Nel
settembre del 2015 scrivevo dei nuovi alunni di prima.
Era
stata individuata fin da subito la strappacuore, e in tre anni non è
mai cambiata.
Scrivevo allora:
E' piccola in modo assurdo. Ha la coda mossa e un po' sfatta, e gli occhi azzurri, ha gli occhiali, ed è tutta un tic nervoso. Hffh hfffh. Tira su col naso. E dicono le maestre che quando è tesa scatta anche con la testa, verso la spalla, da non riuscire a scrivere. Hffh hffh. Me la mangerei di bacioni, di quelli con lo schiocco proprio. Non so ancora come chiamarla, ma ha anche un nome incantevole che più adatto a lei non si potrebbe. Ed è sveglia, sarà nevrotica quanto si vuole, ma fatevelo dire, io e lei insieme faremo grandi cose. Devo trovarle il soprannome più bello e tenero del mondo. Aiutatemi.
Murasaki suggeri Aspen, il pioppo tremulo. E io subito:
Murasaki ho trovato. Mimosa. Quella del genere che ritrae le foglie se la tocchi. Grazie!!! Poi è biondina, piccina e vaporosa come un pallino giallo di mimosa. E' perfetto.
Qualche giorno fa Mimosa, acconciatura uscita da un quadro di Botticelli, sandali neri molto fini, vestitino impeccabile a righe, un pallore ottocentesco sul faccino acqua e sapone, ha sostenuto l'esame orale. Partendo da Geografia: portava una tesina un po' misera sugli USA e un robusto, e e totalmente autonomo, collegamento con le riserve dei nativi, di cui si era appassionata e occupata da sola, fronteggiando tra l'altro, a scuola, nelle ore di potenziamento, una preoccupante assenza di documentazione in rete sul tema. Invece della solita ricerchina peperepé abbiamo ascoltato un ragionamento, dialogato piacevolmente con me, sull'argomento. Poi lo ha ripreso in inglese. Io ho tentato il colpo e le ho messo davanti i primi versi dei Sepolcri, senza titolo e senza autore.
"Guarda
se puoi commentare questa, altrimenti ho l'alternativa".
Legge
i primi versi e si ferma: "Non me la ricordo."
"Sei
sicura? Guarda qui: qual fia ristoro
a' dì perduti un sasso..."
"Ah!"
E
io: "Eh. Vai."
Non
la fermava più nessuno, dopo. Sentivo distintamente il mio cuore
fare bubum bubum a ogni passaggio. Di un testo che NON aveva davanti.
Visto UNA volta sola, nel primo quadrimestre, sulla lavagna
elettronica.
Mi
sono ripresa la fotocopia dicendole: "Basta, va bene, l'altra
non te la chiedo, mi hai già fatto cappotto."
Alla fine dell'orale, è passata davanti alla mia postazione raccogliendo le sue ricerche, ma le stavano parlando. Ho aspettato che posasse tutto e le ho detto: "Vieni un po' qui che devo fare una cosa". Non so se se lo aspettasse, ma so che se lo sognava da quando avevamo parlato dell'esame in classe. Così, quando mi ha visto alzarmi e tenderle la mano, mi ha restituito la stretta con una forza e una fermezza che da un fringuellino biondo nessuno si attende, zitta, ma con gli occhi pieni di luce.
Era l'ultima della mattinata. Sono andata via col mio cuore tutto fasciato di cerotti che ancora batteva forte, in mezzo al profumo dei tigli che mi confonde, con il pensiero che tutto quel che fa la differenza, nella mia vita, lo hanno fatto momenti come questo, sia visti dal lato della prof che sta godendosi la soddisfazione per un lavoro ben riuscito, sia visti dal lato dell'alunna che riceve i complimenti per un impegno durato anni di fila, senza mai mollare di tanto così. Noi che amiamo la poesia siamo particolarmente sensibili all'atroce, ottusa inutilità delle parole e dei gesti di ogni giorno, e all'improvviso rivelarsi di ciò che vale la pena, in uno sguardo, in un tono di voce, in un sorriso. Ciò ci fotte. Ma è lo stesso che rende eterne le poesie che leggiamo. È come quando tutti hanno preso bonariamente in giro Quantoso'bono per il tema in cui, per pagine e pagine, esprime il suo mea culpa per essersi comportato per due anni su tre come una merda, e la sua volontà di cambiare, e il suo chiedersi come fare; io l'ho rivisto dopo in corridoio, e gli ho detto solo: "Io ci credo, a quello che hai scritto nel tema. Alcuni hanno pensato che scrivessi per imburrare la commissione... Ma io ci credo." Lui si terrà questa frase. Io mi terrò il suo silenzio. Altre due cose che un giorno, forse, faranno la differenza.




