e affettuoso come se fossi cliente da sempre. Poi arrivo a casa e dal piano di sopra si affaccia Vicino Baffuto. Che è gentile e conosce i miei e i loro gatti; mi presenta anche la signora e tutti e due mi fanno una bella accoglienza.

Decido che posso proprio farcela.

Venticinque secondi dopo la gradevole chiacchierata, con il cavalletto della mia povera vecchia mountain bike dalle ruote sgonfie, mi pinzo la pelle del polpastrello del pollice sinistro strappandomene via di netto una generosa porzione. Fontana di sangue, e in casa non c'è niente: né garze né cerotti. Momento di disperazione: vado dai vicini? Svengo? Piango? Guido sanguinando fino alla farmacia? Poi trovo del disinfettante (scaduto nel 2003, si capirà dopo) e, com'è come non è, mi faccio una fasciatura con dei fazzoletti e del nastro adesivo. E il tetano? Bah. Papà avrebbe fatto così. Amen.

H. 14.00

Ho lavato la cucina e mi sento leggermente meno afflitta, anche se devo tenere il pollice su come Fonzie e se ho i vestiti appiccicati addosso dall'umidità.

Decido di passare la giornata qui da sola e di far arrivare Uomo e Princi domani, in modo da avere il tempo di fare un bel po' di lavori. Intanto potrei sentire il tecnico della calderina, dato che non dà segno di vita.

Frattanto il gatto ha risolto il conflitto con la micia locale, perchè io sono intervenuta sul modello dei caschi blu, dando abbondantemente da mangiare a entrambi in due punti diversi del giardino. La mia gatta invece ha deciso che il giardino è molto rischioso ed è più bello rotolarsi sul tappeto in casa.

Mi chiedo come finirà questo esperimento. Per ora, anche a causa del fatto che posso fare le cose con una mano sola, mi vedo un po' vulnerabile. Speriamo.

H. 16.00

Ho “pranzato” in giardino (crackers e formaggino), circondata dai miei gatti che si fingevano padroni della situazione. Prima il Cicciu è andato con passo dinoccolato dalla gatta locale (che verrà battezzata Alice, in quanto Resident Evil) e le ha detto, con calma: “No senti, ma volevo dirti: ffffffth, ffthh.” La gatta ha risposto una cosa da far arrossire i camalli del Molo Giano. Allora Bontcho si è girato su se stesso e ha mormorato “Sì, va beh, poi ne parliamo, ora devo rientrare che mi squilla il cellulare”. Molto carino.

Dopo “pranzo” ho ribaltato il bagno, rimuovendo ragni morti, ragni catatonici, ragni che si fingevano morti per non essere rimossi, e sbriciolando qualsiasi karma decente avessi mai accumulato negli ultimi vent'anni. E: voi l'avevate mai vista la muffa su una saponetta? Io no. Del resto, le caffettiere qua sono ossidate come le posate tenute in barca.

Ora il bagno è abitabile, peccato non avere l'acqua calda. Ho deciso che mi merito un disinfettante non scaduto e delle garze per il dito. Vado alla ricerca di una farmacia, e già che ci siamo di un caffè.

H. 18,38

Ma se una muffa del legno va via con lo sgrassatore, non potrà essere proprio una biotossina, vero? Vero?

Boh. Io comunque ho lavato le porte degli armadi di ebano facendomi un culo negerrimo.
(Sarà ebano, poi? Non lo so, ma è un legno molto scuro e mio padre nei suoi anni d'oro non ha mai badato a spese sull'arredamento, men che meno in questa casa, dove ha dato sfogo al suo lato da aristocratico della campagna inglese, ovviamente del periodo coloniale: una cosa tipo cottage nello Yorkshire, shabbychiccosissimo, con il baule dell'antenato che aveva un castello nel Leicestershire, le maschere di legno portate dallo zio che ha esplorato l'Africa e i dipinti su stoffa arrivati via piroscafo dall'India: sì, però immaginate tutto questo coperto di polvere).
 
L'unico ragno che è sfuggito al mio controllo era ovviamente il più grosso di tutti, e chiaramente ha scelto l'attimo in cui io mi voltavo disgustata per scomparire. Tornerà. Me lo sento. 

Intanto sono andata a medicarmi decentemente il dito e sì, confermo, il disinfettante scaduto non disinfetta affatto, invece l'acqua ossigenata nuova sì, eccome. Penso che il mio ululato di dolore si sia sentito per tutto il quartiere. In ogni caso, poco dopo s'è fatto vivo il Vicino Whisky. Che mi ha trascinato nel di lui antro dove vive solo, per mostrarmi una macchia di muffa, mentre io circospetta nominavo mio marito ogni tre parole in tutte le frasi. Probabilmente non aveva intenzioni illecite, fatto sta che dopo un po' che conversavamo ha ammesso di essere nonno di due bambine e ha simpatizzato con i miei gatti.

Sta scendendo una sera umida da far schifo e io devo ancora pulire la zona giorno. Ma sono molto fiera di avere reso abitabili le due stanze da letto. Resta il dubbio su dove dormirò. Nel mio letto di quand'ero ragazzina? Nel letto di mia madre, vicino alla finestra che è ricoperta d'edera e infestata di creature e non chiude bene? O nel letto di mio padre, vicino alla ragnatela di quello veramente grosso? Bah. Le lenzuola comunque saranno umide, e mi sono scordata il pigiama.

H.19,47

Ho già detto che è umido? Ma non sapete QUANTO è umido, finchè non vi dico che ho lavato il pavimento un'ora fa e deve ancora asciugare. Ho reso l'idea?

Domani viene il tecnico della calderina. Potrei mettere il riscaldamento a 80 gradi e vedere se un po' di tutto questo bagnato evapora.

Mi sto preparando l'Allegra Busta di Risotto delle Serate di Sfiga. Che probabilmente non mangerò, perchè sarò colta da orrenda fobia di intossicarmi con muffe invisibili che non sarò riuscita a lavare dalla pentola o dalle posate. Beh, ho un tubo di Ringo, però. Mal che vada vivo con quelli.
 
H. 21,00
Dio esiste. Ho fatto la doccia (fredda) e mangiato davanti alla tv. Stavo per cedere al sonno, e cosa ti trovo? la connessione wifi senza protezione di qualcuno, o del comprensorio, non saprei. Comunque sprotetta. Quindi accessibile. Molto bene.


giovedì 31 luglio 2014

Dominare la materia e dominare i pensieri


Nella vita ci sono persone che maneggiano bene gli oggetti, che non si spaventano di fronte alla fatica fisica, che sanno come comportarsi nelle situazioni pratiche.

Ho sempre guardato affascinata le mani di mio padre e di mio zio che riparavano cose, o addirittura le creavano da quel che a me poteva parere nulla, un pezzo di legno, una scatola di cartone, una staffa di metallo. Mi sono sempre lasciata stregare da coloro che dominano la materia.

Io, che invece appartengo alla categoria di quanti sono più a loro agio nel dominare le idee, da ragazzina mi ingegnavo di fare, in camera mia, piccole riparazioni, piantare qualche chiodo, risistemare lampade, fissare oggetti. Oggi ci ho perso completamente la mano; in compenso, tra i miei molti traslochi e la mia vita complessa, con diverse case cui badare, non ci ho perso l'occhio. Nelle varie situazioni in cui era necessario arredare uno spazio, sono stata quasi sempre io a trovare la soluzione buona, sia con i mobili preesistenti interpretati o posizionati in modo diverso, sia con la progettazione intera della stanza. Poi però resto impotente di fronte ai fili della luce che pendono senza un lampadario attaccato, o allo zoccolo che si stacca. Io vengo dal Medioevo, tutto ciò che prevede l'uso della corrente elettrica, a meno che non sia un frullatore, un lettore dvd o una macchina del pane, mi terrorizza, e il trapano per me è uno strumento di morte.


Mi piacerebbe, al mattino, ancora in pigiama e subito dopo il caffè bollente, cioè quando il mio cervello è al massimo della chiarezza, poter dare indicazioni a uno stuolo di esperti artigiani per sistemare le cose che vanno aggiustate o modificate.

Ci pensavo oggi che, in piedi dalle 7.45, alle 10.30 mi sono fermata, constatando con un filo di mal di schiena e una notevole soddisfazione che ho smontato due letti, pulito tutta la casa, stirato e rigovernato l'impossibile.

Quassù davanti ai monti, dopotutto, faccio la vita che a volte sogno, in città, quando sono sommersa dal lavoro: di mattina la casalinga, di pomeriggio la studiosa, o viceversa, e in mezzo qualche bella passeggiata. Non dico che potrei vivere così. Ma quando le mie giornate sono un incubo di appuntamenti fuori fin dalle sette e venti del mattino, e a casa ci arrivo solo per buttare in pentola due surgelati e poi crollare sul divano davanti a un film, mi mancano le splendide energie che mi vengono fuori a 1500 metri, con una bella notte di sonno alle spalle (ebbene sì. Alla barriera di Rivoli, stavolta, l'insonnia è rimasta al casello e io sono venuta su a recuperare ore e ore di stragodutissimo riposo notturno: e menomale. Dopo questa primavera riflettevo sulle mie chances di morire di infarto prima dei quaranta per pura carenza di sonno.)
 
 

Certo, per carità, stare tutto il giorno a casa ha i suoi difetti. Per esempio, i miei tre animali: quando lavoriamo, la maggior parte del tempo possediamo un cane che se ne sta tranquillamente in cucina, salvo fare le sue passeggiatine o stare sdraiata vicino a me davanti alla tele, e due gatti la cui principale occupazione è dormire sul terrazzo o sul letto. Qui, invece, possediamo un cane che ogni ventidue minuti va dalla finestra, guarda i meravigliosi boschi fuori e supplica di uscire, e quando esce si rotola nella terra e mangia quintali di erbe selvatiche, che poi bisogna stare ben attenti che vomiti prima di tornare a casa. E possediamo una gatta che cammina maldestramente su tutti i davanzali e i cornicioni (al quinto piano) e che perde quantità di pelo incredibili su poltrone e divani. Quando non è occupata a disfare sistematicamente l'impagliatura delle sedie. E un gatto che ha una smodata passione (con due diverse ciotole di acqua fresca a disposizione) per ficcarsi a testa in giù nel gabinetto per bere, e poi con le fottutissime zampine bagnate fare il giro di bidet, bordo vasca, lavandino, pavimenti. Stamattina, peraltro, è offesissimo, perchè è andato a curiosare nel catino dove ho messo in candeggina un pigiama e io l'ho preso al volo e gli ho lavato le zampe prima che se le leccasse. Ovviamente mi ha graffiata. Adesso mi guarda, con espressione di somma delusione, dalla poltrona di papà. Sembra chiedersi dove possa aver sbagliato con me.

Però questa casa io la amo. Questa casa contiene il più alto tasso di ricordi felici di cui io possa disporre sulla faccia del pianeta. Ci ho portato qualsiasi persona cui volessi bene: fidanzati, amici, parenti. Ci ho curato qualsiasi dolore, e persino quest'estate sta funzionando. L'altro giorno la Princi, lasciandomi come al solito stordita da quanto mi assomiglia, mi ha detto: “Qui si pensa meglio che a casa, si pensa perfino troppo, i primi giorni fa quasi paura.” Le ho detto che mi ha fatto lo stesso effetto quando sono venuta qui a novembre, da sola e con tante preoccupazioni che riguardavano lei, e anche quando sono stata su la prima volta dopo la morte di mio padre. Non potevo dirle che più di recente sono stata qui con mio cugino, che mi ha assistito come una convalescente mentre cercavo di riprendermi dalla mia pessima esperienza di infedeltà coniugale, e che qui ho toccato il fondo più nero della mia tristezza. Né che poco più tardi ci sono stata con lei e ho trovato le parole giuste per chiarire e per iniziare a lasciar andare la sofferenza. O che, l'ultima volta che siamo stati su tutti e tre insieme, anche l'Uomo in qualche modo ha iniziato a riprendersi e abbiamo ricominciato a dormire abbracciati stretti. Lei queste cose non le sa e va bene così. Ma questa casa è il Posto Buono della mia vita. Forse per questo sono sempre intenta a pulirla e migliorarla. E quando mi siedo e guardo i risultati del mio lavoro domestico sono infinitamente più felice che in qualsiasi altro posto al mondo.