La donna allungò una mano e prese il telefono.
Era molto presto ed era tutto buio.
Poco a poco, cominciando con le dolci voci di Agatha e delle sue due bambine che, dal lontano Nord, cantavano Happy birthday to you mezza in inglese mezza in tedesco, si cominciarono a vedere dei fili. Colorati, fluenti. Che uscivano uno a uno dallo schermo del telefono.
Alcuni erano soffici e gentili. Alcuni splendevano di una luce brillante. Alcuni scottavano. Alcuni tagliavano. Alcuni si aggrovigliavano ai precedenti bagnati di lacrime.
All'ora di pranzo, con il sole ormai alto e un cielo molto blu, la donna portò in salotto una matassa disordinata e pulsante di fili multicolori che sembrava animata di una propria vita, piuttosto malevola, a dire il vero.
Stese in terra un plaid marrone e arancione. Accese un incenso. Ripetè la sequenza yogica del saluto all'inverno, più volte.
Intanto chiuse gli occhi e pensò alla sua matassa. A tutte le voci. Gli sguardi. Le frasi. Le persone dietro alle voci, agli sguardi, alle frasi.
Erano le sue persone, erano la sua vita.
Non voleva odiarla, la matassa. Voleva volerle bene. Così com'era. Voleva lasciarle un posto su quel plaid arancione e marrone e non costringerla, non schiacciarla, non tirarla, non impazzire nel guardare tutti i nodi, i fili spezzati, quelli sciupati, quelli stinti. Voleva apprezzare la follia dei suoi colori mischiati. Voleva disperatamente smettere di sentire quel buco pieno di spine in mezzo al petto.
E così andò in cucina e preparò il pranzo. E poi tornò in salotto. Il telefono aveva continuato a vibrare, trillare, scampanellare, gorgheggiare. Ogni suono, un filo. Chissà che la matassa non fosse raddoppiata di volume. O che non si fosse strappata in migliaia di coriandoli.
La matassa era ancora lì. Grossa uguale. Ma non pulsava più come un tumore maligno. Le avvicinò il viso. Sapeva di ammorbidente, di lacrime, del profumo della Princi, della pelle delle persone che in quarant'anni lei aveva baciato, che amava ancora dopo tanto tempo e tanti giorni scuri, che erano le sue persone. Sapeva della felpa della sua compagna di banco e dei capelli della Tipa, del maglione di suo cugino, del divano sfondato della prima casa, del letto in montagna, dei peli del petto di lui, dell'aria dei nevai, del vento tiepido delle colline. Sapeva delle crocchette di riso della mamma, della vestaglia di papà, della crema per le mani delle zie. Delle sigarette fumate guardando il mare. Di caffè.
C'erano anche altri odori, molto meno buoni. Ma era come se, mentre lei metteva in forno la pasta al gratin del suo pranzo di compleanno, i gomitoli, zitti zitti, si fossero riorganizzati in un tutto coerente.
Ogni filo risaltava con il suo colore. Ogni persona faceva sentire la sua voce. Erano tornati ciascuno sui suoi passi per dirle che erano lì per lei. E su tutto, una voce, la più amata di tutte, le diceva: stanotte passa una cometa. E lei si rendeva conto che l'intero universo andava a mettersi a posto, così come tante volte, fra le quali anche la sera appena prima, si era messo, ogni molecola fino all'ultima, in uno stato di ordine mirabile, in equilibrio perfetto, così, nello spazio ristretto di un divano.
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8 commenti:
Meno male! Sotto il segno di una cometa poi è ancora più bello.
P.S.: spero di aver capito bene...
P.P.S.: anche io compio gli anni in questo periodo. Non è facile, se non è bello.
Auguri. di cuore.
Contenta di riaverti.
Aggiungi un filo anche via blog. :-)
Buon compleanno, via filo dorato.
Susibita
p.s. questa cosa dei fili e della matassa mi ha ricordato molto Harry Potter ;)
Abbiamo la stessa età e presumo siamo nate giorni vicini (forse lo stesso)....un abbraccio e non sai come capisco le tue parole.
Anna
Grazie grazie grazie grazie e... no, Pellegrina. Siamo ancora molto lontani da Itaca
Acc'! In bocca al lupo, anche se non si capisce molto in quale tappa sei/siete.
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