Succede che prometto a mia madre di tenerle la gatta se va via per una gozzoviglia di crittografie, rebus e sciarade. Tanto mia madre all'ultimo annulla sempre.
E invece parte.
Così io mi ritrovo a dormire nel letto che fu di mio padre, nella stanza che fu di mia nonna, col computer che fu del mio ragazzo, sotto i quadri che furono in casa delle mie zie. Straniamento. Senso di precarietà fra diversi mondi, dei quali molti sono stati casa mia.
Idee confuse.
Beh. Un anno fa a quest'ora ero sicuramente messa peggio, dai.
O no? Beh, sì. Dipende un po' tutto da domani, diciamo. E da dopodomani. E dal resto della mia vita, niente di cui agitarsi, tutto molto lineare, ma scherzi.
Dicevo, le idee sono molto, molto mischiate. Le sensazioni no, sono chiarissime. Anzi, a forza di sfrondare, amputare, rimpicciolire tutto quello che era quell'altra, quella che è morta a 39 anni, le sensazioni sono rimaste poche, ma fortissime ed evidenti.
Io so chi sono. Solo che non mi posso ancora permettere di esserlo.
Va pur detto che un pezzetto di me è rinato a Valloncello Silente, al buio sotto chilometri quadrati di cielo stellato, un pezzo di me è sopravvissuto grazie ai vari trilli dei messaggi di whatsapp delle mie persone, un pezzo di me è sepolto alla Madonna della Neve, un altro è rimasto schiacciato sulla statale, qualcosa di me sta su solo di facciata, per carità sembro la Creatura di Frankenstein, sono tutta cucita.
Sono talmente assuefatta al silenzio, alla solitudine e al dolore che, in questi giorni così simili alla normalità, ho le vertigini. Come uno che non ha più un organo malato e si sveglia la mattina pensando: eccomi, ora mi occupo di te, e poi si ricorda che quel pezzo non ce lo ha più. Come quando è morto mio padre e non c'è più stato da preoccuparsi di lui che era malato. Un vuoto così strano.
Oggi, in una specie di ritiro, con dozzine di fogli da smistare, in questa casa non mia di cui osservo i dettagli noti come fossero flashback di vite precedenti, ho perso diverse volte il senso del luogo e del tempo. Per essere in centro Genova è silenziosissimo, qui, ma ci sono stati tutto il giorno dei gabbiani assordanti, eppure il mare non si vede, non si sente, in questa Carignano che sembra da sempre un antichissimo paese dell'entroterra. Il sole non si è mai visto perché pioveva senza pause, e coi vetri opachi una strana traccia della luminosità esterna ingannava gli orologi.
Ho cercato di non proiettarmi solo su domani, sul rientro a casa, ma non riuscivo a stare qui nel presente: la cena, i registri da chiudere, le ricerche da vistare. Per centrarmi sulla realtà ho ripensato alla sua voce al telefono, alle foto che mi ha mandato, ai messaggi. Lui c'è. Esiste veramente. Il cuore fa delle acrobazie, delle risate isteriche, violente, al pensiero, perché questo sono io adesso: calma come una lady esteriormente, e dentro folle, folle di dolore amore gelosia gioia speranza terrore.
Nemmeno riesco a dire a qualcuno che proprio ora rischio di più, che non sarebbe, no no, il caso di lasciarmi sola con questi pensieri, che ora sì che vedo, come illuminato dai riflettori, l'abisso dove ho camminato per un anno al buio, e tutti i mostri che ci vivevano dentro.
Ma in tutto questo c'è qualcosa, o meglio, qualcuno, che non si è perso. Qualcuno che esiste nelle ore subito prima dell'alba. E che si ricorda tutto. Anche della ragazza castana morta a 39 anni. Una me che non ha più un corpo, fatta solo di luce, di anima, di gioia, che nel sonno, o nel sogno (al mattino non lo so più, perché lei con l'alba torna a nascondersi, nel comodino, in una parete, come le fate), lo abbraccia stretto, tutta arrembata a lui, a cucchiaio, o culo contro culo, come dormivamo d'inverno, e lo ama si spoglia lo spoglia gli sussurra. Stanotte a manate generose lui si prendeva il giusto sotto la maglietta e lei, che guarda caso indossava una t-shirt bianca di lui, sapeva con certezza di essere e di essere sentita e vista bellissima, aveva dimenticato gli anni le rughe le cicatrici il dolore la paura di dire la cosa sbagliata le occhiaie gli spasmi, e rideva, eterna, immortale, per sempre sua. E stanotte era per forza solo l'anima, perché lui era a 100 km. Ma era più reale di qualsiasi altra cosa accaduta durante la settimana.
E questa gioia no, non sfugge al controllo come quella di quando lui telefona, di quando lui c'è. Questa gioia è calma, è sicura. È davvero qualcuno che vede, fuori dal marasma di emozioni che mi porto dentro io. Qualcuno che ha aspettato dentro una parete, sotto a un comodino, perché sapeva.
Ci sono amori che si sanno. Da subito.
sabato 4 giugno 2016
Camminare sul fondo in attesa del sole
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1 commento:
Scrivi, ogni tanto...
Macabea
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