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giovedì 11 luglio 2019

Mento alto, spalle su

A volte ascolti una canzone e capisci che è stata scritta per te. Per te che sei una minoranza nella minoranza all'interno delle minoranze, e hai imparato delle cose perché ci hai sbattuto la faccia dentro, tante di quelle volte che non ti riconosci più quando ti guardi nello specchio. Ma anche così la gente non capisce,  la gente non capisce davvero. La gente non capisce… e pretende anche di capire.

Fools they think I do not know
The road I'm taking

If you meet me on the way
Hesitating
That is just because I know which way I will choose

Avevi tutto, hai creduto di avere tutto, per un attimo, in tuo potere, in tuo controllo. Poverina. Cinque anni dopo raccogli i pezzi e stai ancora male per le stesse cose, ma con la coscienza che adesso sei grande e non chiederai aiuto, non cercherai scuse, non vorrai una mano, farai da sola, e che questa è la tua vita, è la tua scelta, è il tuo cammino. 
The corridors of discontent
That I've been traveling
All alone in search for truth

Poi a volte la prendi bene, mento alto, spalle su. A volte no, fa freddo e hai paura. 

The world's so frightening

E francamente ti autocommiseri.

Nothing's going right today
'cause nothing ever does

Poi ci pensi e ti ridi dietro. Perché fin qui ci sei arrivata. Per merito tuo, e suo, e suo, e suo, e suo, e loro, e loro… altro che piangersi addosso, ti tocca anzi ringraziare, oltre ai fedelissimi e incrollabili pilastri, anche persone e situazioni che sono piovute nella tua vita quando tutto era nero come l'inferno. E allora mento alto, spalle su, "palle in mano", come diceva una simpaticissima collega siciliana, mille anni fa, a un convegno di dottorandi. 

E tra queste situazioni ci sono gli incredibili colori che ancora riesci a vedere. Quel verde. Quei due verdi. A volte ridi e senti tu stessa che, in mezzo al buio di questi anni, la tua voce ha cambiato timbro ma la melodia della risata con cui lo hai fatto innamorare è la stessa. E' lui che ride così di rado… 
Oh, I don't wanna know your secrets
Oh, they lie heavy on my head

E qualcun altro invece irrompe nella notte ridendo, con un bianco accecante di denti affilati. Tu adesso hai capito a tue spese quanto possono tagliare, ma non hai paura, perché sai anche che questo lampo di luce è bello da vedere, sebbene ora tu passi oltre, e te ne vada, proprio da quella famosa piazza, mento alto, spalle su, fianchi che ancheggiano morbidi perché sai che ti sta guardando, e non ti volti. 

Oh, let's break the night with colour
Time for me to move ahead
E la figlia parte e vi lascia soli per tre mesi, pare. Così tu trattieni il fiato un attimo prima di tuffarti, perché per lui ti sei buttata tante volte nel cratere dei vulcani accesi e lo stai per fare di nuovo, sperando che serva. E, mentre stai bilanciando il peso sul trampolino, lui ti tocca la spalla, e per lui ti volti, ti volti eccome, e lo senti che dice: "Proposta indecente: andiamo a dormire in montagna?"

E quando siete nel lettone di fronte ai monti, regalo, piove leggermente sul tetto. La mia favola non è ancora finita, pensi, e ti addormenti sorridendo. 

domenica 28 aprile 2019

Da sola, alla nota multinazionale svedese dell'arredamento

Ci andavamo insieme. Baciandoci spesso. Guardando le altre coppie come noi, il reparto culle fasciatoi lettini, e poi ci saltava all'occhio, a tutti e due contemporaneamente, il comodino giusto, l'armadio perfetto, la poltrona che avremmo amato entrambi. Non dovevamo quasi mai discutere. Eravamo quelli che non litigano, in mezzo a coppie scoglionate, e avevamo il radar per vedere quelli che come noi si tenevano per mano con lo sguardo pieno di luce, il passo lento ma rilassato, la voce serena.

Andarci da sola è stato atroce, a volte. Adesso capita che ci vada con te, ma anche senza di te, e non mi interessa più il reparto bimbi, lo attraverso senza soffrire, non mi riguarda più.

L'ultima volta ho fotografato le cassettiere che servono a te per la tua nuova stanza in ufficio, ho comprato i fermalibri e i raccoglitori, tre piccoli leggii per il cellulare, uno per ciascuno, e mi sono accorta che, per la legge dell'attenzione selettiva, ho individuato le coppie mature, quelle in cui lei dice a lui: "Questo potremmo prenderlo per Chiara/Francesca/Martina/Giulia/***" e lui risponde: "OK, ma giallo, a lei piace il giallo". Ho pensato a mio padre e mia madre che avevano lo stesso tipo di scambio quando io sono andata a vivere da sola, quando sono venuta a vivere con te. Che strano pensare che adesso siamo noi che scegliamo così oggetti e
mobili  per la Princi, e la nota multinazionale svedese col suo odore di trucioli e colla è sempre lì, e anche noi. Che non litighiamo quando ci sono da scegliere gli arredi, perché ci piacciono le stesse cose.
 

sabato 20 aprile 2019

E se fosse là fuori che è tutto sbagliato

Finalmente piove, dopo molte settimane di aridità.

Castagna si domanda se il centro del mondo si sia spostato, se la forza di gravità esista ancora, se sia soltanto lei che è soggetta a leggi uguali a quelle che valevano qualche anno fa.

Se lo domanda perché, a volte, pensa che tutto quello che è sbagliato sia fuori, e tutto quello che è giusto sia dentro.

Fuori ci sono persone che intervengono sulla vita degli altri, senza rendersi conto di far loro del male. Persone che ripetono i loro errori a distanza di anni e pensano di andare via lisci, proprio con te che ci hai sofferto tanto. Persone che ti trattano come se fosse tutta colpa tua. Persone che ti trattano come se il tempo non fosse mai passato e tu non avessi imparato niente.
Persone che a una proposta di aiuto associano una minaccia, e reagiscono mordendoti.
Persone il cui unico scopo nella vita è sminuire gli altri per sentirsi superiori. Persone che provano per te dei sentimenti a cui non sanno dare un nome, e si incazzano con te perché glieli fai provare.

Dentro ci sono le cose che valgono ancora la pena. Sì, c'è tanta confusione, disordine, tanta fatica, a volte un buio pesto.
Ma poi ci sono anche i frutti dell'impegno che vengono pian pianino fuori.

Irresistibile che non piange più. Pulcino che ha imparato a piangere. Nipotina che si scrive sullo specchio che deve darsi da fare con la scuola. Coccodrillo che impara a suonare dei pezzi anni '90 con la batteria. Orsetto di Montagna che cerca di districarsi nei problemi dei grandi, e intanto non si dimentica di lanciarsi giù dal rifugio segreto con una fune, insieme agli amici, sfidando immaginari battaglioni d'oltralpe.

Da qualche giorno la Castagna si sbaglia e dice vado in terza, quando deve andare in seconda. È che sono diventati così grandi. E adesso si lavora come dice lei: stanno destrutturando le poesie e riescono a vedere la doppia aggettivazione petrarchesca, la strofa di commiato, il riferimento dantesco.

Il Gioiello è cresciuto e non sorride più con quell'incantevole espressione bambinesca, ma sbatte le ciglia sugli occhioni scuri un po' tormentati.

Qualcuno ha messo l'apparecchio. Qualcuno ha cambiato occhiali. In molti hanno cambiato taglio di capelli, modo di vestirsi, tono di voce e modo di parlare. Sono grandi, e lei sorride, si arrabbia, li maltratta e li sevizia, ma è anche contenta, perché ogni giorno e un progresso. A questa classe racconta un sacco di cose del suo percorso scolastico, di quando ha capito come fare determinate cose, o che certe materie erano meravigliose; di quando si passavano le formule di chimica scritte sulla gomma delle Superga ai compagni interrogati da posto.

E ha letto Il mercante di Venezia, in versione ridotta e facilitata, ai piccoletti di prima, che sono totalmente inconsapevoli di dove cazzo siano finiti, non hanno la più vaga idea di essere alle medie, e continuano a pensare che ci sia la fata turchina che risolverà i loro problemi, anche se hanno 6 materie sotto. Il problema è che lo pensano anche i loro genitori. La Ylmaz schiuma.

Castagna guarda tutte queste cose e si domanda se davvero la vita deve essere così brutta, piena di meschinerie di rancori di odi di bugie di tradimenti di puttanate, e se lei deve per forza fare parte di una vita del genere.
Conclude che non ne vuole sapere.

Lei avrà i suoi difetti ma anche i suoi pregi: uno dei pregi è quello di credere nella parte bella delle cose, nella parte bella delle persone, e di avere il coraggio di dire questo, di dire alle persone che devono fidarsi dell'istinto quando si avvicinano a lei, perché lei si fida del suo istinto quando si avvicina a loro.

E così si ritrova a dirimere vecchissime questioni che si ripresentano, perché non si erano mai chiusi i cancelli di certi giardini.
Sta sciogliendo, pensosamente, nodi intricati che l'hanno fatta soffrire tantissimo, recenti delusioni che l'hanno lasciata scottata e incerta sul da farsi.

Poi si ritrova anche a discutere con l'Uomo, e siccome ci tiene tanto e ci sta così male di non riuscire più ad avere quello che avevano prima, o qualcosa di meglio che adesso potrebbero permettersi tutti e due, quando finalmente le salta il tappo parla fin troppo e dice anche cose che non pensa. Poi gli chiede scusa per queste cose, ma mentre lo fa pensa che sia inutile, perché tanto lui lo sa... E l'Uomo risponde: "Ma io ti capisco." Lei lo guarda e come ogni volta, ogni santa volta, posando gli occhi su di lui capisce cosa intendevano Cavalcanti, Guinizzelli e gli altri grandi di allora, sugli spiriti soavi che per gli occhi arrivano al cor gentile. Perché ogni volta che posa gli occhi su di lui il cuore fa qualcosa che, inequivocabilmente, è un palpito di gioia pura. Lei lo guarda, e dice: "Lo so... Pensa che io ti capisco anche quando non parli...". Al che l'Uomo: "Lo so".

E allora lei si ripete che forse l'unica strada è questa: andare dritta nella direzione che le sembra più ovvia, quella dello stare bene con le persone, del dire le cose, del guardarsi negli occhi, del rendersi conto che di vita ce n'è una sola e di quali  saranno le cose che davvero rimpiangeremo di non aver fatto, quando il tempo per questa gioia sarà finito.


sabato 18 agosto 2018

Il fiore del cardo

Io me lo ricordo, di avere collegato le incredibili, bellissime strutture triangolari sotto cui passavamo ogni venerdì e ogni domenica all'immagine sul pacchetto dei ciungai preferiti di mia madre, che ce li aveva sempre in borsa, probabilmente per non fumare, o per non mangiare. Mi ricordo di avere chiesto qualcosa su questo collegamento, e di aver sentito mia madre rispondere dal sedile davanti che il ponte disegnato sul pacchetto non era quello, ma quello in America. Comunque per spiegare a chiunque, genovese o frequentatore occasionale di Genova, di che viadotto si parlasse quando si parlava di quello sul Polcevera, tutti noi dicevamo "il ponte di Brooklyn" e la gente capiva, anche se ci era passata una volta sola.

Molti anni dopo, quando da Genova Ovest imboccavo lo svincolo e mi immettevo sul ponte, non mi lasciavo alle spalle solo il centro, ma anche tutta la mia vita di albarina, per correre tra le braccia del mio amore in quel di Sestri. Facevo solo quel tratto, Genova Ovest - Genova Aeroporto, che praticamente coincide quasi per intero col ponte, ma intanto ogni volta smettevo di essere figlia, ragazza, studentessa, man mano diventavo adulta, donna, moglie.

Mia figlia, che non ha mai vissuto a Genova, quando percorrevamo il ponte in arrivo dal Piemonte cambiava posizione sul sedile, come me, e come me prendeva un respiro, perché il ponte voleva dire essere arrivati.

Credo che dovrò andare a guardare coi miei occhi le macerie, il moncone, per rendermi conto che non c'è davvero più. E' inconcepibile. Come era inconcepibile guardare due, tre vigili del fuoco alla volta arrampicarsi con movimenti che sembravano lentissimi sulle gigantesche porzioni di cemento, come formichine disorientate. Come è inconcepibile che qualcuno sia sopravvissuto, che qualcuno sia volato giù e si sia polverizzato senza il tempo di formulare un pensiero, che qualcuno sia rimasto ore vivo e ferito, in mezzo a quella specie di mostruosa torre di cubi buttati giù dalla manata di un bambino smisurato. Come è inconcepibile che la gente domani, ai funerali, non prenda a sassate gli stronzi che pontificano, che parlano di soldi e che rimpallano le responsabilità. Come è inconcepibile che non ci mettano in fila tutti i pompieri, i medici, i sommozzatori, i poliziotti, gli infermieri, i vari membri dei reparti speciali, che in queste ore hanno fatto le veci di Dio, il quale, come è evidente, non esiste o se esiste è girato di là, per permetterci di abbracciarli tutti uno per uno, di dire grazie, cazzo sì persino gli sbirri, anche se forse solo per stavolta, vorrei abbracciare, solo per non essersi messi a correre lontano inorriditi e avere avuto il fegato e lo stomaco di rimanere lì a lavorare in quell'apocalisse. Come è inconcepibile che non lo ricostruiscano lì, il ponte.

Se fosse per me, idealmente, lo ricostruirei davvero proprio lì. Nello stesso punto, con un progetto migliore, facendo venire, cazzo ne so, l'architetto giapponese che se ne capisce di antisismica e di strutture che sfidano la gravità, molto simile esteticamente però. Vietato ai mezzi pesanti. E colorato. Costruito coi nostri soldi, coi soldi della gente, da non dover dire grazie a nessuno, che si fottano i politici e i Benetton e tutti i palazzinari che se la ridono quando crolla qualcosa in Italia. Un ponte su cui ogni Genovese possa scoppiare in lacrime di tristezza e di orgoglio la prima volta che ci passa. Un ponte per la gente, perché i Genovesi se lo meritano. I Genovesi come quello che ha portato, alle tre e mezza di mattina, la focaccia a quanti scavavano e rimuovevano blocchi di calcestruzzo e indagavano con le sonde nelle voragini. Un ristoratore di Albaro, c'è scritto, quindi uno che avrebbe potuto portare qualsiasi cosa, della pasta, dei dolci, un intero menu, e invece ha portato otto teglie di focaccia profumata, perché quello che bisognava nutrire non era il corpo, era il senso di appartenenza, la simpatia, la condivisione, che uno che ha vissuto a Genova può identificare al primo colpo in una striscia di focaccia tiepida, unta il giusto, salata il giusto, morbida il giusto, sbocconcellata in piedi sorridendo. Quando l'Uomo mi ha fatto vedere questo tweet, eravamo in mezzo a un reparto dell'Ikea a Collegno, ma mi sembrava di sentire l'odore della nostra focaccia, e di vedere nella luce dei fari delle ruspe l'espressione di gioia sul viso delle persone accaldate e stanche.

Noi intanto eravamo alle prese con diverse cose nostre, minori per impatto ma molto serie da dove le vedo io. Mentre ancora il camioncino verde del Basko stava lì fermo, sopra quell'orrendo trampolino di asfalto a strapiombo sulla morte, io e mia madre, in montagna, aspettavamo in silenzio, con tutto il paese, l'arrivo del carro funebre che portava alla chiesetta un uomo da tutti molto amato e con tutti molto affettuoso. Aveva una trentina d'anni quando ho iniziato, col gruppo di amici di allora, a cenare nella sua pizzeria l'ultima sera prima delle partenze di fine vacanza, e neanche sessanta ora che gestiva un ristorante prestigioso, dal clima accogliente, dove il rapporto coi clienti era tutto basato sulla sua cortesia e il suo modo di fare accattivante. Uno di quei posti dove la gente andava con regolarità a festeggiare compleanni e anniversari sapendo di avere la giusta atmosfera, anche noi ci abbiamo fatto il settantesimo della Mater. Da tempo, l'Uomo aveva legato con lui e anche col fratello, nel cui bar andavamo a esercitare il nostro inglese, guardare il campionato britannico e sorseggiare strepitosi Irish coffee.

Non credevo di piangere, invece l'ho fatto, perchè quando ho visto arrivare la bara mi ha colpito un dettaglio, i fiori. Che da lontano sembravano, per forma e colore, un mazzo di erbe di prato, di quelle che crescono lì intorno e profumano il paese fin nel suo centro. Infatti, visti da vicino, erano fiori coltivati, ma comprendevano margheritoni bianchi e tanti, tanti fiori di cardo. Il nostro amico era inglese, non scozzese, quindi il cardo poteva voler significare solo una cosa, non il richiamo alla terra natia, ma l'omaggio alla montagna tanto amata. Ho pianto. Perché io capivo molto bene cosa legava al paese il nostro amico nato oltre la Manica, e perché ero sicura di non essere la sola a notarlo. L'Uomo è arrivato in ritardo, mia madre lo guardava abbastanza in cagnesco perché sa quanto sono stanca e triste di passare le estati così, e guardava me pensosamente. Lui la bara l'ha vista quando ci è ripassata davanti, perché la chiesa e il sagrato erano stracolmi, e noi la messa in due lingue l'abbiamo intuita vagamente, dai gracidii dell'altoparlante che arrivavano fin sulla piazzetta. E ha detto: "Che bei fiori…" In quel momento avrei voluto dire a mia madre: "Ecco, lo vedi perché? Perché sono ancora con lui, perché alla fine è solo con lui che posso voler stare tutta la vita? Perché lui vede le cose che vedo io." Non avevo dubbi su quel che intendesse con "che belli", ma poi ce lo siamo anche spiegati, quando siamo rimasti soli. Era appunto quel che avevo pensato io. Che poi, nella mia mente, qualche ora dopo ho collegato la bellezza ruvida del cardo alla focaccia delle tre di notte ai piedi del disastro, al sorriso della mia gente coraggiosa, al ricoprirsi di spine per andare avanti, al mettere fuori un fiore tutto spettinato e strano mentre si resiste al vento.

domenica 29 ottobre 2017

Posa la zavorra, capitolo secondo. Oppure tientela

Il corso di meditazione l'ho finito, eh. Ha anche abbastanza funzionato.

Poi ho cercato la leggerezza. Non sempre era possibile trovarla. Ma alcune cose, sentire sotto i piedi nudi il tappeto nella stanza che mia madre mi ha assegnato per le due notti a casa sua, un lunghisssssssssimo bagno in vasca, mangiare fino a scoppiare cose ipernutrienti con otto uova e etti di fontina e poi andare a smaltire con una camminata da sola a duemila metri, fare lezione sull'Iliade ai Gini, capirmi alla prima coi colleghi, fare lezione di yoga, cucinare un'altra volta la torta ricotta e limoncello per la prima colazione, la prima torta di zucca alla sestrese sbafata con entusiasmo da tutti, l'Uomo che vuole fare l'arrosto, insomma, nonostante una battuta d'arresto pesantissima, ieri, di cui ora conto i segni (un altro pezzo di dente ricostruito saltato via....), non potrei dire di non aver portato a casa risultati anche in questi quindici giorni.

In particolare si segnalano due cose.
Una sta nel prossimo post.

L'altra è di oggi. Avevo paura di veder arrivare l'ora solare mentre fuori faceva ancora un caldo abnorme. Avevo paura di affrontare il buio prima di essere pronta a reggere i pomeriggi infiniti dell'inverno. Avevo uno strano senso di allarme di fronte al fatto che l'autunno, che notoriamente io amo, non mi rendesse come al solito felice (e come potrebbe...) ma, più che altro, ero dispiaciuta nel vedere che non riuscivo ad avere la solita punta di energia positiva che contraddistingue per me il rientro. Anzi, le batterie andavano a terra ogni poche ore.
Poi invece oggi lui ha chiesto di uscire a camminare presto, prima delle partite, per sfruttare le ore di luce. Pronti via, io che stanotte, come sempre se lui mi lascia sola, avevo dormito forse quattro ore, e distribuite in modo folle: 23.30 – 01.30 e 05.00 – 07.00, mi sono messa su la felpa rossa, che è l'unica cosa dell'Ingegnere che ancora mi gira attorno, e mi sono fatta i miei bravi chilometri , con un bel dolore addominale da ciclo, il mio dente rotto, e il respiro trattenuto di quando ho paura che voglia parlarmi e mi distrugga la vita con una frase.

Ed eccolo, il miracolo. Le foglie gialle e rosse, il cielo uggiosetto, il sole non tanto caldo, il silenzio della domenica. E l'autunno mi ha reso felice. Eh sì, lo so, non era l'autunno. Era lui, ancora e sempre e solo lui. Che guardava gli annunci “vendesi” sulle case nel quartiere nord. E cianciava della qualunque.

Non la poso, la zavorra, ma è la mia zavorra.

giovedì 17 agosto 2017

Siediti sulla sponda del fiume e aspetta

"Se hai un nemico, non ucciderlo. Siediti sulla sponda del fiume e aspetta. Prima o poi vedrai passare il suo cadavere".

Questa utilissima massima (di chi? Confucio? Lao Tzu? Un Coelho di mille anni fa? Se lo cerco in internet troverò stronzate, tipo siti che la attribuiscono a J-Ax, a Rosy Bindi, a Tyrion Lannister? Ormai non mi fido più di nessuno, online e sulla carta stampata), questa utilissima massima, dicevo, me l'ha trasmessa mia madre quando ero piccola. Ed è buffo, perché mia madre, se parliamo di arte della guercra, è ben lontana dal guerriero della luce, dal samurai zen e anche da Kung fu Panda. È una che quando c'è da agire o si blocca o parte in quarta, lascia i segni dei pneumatici fusi sull'asfalto, salvo poi pentirsene spesse volte. Io ero come lei. Peggio anzi: con la sua furia di agire SUBITO unita alla sicumera di mio padre. Salvo poi non essere in gamba come mio padre, e sfracellarmi abbestia.

Ma se guardo la mia vita, mi pare che dai venticinque anni in poi non abbia fatto altro che ripensare a questa massima e sforzarmi di applicarla. Con notevoli scivoloni. Ma con costanza.
Poi beh, sono diventata mamma io. E ho imparato a mordere fortissimo il freno. E poi sono morta. E da morti, si sa, non si ha più fretta.

Sia come sia, Confucio, Lao Coso, il Buddha, insomma, quegli orientali là c'avevano proprio ragione.

Sto qui sulla riva. Fiduciosa. Ho già visto passare cadaveri di gente impensabile. E situazioni incredibili. Quindi credo nella massima di cui sopra. Attendo.

Sulla riva mi sono seduta con un certo agio. Non mi faccio mancare niente. Mi sono arredata il mio nido di ragno con cura meticolosa.

Ci sono ore e ore passate a stendere sul terrazzino, chiacchierate in notturna e gite di sightseeing selvaggio con la Fraulein, degustazioni, yoga, sigarette, maschere per il viso, uno studio sistematico del mio guardaroba con l'aiuto di quella gran figata dei Vivienne Files, se non conoscete digitate immediatamente, ci vediamo tra un mese, quando ne uscirete.

Ci sono pochi ma ottimi romanzi e racconti gialli e un noir angosciante di Patrick McGrath. Non riesco praticamente mai a finire un romanzo, io che da viva non saltavo una riga, però ce l'ho fatta con Camilleri e Manzini, e con qualche racconto.

Si sente l'arrivo dell'autunno, l'odore delle immissioni in ruolo e delle chiamate annuali, e io sono seduta qui à déjeuner sur l'herbe tutta nuda, con lui tutto vestito, e sto sulla sponda fingendo abilmente di aver organizzato un fantastico picnic.

Che poi non so quanto stia davvero fingendo, e quanto sia invece lungimirante nell'aspettare con espressione placida, come la ragazza del quadro, che anche lui si denudi. In fondo lo ha già fatto, ha smesso di fingersi ben nascosto dietro il suo risibile filo d'erba, ed è stato un sollievo. Sono io. È lui. Siamo noi. E ce ne siamo andati a cena in uno dei posti più nostri, quello che abbiamo scelto per dire ai miei che ci sposavamo.

Chi ci capisce è bravo.

Esiste un prato oltre questo fiume, solitario e silenzioso, davanti alla nostra montagna, io e te ci siamo stati insieme, e possiamo tornarci, rimanerci, se lo vogliamo. Esiste un materasso alto e sodo su cui dormire messi a cucchiaio. Esiste cenare con due fette di strudel guardando i monti cambiare colore. Esiste guardarsi negli occhi fino a dove si riesce a scendere, e io l'ho fatto di rado perché era pericoloso, per me che resto presa ogni volta come un pesce all'amo e mi riempio la bocca, lo stomaco, i polmoni di sangue. Ma adesso lo voglio fare molto di più, lo voglio fare continuamente.

Esiste tutto questo, io l'ho appena visto, me lo hai di nuovo fatto vedere tu. E se era un gioco di specchi per farmi rimanere sulla sponda, invece che volare via, non lo so. Forse mi renderò conto che era questo, e arriverà il momento di quel volo solo andata. Io lo so, che può anche andare così.

E quasi sicuramente sarà il B, il piano da attuare, e ci vorrà dell'altra pazienza. Quella cosa che io NON HO, in dotazione, per cui devo rubarla, prenderla a prestito ipotecando il mio vero essere, cercare uno spaccino di quartiere che me ne venda una dose alla volta.

D'altra parte, mi sono preparata tutta la vita per essere all'altezza di non fuggire davanti al dolore. Che senso avrebbe, proprio ora, lasciarsi scivolare nel fiume, e essere io quel cadavere. Che passino pian piano quelli degli altri. Uno alla volta, cortesemente, che devo guardarli bene.



lunedì 24 luglio 2017

Togliti le scarpe e andiamocene via insieme a piedi nudi

Per un breve periodo questa è stata la frase sul mio profilo Whatsapp.
Mentre la scrivevo, e quando la rileggevo, non sapevo a chi la stessi rivolgendo. Perchè andava bene per molte persone con cui avevo a che fare in quel momento.
Mia figlia così tesa e rabbiosa. Mio marito così complicato e distante. Uno o due uomini e una o due donne con cui interagivo o avrei voluto interagire spesso e con cui, se mi avessero detto “metti due cose in uno zaino, andiamo a fare un viaggio io e te”, sarei partita, perchè avremmo avuto di che parlare per giorni e giorni, in treno, in tenda, in macchina, a cena, per strada e anche a letto, vestiti o meno non era importante, era più importante spogliarsi a livello emotivo. La Tipa, con cui questa primavera andavo a yoga, se gliel'avessero mai detto, allora, a lei super ingegnera che sarebbe finita su un tappetino a visualizzarsi i chakra, mai e poi mai ci avrebbe creduto. Forse mia madre. Una o due delle mie colleghe e compagne dei corsi yoga, particolarmente messe alla prova dalla vita.

Stanotte sono rientrata alle due, a piedi nudi, con i sandali in mano. Me li sono sfilati a pianterreno e li ho tenuti in mano in ascensore. Di ritorno da uno dei molti paesini dove tutti i ragazzi, ma proprio tutti, sono stati miei alunni o tra poco lo saranno.

C'era la festa di paese animata da uno di loro, Mani da Pianista, che adesso collabora con l'Uomo per il festival e lo aveva invitato. E io ero invitata dai Puccettosi, della terza C di due anni fa. Poi c'era la Caramella, che a sua volta incoraggiava la mia partecipazione e doveva narrarmi del suo nuovo uomo.
Mi sono sentita come se fossi tornata all'età che ha la Princi ora, quando ho iniziato a sforare dall'orario di rientro stabilito da mio padre, e a rincasare scarpe in mano, ogni sera dieci minuti dopo. Mi lasciava la luce accesa in salotto o in ingresso, papà, quando andava a dormire. Io spegnevo tutto e attraversavo in punta di piedi il grande appartamento, al buio, con la luce della Lanterna che si proiettava sul muro del salotto a intervalli fissi. Mi tagliava la strada la gatta, a volte. C'era un silenzio.

L'Uomo mi aspettava sveglio, stanotte. Non so dire se nervoso per il mio rientrare tardissimo. So che ieri sera, invece di uscire, abbiamo fatto aperitivo sul divano davanti a "The Following", cenetta sul tardi io e lui, e all'ora in cui la Princi doveva rientrare eravamo sdraiati a letto a sentire musica sul suo telefono. Solo musica lenta e dolce, dove si scopre che questa ci ha stregati entrambi.

Io, dopo averla colta come sottofondo in una puntata di "Justified", l'ho sentita nella testa per giorni.
E ieri notte l'Uomo mi ha fatto ascoltare questa, che, per carità, è una roba che forse avrei trovato melensa anche a quindici anni (no: ascoltavo Phil Collins e Marco Masini, diciamo le cose come stanno) e lui è insopportabile quanto spesseggia, ma, visto il testo, magari l'hanno scritta dopo aver letto i mei diari segreti o le mie conversazioni Whatsapp per gli ultimi due anni.


Ieri, rientrando dai vari giri per il Nord Italia che avevamo fatto separatamente, non ci siamo più mollati, nemmeno se c'era da vedere la partitella del Genoa su Sky, nemmeno se c'erano da fare due commissioni veloci in giro. E non era quello stare vicini ansioso da “sto perdendoti, ti ho perso e posso solo succhiare la tua presenza quando passi, ti perderò di nuovo domani” che spesso ha caratterizzato il nostro tremendo amore malato. Era più come i primi tempi, quando non sei mai stanco di allungare il giro di cose da fare per passare più tempo insieme. Quando nella mia valigetta, oltre agli appunti della specializzazione, hanno cominciato a esserci spazzolino e biancheria, perchè ogni sera improvvisavamo, e stava diventando evidente a chiunque che andavo a lezione coi vestiti del giorno prima. Ma non mi portavo quasi mai il cambio completo: dormire con la sua tuta o una sua maglietta, andare in cucina al mattino a piedi nudi, e avere come unica sicurezza un paio di mutandine pulite nascoste in fondo alla borsa, era bellissimo. Era appunto essere nudi. Senza altro bisogno che stare insieme. Di lì a poco ho trasferito direttamente tutto da lui. Mai passo avventato fu più goduto, e meno rimpianto. No, non è vero. Goduto ancora di più, e rimpianto ancora di meno, l'avergli detto, la prima sera, mentre arrivavamo nel cuore della notte alla sua auto in piazza Colombo, che volevo dormire da lui. Lui che mi aveva baciato la prima volta mezz'ora prima, dopo un corteggiamento lungo mesi. Non lo sapevo ancora, ma non separarsi mai più era diventato, da mezz'ora, l'obiettivo di tutta una vita.
Madonna quanto eravamo belli. La gente faceva rispettosamente ala, costretta a mettersi gli occhiali da sole per riuscire a guardarci, facevamo splendere le strade e le stanze in cui passavamo. Ecco, ieri mentre lui metteva le canzoni sul telefono mi sentivo di nuovo così. Bella, fresca, a piedi nudi, felice anche di portare giù la spazzatura insieme, felice di un grissino con la bresaola mangiato sul divano, felice di sentirlo canticchiare o parlare con la gatta. Lui e il suo umore impossibile da definire, lui e i suoi sguardi bicolori, lui e il suo peso sul materasso al mio fianco.
Lui. Noi. Devo chiudere gli occhi e tenere questo nel cuore, per tutti i giorni in cui è troppo doloroso, in cui è ingiusto e malsano, in cui voglio il miracolo e non arriva ancora. Intanto, le ferie vere si avvicinano. Le prime ferie vere di nuovo noi due, da quando c'è anche la Princi. Conto alla rovescia iniziato. Non impazzire nell'attesa. Non sclerare nell'attesa. Se hai aspettato finora... E non piangere. Non piangere più.




martedì 27 giugno 2017

Mornie utulie



"A volte mi sembra di vivere una vita intera in un giorno" ha detto l'Uomo qualche tempo fa.

Ma beato lui. Io vivo una vita intera in un'ora, a volte. E il bello è che ognuna di queste vite è fortemente mia, mi interessa, mi affascina, mi delude o mi ferisce, mi fa sentire forte o speciale o sola o strana.

Come quando si scelgono le stanze in cui lavorare o i posti a sedere, e io leggo negli occhi di qualcuno "ci mettiamo vicini?" oppure "peccato, siamo lontani". Sono tornata a venticinque anni, con i colleghi della specializzazione che mi facevano il filo?

Come quando sull'altro lato della piazza si staglia la figura familiare del mio peggior disastro. E io sento il terreno che si squaglia sotto i miei piedi e cerco la più vicina via di fuga. Sono un'adultera con la coscienza sporca?

Come quando mi ustiono versandomi addosso il caffè direttamente dalla moka e mia figlia, seduta lì a un metro, non fa neanche lo sforzo di chiedermi "ti sei fatta male?". Sono meno di una sguattera?

Come quando mi accorgo del buco enorme che può lasciare una vecchina di 94 anni che non poteva nemmeno più parlare. Sono sola al mondo, non c'è più nessuno che mi ami per come sono, indipendentemente dagli errori?

Come quando accetto di tenere lezione di yoga a persone malate o in crisi e mi tocca chiedermi se è davvero questo che voglio e posso fare, e se una con la mia storia alle spalle può davvero essere d'aiuto a qualcuno. Sono una pazza presuntuosa?

Come quando il più timido dei miei tre alunni della comunità mi abbraccia stringendo forte forte, perché sono andata fino alla cascina persa nel bosco a trovarlo, e gli altri due mi fanno sedere a tavola in mezzo a loro tutti felici. Sono una bella persona?

Ma poi sto un attimo con gli occhi chiusi. Sento la musica.

May it be an evening star
Shines down upon you
May it be when darkness falls
Your heart will be true
You walk a lonely road
Oh! How far you are from home
Mornie utulie
Believe and you will find your way
Mornie alantie
A promise lives within you now
May it be the shadow's call
Will fly away
May it be your journey on
To light the day
When the night is overcome
You may rise to find the sun
Mornie utulie 
Believe and you will find your way
Mornie alantie
A promise lives within you now
A promise lives within you now

E vedo, dietro le palpebre chiuse, il riverbero del sole incandescente che batte sulle piastrelle del terrazzo, il chiarore delle lenzuola nuove, i due verdi diversi dei suoi occhi, il suo sorriso. Sono iniziate le vacanze in un caldo torrido e siamo rimasti due giorni soli, senza quasi mettere il naso fuori, in mutande e poco altro, noi due. 

Ecco chi sono. Ecco qual è la mia vita. Qui ho diciassette anni e sono invincibile, ne ho venticinque e ho successo, ne ho trentasette e ho in mano la mia vita, ne ho quaranta e sono una madre, una moglie, una donna piena di medaglie, cicatrici e ricordi. E non invecchieremo mai finché staremo vicini, mezzi spogliati, a parlare, sulla nostra isola di cotone, intorno può crollare il mondo, ma l'odore della tua maglietta e della tua pelle sanerà ogni ferita, il tuo abbraccio fermerà la mutazione delle cellule, sentirti ridere mi darà tutto l'ossigeno, l'acqua e la luce di cui necessito, non mi serve altro, mi importa tanto di molte persone e molte cose, ma in fondo... 

Castagna: Già detto credo che è una cazzata perdersi la donna della propria vita
Grande Pagliaccio: Più o meno quante volte ti ho detto che è una cazzata perderti la tua vita per un uomo
Castagna: Quante volte ti ho risposto che la mia vita è con quest'uomo?



martedì 30 maggio 2017

Del salutare una zia. E che zia. E di loti, caffè, e ippopotami



Non mi sono dimenticata che dovevo parlare di grammatica, antologia (oh!!! antologia!!! ho UN SACCO di cose da dire sull'uso dell'antologia!!!) e letteratura, e scrittura, e storia...

E' che ho fatto due cose o tre più urgenti, in questo periodo. Tipo accudire la Zia Buona. Che è stata davvero Buona con la B maiuscola, povera donna, fino alla fine. Immaginate una risonanza che mostra un cervello completamente fuso da molte piccole ischemie. Ce ne resta forse un trentacinque per cento che non è danneggiato. E quel trentacinque per cento cosa fa? Riconosce me. Carezza il viso a chi si avvicina. Stringe la mia mano. Getta baci. E alla fine, dopo aver perso anche la possibilità di muoversi, riesce a formulare un'unica parola, con giorni e giorni di esercizio: papà. Intendendo mio padre, suo fratello. La sola persona che ha invocato sempre, oltre a me.
Adesso non è più con me, ma è con lui. Insieme alla Zia Bella e ai loro genitori, amici, cugini. Tutti vestiti di lino chiaro, al sole, nel giardino in riviera. Eternamente giovani, elegantissimi, intelligenti, forti e atletici. Nessun cancro, nessuna ischemia, nessuna cardiopatia. Un bicchiere in mano, l'ombra degli alberi, il sorriso degli dèi sul viso abbronzato, come nelle foto della loro famosa festa in maschera. Sono contenta di averti finalmente traghettata là, zia, era tempo che andassi a raggiungerli, c'è un senso di grande pace nell'aver ricomposto la Trimurti, il maschio creatore e padrone, il fascino distruttivo della sorella più inquieta e la tua capacità di armonizzare. Spero che ci siano tutti i più bei gialli in inglese da leggere, là, e i marrons glacès.

Tra le altre cose urgenti che ho fatto si conta imparare a mettermi nella posizione del loto, che urgente non era forse, se sono diciannove anni che frequento i tappetini, però fa brutto un'insegnante di yoga che non la sa fare, e fa brutto anche che in posizione capovolta si veda che ho la panza, ma ce la giochiamo: sono aperte le scommesse, otterremo prima che si sciolga la pasta da pane che mi sta appoggiata sopra gli addominali o che si allunghino i tendini delle ginocchia? Non importa. Ci arriveremo. Un anno fa, altro che capovolgersi e annodarsi.

Altra cosa urgente fatta, o meglio, impostata, è un po' d'ordine nella mia vita privata. Dove non succede mai niente, ma c'è spesso motivo di preoccuparsi, fantasticare, spaventarsi e rimanere comunque confusi e nervosi. Poi di colpo si parla di bere un caffè; no, due!!! Due diversi caffè? E con chi!!!
Ed è allora che scopro che, dopo aver immaginato, per mesi e mesi, come cosa dove e quando, la sola domanda che conta è perchè. E, a conti fatti, la risposta non è soddisfacente. La cosa soddisfacente è farlo, il caffè, con la solita moka, nella solita cucina, e guardare la bellissima bocca dell'Uomo mentre lo beve. Negli ultimi due anni ho introdotto litri e litri del terribile veleno dal quale, con una predisposizione alla pressione intraoculare alta e una storia di infarti e ictus in famiglia, dovrei stare lontana come dal cianuro. Ma a parte il fatto che, per starne lontana del tutto, mi servirebbero i dodici passi e una stanza imbottita per le crisi di astinenza, c'è questo fatto che la frase “io faccio un caffè” (mia) e la domanda “vuoi/metti su/metto su un caffè?” (sua) ci hanno salvato da innumerevoli brutti momenti. E poi ci sono le sue mani mentre gira il cucchiaino, le sue cosce nel pigiama. I suoi occhi di due verdi diversi. Le sue ciglia che si muovono lentamente mentre lo assapora. Nella mia vita di coppia tutta piena di graffi, tagli mal rimarginati, scottature e cerotti, guardarlo bere il caffè è arrapante come la prima volta che l'ho visto nudo, che tra parentesi non mi ricordo, devo aver perso i sensi. Mi ricordo parecchie di quelle dopo, però. Infatti, se un giorno vorrà uccidermi, basta che metta dell'arsenico nella mia tazzina, io mica so cosa bevo quando mi siedo lì di fianco, è il mio momento di contemplazione, è una roba mistica. Gli altri due caffè che si potevano bere in queste settimane avrebbero avuto altrettanto da offrire a livello estetico, forse, ma, come disse Robert Redford in quella Bibbia della mia generazione che è “Proposta indecente”, non avrei mai guardato uno degli altri due come guardo lui. E poiché io, anche se mettendo in fila le foto non si direbbe, non scelgo mai solo in base alla fisicata, al sorriso fotonico, alle mani eleganti e agli occhi spettacolari, tutti e due gli altri caffè sarebbero benissimo in grado di capire che io voglia svegliarmi, ogni mattina della mia vita, con l'Uomo. Perchè lui, anche se a volte se ne scorda, è il solo che sarebbe disposto a spendere un milione di dollari, perchè vuole che io abbia l'ippopotamo.







giovedì 22 dicembre 2016

L'arte del riassunto

Fare il riassunto (fatto bene) di un testo è considerato una competenza di livello superiore, nella mia disciplina. Molto difficile da insegnare, tra l'altro.

Io a riassumere sono bravissima.

Per esempio, cammino per due settimane in mezzo all'influenza di pancia e a quella di gola e poi me le prendo in forma ridotta entrambe. Contemporaneamente, per risparmiare tempo.

Per esempio, arrivo in fondo all'annata di corso per istruttori yoga e, invece di singhiozzare ogni singola volta che qualcosa che mi è stato detto o che ho dovuto fare mi ha commosso / sconvolto / costretto a rivedere la mia vita dalle fondamenta / sciolto dei nodi, mi limito a fare tutto l'esame orale piangendo. Io. Piangendo. Un orale d'esame. Sì.

Per esempio, dato che qui ci sono morti due animali su tre e ci ritroviamo con:
  • una figlia che vuole un gattino,
  • io che mi sento dire da tutti “ma scusa, vai al canile” e non voglio, non vorrò mai più un altro cane,
  • un marito che dice di non volere niente e nessuno,
  • io che però trovo la casa troppo vuota,
  • la ciccionazza che mangia piante intere (e poi collassa) perchè si annoia ed è in ansia,
  • lui che non può sostituire il suo gatto,
  • lei che mi mente in modo spudorato e si fa regalare gattini da amiche e fidanzati inventando scuse su trovatelli improbabili (e io li rimando tutti al mittente, infuriata, sentendomi un mostro),
  • io che non voglio venire meno alla parola data tempo fa di prenderle un micino, ma il solo passare dalla strada dove c'è il veterinario mi dà i crampi allo stomaco,
  • lui con gli occhi rossi sulla tomba del gatto,
  • la Fata Romena che non mette via i guinzagli e le cucce perchè sa che io non sopporto l'idea, insomma:
    data l'esistenza in casa nostra un'accozzaglia di desideri, lutto, rimpianti e paure...
    ...col dono della sintesi e l'abituale faccia marcia che mi contraddistingue, io anticipo il Natale di tre settimane e una sera, senza dire una funchia a nessuno, mi presento a casa con una gattina. Non piccola, perchè non si trovano gattini di due mesi a Natale. Non maschio, perchè ho capito che le frasi che cominciano con “lui” o “il gatto” in questa casa sono ancora tabù. Niente cane, perchè il prossimo cane sarà per l'Uomo, non per me che non voglio mai più essere guardata come mi guardava la Daisy. Niente trovatelli da rimettere al mondo, perchè questa gattina arriva sana pulita e ben pasciuta, senza una pulce, un verme o un parassita dell'orecchio, in quanto me l'ha data una toelettatrice, che è anche allevatrice, molto stimata qui da noi, e sa come tenere un cucciolo. Niente gattini troppo fortunati, perchè questa comunque, per esigenze di sicurezza, per stare lontana da un'altra gatta molto gelosa e aggressiva, viveva in un garage.

Ed essendo la creaturina arrivata lì a soli due mesi, intrufolandosi in detto garage da un finestrone che confina con il cortile di un marmista, nel portarla a casa ho pensato ad un nome che mi evocasse statue femminili. Da cui, Daphne. Va bene per la sua spiccata tendenza a alzarsi sulle zampine di dietro per scappare in verticale quando non vuole essere presa, e va bene per il candore niveo del suo pelo adesso che dorme in casa.
Notare che prima di prendere lei avevo una candidata più piccola, tutta nera, e per contrasto col colore, ma anche e soprattutto per omaggiare le mie molte giornate a piangere sulla seconda stagione di Penny Dreadful, si sarebbe chiamata Lily. Che è un nome di fiore, come Daisy. E però Daphne è una pianta, e comincia anche con la D. E il piccolo chien nella sua tomba fredda sotto la neve in qualche modo resta qui. Altro aspetto di un riassunto ben riuscito. I nomi qui li decido io, si sa. Per fortuna la figlia lo ha trovato bellissimo e non gliel'ha cambiato. Poi in quindici giorni lei è chiaramente diventata anche Daffy, Flaffy, Fuffi, Fufù e Picci. Tanto non risponde ancora. Per lei le parole dotate di significato adesso sono: “no”, “vieni”, “scendi”, “acqua” e il nome di nostra figlia. Che è la prima parola che ha capito, la seconda è stata “vieni”, soprattutto se glielo dice la Princi. La segue come un cane. A proposito di riassunti ben fatti.

Altre cose che ha capito: la Princi è l'anima gemella. Sulla Princi si dorme. Preferibilmente sulla pancia, della Princi, o sulla sua faccia. Fin dalla prima sera. La Princi è il sole che rischiara la terra. La Princi di pomeriggio studia e bisogna seguire attentamente tutta la lezione sdraiandosi sul pavimento della stanza, senza dormire. La Princi sta via un sacco di ore, ma quando torna bisogna subito correre da lei. La Princi è mamma. Se la Princi è afflitta dal dolore per le operazioni in bocca o è triste, bisogna occuparsi di lei e scordarsi tutto il resto.
Anche io sono mamma, inevitabilmente. Io sono quella che comanda, sgrida, somministra cibo e risolve problemi, tra cui una botta terrificante di ormoni della riproduzione che la faceva gridare fino alle tre e mezza di mattina. Zac zac, veterinario, punti, antibiotico, e si torna a essere un batuffolino di sei mesi che ha come unico scopo nella vita curiosare dappertutto in modo ossessionante.
L'Uomo è l'animale più selvatico. Devono averlo portato in casa da poco, era chiaramente un randagio (quanto è vero, lo sappiamo solo io e la Princi). Annusa sospettoso. Non condivideva volentieri il cibo fino a qualche giorno fa. Si nasconde. Va via spesso e a lungo, quando torna sembra che debba ogni volta riprendere le misure alle stanze, sta in un angolo a lungo prima di muoversi per casa. Ha ampie croste e ferite ancora aperte che si lecca, ringhia se qualcuno va troppo vicino quando ha male. La Princi con lui adotta misure cautelari, non gli va mai troppo sotto. La mamma grande lo tratta come tratta tutti gli altri membri della famiglia: si mangia all'ora tale, si piscia nel posto tale, se una porta è chiusa non si miagola in modo straziante, fai cosa vuoi ma rispetta queste due o tre regole e poi lei sarà con te sempre dolce e sorridente, avrà voglia di giocare, le braccia sempre aperte e le mani sempre calde. Lui le obbedisce, come tutti gli altri qui.

Sempre a proposito di riassunti, la mamma grande qui ci ha messo qualche settimana a inquadrare una persona nuova che si stava facendo strada nelle sue giornate. Ed è giunta piuttosto seraficamente alla conclusione che anche Penelope, in vent'anni, almeno uno dei Proci lo avrà trovato papabile, in mancanza di meglio. Quello più giovane, più spontaneo, meno avido. In tutta quella famiglia di pretendenti ci sarà stato un cugino di terzo grado che era lì solo perchè c'erano gli altri, a cui fregava di Penelope non per la casa, le terre o gli armenti, ma perchè era forte e coerente e tanto sola, uno che indipendentemente da tutto la trovava bella e stava volentieri con lei a chiacchierare. E Penelope, qualche sera, sarà pure tornata nelle sue stanze dicendosi: ma in fondo, perchè no? E poi avrà guardato il letto intagliato nel tronco dell'ulivo da Ulisse, avrà ripensato ai suoi occhi di due verdi diversi, tormentati dalla voglia di partire, avrà guardato i vestiti in ordine nel baule, si sarà affacciata a guardare Telemaco che dormiva, e avrà detto tra sé e sé: lo sai, perchè no. E avrà chiuso la porta.

Ultimo esempio di riassunto, assai simile a quello felino.
Con una madre ex cattolica buddhista, una figlia ex musulmana che segue religione, un padre afflitto e scoglionato del Natale, forse l'unica era non addobbare niente. Ma se l'anno scorso Castagna si è fatta un pomeriggio in ufficio a ruscellare lacrime sull'albero di Natale tutto argento e bianco che aveva messo su per l'Uomo, e in casa non ha messo niente per esplicita richiesta della Princi, quest'anno con mano un po' meno titubante se la sente di fare un micropresepe di statuine di tagua assai equa e solidale in cucina, dove lo vedono tutti, ed un altro privato, con cinque statuine in ceramica dell'Esselunga e un Buddha, sul tavolinetto della stanza matrimoniale, dove lo vedono solo lei e l'Uomo. Niente albero perchè quello andava fatto in ufficio, ma tra esame di yoga, gatto nuovo, festival e influenza il tempo è mancato. Si userà come scusa il fatto che, con un cucciolo di sei mesi in casa, è già tanto se non avviene il kidnapping di Gesù Bambino (già accaduto una volta, in casa degli Psicozii), figuriamoci le palline i festoni e le lucette. Lei dentro di sé comunque ha festeggiato solo il solstizio d'inverno, sforzandosi con tutta l'anima di teletrasportarsi a Stonehenge. Anche perchè tutto quello che ha fatto negli ultimi mesi non affonda radici in alcuna religione rivelata o filosofia. Quel che ha fatto ha una base in pesantissima pietra che affonda da secoli nella terra, e comunica col cielo sulla base di calcoli geometrici perfetti. Non ha nessun bisogno, Castagna, di andare fino a Stonehenge per sentire che lei è una di quelle pietre, nel posto dove deve essere, con la pioggia o con il sole. E mica solo il giorno del solstizio.

sabato 3 dicembre 2016

Lo schiocco della frusta

Dicembre non è eccessivamente freddo, finora. Il cielo oggi è rimasto grigio e dello stesso colore tutto il giorno, però, tra poco farà buio e io ho organizzato il resto della mia giornata in modo da starmene sola, e tranquilla, fino all'ora di recuperare la Princi in discoteca.

La mia meravigliosa, agognata tranquillità del sabato che diventa vuota, buia, piena di fitte appena la porta si chiude alle spalle di mia figlia.

Stamattina scollinavo da una valle all'altra sentendo nostalgia. Mi mancano diverse persone, alcune a cui non pensavo da tempo. Devono essere i discorsi di ieri sera con la Tipa.

E' un brutto guaio avere sempre un telefono in mano. Se oggi avessi avuto tempo, credo che avrei accostato la macchina e mandato messaggi di cui poi mi sarei pentita. Per dire a qualcuno che mi mancano le sue mani, a qualcun altro che mi mancano le sue lentiggini, a qualcun altro ancora che mi manca la sua voce. Poi ad altri avrei pensato solo, perchè non puoi mandare messaggi a una persona che dopo venticinque anni di condivisione ti ha brutalmente cancellato dalla sua vita per non trovarsi di fronte una testimone delle proprie debolezze, né si può scrivere o telefonare a chi ormai è in un luogo dove queste cose non servono più.

Alla fine ho chiamato solo mia madre, per parlare del referendum.

Ma intanto avevo pensato. Tu non ti ricordi se era mattina, pomeriggio, o una sera? Forse avevamo appena fatto l'amore. Di sicuro eravamo nel nostro letto, vicini vicini, stretti, con poca roba addosso. E uno dei due ha detto all'altro: “E' strano, ma mi viene da dirti che mi manchi”. L'altro, e giuro non so più chi aveva cominciato, ha detto “anche tu mi manchi, è assurdo”, o qualcosa del genere.
E ce lo siamo detti ancora dopo quella prima volta. E non era mi manchi perchè abbiamo fatto l'amore distrattamente, o mi manchi perchè stiamo poco insieme, o mi manchi perchè mi trascuri. Era mi manchi nel senso che sono con te, dentro di te, intorno a te, tutti uniti come un corpo solo, l'anima che beve dall'altra anima, piedi e gambe aggrovigliati da non sapere più dove inizi tu e finisco io, ma non ti ho ancora abbastanza, non ho placato il mio bisogno di fusione, voglio essere con te più ancora di così, voglio che tu sia me. Che non esista nient'altro. Che il mondo ci lasci in pace e che tutta la mia attenzione stia nelle pupille dei miei occhi che cercano qualcosa di indescritto, di non misurabile, in fondo ai tuoi. Sono quindici anni e mezzo che a me frega soltanto di quello. Di sapere cosa ci sia laggiù.

Era avere l'anima di un angelo, guardarti così. Volerti così.

Mi sento così sporca ora. E così sola.


Nessuno mi manca quanto mi manchi tu, e nessuno c'è quanto ci sei tu. Ai punti che quando alla sera mi giro e ti guardo leggere, penso che non capisco cosa ci faccia lì sull'altro cuscino una parte di me, e come possa succedere che davvero a governare il mio corpo e il tuo ci siano due diversi sistemi neuronali. Non lo so, sul serio. Non mi ricordo perché sei via, quando te ne vai. Non mi ricordo che cosa devo andare a fare io se mi allontano da te, a volte.

So solo stare ferma ad aspettare di sentirti arrivare. E pensare alla storia terribile dello schiocco della frusta che mi ha raccontato la Fräulein. Che non è una leggenda.




lunedì 28 novembre 2016

Tra terra e cielo

Fammi mettere la chiavetta nel lettore.
Il lettore non legge i file.  
Ok, allora fammi accendere il PC e intanto metto su un incenso.
L'incenso si spegne subito.
Ok, shavasana.
Ho scordato il tappeto in macchina.
Va beh, shavasana lo stesso.
La gatta mi cammina addosso.
Ok, allora doccia.
E' finito il bagnoschiuma.

Rido.
Stivaletti. Capelli sciolti. Smalto.
Vado.

E la seconda ha fatto la sua prova e corretto i suoi esercizi senza fiatare, oggi erano presenti tutti e ventisette, e nessuno ha rotto.
E la terza, TUTTA la terza, aveva studiato le definizioni di latitudine e longitudine a memoria senza sgarrare. Pioggia di bei voti.
"E' contenta?"
"Molto."

---


Facciamo la posizione del ponte. Quella della stabilità tra terra e cielo. Quella del collegamento tra una riva e l'altra. Quella dell'acqua che scorre sotto. Tempestosa. Inarrestabile. A volte nera di fango. A volte verde, come il Tanaro. A volte grigio chiaro e azzurro ghiaccio, come la Dora.

E io penso a quando, dodici o tredici mesi fa, mi sembrava impossibile essere sdraiata su un tappetino, ad occuparmi di me, mentre si sbriciolava tutto. Eppure il ponte aveva un suo senso. Solo l'estate prima, mi alzavo dal tappetino dopo le posizioni a faccia in giù lasciandomi sotto la chiazza di pianto, facevo i movimenti di inarcamento della schiena e ogni volta che portavo il mento verso il basso ruscellavano lacrime, se ero sdraiata in shavasana mi colavano dritte nelle orecchie, in modo simmetrico. A ottobre invece il ponte mi faceva per la prima volta sentire che davvero l'acqua passava sotto e io ero sopra. Il dolore cadeva giù dal cuore nella gola, dalla gola col respiro lo ributtavo su, verso l'ombelico. Poi tornava su e ancora ritornava giù. Almeno non era come quel buco spaventoso nel petto, quella trave d'acciaio nel cuore, sempre fissa, con gli organi che le marcivano lentamente intorno. Almeno si muoveva.



Prendere le prime lezioni di yoga con Guru Cri e paragonarle a quel seminario fatto ad agosto, quando all'una e un quarto di notte ero sotto il lucernario con gli occhi sbarrati a guardare il niente, e anche alle due e mezza, e alle tre, e alle cinque, e dopo pranzo, e dopo cena, io, nella stanzina bianca, sola, a dissanguarmi.
Prendere quelle prime lezioni e paragonarle a quelle di novembre, quando estraevo le carte degli angeli, i tarocchi, le rune, e uscivano sempre: il ghiaccio. La pazienza. La forza. La pazienza. La pazienza. La pazienza. L'adattamento. Lo stare fermi. Il ghiaccio. Il ghiaccio. Il ghiaccio. Il ghiaccio. La runa del ghiaccio mi è uscita tante di quelle volte che alla fine non la voltavo neanche più. Ferma. Stai ferma. Stai ferma. Stai ferma. Mettici pazienza. Ancora. Ancora. Ancora. E ancora. Dio. Mi sarei lanciata sotto un treno pur di non rileggere la stessa richiesta.

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"Sabato, quando do l'esame... alla fine mi vieni a prendere?"
"Certo!"
"Vorrei che ci fossi."
"Sì."
La luce che io ben conosco nei suoi occhi di due verdi diversi.
Che credevi, che non ti ci volessi?
Credevi davvero che tutte quelle ore fossero passate lontano da te?




"Avrei tanto voluto essere lì con te."
"Tu c'eri."











mercoledì 2 novembre 2016

E se poi fosse proprio questo il nostro modo

Lo so, che dovrei pensare ai terremotati, alla crisi, ai bambini in Siria, al pianeta che implode, agli omicidi-suicidi di Cornigliano o di via Nizza, oppure, almeno, a finire di correggere le prove di Grammatica della seconda.

Intanto però andate al minuto 14 di questa. Che oggi ho corso tutto il giorno e ora per calmarmi ci vuole Roba Bella. Con le maiuscole. E Mozart è bello, anche per un'ignorante come me che ascolta Bon Jovi.

E io me ne sto qui a pensare che forse noi funzioniamo, abbiamo sempre saputo funzionare, sapremo sempre e solo funzionare, così. Così, che non riusciamo a dormire sempre nella stessa casa. Così, che non abbiamo una base, ne abbiamo due, tre, quattro. Che non importa se il letto è un materasso per terra, se manca il gas, se c'è pelo di gatto su ogni abito perché il retro dell'armadio si è gonfiato per l'allagamento e la gatta ci entra comodamente e va a lavarsi in mezzo alla roba pulita. Che non importa se la figlia non è la nostra sul serio, e se trattiamo i cani e i gatti come bambini, e ci spostiamo con due macchine anche se siamo in tre, e lui c'è ma non c'è, e non c'è ma c'è, e io non uscirò mai dal tunnel della studentessa coi bei voti e mi iscriverò sempre a qualcosa e lui avrà sempre un terzo del suo cervello mostruosamente intelligente impegnato a pensare al calcio. Che non importa se a quarant'anni il regalo più gradito è un piccolo peluche dell'Acquario di Genova. Che a stento ci sappiamo vergognare davanti a terzi di tenere gli scontrini dei caffè presi insieme o i biglietti d'ingresso alle mostre o le bustine dello zucchero. Che viviamo male e facciamo vivere male gli altri e magari la sola cosa che sapevamo fare, amarci come due naufraghi appesi l'uno all'altra per non annegare, è stata la distruzione delle vite di entrambi, ma dimmi che torneresti indietro e cambieresti strada, dimmelo. Dimmi che non mi daresti più tutti quei passaggi sulla tua Astra bianca. Dimmi che non ti succede mai di vedermi arrivare e pensare che tutto quest'incubo dal 2014 in avanti non è mai successo, non a noi due, non è possibile.

A me è successo mentre arrivavi in macchina, qualche giorno fa. Ti aspettavo da qualche minuto e ho visto il tuo profilo mentre mi passavi davanti. Come se avessi venticinque anni e stessi aspettandoti per uno dei nostri primi appuntamenti, e di nuovo mi sentissi strana come allora, al pensiero che mi avessi scelta. Proprio tu. Proprio me.

Il movimento del concerto di Mozart non è certo farina del mio sacco. E' che il Dolce Cowboy, quando si ferma a scuola a lavorare al pc dopo pranzo, si mette a sentire su Youtube esecuzioni impeccabili di pezzi di classica, essendo egli in realtà un prof di musica. E l'altro giorno piovigginava, e c'era questo di sottofondo, e gentilmente andando via lui me lo ha lasciato acceso, il pc, per non interrompere il mio ascolto. Io sono scivolata coi miei registri fino al suo computer, quello vicino alla finestra, e mi sono lasciata drogare.

Poi già che c'ero sono tornata su cose più tipiche mie. Anzi, nostre. Per la precisione cose che tu hai fatto conoscere a me.

Ho guardato piovere ascoltando questa e, Uomo, cazzo, se tu potessi percepire come si spacca il mio cuore, come si sfarinano le mie ossa, come si bruciano i miei muscoli ogni volta che ti vorrei vicino con così tanta violenza e tu non ci sei, ti farei paura. Forse te ne faccio già. No, senza forse. Mi faccio paura anche da sola. Non lo sapevo, prima, che potevo essere questo. Non sapevo di poter essere molte cose.

Si impara a credere a forze primordiali, si impara a guardare il proprio sangue scorrere via e non fare niente per trattenerlo, perché di colpo è chiaro quel che si leggeva nei poemi epici, nelle leggende medievali, nei miti orientali, nella Bibbia, si impara a credere che se davvero vale la pena uno ci lascia anche le penne, senza pentirsi.

Suonerà estremamente patetico, a qualcuno. Per carità. Non pretendo di piacere o essere capita da mio marito, figurarsi dagli altri. Io ho sempre avuto una notevole tendenza a conformarmi alla figura tragica, e adesso capisco anche bene perchè. Ma c'è gente che legge qui che sa esattamente di cosa parlo. E sa che non si scherza più, non dopo tutto questo tempo.

Giusto poche ore fa, questo scambio: "tocca uscire o non se ne esce", dice la blogamica. E io ribadisco: "Io ho scelto di restarci dentro."

Poi per sdrammatizzare si sdrammatizza, è ovvio. Per sdrammatizzare ci sono le amiche storiche e quelle recenti. C'è Sanguedelmiosangue ("Lo sai vero di essere una lurida troia?" "No,dai. Sì, va bene. Un pochino, forse." "Ma sì, tanto io ti voglio bene lo stesso." "Lo so che mi vuoi bene, cuore di stracchino, figurati." "E sai cosa mi devi rispondere se io ti do della lurida puttana?" "Cosa?" "Devi dirmi: ADULTERA!!!" "Giusto: ADULTERA!!! Shame! Shame! Shame!!!" "Shame! Shame! Shame!!!"). Ci sono i mille modi di sopravvivere ogni giorno, che vanno dalla brioche con veramente tanta marmellata del baretto vicino alla scuola, alle sigarette sulla panchina con la Fräulein, a guidare cinque ore per passarne una a guardare i melograni a Via del Golf 13, a dire stronzate sul gruppo WhatsApp con la Bottadicoca, la Caramella e la Pallida.

Però mi sveglio al mattino e non mi arrendo. Anche se la corrente è forte, io nuoto ancora.

Un'ultima cosa. Un'altra che mi hai fatto scoprire tu.





















sabato 4 giugno 2016

Camminare sul fondo in attesa del sole

Succede che prometto a mia madre di tenerle la gatta se va via per una gozzoviglia di crittografie, rebus e sciarade. Tanto mia madre all'ultimo annulla sempre.

E invece parte.

Così io mi ritrovo a dormire nel letto che fu di mio padre, nella stanza che fu di mia nonna, col computer che fu del mio ragazzo, sotto i quadri che furono in casa delle mie zie. Straniamento. Senso di precarietà fra diversi mondi, dei quali molti sono stati casa mia.

Idee confuse.

Beh. Un anno fa a quest'ora ero sicuramente messa peggio, dai.

O no? Beh, sì. Dipende un po' tutto da domani, diciamo. E da dopodomani. E dal resto della mia vita, niente di cui agitarsi, tutto molto lineare, ma scherzi.

Dicevo, le idee sono molto, molto mischiate. Le sensazioni no, sono chiarissime. Anzi, a forza di sfrondare, amputare, rimpicciolire tutto quello che era quell'altra, quella che è morta a 39 anni, le sensazioni sono rimaste poche, ma fortissime ed evidenti.

Io so chi sono. Solo che non mi posso ancora permettere di esserlo.

Va pur detto che un pezzetto di me è rinato a Valloncello Silente, al buio sotto chilometri quadrati di cielo stellato, un pezzo di me è sopravvissuto grazie ai vari trilli dei messaggi di whatsapp delle mie persone, un pezzo di me è sepolto alla Madonna della Neve, un altro è rimasto schiacciato sulla statale, qualcosa di me sta su solo di facciata, per carità sembro la Creatura di Frankenstein, sono tutta cucita.

Sono talmente assuefatta al silenzio, alla solitudine e al dolore che, in questi giorni così simili alla normalità, ho le vertigini. Come uno che non ha più un organo malato e si sveglia la mattina pensando: eccomi, ora mi occupo di te, e poi si ricorda che quel pezzo non ce lo ha più. Come quando è morto mio padre e non c'è più stato da preoccuparsi di lui che era malato. Un vuoto così strano.

Oggi, in una specie di ritiro, con dozzine di fogli da smistare, in questa casa non mia di cui osservo i dettagli noti come fossero flashback di vite precedenti, ho perso diverse volte il senso del luogo e del tempo. Per essere in centro Genova è silenziosissimo, qui, ma ci sono stati tutto il giorno dei gabbiani assordanti, eppure il mare non si vede, non si sente, in questa Carignano che sembra da sempre un antichissimo paese dell'entroterra. Il sole non si è mai visto perché pioveva senza pause, e coi vetri opachi una strana traccia della luminosità esterna ingannava gli orologi.

Ho cercato di non proiettarmi solo su domani, sul rientro a casa, ma non riuscivo a stare qui nel presente: la cena, i registri da chiudere, le ricerche da vistare. Per centrarmi sulla realtà ho ripensato alla sua voce al telefono, alle foto che mi ha mandato, ai messaggi. Lui c'è. Esiste veramente. Il cuore fa delle acrobazie, delle risate isteriche, violente, al pensiero, perché questo sono io adesso: calma come una lady esteriormente, e dentro folle, folle di dolore amore gelosia gioia speranza terrore.

Nemmeno riesco a dire a qualcuno che proprio ora rischio di più, che non sarebbe, no no, il caso di lasciarmi sola con questi pensieri, che ora sì che vedo, come illuminato dai riflettori, l'abisso dove ho camminato per un anno al buio, e tutti i mostri che ci vivevano dentro.

Ma in tutto questo c'è qualcosa, o meglio, qualcuno, che non si è perso. Qualcuno che esiste nelle ore subito prima dell'alba. E che si ricorda tutto. Anche della ragazza castana morta a 39 anni. Una me che non ha più un corpo, fatta solo di luce, di anima, di gioia, che nel sonno, o nel sogno (al mattino non lo so più, perché lei con l'alba torna a nascondersi, nel comodino, in una parete, come le fate),  lo abbraccia stretto, tutta arrembata a lui, a cucchiaio, o culo contro culo, come dormivamo d'inverno, e lo ama si spoglia lo spoglia gli sussurra. Stanotte a manate generose lui si prendeva il giusto sotto la maglietta e lei, che guarda caso indossava una t-shirt bianca di lui, sapeva con certezza di essere e di essere sentita e vista bellissima, aveva dimenticato gli anni le rughe le cicatrici il dolore la paura di dire la cosa sbagliata le occhiaie gli spasmi, e rideva, eterna, immortale, per sempre sua. E stanotte era per forza solo l'anima, perché lui era a 100 km. Ma era più reale di qualsiasi altra cosa accaduta durante la settimana.

E questa gioia no, non sfugge al controllo come quella di quando lui telefona, di quando lui c'è. Questa gioia è calma, è sicura. È davvero qualcuno che vede, fuori dal marasma di emozioni che mi porto dentro io. Qualcuno che ha aspettato dentro una parete, sotto a un comodino, perché sapeva.

Ci sono amori che si sanno. Da subito.