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venerdì 21 agosto 2020

Come la scaletta di un pollaio

 Non ricordo più chi fosse, qualcuno mi insegnò questo detto: "La vita è come la scaletta di un pollaio, corta e piena di merda". 


Ogni tanto mi torna in mente.

Chiariamo: non mi sto lamentando.  Sto considerando i fatti. 


Gennaio: tutto regolare. Cioè, a parte che una mia vecchia conoscenza ha un incidente in auto e io, CHE NON LO SAPEVO, passo una settimana a lamentarmi di dolori a collo e schiena e a essere nervosa e piagnucolante. Questa fin qui la sapevano in pochi. 

Febbraio: pandemia. Caracas rischia di morire. 

Marzo: pandemia, scuole chiuse, lockdown, ci ammaliamo in 2 su 3. Guariti con poco danno (ma a me l'olfatto per intero è tornato a luglio). Caracas inizia a curarsi seriamente. 

Aprile: ancora lockdown. Riusciamo a non dare di testa, ma non è facile.

Maggio: non riaprono le scuole, figlia terrorizzata all'idea di uscire, pian piano la supera. Rivedo mia madre. 

Giugno: sta male, all'improvviso e seriamente, mio suocero. Panico anche organizzativo, l'Uomo viene risucchiato a Milano per un po'. Alla Fraulein trovano un cancro, anche brutto e anche raro. Glielo dicono il giorno in cui io sono arrivata a riprenderla a Città con la Torre Pendente. Gestiamo la cosa io e Dolce Cugino (cugino suo corretto ed affettuoso, pure un po' sexy, con cui vado subito d'accordo, peccato conoscersi così). Poi la riporto a casa e passo 3 settimane tra medici e  telefonate con nipote, cugino e amiche che devono gestirla insieme a me. E con lei, che è terrorizzata. Intanto alla Princi hanno fatto un intervento in bocca e insorgono complicazioni. 

Luglio: arriva mia madre e corriamo in pronto soccorso perché la Princi è peggiorata, poi a Milano per secondo intervento. 

Agosto: la Fraulein comincia la chemio.  A mia madre capita un episodio cardiaco, non grave da ospedale, ma abbastanza grave da interompere di botto la sua vacanza in montagna e venire qua a fare un giro di controlli. A mia suocera compaiono preoccupanti sintomi di smemoratezza. Marito verrà risucchiato tra visite neurologiche, Paesino sulla Costa e Paese in cima ai Bricchi, a breve, lasciandoci qua tra nausea della Fraulein e ansie della Mater. 

In tutto questo io sono stata tre settimane per i fatti miei a gestire i lavori a Via del Golf 13 e ho dato segnali abbastanza evidenti di essere esaurita. Ma mi sono presa cura di me. In pubblico ho pianto (e tanto) solo la volta in cui ho dovuto salutare la Fata Romena, che se ne tornava per sempre in Valacchia. In privato, beh, quella è un'altra storia. Ma perché cambiare costa fatica, e paura. Parleremo anche dei supermegacorsi che sto facendo e vedrete che c'è un motivo se annaffio di abbondanti lacrime le mie povere ostinate radici. 


E, tuttavia, anche dalla scaletta di un pollaio è possibile guardare il cielo, e io lo faccio. Ieri sono stata inserita, dall'Orsone, sempre sia benedetto, nel gruppo Whatsapp di Scuola Vintage. Devo andare a svuotare il cassetto a Scuolina Rosa, e sarà dura, ma sono così contenta della nuova vita che mi aspetta che ho riguadagnato la taglia di pantaloni numero 44. Traguardo a cui avevo praticamente rinunciato. Eh beh. Sono momenti. 

 




lunedì 25 novembre 2019

Tra distruzione e meraviglia

L'Italia si sta sciogliendo sotto litri di pioggia, come una zolletta gigantesca.

La Princi è in fondo in fondo alla Liguria di Ponente, ospite da gente cui abbiamo mandato in omaggio l'ultima annata di produzione di barbera e moscato, ultima nel senso che non lo so se esisteranno ancora le cantine, domani mattina.
Non si sa se da qui a domani esisteranno ancora strade e ferrovie in grado di riportarla a casa, di sicuro comunque nel suo bellissimo campus sulla Dora non ci sarebbe andata, domani.
Sprofondano le strade e cadono le montagne: buon peso, a Città dei Savoia sono anche alle prese con il disinnescare un ordigno sganciato dalla RAF settantacinque anni fa e saltato fuori, settimana scorsa, dal cantiere della metro, proprio dietro a Porta Nuova. Poi dice che era una bella idea mandare la figlia a studiare a Torino.

Ho passato il quarto weekend di fila a correggere prove, anche se ieri sono uscita se Dio vuole quelle 4 o 5 ore, prima a Paesino di Sogno con la Bottadicoca, poi a cena con lo Zio Granduca. Poi oggi, dopo aver visto la fiumana di fango che si è portata via un pezzo di viadotto, non sono più riuscita a concentrarmi su niente.

L'Uomo pesta sui tasti del pc al mio fianco, presissimo dal festival imminente. Io rimugino su tante faccende.
Devo decidere cosa fare di alcune cose e alcune case. Sta diventando impellente partire con alcuni progetti e credo di volermi prima di tutto garantire un grande spazio dove conservare dei mobili, certo sarà da scegliere bene perché sarà a Genova, quindi non deve essere:
- sotto un viadotto
- sotto un muraglione
- lungo un torrente
- troppo vicino al mare
- troppo vicino al monte.
Quindi, o metto i mobili al centro di piazza De Ferrari, o forse il primo posto utile potrebbe essere, che so, verso Piacenza.

Ieri mattina mi sono svegliata e ho confessato all'Uomo di avere, come avrebbe scritto il mai abbastanza pianto Maestro Camilleri, un core d'asino e un core di lione.

Da un lato, sono convinta che se io, cappottino rosso e palle in mano, inizio il Grande Rivoluzionamento delle Case di qui e di giù, la famiglia mi terrà dietro. E una fatidica sera io e l'Uomo ci siederemo nel grande salotto al buio a guardar passare i traghetti illuminati. E dormiremo abbracciati nella stanza in cui la Zia Buona mi raccontava le avventure  di Gulliver, e la Zia Bella compariva, col suo passo felino, in mano un piatto con due mele e un coltello, dicendo con voce sorniona: "Picnic di mezzanotte?" La Princi avrà la stanza gigantesca della Zia Bella. Con lo spazio per un matrimoniale, la zona studio E un angolo da mettere a salottino.
E qui, invece, forse troveremo una bella casa con due bagni, una grande cucina e la vista sui monti. Chi lo sa. L'ho sognata tante volte.

Dall'altro lato ho paura, una paura nera, di ficcarmi in una serie di cose di cui devo occuparmi prevalentemente da sola, e soprattutto di essere sola quando  il lavoro sarà finito. Per chi, per cosa lo faccio? Con chi? Chi è questo tizio un po' trasandato qui a fianco, che cosa pensa, sarà ancora qui tra due anni, quando presumibilmente si vedranno i risultati di tutta una lunga fatica organizzativa,  di tante spese?

E inoltre: ma allora lascio Scuolina Rosa e vado a Scuola Vintage? Davvero? Anche se ci sono gli alberi di melo cotogno e le montagne là in fondo e la cucina, e quel profumo di casa?

E la Princi, va davvero via?

E noi?

E...

...ma ha senso tutto questo, mentre la terra si sfalda?

Ecco, mi sentivo così ieri mattina. E mentre mi preparavo per la giornata, pensavo: te lo dovresti ricordare che, anche se stai lavorando duro per arrivare a un altro livello di evoluzione, tu in realtà sei già morta. Sei morta quasi cinque anni fa e lo sai, solo che per far contenti gli altri ci costruisci sopra una vita, e boh, alla fin fine funziona. Non ti lamenti più. Spesso sei davvero allegra, non è una finta. Quando ti sembra che niente abbia senso, è ovvio, devi sapere come mai sei arrivata qui ora, e a fare cosa. Per tutto il resto del tempo, recitare è diventato quasi come essere. Ce la fai, ormai. E cosa ti ha detto Sua Maestà il Formatore Paraculo (di cui non ho ancora parlato, ma prima o poi vi tocca)? "Adesso non è il momento di mollare, ma di premere sull'acceleratore." Così sono uscita dal bagno convinta di poter iniziare capitoli nuovi, lunghi e faticosi, e determinata a non arrendermi, come al solito.

Mi chiedevo dove prendere le forze,  però. Perché va bene, ce la faccio, ma siamo  realistici, non si può tirare soltanto carri di pietre, a volte sarebbe bello essere sollevati un po' di peso. Alzati su in un abbraccio forte e felice, di qualcuno che veramente avesse voglia di vederci arrivare. Le amiche, metaforicamente, lo sanno fare, a volte la Princi, a volte, rigorosamente senza toccarmi, lo fa anche mia madre. Ma. Ovviamente, c'è un ma. Perché lui non lo fa più.

Poi all'improvviso un lampo colorato nell'aria, tra me e quel che stavo guardando. Un fotogramma di un istante appena, ma con dentro il profumo violento dell'estate. Fa male e fa bene, è medicina e veleno. In entrambi i casi, è nel mio bicchiere, e io ci bevo, lì. 

Tanto, io non mi sarei arresa comunque. Che ve lo dico a fare. 

    








sabato 18 maggio 2019

Quando fioriscono i papaveri

"Prof, ma perché il missile è... così???"
"E non lo so, Gioiello... Dell'Extraterrestre almeno sappiamo che è nato dove è nato..."
Il Missile: "Prof, io sono nato quando è esplosa la cosa nucleare."
"Ah ecco."
"Sì, proprio lì dentro."
"Praticamente sei un Simpson."
"E lei dov'è nata prof?"
"Io? Io sono nata nelle profondità dell'inferno."

Poi loro escono, gli occhi pieni di una gioia senza motivi, tutto un magnifico weekend davanti, la mamma o la nonna che li aspetta a casa con la fettina, WhatsApp e la PlayStation pronti a scattare.

La prof torna in aula lungo un corridoio freddo e, quando entra, investita dall'onda di calore corporeo ancora presente, chiude gli occhi e pensa: che buon odore hanno i miei ragazzi.

Alla professoressa comunque ultimamente gliene è successa una, di quelle che succedono quando fioriscono i papaveri ai bordi delle strade e le persone, in piena notte, lasciano cadere i convenevoli e gli orpelli. E tutto è travolto da un profumo inconfondibile d'estate e di buio, quel buio in cui chiudi gli occhi e annusi, senza paura, e i brividi che hai non sono di freddo.

La professoressa l'ha vista passare, questa cosa, cercando di non forzarla dentro un senso, solo di viverla, e scoprendo che poteva arrivare dall'altra parte con un misto di sensazioni, molte delle quali positive, e senza mai la sensazione di aver perso il contatto con la terra. Le ossa si sono un po' scaldate al tepore della verità, ma non si sono spezzate, o sciolte. Non ci vorranno mesi di riabilitazione, stavolta.

Nei momenti in cui prevalgono le sensazioni negative, lo scazzo o qualche senso di incertezza, la professoressa prende la macchina e fa dei lunghi giri sulle colline o in autostrada, ascoltando suo malgrado cinque sei o diciotto volte Ligabue ribadire dall'autoradio che certe donne bastano e che certe donne restano. E pensando che è assolutamente vero. Qualcuno, a cui pesa ammettere che lei è una  di queste donne, le ha però confermato di essere consapevole che le donne lo sanno, lo sanno da sempre di cosa stavamo parlando, e lei ha pensato che Ligabue, che non le è mai piaciuto nel modo di cantare, però nei testi ha spesso ragione.

Lei comunque mantiene la sua incrollabile passione per le rock ballad in inglese e quindi la sua definitiva opinione su questa cosa è che finalmente, dopo anni in cui ci si girava intorno, ha assistito a the moment of truth in your lies e che quindi adesso i puntini sulle i sono tutti al loro posto e non c'è bisogno di dire o fare altro perché ormai I know that you feel me somehow, e quindi, anche se every breath you take every move you make io ci esco scema, posso comunque continuare la mia vita a testa altissima e con un bel sorriso. Soprattutto perché the closest to heaven that I'll ever be non sei tu,  ma è qualcun altro, è l'Uomo, per sempre e solo l'Uomo, coi suoi pregi e i suoi difetti, i suoi occhi di due verdi diversi, e il suo peso sul materasso alla mia sinistra, il suo abbraccio  caldo  e il suono della sua voce sono le uniche cure, che mi calmano qualunque cosa succeda, le uniche certezze che voglio ritrovare alla fine di ogni giornata, papaveri o non papaveri.





lunedì 26 febbraio 2018

Di paranoie, seconde possibilità e buoni propositi

La Castagna ha iniziato il 2018 con alcuni serissimi propositi. Molti, motivati da autolesionismo/capacità infinita di sopportare umiliazioni/ mancanza di alternative, tutta roba che lei, in castagnese, chiama amore/essere diventata una persona migliore/avere fatto una scelta precisa e portarla coraggiosamente avanti. Alcuni dei bestfriendforever di Castagna parlano castagnese, altri no, altri ancora lo stanno studiando. Lei comunque va avanti a testa alta, nonostante il massacro di San Valentino che le ha minato mesi e mesi di progressi nel comportamento alimentare.

Tra i propositi del 2018 c'era il non rimandare più i controlli sulla salute. Anche perchè da dicembre a gennaio si erano fatti avanti alcuni simpatici araldi a suggerire che, nella fisiologia castagnesca, gli ultimi quattro anni sono valsi quanto quaranta. Ogni esame che le è stato fatto, quindi, ha rivelato qualcosa: e la pressione è alta, e il colesterolo è salito, e il seno, e l'utero, e il rene.
Lei l'ha presa con una certa sicumera, battezzando Camilla la cisti nel seno, Klaus il calcolo renale, e aggiungendoli a Timmy Tommy e Jimmy, i tre miomi uterini. Ma si è defecata parecchio sotto, e ha riflettuto amaramente su molti aspetti, tra cui a dire il vero la principale preoccupazione, in caso di notizie molto brutte, era per sua madre (vedi come la vita fa il giro...).
In sei settimane è passata da: “affronterò tutto senza dire niente a nessuno, finchè non sarà assolutamente indispensabile” a “non diciamo cazzate, ho una famiglia e so come usarla in caso di bisogno, ce la faranno ad aiutarmi e starmi vicino”. Così è passata dal mood cimiteriale primo Ottocento (“vedi raspar tra le macerie e i bronchi la derelitta cagna ramingando”.... che, diciamocelo, è l'unico verso di Foscolo veramente BRUTTO) al mood “diamo l'esempio di dignità ed equilibrio e evitiamo di dare al marito e alla figlia la sensazione che a casa si parli solo di salute come tra vecchi”. In mezzo aveva anche tentato la fase Queen, spaziando da “who wants to live forever, when love must die?” a “but my smile still stays on”, se capite cosa intendo(*).Insomma: era morta d'ansia, la prof. Però la scelta di dire le cose alla sua tribù di amici e famiglia è stata vincente. Molto ha gradito, infatti, la fifonazza di Castagna, non dover affrontare tutto da sola, ma passare alcune poco rassicuranti ore di attesa, e il ritiro referti, con l'Uomo al suo fianco. Che riconferma quanto detto sopra in castagnese: va bene tutto, ma con l'Uomo, mentre, senza l'Uomo, non va bene niente.

Però oggi, che era il giorno dello strizzamento tette e dell'ecografia bilaterale, Castagna iperventilava di brutto, anche se cercava di non darlo troppo a vedere. Uscita con in mano un referto che non solo è negativo, scevro di ogni complicanza, ma è addirittura meglio di quello dei fatidici quaranta, è stata colta da un momento di grazia assurdo:

  • adesso non tocco più un fritto un dolce un cioccolatino una sigaretta
  • vi amo tutti e sarò a disposizione di tutti per farvi felici
  • yoga tutti i giorni lo giuro
  • sane abitudini, a me
  • faccio lavare la macchina

...etc etc etc.

Quindi è rientrata e si è fatta una bouffée preoccupante di roba sana, poi mentre, tutta contenta, cercava di non domandarsi per l'ennesima sera come mai l'Uomo rientrasse tardi, o meglio, di non rispondersi alla domanda (**), ha pensato: e metto in ordine il blog.

Per metto in ordine intendeva: non ce la faremo mai a recuperare tutto quello che in questi mesi vi siete persi della mirabolante prima B, né della misteriosa terza B. O della situazione matrimoniale, per la quale un team di esperti sta cercando di tradurre dal castagnese un breve riassunto in centrotrentaquattro volumi.
Ma possiamo portare chiarezza su alcuni punti in generale. Da cui, il prossimo post.

(*) E guardate che io “The show must go on” non la cito MAI, perchè per me è come fare le fotocopie del testamento spirituale di un parente, è una cosa che mi fa stare male, come un affronto al pudore.

(**) Stasera è stato facile, poiché uscendo dall'ospedale l'Uomo ha detto in una stessa frase le parole “U2” “Assago” “terza fila” e “ottobre”. Purtroppo ha anche detto il prezzo di ogni posto in terza fila al concerto. Ma in fondo chi cazzo se ne frega, ha pensato Castagna. Sono gli U2, è la seconda possibilità che mi sta offrendo l'Uomo, non ho un cancro al seno, e poi, poi, lui ha detto a ottobre. Che, pensandoci, mi fa più felice di tutto il resto. Sì, anche di sentir cantare “One” dal vivo. E, pensandoci ora, le sono stati nominati gli U2 e Castagna non ha risentito nelle ossa il caldo rovente del maggio 2014 e in testa le note galeotte di “Where the streets have no name”. Ha solo guardato l'Uomo, pensato che non sa nemmeno se se la merita, lei, una seconda possibilità, e gli ha detto che sì, nel 2009 i biglietti sono stati rivenduti, ma lei è molto cambiata dal 2009. E gli ha sorriso. Pregando gli dei di ogni culto conosciuto nella storia umana che davvero lui gliela desse, una seconda possibilità.

domenica 29 ottobre 2017

Posa la zavorra, capitolo secondo. Oppure tientela

Il corso di meditazione l'ho finito, eh. Ha anche abbastanza funzionato.

Poi ho cercato la leggerezza. Non sempre era possibile trovarla. Ma alcune cose, sentire sotto i piedi nudi il tappeto nella stanza che mia madre mi ha assegnato per le due notti a casa sua, un lunghisssssssssimo bagno in vasca, mangiare fino a scoppiare cose ipernutrienti con otto uova e etti di fontina e poi andare a smaltire con una camminata da sola a duemila metri, fare lezione sull'Iliade ai Gini, capirmi alla prima coi colleghi, fare lezione di yoga, cucinare un'altra volta la torta ricotta e limoncello per la prima colazione, la prima torta di zucca alla sestrese sbafata con entusiasmo da tutti, l'Uomo che vuole fare l'arrosto, insomma, nonostante una battuta d'arresto pesantissima, ieri, di cui ora conto i segni (un altro pezzo di dente ricostruito saltato via....), non potrei dire di non aver portato a casa risultati anche in questi quindici giorni.

In particolare si segnalano due cose.
Una sta nel prossimo post.

L'altra è di oggi. Avevo paura di veder arrivare l'ora solare mentre fuori faceva ancora un caldo abnorme. Avevo paura di affrontare il buio prima di essere pronta a reggere i pomeriggi infiniti dell'inverno. Avevo uno strano senso di allarme di fronte al fatto che l'autunno, che notoriamente io amo, non mi rendesse come al solito felice (e come potrebbe...) ma, più che altro, ero dispiaciuta nel vedere che non riuscivo ad avere la solita punta di energia positiva che contraddistingue per me il rientro. Anzi, le batterie andavano a terra ogni poche ore.
Poi invece oggi lui ha chiesto di uscire a camminare presto, prima delle partite, per sfruttare le ore di luce. Pronti via, io che stanotte, come sempre se lui mi lascia sola, avevo dormito forse quattro ore, e distribuite in modo folle: 23.30 – 01.30 e 05.00 – 07.00, mi sono messa su la felpa rossa, che è l'unica cosa dell'Ingegnere che ancora mi gira attorno, e mi sono fatta i miei bravi chilometri , con un bel dolore addominale da ciclo, il mio dente rotto, e il respiro trattenuto di quando ho paura che voglia parlarmi e mi distrugga la vita con una frase.

Ed eccolo, il miracolo. Le foglie gialle e rosse, il cielo uggiosetto, il sole non tanto caldo, il silenzio della domenica. E l'autunno mi ha reso felice. Eh sì, lo so, non era l'autunno. Era lui, ancora e sempre e solo lui. Che guardava gli annunci “vendesi” sulle case nel quartiere nord. E cianciava della qualunque.

Non la poso, la zavorra, ma è la mia zavorra.

giovedì 3 agosto 2017

Transazione negata

Così può capitare, un giorno d'estate, che dalla fessura del Bancomat non escano più soldi e la carta, strisciata in un negozio di intimo, sia rifiutata dal dispositivo. E guardi partire tua figlia per la sua prima vera vacanza senza genitori, col Tipello, un'altra coppia interetnica, interreligiosa e intercontinentale di amici, e i biglietti del traghetto. Poi a piedi nell'afa di città te ne vai a fare una mini spesa coi punti rimasti da scalare all'Esselunga, e ti senti leggera come un palloncino sospeso a un filo. Il filo è attaccato a una base di piombo che tira verso il centro della terra con prepotenza. Non vai da nessuna parte. Ma sei vuota. E senza peso.

Torni a casa con un pacchetto di caffè. Indossi di nuovo il pigiamino di pochi centimetri quadrati grazie a cui speri di attrarre qualche coccola. Fai yoga sul pavimento del salotto fino a farti dolere ogni fibra. E ti imbarchi sulla nave-letto dove tu e l'Uomo passerete i prossimi giorni, cercando di non sforare dai giga previsti dal piano tariffario e di finire pazientemente le ultime puntate di due serie che non vi sono piaciute molto.

Il quartiere è popolato come al solito, ma passano meno macchine. Le giornate pigramente si srotolano tra pisolini, scambi di messaggi, vagabondaggi su Pinterest e Instagram, piccole medicazioni a piccoli acciacchi, video di yoga, cottura a fuoco lento di verdure e scavo sistematico di barattolini di gelato.

Stai lì e lo ascolti. E ti accorgi di come è tutto diverso adesso. Ora che pian piano vengono fuori le parole, le paure. Una crisi di adolescenza che è durata trent'anni si sta risolvendo, ora che un quarantaduenne si affaccia a prendersi le responsabilità: quali responsabilità? Tutte quelle che toccano tra i trenta e i cinquanta: essere contemporaneamente figli, genitori, lavoratori, coniugi, amanti, fratelli, colleghi, cittadini... Lui ci si affaccia, sembra a volte, con gli occhi di un ventenne stupito che tocchi finalmente a lui. Altre volte sembra schiacciato come un vecchio pieno di magagne dal peso di troppe incombenze che non vede l'ora di passare al prossimo. In mezzo, tu lo sai, c'è l'Uomo generoso e intelligente che hai amato per diciassette anni, quello che ti ha sostenuto e protetto, che ha adottato con te la Princi, ma è confuso, agitato, perso nella nebbia.

Tu al contrario, perchè avevi una famiglia diversa dalla sua, perchè avevi un altro carattere, perchè non sei mai stata piccola, forse, questa fase l'hai già avuta e ti ha incanutito i capelli e distrutto i denti e la tiroide, ma adesso, a quarantun anni, stai da non molto tempo guardando la medaglia dall'altro lato: è inutile che tu ti faccia salire il panico, perchè ormai tutte le grane vengono a te, quindi o stai in panico sempre, o non ci stai mai. Opti da parecchi mesi per la seconda, concedendoti solo alcuni strappi alla regola: quando qualcosa va molto storto con la figlia, o quando capitano tegole tra capo e collo, per esempio che rischia di saltarti la cattedra per la terza volta, o che il cane seduto ai tuoi piedi si ribalta improvvisamente su un lato e si fa venire una crisi epilettica di quattro minuti.

Così ascolti l'Uomo, che fa fatica persino a dire ad alta voce in quanti e quali casini è invischiato al momento. E di alcuni casini non vuoi proprio sapere, tu, con la tua brava sindrome da stress post traumatico, tu che hai vissuto come sotto le bombe per troppi mesi, non hai dormito una notte degna di questo nome per un anno e mezzo e ancora adesso hai gli incubi tutte, tutte le volte. Gente che muore incidenti tragedie violenza dolore. Tutte le sere? Tutte. A volte anche durante il pisolino pomeridiano.

Tranne in questi dieci giorni. Perchè in questi ultimi dieci giorni tra un sogno angosciante e l'altro hai sognato, quattro volte, cose di una bellezza talmente sbalorditiva da lasciarti dolorante tutto il giorno dopo.

La prima volta un paperotto ferito da curare. Di cui ti facevi carico tu, tra altre persone.
Al risveglio hai pensato: guarigione. Ti è già successo anni fa. Era un neonato abbandonato, quella volta. E decidere di prenderlo su significava: ce la faremo.

La seconda volta che eri nuda davanti a lui e ti lasciavi esplorare senza fretta e senza paura.
Al risveglio hai pensato: non ho paura. Poi lui ti ha detto che per parte della notte era stato sul divano, e hai pensato: ma ci sono stata davvero sul divano nuda davanti a lui? E glielo hai chiesto. Ha detto di no e sorrideva.

La terza volta che tornavi, da sola, dopo dieci anni, alla casa dove abitavate all'inizio, e c'erano tutti i tuoi libri che non ricordavi più di avere, anche se la libreria era piena di insetti. C'era una strana luce e andavi sul terrazzo, da cui non si vedeva più solo uno spicchio di mare tra i palazzi, ma un'intera distesa di onde composte e parallele dal colore grigioblu indefinibile, compatta sotto la luce da fine o inizio di tempesta, niente macchine che passavano sulla curva ma un silenzio totale increspato appena dal suono dello sciabordio, e non esisteva più la ringhiera, il terrazzo al quinto piano dava direttamente a strapiombo sull'acqua. Spettacolare. Immenso.
Al risveglio hai pensato: o mio Dio. Perchè quel mare era troppo da reggere. Troppo grandioso. E gli hai raccontato il sogno nei dettagli.

La quarta volta, stanotte, che ritiravate insieme degli esami medici dell'Uomo, e la dottoressa al bancone del ritiro analisi esordiva girando verso di te una striscia bianca con un quadrato rosso luminoso, e dicendo: intanto abbiamo una buona notizia per lei, ed ecco lì, il quadrato rosso voleva dire incinta. Incinta. Incinta. Batticuore. Sorriso sconcertato dell'Uomo. Incinta. Incinta adesso? Mentre va... così? E capivi che però dentro ti stava iniziando a sgorgare la felicità. E andavate via, scossi, ma tu stavi pensando che in qualche modo ce l'avreste fatta.
Al risveglio hai pensato: non posso dirglielo. Invece glielo hai raccontato. Che avevano fatto degli esami a lui, e avevano trovato che eri incinta tu. Ha sorriso con un sopracciglio inarcato. Non gli hai detto cosa avevi pensato nel sogno.

E ora li metti in fila, questi sogni. E pensi che questo bozzolo di lenzuola su cui e sotto cui stai trascorrendo l'intero mese di luglio stia per rompersi e far uscire finalmente una farfalla. E immagini un enorme orologio a pendolo e te che fermi il moto dell'asticella con una mano, supplicando gli dei di negarti la transazione ancora per qualche giorno, per restare qui in questo mondo sospeso, come quel terrazzo senza ringhiera che dava dritto sull'acqua, in questo piccolo spazio dove si parla a bassa voce e si respira lentamente, per non turbare il mistero della trasformazione.








lunedì 24 luglio 2017

Togliti le scarpe e andiamocene via insieme a piedi nudi

Per un breve periodo questa è stata la frase sul mio profilo Whatsapp.
Mentre la scrivevo, e quando la rileggevo, non sapevo a chi la stessi rivolgendo. Perchè andava bene per molte persone con cui avevo a che fare in quel momento.
Mia figlia così tesa e rabbiosa. Mio marito così complicato e distante. Uno o due uomini e una o due donne con cui interagivo o avrei voluto interagire spesso e con cui, se mi avessero detto “metti due cose in uno zaino, andiamo a fare un viaggio io e te”, sarei partita, perchè avremmo avuto di che parlare per giorni e giorni, in treno, in tenda, in macchina, a cena, per strada e anche a letto, vestiti o meno non era importante, era più importante spogliarsi a livello emotivo. La Tipa, con cui questa primavera andavo a yoga, se gliel'avessero mai detto, allora, a lei super ingegnera che sarebbe finita su un tappetino a visualizzarsi i chakra, mai e poi mai ci avrebbe creduto. Forse mia madre. Una o due delle mie colleghe e compagne dei corsi yoga, particolarmente messe alla prova dalla vita.

Stanotte sono rientrata alle due, a piedi nudi, con i sandali in mano. Me li sono sfilati a pianterreno e li ho tenuti in mano in ascensore. Di ritorno da uno dei molti paesini dove tutti i ragazzi, ma proprio tutti, sono stati miei alunni o tra poco lo saranno.

C'era la festa di paese animata da uno di loro, Mani da Pianista, che adesso collabora con l'Uomo per il festival e lo aveva invitato. E io ero invitata dai Puccettosi, della terza C di due anni fa. Poi c'era la Caramella, che a sua volta incoraggiava la mia partecipazione e doveva narrarmi del suo nuovo uomo.
Mi sono sentita come se fossi tornata all'età che ha la Princi ora, quando ho iniziato a sforare dall'orario di rientro stabilito da mio padre, e a rincasare scarpe in mano, ogni sera dieci minuti dopo. Mi lasciava la luce accesa in salotto o in ingresso, papà, quando andava a dormire. Io spegnevo tutto e attraversavo in punta di piedi il grande appartamento, al buio, con la luce della Lanterna che si proiettava sul muro del salotto a intervalli fissi. Mi tagliava la strada la gatta, a volte. C'era un silenzio.

L'Uomo mi aspettava sveglio, stanotte. Non so dire se nervoso per il mio rientrare tardissimo. So che ieri sera, invece di uscire, abbiamo fatto aperitivo sul divano davanti a "The Following", cenetta sul tardi io e lui, e all'ora in cui la Princi doveva rientrare eravamo sdraiati a letto a sentire musica sul suo telefono. Solo musica lenta e dolce, dove si scopre che questa ci ha stregati entrambi.

Io, dopo averla colta come sottofondo in una puntata di "Justified", l'ho sentita nella testa per giorni.
E ieri notte l'Uomo mi ha fatto ascoltare questa, che, per carità, è una roba che forse avrei trovato melensa anche a quindici anni (no: ascoltavo Phil Collins e Marco Masini, diciamo le cose come stanno) e lui è insopportabile quanto spesseggia, ma, visto il testo, magari l'hanno scritta dopo aver letto i mei diari segreti o le mie conversazioni Whatsapp per gli ultimi due anni.


Ieri, rientrando dai vari giri per il Nord Italia che avevamo fatto separatamente, non ci siamo più mollati, nemmeno se c'era da vedere la partitella del Genoa su Sky, nemmeno se c'erano da fare due commissioni veloci in giro. E non era quello stare vicini ansioso da “sto perdendoti, ti ho perso e posso solo succhiare la tua presenza quando passi, ti perderò di nuovo domani” che spesso ha caratterizzato il nostro tremendo amore malato. Era più come i primi tempi, quando non sei mai stanco di allungare il giro di cose da fare per passare più tempo insieme. Quando nella mia valigetta, oltre agli appunti della specializzazione, hanno cominciato a esserci spazzolino e biancheria, perchè ogni sera improvvisavamo, e stava diventando evidente a chiunque che andavo a lezione coi vestiti del giorno prima. Ma non mi portavo quasi mai il cambio completo: dormire con la sua tuta o una sua maglietta, andare in cucina al mattino a piedi nudi, e avere come unica sicurezza un paio di mutandine pulite nascoste in fondo alla borsa, era bellissimo. Era appunto essere nudi. Senza altro bisogno che stare insieme. Di lì a poco ho trasferito direttamente tutto da lui. Mai passo avventato fu più goduto, e meno rimpianto. No, non è vero. Goduto ancora di più, e rimpianto ancora di meno, l'avergli detto, la prima sera, mentre arrivavamo nel cuore della notte alla sua auto in piazza Colombo, che volevo dormire da lui. Lui che mi aveva baciato la prima volta mezz'ora prima, dopo un corteggiamento lungo mesi. Non lo sapevo ancora, ma non separarsi mai più era diventato, da mezz'ora, l'obiettivo di tutta una vita.
Madonna quanto eravamo belli. La gente faceva rispettosamente ala, costretta a mettersi gli occhiali da sole per riuscire a guardarci, facevamo splendere le strade e le stanze in cui passavamo. Ecco, ieri mentre lui metteva le canzoni sul telefono mi sentivo di nuovo così. Bella, fresca, a piedi nudi, felice anche di portare giù la spazzatura insieme, felice di un grissino con la bresaola mangiato sul divano, felice di sentirlo canticchiare o parlare con la gatta. Lui e il suo umore impossibile da definire, lui e i suoi sguardi bicolori, lui e il suo peso sul materasso al mio fianco.
Lui. Noi. Devo chiudere gli occhi e tenere questo nel cuore, per tutti i giorni in cui è troppo doloroso, in cui è ingiusto e malsano, in cui voglio il miracolo e non arriva ancora. Intanto, le ferie vere si avvicinano. Le prime ferie vere di nuovo noi due, da quando c'è anche la Princi. Conto alla rovescia iniziato. Non impazzire nell'attesa. Non sclerare nell'attesa. Se hai aspettato finora... E non piangere. Non piangere più.




martedì 27 giugno 2017

Mornie utulie



"A volte mi sembra di vivere una vita intera in un giorno" ha detto l'Uomo qualche tempo fa.

Ma beato lui. Io vivo una vita intera in un'ora, a volte. E il bello è che ognuna di queste vite è fortemente mia, mi interessa, mi affascina, mi delude o mi ferisce, mi fa sentire forte o speciale o sola o strana.

Come quando si scelgono le stanze in cui lavorare o i posti a sedere, e io leggo negli occhi di qualcuno "ci mettiamo vicini?" oppure "peccato, siamo lontani". Sono tornata a venticinque anni, con i colleghi della specializzazione che mi facevano il filo?

Come quando sull'altro lato della piazza si staglia la figura familiare del mio peggior disastro. E io sento il terreno che si squaglia sotto i miei piedi e cerco la più vicina via di fuga. Sono un'adultera con la coscienza sporca?

Come quando mi ustiono versandomi addosso il caffè direttamente dalla moka e mia figlia, seduta lì a un metro, non fa neanche lo sforzo di chiedermi "ti sei fatta male?". Sono meno di una sguattera?

Come quando mi accorgo del buco enorme che può lasciare una vecchina di 94 anni che non poteva nemmeno più parlare. Sono sola al mondo, non c'è più nessuno che mi ami per come sono, indipendentemente dagli errori?

Come quando accetto di tenere lezione di yoga a persone malate o in crisi e mi tocca chiedermi se è davvero questo che voglio e posso fare, e se una con la mia storia alle spalle può davvero essere d'aiuto a qualcuno. Sono una pazza presuntuosa?

Come quando il più timido dei miei tre alunni della comunità mi abbraccia stringendo forte forte, perché sono andata fino alla cascina persa nel bosco a trovarlo, e gli altri due mi fanno sedere a tavola in mezzo a loro tutti felici. Sono una bella persona?

Ma poi sto un attimo con gli occhi chiusi. Sento la musica.

May it be an evening star
Shines down upon you
May it be when darkness falls
Your heart will be true
You walk a lonely road
Oh! How far you are from home
Mornie utulie
Believe and you will find your way
Mornie alantie
A promise lives within you now
May it be the shadow's call
Will fly away
May it be your journey on
To light the day
When the night is overcome
You may rise to find the sun
Mornie utulie 
Believe and you will find your way
Mornie alantie
A promise lives within you now
A promise lives within you now

E vedo, dietro le palpebre chiuse, il riverbero del sole incandescente che batte sulle piastrelle del terrazzo, il chiarore delle lenzuola nuove, i due verdi diversi dei suoi occhi, il suo sorriso. Sono iniziate le vacanze in un caldo torrido e siamo rimasti due giorni soli, senza quasi mettere il naso fuori, in mutande e poco altro, noi due. 

Ecco chi sono. Ecco qual è la mia vita. Qui ho diciassette anni e sono invincibile, ne ho venticinque e ho successo, ne ho trentasette e ho in mano la mia vita, ne ho quaranta e sono una madre, una moglie, una donna piena di medaglie, cicatrici e ricordi. E non invecchieremo mai finché staremo vicini, mezzi spogliati, a parlare, sulla nostra isola di cotone, intorno può crollare il mondo, ma l'odore della tua maglietta e della tua pelle sanerà ogni ferita, il tuo abbraccio fermerà la mutazione delle cellule, sentirti ridere mi darà tutto l'ossigeno, l'acqua e la luce di cui necessito, non mi serve altro, mi importa tanto di molte persone e molte cose, ma in fondo... 

Castagna: Già detto credo che è una cazzata perdersi la donna della propria vita
Grande Pagliaccio: Più o meno quante volte ti ho detto che è una cazzata perderti la tua vita per un uomo
Castagna: Quante volte ti ho risposto che la mia vita è con quest'uomo?



martedì 30 maggio 2017

Del salutare una zia. E che zia. E di loti, caffè, e ippopotami



Non mi sono dimenticata che dovevo parlare di grammatica, antologia (oh!!! antologia!!! ho UN SACCO di cose da dire sull'uso dell'antologia!!!) e letteratura, e scrittura, e storia...

E' che ho fatto due cose o tre più urgenti, in questo periodo. Tipo accudire la Zia Buona. Che è stata davvero Buona con la B maiuscola, povera donna, fino alla fine. Immaginate una risonanza che mostra un cervello completamente fuso da molte piccole ischemie. Ce ne resta forse un trentacinque per cento che non è danneggiato. E quel trentacinque per cento cosa fa? Riconosce me. Carezza il viso a chi si avvicina. Stringe la mia mano. Getta baci. E alla fine, dopo aver perso anche la possibilità di muoversi, riesce a formulare un'unica parola, con giorni e giorni di esercizio: papà. Intendendo mio padre, suo fratello. La sola persona che ha invocato sempre, oltre a me.
Adesso non è più con me, ma è con lui. Insieme alla Zia Bella e ai loro genitori, amici, cugini. Tutti vestiti di lino chiaro, al sole, nel giardino in riviera. Eternamente giovani, elegantissimi, intelligenti, forti e atletici. Nessun cancro, nessuna ischemia, nessuna cardiopatia. Un bicchiere in mano, l'ombra degli alberi, il sorriso degli dèi sul viso abbronzato, come nelle foto della loro famosa festa in maschera. Sono contenta di averti finalmente traghettata là, zia, era tempo che andassi a raggiungerli, c'è un senso di grande pace nell'aver ricomposto la Trimurti, il maschio creatore e padrone, il fascino distruttivo della sorella più inquieta e la tua capacità di armonizzare. Spero che ci siano tutti i più bei gialli in inglese da leggere, là, e i marrons glacès.

Tra le altre cose urgenti che ho fatto si conta imparare a mettermi nella posizione del loto, che urgente non era forse, se sono diciannove anni che frequento i tappetini, però fa brutto un'insegnante di yoga che non la sa fare, e fa brutto anche che in posizione capovolta si veda che ho la panza, ma ce la giochiamo: sono aperte le scommesse, otterremo prima che si sciolga la pasta da pane che mi sta appoggiata sopra gli addominali o che si allunghino i tendini delle ginocchia? Non importa. Ci arriveremo. Un anno fa, altro che capovolgersi e annodarsi.

Altra cosa urgente fatta, o meglio, impostata, è un po' d'ordine nella mia vita privata. Dove non succede mai niente, ma c'è spesso motivo di preoccuparsi, fantasticare, spaventarsi e rimanere comunque confusi e nervosi. Poi di colpo si parla di bere un caffè; no, due!!! Due diversi caffè? E con chi!!!
Ed è allora che scopro che, dopo aver immaginato, per mesi e mesi, come cosa dove e quando, la sola domanda che conta è perchè. E, a conti fatti, la risposta non è soddisfacente. La cosa soddisfacente è farlo, il caffè, con la solita moka, nella solita cucina, e guardare la bellissima bocca dell'Uomo mentre lo beve. Negli ultimi due anni ho introdotto litri e litri del terribile veleno dal quale, con una predisposizione alla pressione intraoculare alta e una storia di infarti e ictus in famiglia, dovrei stare lontana come dal cianuro. Ma a parte il fatto che, per starne lontana del tutto, mi servirebbero i dodici passi e una stanza imbottita per le crisi di astinenza, c'è questo fatto che la frase “io faccio un caffè” (mia) e la domanda “vuoi/metti su/metto su un caffè?” (sua) ci hanno salvato da innumerevoli brutti momenti. E poi ci sono le sue mani mentre gira il cucchiaino, le sue cosce nel pigiama. I suoi occhi di due verdi diversi. Le sue ciglia che si muovono lentamente mentre lo assapora. Nella mia vita di coppia tutta piena di graffi, tagli mal rimarginati, scottature e cerotti, guardarlo bere il caffè è arrapante come la prima volta che l'ho visto nudo, che tra parentesi non mi ricordo, devo aver perso i sensi. Mi ricordo parecchie di quelle dopo, però. Infatti, se un giorno vorrà uccidermi, basta che metta dell'arsenico nella mia tazzina, io mica so cosa bevo quando mi siedo lì di fianco, è il mio momento di contemplazione, è una roba mistica. Gli altri due caffè che si potevano bere in queste settimane avrebbero avuto altrettanto da offrire a livello estetico, forse, ma, come disse Robert Redford in quella Bibbia della mia generazione che è “Proposta indecente”, non avrei mai guardato uno degli altri due come guardo lui. E poiché io, anche se mettendo in fila le foto non si direbbe, non scelgo mai solo in base alla fisicata, al sorriso fotonico, alle mani eleganti e agli occhi spettacolari, tutti e due gli altri caffè sarebbero benissimo in grado di capire che io voglia svegliarmi, ogni mattina della mia vita, con l'Uomo. Perchè lui, anche se a volte se ne scorda, è il solo che sarebbe disposto a spendere un milione di dollari, perchè vuole che io abbia l'ippopotamo.







sabato 15 aprile 2017

Vacanze di Pasqua, day two and three: fiducia e scossoni

Le cinque di pomeriggio, quando lui non c'è, sono l'ora dell'attacco d'ansia. Perfino adesso che tante cose sono cambiate. Ne farei a meno, ma pazienza, me lo tengo per me, so esattamente che sparirà non appena un breve ritornello al pianoforte annuncerà il suo messaggio WhatsApp. L'ansia si trasformerà in bisogno di muoversi e riorganizzare casa, cena, etc. E poi sentirò il familiare frullo d'ali nel petto quando lui metterà le chiavi nella porta.
Se guardo a questi giorni di vacanza, comunque, non posso lamentarmi. Dopo la prima sera con le amiche anti-MIUR, ho passato una buona mezza giornata sui miei monti.
L'antica Dolomite proiettata per caso in mezzo alle Alpi Cozie mi guardava impassibile, coperta di neve su tutto un lato, mentre facevo yoga su un prato e ascoltavo il vento sibilare tra gli abeti.
Anche stavolta rivedendo il paesaggio e sentendone i profumi ho preso congedo da mio padre, ho preso congedo anche dal mio cane, che tanto amava la montagna, ho preso congedo da quella che ero io prima come ormai faccio ogni singolo minuto. Ma ho anche ritrovato le mie basi: nell'attimo esatto in cui lui è arrivato in paese e, scorgendomi seduta sul muretto col sole sui capelli, mi ha sorriso.
Poi c'è stata una normale mattina a casa, di quelle col bucato, la colazione fatta con calma e qualche pagina sugli apparati del corpo umano da far studiare alla Princi. E poi ho aspettato un'ora con lui per dei raggi in un centro analisi, e poi abbiamo visto una casa. Da fuori. Forse una casa per noi, forse soltanto un miraggio mio: ma lui era al mio fianco e questa è l'unica cosa che importa.
Oggi l'ho fatta vedere alla Princi e ne ho avuto una pessima reazione, completata immediatamente dalla richiesta di dormire dal fidanzato. Risposta, ovviamente, no. Come sempre quando si nota che qualcosa tra me e l'Uomo potrebbe rimettersi a funzionare, lei deve dare uno scossone, non sia  mai che ci dimentichiamo che lei esista e ricominciamo a fare la coppietta...
Molti sono i pensieri che mi sono passati per la testa in queste ore, da molti sono estremamente rattristata. Ha ragione Cavallino a dire che non mi capisce, non so più nemmeno io che persona sono, in effetti. Ho trovato pace solo sul tappetino dello yoga, dove credo che dovrei rimanere ore e ore, anzi finito di scrivere ci tornerò.
Ma ieri sera da Guru Cri abbiamo estratto come al solito le nostre carte, all'inizio della lezione e poi alla fine. Ame all'inizio è uscita la parola fiducia, e la frase che c'era scritta sotto diceva testualmente: "non resistere a ciò che è in arrivo per te". Alla fine della lezione, con un altro mazzo di carte in inglese la parola uscita è stata trust. Ho pensato che non solo devo averla, questa fiducia, ma devo riuscire a manifestarla. Per questo oggi ho portato la Princi a vedere dal di fuori la casa che forse andremo a vedere anche dall'interno. Forse ho sbagliato.
Gli altri non riescono a vedere le cose da dove le vedo io, nessuno ci riesce. Senz'altro non ci riescono i più direttamente coinvolti, e nemmeno i più lontani. In pratica sono sola con i miei miraggi, con le mie speranze, con la fiducia che ci sto mettendo e da sola devo gestire gli scossoni. Ok, comunque avere visto l'ultima puntata della prima stagione di The leftovers non aiuta, sarò scema che mi causo del dolore così.
Ma sono le cinque, sta per finire la partita a Genova e tra poco mi scriverà,  posso farcela anche oggi, direi.

sabato 3 dicembre 2016

Lo schiocco della frusta

Dicembre non è eccessivamente freddo, finora. Il cielo oggi è rimasto grigio e dello stesso colore tutto il giorno, però, tra poco farà buio e io ho organizzato il resto della mia giornata in modo da starmene sola, e tranquilla, fino all'ora di recuperare la Princi in discoteca.

La mia meravigliosa, agognata tranquillità del sabato che diventa vuota, buia, piena di fitte appena la porta si chiude alle spalle di mia figlia.

Stamattina scollinavo da una valle all'altra sentendo nostalgia. Mi mancano diverse persone, alcune a cui non pensavo da tempo. Devono essere i discorsi di ieri sera con la Tipa.

E' un brutto guaio avere sempre un telefono in mano. Se oggi avessi avuto tempo, credo che avrei accostato la macchina e mandato messaggi di cui poi mi sarei pentita. Per dire a qualcuno che mi mancano le sue mani, a qualcun altro che mi mancano le sue lentiggini, a qualcun altro ancora che mi manca la sua voce. Poi ad altri avrei pensato solo, perchè non puoi mandare messaggi a una persona che dopo venticinque anni di condivisione ti ha brutalmente cancellato dalla sua vita per non trovarsi di fronte una testimone delle proprie debolezze, né si può scrivere o telefonare a chi ormai è in un luogo dove queste cose non servono più.

Alla fine ho chiamato solo mia madre, per parlare del referendum.

Ma intanto avevo pensato. Tu non ti ricordi se era mattina, pomeriggio, o una sera? Forse avevamo appena fatto l'amore. Di sicuro eravamo nel nostro letto, vicini vicini, stretti, con poca roba addosso. E uno dei due ha detto all'altro: “E' strano, ma mi viene da dirti che mi manchi”. L'altro, e giuro non so più chi aveva cominciato, ha detto “anche tu mi manchi, è assurdo”, o qualcosa del genere.
E ce lo siamo detti ancora dopo quella prima volta. E non era mi manchi perchè abbiamo fatto l'amore distrattamente, o mi manchi perchè stiamo poco insieme, o mi manchi perchè mi trascuri. Era mi manchi nel senso che sono con te, dentro di te, intorno a te, tutti uniti come un corpo solo, l'anima che beve dall'altra anima, piedi e gambe aggrovigliati da non sapere più dove inizi tu e finisco io, ma non ti ho ancora abbastanza, non ho placato il mio bisogno di fusione, voglio essere con te più ancora di così, voglio che tu sia me. Che non esista nient'altro. Che il mondo ci lasci in pace e che tutta la mia attenzione stia nelle pupille dei miei occhi che cercano qualcosa di indescritto, di non misurabile, in fondo ai tuoi. Sono quindici anni e mezzo che a me frega soltanto di quello. Di sapere cosa ci sia laggiù.

Era avere l'anima di un angelo, guardarti così. Volerti così.

Mi sento così sporca ora. E così sola.


Nessuno mi manca quanto mi manchi tu, e nessuno c'è quanto ci sei tu. Ai punti che quando alla sera mi giro e ti guardo leggere, penso che non capisco cosa ci faccia lì sull'altro cuscino una parte di me, e come possa succedere che davvero a governare il mio corpo e il tuo ci siano due diversi sistemi neuronali. Non lo so, sul serio. Non mi ricordo perché sei via, quando te ne vai. Non mi ricordo che cosa devo andare a fare io se mi allontano da te, a volte.

So solo stare ferma ad aspettare di sentirti arrivare. E pensare alla storia terribile dello schiocco della frusta che mi ha raccontato la Fräulein. Che non è una leggenda.




domenica 27 novembre 2016

Il guardiano del faro

Quello che si droga, quella che si taglia, quella incinta, abbiamo già visto, sì.

Ma nella stessa classe un bambino malato e una satanista aspirante suicida, no.

Sulla malattia di Belzebù niente possiamo dire o fare. Solo tenerlo con noi e cercare di dargli gioia e forza. E non permettergli di fermarsi a fare il dettato se ha male, ma mandarlo a telefonare, poi correre a cercare il Gigante e il Magnifico e metterglieli alle calcagna, loro due così alti, mentre i compagni gli preparano la roba, e guardarlo andare via con il suo zaino più grosso di lui.

L'Orientale mi preoccupa moltissimo adesso. Stanno per fortuna arrivando, molto più velocemente del previsto, i servizi sociali. Che ovviamente useranno la scuola come base per incontrare la madre. Ma lei nel frattempo è sempre più chiusa e buia e fa tante assenze. E i bambini di lei hanno un pochino paura.

Ha fatto amicizia con la sorella di Dylan McKay, altra personalità chiaramente sciroccata, e con altre due o tre agitate. Dotate, se sono come la McKay, di famiglie che perdono i pezzi.

A proposito di perdere i pezzi, qui ci si dimenticano i testi di matematica (reazione a caldo della docente: 2), gli occhiali al cinema (ritrovati: ma perché tutto 'sto culo, lei? È proprio la nipote di mio papà), la pillola (la prima della scatola).

E non si dorme. Cioè si dorme una notte io una notte lui. Colpa del festival suo (crediamoci) e dell'esame di yoga mio (crediamo pure a questo).

Stamattina ho frenato davanti alla panetteria di Paesotto Sereno, quella che fa la focaccia alle ortiche e menta, in contemporanea con la Folletta, l'altra che, dice Maestro P., nella vita ha il ruolo di guardiano. Così abbiamo preso un caffè insieme.

Dopo le esercitazioni del mattino le ho detto: "Se ci fosse da iscriversi a un corso di yoga con una di voi quattro, io verrei da te. Quando fai lezione tu io chiudo gli occhi e mi lascio portare". Era felice.

Tra quattordici giorni l'esame.
Poi forse l'inizio di qualcosa di nuovo.





mercoledì 2 novembre 2016

E se poi fosse proprio questo il nostro modo

Lo so, che dovrei pensare ai terremotati, alla crisi, ai bambini in Siria, al pianeta che implode, agli omicidi-suicidi di Cornigliano o di via Nizza, oppure, almeno, a finire di correggere le prove di Grammatica della seconda.

Intanto però andate al minuto 14 di questa. Che oggi ho corso tutto il giorno e ora per calmarmi ci vuole Roba Bella. Con le maiuscole. E Mozart è bello, anche per un'ignorante come me che ascolta Bon Jovi.

E io me ne sto qui a pensare che forse noi funzioniamo, abbiamo sempre saputo funzionare, sapremo sempre e solo funzionare, così. Così, che non riusciamo a dormire sempre nella stessa casa. Così, che non abbiamo una base, ne abbiamo due, tre, quattro. Che non importa se il letto è un materasso per terra, se manca il gas, se c'è pelo di gatto su ogni abito perché il retro dell'armadio si è gonfiato per l'allagamento e la gatta ci entra comodamente e va a lavarsi in mezzo alla roba pulita. Che non importa se la figlia non è la nostra sul serio, e se trattiamo i cani e i gatti come bambini, e ci spostiamo con due macchine anche se siamo in tre, e lui c'è ma non c'è, e non c'è ma c'è, e io non uscirò mai dal tunnel della studentessa coi bei voti e mi iscriverò sempre a qualcosa e lui avrà sempre un terzo del suo cervello mostruosamente intelligente impegnato a pensare al calcio. Che non importa se a quarant'anni il regalo più gradito è un piccolo peluche dell'Acquario di Genova. Che a stento ci sappiamo vergognare davanti a terzi di tenere gli scontrini dei caffè presi insieme o i biglietti d'ingresso alle mostre o le bustine dello zucchero. Che viviamo male e facciamo vivere male gli altri e magari la sola cosa che sapevamo fare, amarci come due naufraghi appesi l'uno all'altra per non annegare, è stata la distruzione delle vite di entrambi, ma dimmi che torneresti indietro e cambieresti strada, dimmelo. Dimmi che non mi daresti più tutti quei passaggi sulla tua Astra bianca. Dimmi che non ti succede mai di vedermi arrivare e pensare che tutto quest'incubo dal 2014 in avanti non è mai successo, non a noi due, non è possibile.

A me è successo mentre arrivavi in macchina, qualche giorno fa. Ti aspettavo da qualche minuto e ho visto il tuo profilo mentre mi passavi davanti. Come se avessi venticinque anni e stessi aspettandoti per uno dei nostri primi appuntamenti, e di nuovo mi sentissi strana come allora, al pensiero che mi avessi scelta. Proprio tu. Proprio me.

Il movimento del concerto di Mozart non è certo farina del mio sacco. E' che il Dolce Cowboy, quando si ferma a scuola a lavorare al pc dopo pranzo, si mette a sentire su Youtube esecuzioni impeccabili di pezzi di classica, essendo egli in realtà un prof di musica. E l'altro giorno piovigginava, e c'era questo di sottofondo, e gentilmente andando via lui me lo ha lasciato acceso, il pc, per non interrompere il mio ascolto. Io sono scivolata coi miei registri fino al suo computer, quello vicino alla finestra, e mi sono lasciata drogare.

Poi già che c'ero sono tornata su cose più tipiche mie. Anzi, nostre. Per la precisione cose che tu hai fatto conoscere a me.

Ho guardato piovere ascoltando questa e, Uomo, cazzo, se tu potessi percepire come si spacca il mio cuore, come si sfarinano le mie ossa, come si bruciano i miei muscoli ogni volta che ti vorrei vicino con così tanta violenza e tu non ci sei, ti farei paura. Forse te ne faccio già. No, senza forse. Mi faccio paura anche da sola. Non lo sapevo, prima, che potevo essere questo. Non sapevo di poter essere molte cose.

Si impara a credere a forze primordiali, si impara a guardare il proprio sangue scorrere via e non fare niente per trattenerlo, perché di colpo è chiaro quel che si leggeva nei poemi epici, nelle leggende medievali, nei miti orientali, nella Bibbia, si impara a credere che se davvero vale la pena uno ci lascia anche le penne, senza pentirsi.

Suonerà estremamente patetico, a qualcuno. Per carità. Non pretendo di piacere o essere capita da mio marito, figurarsi dagli altri. Io ho sempre avuto una notevole tendenza a conformarmi alla figura tragica, e adesso capisco anche bene perchè. Ma c'è gente che legge qui che sa esattamente di cosa parlo. E sa che non si scherza più, non dopo tutto questo tempo.

Giusto poche ore fa, questo scambio: "tocca uscire o non se ne esce", dice la blogamica. E io ribadisco: "Io ho scelto di restarci dentro."

Poi per sdrammatizzare si sdrammatizza, è ovvio. Per sdrammatizzare ci sono le amiche storiche e quelle recenti. C'è Sanguedelmiosangue ("Lo sai vero di essere una lurida troia?" "No,dai. Sì, va bene. Un pochino, forse." "Ma sì, tanto io ti voglio bene lo stesso." "Lo so che mi vuoi bene, cuore di stracchino, figurati." "E sai cosa mi devi rispondere se io ti do della lurida puttana?" "Cosa?" "Devi dirmi: ADULTERA!!!" "Giusto: ADULTERA!!! Shame! Shame! Shame!!!" "Shame! Shame! Shame!!!"). Ci sono i mille modi di sopravvivere ogni giorno, che vanno dalla brioche con veramente tanta marmellata del baretto vicino alla scuola, alle sigarette sulla panchina con la Fräulein, a guidare cinque ore per passarne una a guardare i melograni a Via del Golf 13, a dire stronzate sul gruppo WhatsApp con la Bottadicoca, la Caramella e la Pallida.

Però mi sveglio al mattino e non mi arrendo. Anche se la corrente è forte, io nuoto ancora.

Un'ultima cosa. Un'altra che mi hai fatto scoprire tu.





















martedì 18 ottobre 2016

Heart keeps beating

Hanno messo il mio cane in una busta con il disegnino del rischio biologico. Una busta bianco crema. Con la cerniera. E giù nella terra. E poi ha piovuto e io ho pensato alla terra bagnata che si assestava intorno alla busta. E alla mia piccola povera mummietta di cane tutta fasciata nelle traversine bianche. Piccolo chien. Che è morto lontano da casa, e io mi sveglio di notte e non mi perdono perché non c'ero.
Io poi non lo so perché i miei animali, così ben tenuti e amati e coccolati, vanno a finire in modi così orrendi, che per guardarli senza svenire ci vuole uno stomaco da chirurgo di guerra, perché proprio loro sviluppano tutti dei tumori strani che i medici vogliono studiare e che guariscono, in modi assurdi, e poi però il mio gatto e il mio cane a conti fatti muoiono lo stesso.

I veterinari geniali, giovani e boriosi, che ho conosciuto curando il cane, mi sono costati una fortuna, mi hanno trattato malissimo, hanno coccolato il mio povero botolo malato in modo commovente e mi sono rimasti in mente tutti, quello figo e impossibile da gestire a livello di maleducazione e asocialità (una sindrome di Asperger?) che era lì quando la Daisy è morta, quello meno figo e gentile che aveva voglia di parlare del suo lavoro e staccava le foglie profumate dell'erba limoncina, per portarsele al naso con le dita lunghe e delicate, quella castana con lo sguardo buono e il sorriso amaro, tutti gli altri. Un giorno, quando sarò meno ammaccata dal dolore, vi racconterò.

Guardo la gatta e non ne ho mai abbastanza di prenderla in braccio e stringere il suo bel corpicino caldo e morbido, e sentirla miagolare. Sta sempre con me quando sono in casa. Si è presa il centro del divano e le ciotole della cucina, si è adattata, ma quando vede uno di noi sulla porta, con una borsa o una valigia in mano, va in ansia. E te credo. Da questa casa sparisce la gente, non si sa mai se chi passa la porta tornerà. Cioè, tranne me. Io è chiaro che torno. Prima o poi. Sempre più stanca, e triste, e sola. Ma torno. E ricomincio da capo. Ogni giorno. Ogni notte.

La figlia è di nuovo fidanzata e sta di nuovo facendo fatica a studiare e dice di nuovo che vuole lasciare il nuoto e andare in palestra a fare pesi. E ci fa sudare e litiga con le sue psicologhe e rompe con la sua migliore amica e adesso mangia solo roba salata a colazione. E io scendo dal letto la mattina, e le preparo la frittata, il toast, la quiche, il panino. Sempre più sfiduciata, e scoglionata, e sola. E ricomincio da capo. Ogni mattina.

Il marito si è finalmente tagliato i riccioli disordinati, è diventato fiduciario del plesso dove insegna, sta lavorando a un progetto per creare un nuovo indirizzo scolastico professionale, dice che qui si sta tanto bene, nell'Astigiano. Era lì quando abbiamo seppellito il cane, è venuto con me a visitare una chiesa romanica dell'undicesimo secolo aperta apposta per noi ed è inorridito di fronte alla pila di scheletri e teschi nel vano sottostante, illuminata con la torcia del cellulare, mentre io mi incantavo all'idea di guardare dei veri corpi di gente morta quattrocento anni fa di peste bubbonica. (Eh, lo so. E' che una che insegna storia, poi, quando queste cose le vede coi suoi occhi, ha un momento profondissimo di quella cosa, quella cosa che succede solo a chi ha la fissa di studiare storia. E poi era molto più macabro il corpo del cane con la testa scalottata per l'esame autoptico, altro che cazzi.) Dopo, l'Uomo è andato via perché doveva andare, che novità, ma io adesso lo guardo andare e riesco a morire un pochino di meno, perché alla sera mi racconta del calcio, del festival, a pranzo ci parla della scuola, e trova buono il cibo e bello il cielo, e c'è, e quando non c'è so sempre quando torna, e allora preparo da mangiare, metto in ordine, mi alleno, lavoro, mi tengo bene e cerco di stare serena. Poi arriva il momento in cui siamo in camera dopo cena insieme e chiudiamo fuori tutto il mondo, e quel momento ripaga di ogni frustrazione e insicurezza e dubbio, pur in questa situazione assolutamente, totalmente di merda, quello permette di farcela, di ricaricare le pile. E ricomincio da capo. Ogni sera.

La Bionda Svampita povera donna ha seppellito il marito a febbraio, e adesso le si è ammalata la mamma. La Fräulein è stata a casa con una brutta influenza. E nella loro classe è arrivato un nuovo tizio di sostegno che sembra una guida del CAI. Barbuto come Babbo Natale, e con lo zaino e la giacca a vento. Forse pensava che Paesino di Sogno fosse in cima al Monviso. Non abbiamo idea da dove venga.

Il Genuino e il Pennellone, i due colleghi nuovi di matematica, si stanno ambientando. Il Pennellone per ora mi sta sulle balle, il Genuino è chiaramente un lavoratore, e un caro ragazzo, ma un po' bisognoso di rassicurazione. La Nuova di Inglese, la Spessa di Tecnica e il Magnifico di Sostegno si muovono con maggiore naturalezza. Sembrano in gamba. La Pianista barcolla, con occhiaie grandi come posti auto. Sono diventata tutor della Secca che è nell'anno di prova. Il Gigante e la Bestia Nera mi stanno mandando al posto loro a trattare con le superiori, in alcuni casi, per il percorso antidispersione.

La Preside Chic mi stordisce sempre con la sublime, ineffabile eleganza dei suoi abbinamenti e sto sviluppando un morboso bisogno di nascondermi nel bagagliaio della sua auto e arrivare di nascosto a casa sua, per andare a godere di intensi momenti di soddisfazione prettamente sessuale davanti al suo armadio delle scarpe. Ha un parco scarpe, fondato su intramontabili pilastri di finezza, che fa scomparire la Preside C., la stragrande maggioranza delle donne eleganti di Asti, tutte le colleghe infighettate di Scuolina Bianca, e darebbe del filo da torcere persino a Noisette. Al primo collegio docenti aveva un tubino e delle décolletées così indiscutibili che Coco Chanel le avrebbe stretto volentieri la mano con un sorriso complice. Poi è in gamba. Tanto in gamba che secondo me i tre quarti dei colleghi non capiscono quel che dice, perché è troppo intelligente e smart. Una femmina alfissima, peraltro. Una Donna di Classe se mai ne ho vista una. Andiamo anche d'accordo, direi. Ora sono curiosa di vederla in consiglio di istituto.

I ragazzi sono storditi. Hanno la testa nel culo, fanno poco e male quello che gli dici, sembra che non ascoltino, prendono iniziative che nessuno ha chiesto, poi però non seguono le istruzioni più semplici. Sto castagnizzando la seconda, che l'anno scorso vedevo per un'ora alla settimana di geografia e ora tartasso di grammatica, letteratura, antologia, scrittura, Invalsi, ortografia, e geografia. Sono dei selvaggi, io li civilizzo a suon di ramanzine feroci e gli faccio fare i balletti quando uno di loro azzecca l'analisi verbale, passo con nonchalance dallo spiegare l'Eneide scrivendo in latino sulla lavagna al ficcare note sul diario perché mangiano in classe, dal tenerli mesmerizzati a sentire per mezz'ora di fila la storia della Politkovskaja al controllare che non abbiano di nuovo pisciato per terra nel bagno dei maschi. Fatica. La terza è pressoché uguale, con la differenza che in seconda fino alla settimana scorsa gridavo, in terza mi basta lo sguardo. Ma non dovrebbero essere così storditi, sono in terza, santiddio, tutto questo lavoro l'avevamo già fatta lo scorso anno. Non lo so. Arrivo al mattino nel parcheggio con gli occhi gonfi di stanchezza, inizio lezione che ho già preso tre volte il caffè e fumato una Marlboro, io che non fumo mai di mattina. Mi scrollo di dosso i pensieri, che restano in macchina a ringhiare, per poi saltarmi addosso quando riapro la portiera alle due meno venti. E ricomincio da capo. Ogni giorno.

Le foglie sono gialle e rosse, le montagne luccicano imponenti sotto il sole che scioglie la neve, e i tre melograni della casa in campagna, che mio padre aveva espressamente proibito al giardiniere di tagliare perché io li adoravo, hanno già i frutti, ancora verdolini. E' di nuovo autunno e io mi stupisco di esserci, quest'anno, a vederlo.
























lunedì 18 luglio 2016

Sotto l'albero della bodhi

Oggi sono tornata in piscina dopo un anno, e non potevo fare a meno di notare la differenza.

Digressione a scopo informativo: tra le molte cose che non vi ho detto in questi ultimi mesi, sto facendo un corso per diventare istruttrice di yoga.
Questo perché a settembre ho conosciuto Cristina, la mia maestra-guru, e il ragionamento è stato molto semplice: l'unico posto dove io riuscivo in questi mesi, almeno apparentemente e per poco tempo, a  mettere a tacere il dolore, era il tappetino da yoga a lezione con Cristina. Poi il dolore è rimasto, ma le trasformazioni che sono iniziate si sono radicate proprio lì, a fianco del dolore stesso, e non erano apparenti, e non erano per poco tempo. Allora una si guarda allo specchio e si dice: hai 40 anni, fai yoga da quando ne avevi 22, solo ora improvvisamente riesci a fare tutto, le respirazioni profonde, la meditazione senza agitarti, il rilassamento quello vero, le posizioni in equilibrio a occhi chiusi, addirittura qualcosina con gli addominali. Bene, ora guardati dritta negli occhi e dimmi se non è il caso di fare di questa cosa un progetto dotato di senso.
E e così mi sono messa a cercare un corso su internet e pensavo che avrei dovuto aspettare settembre per cominciarlo; invece era la fine di gennaio e il corso, udite udite, cominciava a febbraio. C'era numero chiuso, dovevamo essere massimo in 6, ho fatto un colloquio e la maestra più severa del mondo mi ha presa.
Così adesso passo alcuni weekend in una piccola stanza fresca, anzi, freddissima d'inverno e fresca adesso, dalle parti di Alba, dove due insegnanti diversi come il giorno e la notte e molto bravi entrambi stanno formando me e altre 5 persone. Sentirete parlare anche in futuro di loro, sono brave ragazze. Andiamo dai 25 ai 50 anni, stiamo diventando amiche, ci aiutiamo a studiare e spesso ci facciamo anche un sacco di ridere. Poi un weekend su due una delle altre scoppia a piangere e confessa qualcosa di tremendo che le sta succedendo. Io non ho detto assolutamente niente della mia situazione personale e continuerò così, ma sto bene veramente con loro.  Adesso la leader riconosciuta del gruppo allieve, Bunny, e "le grandi" che saremmo io, Grace e Folletta, faremo anche la vacanza yoga di 4 giorni in altissima montagna, e questa è una delle poche cose che ho voglia di fare da mesi e mesi.
Fine digressione.

Quindi dicevo, oggi torno in piscina e mi trovo un angolino sotto un albero, in mezzo a una folla indicibile di persone, roba che non sai dove camminare per non pestare gli asciugamani agli altri. Io mi piazzo lì con la mia edizione critica degli Yoga Sutra di Patanjali, il seno e le cosce un po' più sodi rispetto all'anno scorso, e qualche strumento in più di un anno fa per reggere la solitudine e il dolore.

La Princi è arrivata prima di me e si è scelta un lettino bordo piscina in pieno sole. Facciamo questa strana giornata, anzi mezza giornata, in cui siamo insieme ma ognuna per i fatti suoi. Tra l'altro lei non ha amici presenti con cui passare il tempo, per cui sonnecchia, beve acqua naturale e cerca di mascherare dietro il suo notevole fascino un po' scazzato il fatto che sta smaltendo la sua prima sbronza, per la quale dobbiamo dire grazie alla bicchierata di compleanno che si è organizzata ieri con gli amici, ed alla stronzaggine dell'ex fidanzato.

Digressione informativa: l'ex fidanzato della Princi è talmente un uomo di merda che non gli darò nemmeno un soprannome o uno spazio qui. L'ha lasciato lei, perché è una ragazza intelligente. Poi, solo dopo, ne abbiamo sapute alcune che ci hanno lasciati basiti, di questo sfigato. Sanguedelmiosangue lo ha giustamente definito "povero misero coglione" e oggi ha aggiunto alla definizione, peraltro esauriente, la glossa "...anche un po' laido". Si sente, che mio cugino è uno che ha studiato.
Fine della digressione. È che davvero non vi ho raccontato un sacco di roba successa in questi mesi.

Quindi la Princi smaltisce i drink e coccola le sue cicatrici amorose da sola, oppure fa il giro di mezzo parco, si siede vicino a me e fa imbarazzanti scatti e selfie, in cui la mia pelle lattea contrasta con la sua color dattero.

Non fa troppo caldo, l'umore scende e risale, poi si stabilizza su un dolore sordo come al solito e mi trovo a pensare a queste settimane: alterno giorni in cui corro come una pazza tra banche medici documenti impegni  uffici riorganizzazione delle case parenti, e giorni o mezze giornate come oggi, in cui stacco completamente con il cervello e con il corpo. Ho imparato, capisco, a fare questa cosa per passare del tempo di qualità con lui, per succhiare ogni singolo istante della sua presenza, e adesso questa capacità mi torna anche quando lui non c'è, complice forse anche la centratura maggiore data dallo yoga. Come molte altre volte mi ritrovo anche a pensare che prendermi cura di me, rilassarmi e riposarmi richiede quasi più energia che lavorare ormai, eppure è diventato un impegno fisso in agenda.

Poi basta una frase, un sospetto, un messaggio, e all'improvviso si accartoccia questa calma apparente, emerge tutto il magma che le sta sotto. Non sempre è dolore. A volte è un'esplosione di gioia per qualcosa che non mi aspettavo ma che evidentemente speravo accadesse.   Forse faccio male a chiamarla apparente: questa è una calma reale, di cui io oggi sono padrona e che riesco ogni volta a ricreare, nonostante gli orribili scossoni, le ferite e i continui attacchi di paura che questa situazione mi provoca.

Intanto, siamo oltre la metà di luglio. La prima tranche di ferie finiva oggi. Lui a me non ha neanche detto quando le ha prese, direi adesso, però, visto che è via. È la prima volta che non compiliamo il foglio ferie insieme e questo la dice lunga, temo. Ma anche i messaggi dicono la loro. L'anno scorso a questa data scriveva a volte solo la sera, per dare la buonanotte. Un giorno ve lo racconterò, forse, dove cazzo sono stata io per tutti questi mesi. Ma forse non riuscirò mai a metterlo in parole.