Capsulite adesiva. Per gli amici, spalla congelata. Questo disse un giovane ecografista dall'aria gentile e competente. "Stia tranquilla che guarisce, ma ci vuole tempo." Tempo. Mesi. Qualche sito Internet prevede un anno al massimo, altri parlano di due. Il mio medico è in ferie. Sentiremo cosa dice. Per ora mi ha detto solo "Signora, lei deve stare ferma" con il tono preciso intifico a quello con cui mio padre diceva di qualcuno che era "uno sporco democristiano" o "un socialista corrotto". Gli sto obbedendo, nei limiti in cui può obbedire una donna di quarantasei anni con diverse case da gestire. Tipo, non porto su i cestelli d'acqua, non guido fino a Genova, non sto in giro più di mezza giornata (ci ho provato, a star fuori dalle sette e mezza del mattino a mezzanotte, mercoledì scorso. Causandomi un peggioramento evidente della cosa, che mi ha rimesso bene al mio posto),
Se non altro non ho più bisogno di stordirmi i farmaci per dormire, ed ho potuto riammettere l'Uomo nel nostro letto: poi però lui non ci vuole passare tutta la notte, perché teme di scontrarmi, se si gira dormendo. In effetti, se qualcosa o qualcuno mi scontra, grido. Ma insomma, le cose molto lentamente rientreranno. Ho rimandato a casa la Mater, che era accorsa ad assistermi. E declinato infinite offerte di aiuto da amici e sconosciuti. Mi arrangio, andando pianissimo, e pensando intensamente che grazie al cielo sono anni che mi sparo ritiri, meditazioni e esercizi di mindfulness, con la stessa frequenza con cui mangio.
Poi capitano lo stesso delle cose faticose e imbarazzanti: tipo, un giorno sono andata fuori con mia madre e, quando mi ha lasciato sotto casa al ritorno, sono salita e volevo cambiarmi perché ero sudata, erano le tre di pomeriggio. La canottiera a manica larga, che mi ero infilata da sola al mattino, mi è stata tolta a mezzanotte e dieci dal marito quando è rientrato dai suoi giri, e solo allora ho potuto finalmente fare la doccia. Da allora il mio vestiario si è drasticamente modificato, ma, a meno che non mi avvolga in un lenzuolo come il Mahatma Gandhi, ogni cosa che indosso ha una manica o un buco in cui infilare e da cui sfilare il braccio. Mio marito mi spacchetta dai vestiti sudati ridendo. Io rido anche, ovviamente in sua presenza fingo di non sapere che, tra i disagi pratici e il caldo, mi è scoppiato un disturbo ossessivo-compulsivo per cui passo la giornata, ma tipo TUTTA la giornata, a lavarmi con una mano sola e spruzzarmi addosso qualsiasi cosa che non mi faccia sentire odori biologici. Domani vado dalla Psicofata e la supplico di resettarmi le sinapsi che hanno fatto corto circuito.
Vestirsi e tenersi in ordine, fissazione per gli odori a parte, è l'aspetto più impressionante della situazione che affornto: non posso ancora pettinarmi con due mani, non posso tenere più di tanto il reggiseno perché la spalla mi gonfia, non posso allacciarmi i sandali perché non mi piego in avanti se estendo entrambi gli arti. Ieri ho comprato un paio di flipflop al supermercato, per la disperazione. Mi vergognavo ad andare in un negozio di calzature. Oggi, grande traguardo: con contorsioni tipo Cirque du Soleil, mezza raggomitolata sul letto, sono riuscita a darmi lo smalto alle unghie dei piedi.
L'ultimo giorno di scuola invece che un bel vestitino e i tacchi avevo le scarpe basse, un paio di pantaloni comodi, i capelli legati in qualche maniera e il braccio al collo, e invece di fermarmi fino all'ora di uscita dei ragazzi sono fuggita, appena suonata la campanella dell'ultima lezione che dovevo alla scuola. Peraltro sono uscita e andata incontro a mia madre facendo la mia porca figura, dato che il Pezzo di Gnocco di matematica si è offerto di portarmi i libri e mi ha aperto tutte le porte, ci mancava che mi prendesse in braccio. Io per la strada cercavo di darmi un tono da donna che sa il fatto suo e si spupazza il toy boy, in realtà avevo voglia di piangere e arrivare in fretta a casa per mettermi in mutande, incastrarmi nella piramide di cuscini che mi ha costruito l'Uomo e chiudere un anno scolastico di merda se mai ne ho visto uno.
Non solo cose brutte, eh. Ma troppo tempo per pensare. Troppo veramente. Da cui, il prossimo post.



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