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mercoledì 9 maggio 2018

Dagli archivi segreti di auleintempesta - Ancora 2010

Luglio 2010 

Poi dice che sono sempre nervosa

Bene, abbiamo assodato alcuni punti.
Primo, che l'Uomo lavorerà a Autogrill, se non trova un'assegnazione provvisoria sulle superiori.

Dicesi Autogrill una scuola media di un paesino vicinissimo a Asti, che ha il difetto di sorgere attaccata all'autostrada per Torino. Dice il vicepreside che quando un TIR frena rumorosamente si voltano tutti verso la finestra, nel dubbio di vederselo arrivare in classe.
Spero sia una battuta.

Comunque potrebbe andare peggio, il paesino è comodo da raggiungere e il preside è lo stesso che l'Uomo aveva già, conosciamo anche diversi colleghi.
E poi ci sono le assegnazioni, con le quali l'Uomo potrebbe giungere alle superiori, cosa che lo renderebbe felice.

Quanto a me, per il momento l'unica notizia di rilievo è che la collega di cui occupavo provvisoriamente il posto è stata definitivamente trasferita a Finale Ligure (brutto eh, fare la prof in riviera?), quindi a questo punto l'unica persona in grado di vantare una precedenza sulle cattedre di lettere in ruolo a Scuolina Rosa sono io, Castagna.
Peccato che quest'anno ci sarà, a essere ottimisti, solo una cattedra a supplenza annuale. Che quindi non conta per il ruolo.
Bene, intanto aspettiamo le assegnazioni provvisorie, poi vedremo.
Costigliole sappiamo dov'è, nel caso serva.

Parentesi poetica.
La madre or sol, suo dì frenetico traendo con gli enigmisti in quel di Ceresole Reale, mantiene il silenzio radio.
Il caldo infuria, il pan ci manca (nel senso che cucino io, quindi passa la fame a tutti) e mio padre non dorme, anche se gli ho fatto il letto nella stanza con l'aria condizionata.
Nè più mai toccheremo le sacre sponde di Santo Stefano al Mare. O meglio, le toccheremo in agosto, visto che quelli del residence sono stati tanto gentili e tanto onesti da proporci un cambio di settimana.

Se non altro, finalmente io e l'Uomo ieri sera tardi ci siamo ricongiunti nella casa di Genova. Per modo di dire, ricongiunti.
Nella pratica lui è sceso dalla macchina alle undici passate e mi ha passato un trasportino puzzolente con dentro una gattina rossa tutta inzuppata di pipì.
Quindi è seguita una scena in cui Matilda è stata insaponata e sciacquata nel bidet come un infante (e per fortuna come un infante si è lasciata lavare, senza usare le unghie), poi io ho girato casa con stracci e ammoniaca, la maglietta bagnata e un braccio occupato da un fagotto di asciugamani umidi dal cui interno proveniva la seguente cantilena:
"Meeeeeeaaaaaau meeeeau miauuauu miauauauauauau meeeaaao meeeeaooo meouau mmeaooauauau meeeau mmmeeeaaaaaaauuuuuuuu"
Con delizia dei vicini, visto che ormai era mezzanotte e Matilda ha dei polmoni che potrebbe fare la professoressa alle medie.

Premonizioni tibetane e avvisi per la navigazione

Usciamo abbracciati per una colazione al bar, col cane al guinzaglio.
Tempo dieci minuti siamo al bar, io con il ghiaccio su un piede e le lacrime agli occhi.

Niente, è solo che il cane ha inchiodato in mezzo a un attraversamento, rischiando di farsi investire, io mi sono girata mentre la tiravo via e mi sono spezzata l'unghia dell'alluce dando un calcio secco al marciapiede.

Ho visto la Madonna, Nosso Senhor do Bonfim e il Dalai Lama che mi ballavano davanti una specie di tarantella. Menomale che c'era l'Uomo perchè praticamente ho smesso di respirare per qualche secondo.
Poi mentre, lacrimando e tenendo il piede sotto un sacchetto pieno di ghiaccio, mangiavo la mia brioche, ho guardato il mio calendarietto tibetano. Giorno di fuoco e acqua, sfavorevole, attenzione alla salute.
Ma vaff...

Un paio di avvisi.
Oggi è il settantacinquesimo compleanno del Dalai Lama, Sua Santità Tenzin Ghyatso.

Noi andiamo in montagna quattro o cinque giorni. Non ci portiamo il pc stavolta, quindi auleintempesta è momentaneamente sospeso per sopraggiunte (e tanto agognate) ferie.

Vi ricordo che, conformi ai dettami di Sua Maestà il Sovrano di Grande Inverno (Sanguedelmiosangue, che impartisce ordini dal suo blog), DOVETE DIMAGRIRE, CHIATTONI. Scusate, niente di offensivo, è solo che il prossimo arrivo in montagna mi porta a ribadire l'imperativo del 2010, che Sanguedelmiosangue ha messo come unica regola del suo entourage (che poi siamo sostanzialmente io e la Diavolessa) - unica, a parte quella di venerarlo e offrirgli continui olocausti di mazzancolle impanate e maschere di bellezza allo yogurt.
Io vado a camminare come una pazza in giro per i monti e stanotte (scusate ma lo devo scrivere) DORMO CON LA COPERTA... Goduria...

Passatevela bene.
A presto, disse, mentre si allontanava zoppicando vistosamente.

Agosto 2010

Un anno di auleintempesta


Ed eccoci. Finalmente a casa.
Da ieri mattina. Alle nove e mezza mi ero già riappropriata dei miei libri. Alle dieci e mezza dei miei cd, annunciando il mio rientro alla piazza con finestre spalancate e Green Day a bomba.

Ovviamente ho già fatto due lavatrici e un giro di ricognizione al supermercato.

E puntualmente è arrivata la prima grana lavorativa.
Grazie a Orsetto Lavatore, il collega di Religione che tutto sa e tutto origlia, mi viene riferito che stan cercando di smembrarmi le ore della III B. Togliendomi Geografia per darla alla collega Veterana. Che, tra l’altro, essendo la più anziana, se non le va bene può semplicemente dire di no. E che con me va d’accordo. La cosa non mi agita particolarmente, ma c’è un dettaglio: tra le righe, Orsetto Lavatore ha chiarito che questa telefonata lui me l’ha fatta perché il Gigante gli ha riferito di nascosto questa possibilità, discussa con la preside.
Il Gigante la settimana prossima è in ferie. Ho capito che ha parlato con Orsetto Lavatore perché voleva che io fossi avvisata. E il Gigante queste cose non le fa se non c’è effettivo rischio che si stiano elaborando grosse porcate.

Umm. Va bene.
Ora vediamo.
Per il momento non ho voglia di entrare di nuovo a capofitto in questi rigiri di telefonate segrete e sussurri tra i corridoi del palazzo. E non intendo dissotterrare l’ascia di guerra proprio subito. Aspetto di incontrare la Bestia Nera, che come sempre me la farà sfoderare nel giro di venti secondi.
Mi limito a tenere gli occhi ben aperti.

Intanto auleintempesta sta per compiere un anno.

E, mi dico già da qualche tempo, i contenuti di questo blog non corrispondono realmente alla sua didascalia. Non si parla affatto solo di scuola, qui, ma moltissimo di me, dei fatti miei, del mio percorso umano, personale e spirituale.
Leggere i blog di altri professori e quelli delle altre donne (molte, mamme che parlano soprattutto di famiglia) mi ha fatto capire che questo giornale di bordo scolastico è anche diventato, strada facendo, un diario intimo.
Il che, se ci penso bene, è molto, molto adeguato al mio reale modo di lavorare, che non è scindibile dal mio modo di essere.
Senza volere, con certe pagine di confessione ho dato un quadro molto più completo di me come insegnante che di me come persona, perché ci sono tante cose di cui qui non mi sento di parlare, a livello privato.

Comunque, rifletterò se cambiare la didascalia.

Per il momento, un grazie alla Frenci, che mi ha fatto scoprire questo modo di esprimersi.
Un grazie a chi ha letto, e anche di più a chi ha letto tra le righe. Un grande abbraccio a chi ha capito e a chi è stato qui vicino anche se non capiva.

E un invito, a molti e in particolare alla Tipa: scrivete un blog, fa bene. Non importa se vi leggono, anche se un commento spesso aiuta, scalda il cuore in una giornata invernale o suggerisce uno spunto. Importa molto di più leggere i blog degli altri, fa sentire molto ma molto meno soli.
Però importa che si possa prendere una mezz’ora al giorno per guardarsi allo specchio e dirsi le cose con calma, in solitudine, in silenzio.
A me ha chiarito tante cose. Ho il dubbio se avrei capito ugualmente quel che mi succedeva, senza queste pagine online, se avrei saputo elaborare sconfitte, cambiamenti, successi. Penso che non ci sarei riuscita così.

E ora è il momento della commozione.
Fuori i Kleenex.

Ci sono persone da abbracciare forte forte.

Prima di tutto, le mie amiche di sempre. Cavallino, la Tipa, la Frenci. Che sono state presenti qui tante volte, come sono state presenti in tutte le cose importanti della mia vita. Perché ci sono cose che NON SI DISCUTONO.
Punto.
Come il culo di Edo alle superiori (o il naso di Lorenzo, direbbe la Piccolina).

Poi subito dopo in ordine di blogimportanza (e non solo) Sanguedelmiosangue e la Diavolessa, le mie amate mine vaganti, queer, queen, tossici, sinceri, autodistruttivi, immensamente nobili d’animo, raffinati nei gusti letterari e eleganti nello stile (anche nei momenti più trash …tipo “UNA NOTTE A NAAAPOLIIII“, per capirci). Perché siamo telluricamente fratelli nei nostri complicati rigiri sentimentali, e coi loro blog si è instaurata una buffa, profonda e a volte sconvolgente comunicazione a tre, che non ha interrotto le centinaia di messaggi, le chiacchierate e le camminate. E questa specie di strana seconda adolescenza che la Diavolessa ha portato nella mia esistenza.

Poi tanti che non conosco di persona ma che di qui passano, o che si raccontano un po’ più in là nel blogmondo.
Con menzione speciale a Minerva, la più assidua lettrice e una delle più profonde analiste del mondo delle emozioni (nonché una delle poche adolescenti che sanno usare la lingua italiana senza farne scempio, anzi con classe). A My, che mi somiglia in modo impressionante nei ragionamenti. A Wonderland, che mi fa ribaltare dal divano dalle risate. A LGO, lanoisette, Perboni e altri prof dallo sguardo acuminato e senza peli sulla lingua. A Soleil, a Bianca, a B Stevens, a tante altre blogmamme, blogfate, blogsorelle, blogregine di questo mondo enormemente femminile, come tutti i mondi intimi e nel contempo sociali. A ziacris, dall’animo indomabile, che è la vera ispiratrice, insieme allo spirito inquieto e mai defunto di mia nonna, del romanzo che sto scrivendo (ops, questo non ve l’avevo ancora detto, eh? Eh… beh. Se ne riparla se lo finisco.)

Ma anche a quelle che scrivono troppo poco e mi piacerebbe leggerle di più: Symosymo, Donna Popcorn, la stessa Frenci (per cause di forza molto maggiore, lo so). E a quelli che non leggono qui ma mi piacerebbe che lo facessero: Musica, il Pagliaccio, la Piccolina, e la coprotagonista invisibile delle mie giornate lavorative, l’Inflessibile, che mi dà più di quanto riuscirò mai a spiegarle, con la sua spigolosa, spesso scomoda ma incrollabile presenza, e con le risate da ragazzina che io, tra pochi eletti, ho il privilegio di vederle fare.

E così.
Buon compleanno, auleintempesta, mia amata, egoriferita creazione, dai vicoli oscuri che nemmeno io conosco tutti, con improvvise uscite sul mare, con finestre nascoste da cui respirare l’odore delle colline, con trapunte calde sotto cui nascondersi nelle giornate di gelo.

Lunedì si ricomincia.

Settembre 2010

Sorsate


Ve lo ricordate quel libro: "la prima sorsata di birra e altri piaceri della vita"?

Leggete qua...

Esercizio: 10 cose magnifiche e assolutamente gratuite che ti rendono la vita più bella

Un buon libro
(Chiara, 15 anni)

Cercare costellazioni
(Manuela, 14 anni)

Quando guardo la partita di mio fratello e lui fa goal 
(Daniela, 14 anni)

Guardare il diario e vedere che non ci sono compiti
(Stefania, 14 anni)

Passare ogni minuto della mia vita a fare del bene a tutti
(Fabiano, 14 anni)

Mangiare la polenta in montagna
(Maurizio, 14 anni)

Il venerdì pomeriggio
(Arianna, 14 anni)

Quando c'è tanto vento prenderlo tutto e sognare di poter volare via
(Elisa, 14 anni)

Abbracciare una sequoia di mille anni
(Alessandro, 14 anni)

Essere capiti senza parlare
(Anxhela, 14 anni)

domenica 19 luglio 2015

La lista 9

1)
Cambia umore di continuo.
Sta ore davanti alla Playstation.
Non propone mai niente.
È depresso.
Se provi a dirgli che deve parlarne o curarsi, si incazza.
Lancia le cose, l'altro giorno anche a sua figlia.
Non dorme.
Ha sfondato a pugni le ante di un armadio.
Non mi tocca più.
Esce e non so dove vada.
È sempre col telefonino in mano.
Ha perso peso.
È andato a giocare a calcetto con gente che ha quindici o vent'anni meno di lui e si è danneggiato i legamenti.
Ha grane sul lavoro.
Io non lo so se abbia un'altra.
Si addormenta alle 9 e mezza come un vecchio.
Vuol fare sempre le stesse cose.
Fa discorsi nerissimi, sembra che pensi solo alla morte.
Non vuol fare più le cose di prima.
Ha la testa da un'altra parte.
Si ammala di continuo.
Non si concentra.
Non si accorge nemmeno che gli sto parlando.
Non c'è mai.
Come padre c'è, ma con me è come se non funzionasse più niente.
Non è la persona che ho sposato.
Non sembra più lui.

2)
Io cerco di tirare avanti ma guarda che è dura.
Sono stanca.
Ho paura che un giorno mi alzi le mani e mi faccia male.
È tutto sulla mia schiena.
Sento che sto buttando via i miei anni migliori.
Non capisco.
Non so cosa devo fare.
A volte lo manderei a fare in culo guarda.
Non dormo più.
Devo prendere le gocce.
Mi ammazzo di lavoro.
Se passasse un altro e mi facesse un sorriso io non lo so mica cosa farei, tanto per come mi tratta lui.
Non so più come aiutarlo.
Sono stufa.
Non so perché torno a casa la sera.
Ci sarebbe uno che mi messaggia, sì.
Vorrei scappare lontanissimo, ma proprio che nessuno sapesse dove trovarmi.
Non so come andremo a finire.
Io le sto provando tutte.
Perché sto con uno stronzo del genere?
Perché sono ancora innamorata di lui, povera cretina.

Ecco. Se voi pensate che le frasi 1 descrivano tutte l'Uomo, e le frasi 2 siano tutte uscite dalla mia bocca, bene, vi informo che siete in errore. Sto raccogliendo tracce di impronte nel bosco, segni di passaggio di questo orrendo animale, di questo mostro che passa attraverso i letti matrimoniali, che mastica anelli nuziali, che sfascia case e tormenta i sonni dei bambini.
E più ascolto le amiche o le conoscenti con cui mi capita di trovare un momento di intesa reciproca e privacy, e più vedo che il problema non ce l'abbiamo solo noi.
Per non parlare della quantità di indicazioni minori, date da gente che non ha confidenza sufficiente per raccontare nei dettagli quanto sono lunghe le notti, quanto è doloroso il giorno, quanta solitudine c'è tra le lenzuola.

3)
Con mio marito è un periodo difficile.
Non è un bel momento per proporgli le cose.
Abbiamo attraversato una gran brutta fase.
Siamo un po' stressati.
Non lo so ancora cosa faremo quest'estate.
Io sono al mare coi bambini, poi vediamo se lui ce la fa a raggiungerci.
Non vedo l'ora che partano tutti, ho bisogno di un po' di tempo per me.

Per carità. Non è che non abbia visto anche me stessa, e diverse amiche, attraversare fasi penose, di depressione, piagnucolamento, spleen esistenziale, o anche quella che la mia amatissima Cavallino al liceo definiva "merda nel cervello". C'è chi ha avuto la depressione post partum e chi ha perso la testa dietro a un collega o rischiato il revival con un ex, chi si è lasciata andare fisicamente, chi si è sposata col lavoro, chi ha scoperto che diventata mamma le importava solo dei figli e chi ha scoperto di non essere tagliata a fare la mamma, chi si è fatta viziare, chi ha viziato il coniuge, chi si è persa in un bicchier d'acqua, chi si è lasciata travolgere da una famiglia ingombrante, chi si è isolata da tutti...
Immagino quindi che potrei scrivere una lista 4, di frasi annoiate, autocommiserative o egoistiche, pronunciate da me e da parecchie altre voci femminili, e una lista 5, di frasi stizzite e sconsolate o brontolamenti misti, intonati in polifonia da voci maschili.

Ma per la verità queste liste avrei potuto più agevolnente scriverle 5 o 6 anni fa, mentre il biennio 2014 2015, almeno nello spicchio di mondo che frequento io, sembra attraversato soprattutto da spaventose crisi maschili. Come se si fossero tutti messi d'accordo, e parlo di gente che abita in un raggio di 1000 km, non di una squadra di quarantenni che si cambia nello stesso spogliatoio tre volte la settimana. Il contagio non può essere avvenuto per contatto.


Avere una figlia di diciotto anni con amici che vanno dai 15 ai 20, e un mestiere come il mio, mi permetterebbe di scrivere una lista 6,  ancora più dolorosa, di frasi di prepuberi e adolescenti travolti dal mostro che si sta mangiando le loro famiglie.

E poi c'è la lista 7, quella che raccolgono gli psicologi o i maestri di ginnastica o i nonni o le maestre elementari, che contiene lo stesso mostro, disegnato a colori scuri da quelli più piccoli.

Ora vi chiedo. Potreste gentilmente darmi una stima anonima di quante coppie conoscete in cui lui, in questo periodo, è messo come da lista 1?
Perché mentre le crisi femminili a cui ho assistito e assisto sono spalmate su parecchi anni, il fenomeno che colpisce il cromosoma Y sembra essersi manifestato tutto d'un colpo negli ultimi tempi. Premetto che frequento quasi solo gente tra i 40 e i 50.

Sto cercando di capire. Non voglio far passare come un'epidemia, o una moda, quel che succede all'Uomo. Ognuno di noi sa che quando si arriva ad un certo punto, e ci si arriva partendo da un matrimonio serio, con gente che si è scelta in modo inequivocabile, e che si è fatta il mazzo per far andare tutto bene, i problemi che vengono allo scoperto hanno sicuramente radici strettamente personali, e profonde. Non voglio sminuire, o mettere in ridicolo. Ma vorrei che tutti questi maschi in botta d'ansia si parlassero tra loro e capissero di non essere soli al mondo. Noi donne lo facciamo. E questo, come quella caramella, che la Zia Bella mi faceva trovare sul cuscino per lenire le mie giornate di liceale musona, non risolve, ma aiuta.

E più di ogni altra cosa vorrei la lista 8, quella che dice, a loro e a noi, cosa bisogna fare per superarla.
E la 9, quella che (io lo so che esiste) dice che dopo una roba del genere la navigazione continua e le rapide finiscono, o almeno, si affrontano di nuovo insieme.





















venerdì 5 giugno 2015

Un post che potrebbe pigliarvi anche piuttosto male, io vi avviso


Il giorno in cui ho dato il titolo a questo blog avevo in mente un ben preciso tipo di tempesta, quella ormonale.
 
In realtà era un bel titolo, adatto a me, perchè tutta la mia vita, professionale e non, è un lungo e spesso burrascoso viaggio per mare, in cui a volte sono conciata come Pi(scine Molitor) Patel, cioè sola su un'imbarcazione di fortuna con una grossa tigre feroce, altre volte comando una grande, solida nave da crociera, qualche volta combatto su un incrociatore, e non di rado esploro continenti sconosciuti su un veliero dagli scricchiolii suggestivi.
 
Ma ho sempre pensato che, un giorno, avrei raccolto il coraggio per scrivere un post su un aspetto della vita degli insegnanti che pochi considerano: l'impatto ormonale dei ragazzi su esseri umani adulti che passano le giornate con loro. Ho parlato, qua e là, delle mie classi come di nidi, di cucciolate, di gruppi così "miei" che sapevo dall'odore, per un meccanismo materno di riconoscimento olfattivo, in quale aula fossero appena passati. Ho parlato di tanti ragazzi e ragazze che sono stati sotto i miei occhi durante il loro sviluppo fisico, di cui ho intravisto i primi amori, di cui ho letto o ascoltato le emozioni e i turbamenti, squadernati senza pudore davanti allo sguardo di chi non è nè la mamma, nè la sorella, nè un'estranea. Qualcuno di cui si fidano in modo infantile e a cui involontariamente sottopongono a volte risvolti privatissimi, in barba alle leggi che fanno di noi algidi burocrati, giudici imparziali, severi ufficiali della Repubblica. Perchè a volte è più facile andare a parlare della prima importante esperienza a letto, o della prima vera scottatura, con qualcuno che ti ha visto bambino, e ti ha letto di Paolo e Francesca o di Angelica e Medoro, piuttosto che con un altro sedicenne o con un genitore.
 
 
Quello di cui non abbiamo mai parlato qui è l'effetto che fanno sui prof certe frasi, certi sguardi, il bisogno di condividere, di essere ascoltati e creduti, tutta questa confidenza che, giuro, a volte proprio non è nè incoraggiata nè tantomeno richiesta da noi adulti, presi da tutt'altro, ma ci investe come un acquazzone improvviso.
 
Dall'alto (euh! bum) dei miei quasi tredici anni di mestiere, posso ormai dire serenamente che sì, capita, e come, l'impatto frontale che non ti aspetti. Dopo aver chiacchierato con un po' di gente che, a quarant'anni e oltre, è in grado di discutere con il dovuto distacco delle proprie esperienze passate, emerge con chiarezza che il coinvolgimento tra insegnanti e studenti è più frequente di quanto si creda. Non sempre si avvera nei fatti la mitologica trombata con la supplente di ginnastica o l'infrascata in auto con il docente di filosofia (ah, peraltro, colleghe alle prime armi, mi raccomando: diffidare il più possibile del docente di filosofia, che può senz'altro apparire figo, nella versione tenebrosa o in quella vulnerabile, e intellettualmente arrapante da matti, ma poi si rivela un cinico divorziato senz'anima che devasta le vite delle giovani supplenti di lettere, mandandole in rianimazione dopo mesi di anoressia o tentativi di suicidio: e questa non sono io, ma ne conosco ben due che ci sono passate). In particolare, nella fascia d'età che frequento io il passare alle vie di fatto è decisamente illegale, oltre che professionalmente scorretto (ma attenzione agli/alle ex alunni/e: quelli/e diventano maggiorenni, e a volte ritornano, con intenzioni inequivocabili).
Ma esiste un livello di coinvolgimento, platonico per carità, però a volte davvero profondo, che non si può controllare con nessuna legge. C'è adolescente e adolescente. Non tutti sono teneri boccioli che si affacciano arrossendo alla vita. Non tutti i maschi sono capretti esuberanti che saltellano nel prato, e non tutte le ragazzine sono bamboline innocenti che riempiono il diario di cuoricini rosa. Senza con ciò fare di loro dei piccoli maniaci o delle Lolite senza pudore, sono tutti diversi, l'età mentale e quella fisica coincidono pochissimo nelle loro personcine in evoluzione, e noi "grandi" a volte non abbiamo la prontezza di difenderci e ci ritroviamo la freccia piantata nel fianco prima di aver visto l'arco. Questa cosa l'ho imparata sulla mia pelle, come molti colleghi e colleghe prima di me. Ora che la so, non mi spaventa più. E' che lavoriamo con le anime, i corpi e i caratteri di tanti esseri umani diversi, e che, soprattutto, siamo esseri umani pure noi. E se devo scegliere tra essere la feroce istitutrice senza cuore e la prof Castagna che a volte non riesce a far lezione perchè si butta via dal ridere, o si fa venire il groppo in gola dall'emozione, beh, io voglio essere me tutta la vita. Rischi compresi. Basta saperlo, ecco, che potrebbe arrivare qualcuno che, magari senza volere, ti apre uno squarcio nella diga, ti si presenta inopportunamente nei sogni o ti lascia semplicemente senza parole, in contemplazione di qualcosa di nuovo, fresco, bellissimo, come possono essere belli, dentro e fuori, solo gli adolescenti. Ogni tanto arriva, poi passa e se ne va. E anche noi prof dobbiamo sapere che a volte, molto più per le doti di carattere e di intelligenza, ironia, sensibilità, che per le nostre apparenze esteriori, lasciamo un segno su qualcuno. Che poi potrebbe incontrarci anni dopo, e guardarci con una tenerezza sconvolgente, annullando le proprie difese di fronte a una persona di cui si fida davvero, e rivivendo con il senno di poi le emozioni di un mondo perduto, in cui tutto quello che contava era che il tuo prof preferito ti facesse un complimento perchè eri stato bravo. Dovete pensare all'effetto che può fare essere guardati così. Non è una cosa paragonabile con molte altre.
 
 
Mentre scrivo penso al Danno, che ho rivisto ormai grande dopo l'incidente che lo ha quasi ammazzato, e che ha traversato la sala per venire a salutarmi e a me, solo a me in tutta una stanza piena dove aspettavano di sentirlo parlare della sua vittoria sul coma e della sua riabilitazione, ha detto, a voce bassa e senza minimamente vergognarsi: "Sono agitatissimo". Perchè a me lo poteva dire, anche se non mi vedeva da tempo, io ero ancora la sua prof di allora, quella che lo sgridava quando faceva il figo ma non aveva studiato, e che fingeva di non avere il batticuore quando lui le regalava i fiori raccolti lungo la strada. Ecco, in quella stanza c'erano sua madre, sua sorella, la sua ragazza, un sacco di amici, ma solo tra me e lui c'era quell'istante.
 
 
Capite che, se una cosa così ti succede nel momento sbagliato della tua vita, può aprirti un bel taglio nelle tue sicurezze su chi sei e che ruolo hai. Se poi chi ti riempie di attenzioni e visibilmente dipende dalla tua approvazione e dal tuo affetto passa con te parecchie ore a settimana, in una stanza dove si correggono aridi esercizi ma si parla anche tanto di tutto il resto, è possibile che la cosa ti faccia stare anche un bel po' male. Ma, come detto, passa.
 
 
Però.
 
 
C'è un però.

 
Soprattutto a chi, come noi, si occupa dei più giovani, bisognerebbe dare un minimo supporto psicologico per far fronte a certe cose. Ho trovato molto interessante il libriccino di un collega, intitolato non a caso "Uscirne vivi", in cui si parla delle difficoltà del nostro mestiere. Un capitoletto breve e composto, ma non imbavagliato da inutile ipocrisia, è dedicato al coinvolgimento sentimentale tra insegnanti e studenti. Menomale che qualcuno lo dice, ho pensato. Ovviamente ribadisce che succede, spesso sì, ma va tenuto sotto controllo, e da chi? Da noi, non certo da loro, che sono così ingenui a volte da scambiare le loro emozioni per l'unica legge valida sul pianeta. E io aggiungo: è' bello vedere che non si vergognano di quel che provano, che si sentono invincibili nella loro disarmante sincerità. E' fin troppo dolce, per noi adulti stanchi e disincantati, la sicumera con cui affermano un loro bisogno, molto più interiore che fisico, spesso, senza percepire l'inadeguatezza della situazione. Ma il concetto, una volta scemata l'ondata di tenerezza, imbarazzo, preoccupazione o semplice sorpresa, è semplice. Loro confondono i ruoli, NOI NO. Ci piacerebbe, magari, ma non lo possiamo fare.
 
 
Ecco perchè quest'anno così bello per me rimarrà un ricordo indelebile, di giornate piene di gioia e soddisfazione, ma con una macchia scura che rovina proprio le ultime, importantissime settimane: il pasticciaccio brutto tra uno dei miei "grandi" e una collega, tra l'altro più vecchia di me. Che rischia già la denuncia per altre leggerezze commesse sul lavoro, dal momento che confondere i ruoli, evidentemente, le piace. Ma a me, e non solo a me, leva il sonno perchè non respinge, anzi incoraggia in modo pericolosissimo, una situazione che sì, si poteva creare, l'ho detto appunto finora, ma doveva restare entro un certo limite.
 
 
E la cosa più grave è che gli altri ragazzi, per quanto noi cerchiamo di proteggerli, se ne sono accorti e sono rimasti davvero turbati.
Credetemi, se vi dico che, pur in questi pochi anni, ne ho viste già molte di cose. Ma sono venuti a parlarmi tutti seri Giudiziosa, la Nonna, Vento del Nord e Svacco e poveri ragazzi, erano così pieni di tatto nel cercare di spiegare che erano a disagio, che ad un certo punto gli occhi di Svacco si sono riempiti dell'angoscia che io non capissi, e davvero, la sua espressione quando è sbottato e mi ha detto cosa pensava, usando peraltro un modo molto controllato di esprimere i suoi dubbi, mi ha fatto un male boia e non me la scorderò facilmente.
 
 
Passo le giornate a guardare in tralice il ragazzo in questione e chiedermi a che punto sia davvero giunto il pasticcio, e se dovrei parlargli: a lui direttamente, visto che la madre problemi su dove sia, su come passi i pomeriggi, su di chi siano le macchine su cui sale, evidentemente non se ne pone. Ho paura. Per lui, prima di tutto, per la collega che, pur richiamata all'ordine con delicatezza sia da me che da altri, non si è fermata, per la classe, per noi prof, per la pace della mia povera Scuolina Rosa.
 
 
E ho anche paura di perdere di colpo la pazienza con la collega, di stancarmi all'improvviso di camminare sulle uova, e creare un casino all'esame. L'anno scorso si è visto bene, in commissione d'esame, con il povero ignorante che ha preso il posto della Compagna Collega, che cosa posso diventare io quando un docente che è in torto e di cui non ho stima mi tocca i miei ragazzi o si mette di traverso al compimento del lavoro di anni. Non vi consiglio di incontrare il mio cammino quando succede una cosa del genere. Ma temo che, con questa prof, la reazione sarebbe ben diversa da quella che il malcapitato supplente, presuntuoso e imprudente ma comunque giovane e inesperto, si è potuto permettere di fronte ai miei ruggiti. E non voglio per nessun motivo danneggiare i ragazzi.
 
 
E così, anche quest'anno all'esame non ci si annoia, vedete. Ma, io, timbrare pacchi alle poste perché non l'ho mai considerato, come opzione, perché? 

giovedì 7 maggio 2015

Fear of the dark

Anni fa, spiegavo a una prima che l'italiano è una lingua in cui, in linea di massima, a fonema corrisponde grafema e le sorprese, a parte il suono GL di cui sembriamo essere gli unici detentori insieme agli Spagnoli, sono scarse. Mi parte un esempio che mi riporta a quando, sedicenne, ascoltai la mia prima lezione di grammatica inglese in una vera aula inglese di un vero college inglese da un vero professore inglese: "per esempio, gli Inglesi devono studiare lo spelling delle parole, perché certe si scrivono con le stesse lettere ma si pronunciano diversamente, o viceversa, pensate a HERE e FEAR, poi FEAR si dice fìar ma si scrive come BEAR..."
E mi viene una battuta molto basic, di quelle che si fanno per svegliare i primini alle otto e ventidue di una mattina nebbiosa, "Fear of the Bear però suona bene, sembra il nome di un gruppo pop inglese degli anni Ottanta". Da allora, ogni tanto c'è stata, in quella classe, l'evocazione di un fantomatico concerto live dei Fear of the Bear, e tutti sorridevamo. L'Inglesina, Punta di Diamante, l'Incontenibile, Pasticcino Svizzero, Lagnosetta, Babbà, Terremoto, e tutti gli altri.

Ma ora io ho quasi quarant'anni e paura dell'orso non lo so, ma del buio che scende, ne ho eccome.
Addirittura i più vaghi segnali di tramonto mi fanno deglutire il primo groppo d'ansia, anche se sono ancora fuori e ho da fare. E non parlo della paura di non dormire, o di avere incubi, che mi sono portata avanti per buona parte del 2014 (e il 2015 a volte regge il confronto: l'altra notte, nello stesso sogno, ero bloccata su un'autostrada che finiva contro un muro, poi ero completamente nuda in ascensore mentre sul pianerottolo dove dovevo scendere c'erano il mio geometra e un sacco di altre persone... ma sognare che sto per morire perché è finita l'insulina, e che non me ne importa niente di morire, è decisamente peggio). Parlo proprio della paura di avere paura. Non paura: terrore. Cieco, irrazionale, come i bambini al buio appunto.

Non è l'EMDR che ho iniziato, perché è un fenomeno di poco precedente. Penso sia la situazione con l'Uomo. E il fatto che mi manca mio padre: non so perché ma da qualche tempo sono disperata di non poter parlare con lui di quel che sto passando, e sì che i quattro quinti di quel che ho vissuto ultimamente non so se avrei avuto il fegato di raccontarglieli, onestamente. Ma adesso ho bisogno di papà, dei suoi occhi attenti e delle sue parole pacate. Delle nostre lunghe chiacchierate di notte.

Stasera sono sola, Uomo e Princi a Firenze in gita, e ho da occuparmi del povero gatto cui abbiamo di nuovo asportato un tumorazzo e che sta smaltendo (male, tra l'altro) l'anestesia in bagno. Bagno nel quale mi s'è graziosamente fulminata la lampadina proprio stasera. Ho saltato un giorno di lavoro perché non ho chiuso occhio ieri notte, era la terza notte di fila, e mi sono alzata con un'emicrania talmente poderosa che non mi si apriva l'occhio destro. Così ho preso mutua e mi sono calata un'aspirina C alle otto di mattina, che mi ha almeno ridato l'uso dell'occhio, salvo poi accorgermi che mi erano appena arrivate le mestruazioni e quindi traballare per ore con la pressione scesa sotto la piattaforma continentale. Ho preso a male parole la postina e una rappresentante della Vorwerk che hanno osato scampanellare. Ho lasciato solo lo Zio Granduca che ha cenato in un tristissimo all you can eat giapponese per non disturbare il mio sdegnoso ritiro in tuta. Sono andata e tornata dal veterinario con la pinza nei capelli unti e una maglietta con uno strappo all'orlo. Ho mangiato quel che capitava e ridotto la casa un macello spostando cose senza particolare scopo.

Domani tornano grazie a Dio. Ho paura lo stesso, quando ci sono loro, e spesso vago in salotto alle tre di mattina, ma almeno di giorno sono costretta a sembrare normale. Però stavolta, dal medico, a farmi scrivere le goccine della felicità, ci vado davvero. Non posso andare avanti così.












lunedì 1 settembre 2014

Verde scuro e giallo sole

Primo settembre.

Un condominio con il viale ombreggiato da alberi, là in fondo le montagne bianche, un cielo da cartolina, luce dolce d'autunno perché è ancora abbastanza presto.
La scuolina rosa. Col suo piazzale polveroso.

Sono vestita di giallo sole. Mi splendono gli occhi e la pelle, e dire che stanotte non s'è quasi dormito, causa nuovi presidi in arrivo, e necessità di ripercorrere le stesse strade, di passargli sotto casa, di rientrare nelle aule, di rientrare nella mia vita di sempre. Quella che a maggio ho cercato di strapparmi via come una crosta da una brutta ferita. Che rimargina facendo un male del Gesù, tessuto nuovo che tira sulla carne viva.

Però questa è la mia scuola. E' la mia vita. Questa è casa.

Io non lo so cosa sto facendo, e perché.

So che nello specchio non c'è la stessa di prima. So che questa qui, nuova, incosciente, pericolosa, mi piace. Sicuramente si caccerà nei guai. Ma saranno, come ho già detto varie volte, i suoi guai, quelli che s'è cercata lei, non tutte le grane che le hanno scaricato addosso gli altri. E' comunque un bel cambiamento.

Se un giorno tutto questo avrà un senso, vorrei ricordarmi questo momento in cui sto ferma qui, trafitta da questo cambiamento inesorabile e dalla certezza che alcune cose, invece, non potranno cambiare mai.


martedì 1 luglio 2014

Buio

Non posso farci niente se stavo ferma lì e un camion mi ha investita.
Penso a me stessa come a una che da un giorno all'altro ha avuto un brutto incidente, e ora deve lentamente recuperare.

Sono faticosamente arrivata alla fase "come ho potuto essere così stupida?".
Ma ho le allucinazioni, al supermercato, per esempio. Ieri ero carica come una bestia, con tanto di stenditoio nuovo sotto il braccio, e per un attimo ho chiuso gli occhi e sperato che una grande mano abbronzata mi togliesse uno dei pesi. Poi me ne son stata lì, coi nervi a pezzi, in coda a una cassa dove la gente non scorreva mai.

Questa cittadina è orribilmente piccola, e io continuo a rischiare di incontrarlo. Sta diventando intollerabile.

E' ora di partire.
Prima di tutto da sola, perchè con l'Uomo è tutto un sanguinare.
Poi con la Princi. Lei, con le sue molte meraviglie e il suo tono di voce supponente, che stasera le ha pure fruttato una sberla.
E infine tutti insieme. Se ce la facciamo.

Nella mia scuola cambiano la preside (GLOOOOOORIA IN EXCELSIS DEEEOOO), il collega di religione, quella di ginnastica, quella di tecnica, due di matematica, due di italiano e una supplente di inglese.
A settembre ci saranno facce nuove in sala prof, quindi. E forse l'Uomo passerà alle superiori. E la Princi inizierà il professionale.

Chi cazzo lo sa dove sarò a settembre.

domenica 22 giugno 2014

City of Angels

A casa mia si sogna forte.

Mia madre, mio cugino, io. Grandi insonni e grandi sognatori.

Grandi narratori di sogni al mattino in cucina, o per telefono al pomeriggio, o sui blog.

Stavolta, sfruttando la prima notte in tre mesi in cui ho dormito otto ore, ho superato me stessa in vividezza, anche se il sogno era breve, e dentro ci ho messo tanti di quei significati che un analista potrebbe lavorarci un mese.

Siamo a Genova, un qualsiasi pomeriggio feriale.

Io e il mio uomo abbiamo parcheggiato l'auto e siamo per strada. Io sono io, ma molto giovane, molto magra, molto bella. Lui è Hugh Jackman, non in tiro da Wolverine, in versione pantaloni color sabbia e camicia rosa pallido, urban sexy, con i capelli lunghi e un po' sconvolti ma non troppo. Molto gnocco, molto alto, molto Hugh Jackman, bocca sottile naso fine torace grandioso (la prima legge sui sogni di Castagna: quando fai un sogno erotico, fallo senza porti dei limiti). Siamo molto innamorati e abbiamo un momento di trasporto così intenso, baciandoci in mezzo a un marciapiede, che ancora un attimo e ci si incendierebbero i vestiti. Decidiamo (e anche da questo si vede che io sono giovane giovane) di andare a casa dei miei, che non è lontana, per fare l'amore. Mentre ci incamminiamo lungo una delle grandi arterie di collegamento con il centro, che per qualche motivo non è popolata tanto da macchine quanto soprattutto da gente a piedi, all'improvviso lui ha un malore, come un ictus, si piega in due con un dolore lacerante a una tempia, paonazzo, con i conati di vomito, crolla a terra.

Io lo soccorro, ma, mentre mi chino su di lui, sulla gente poco distante iniziano a piovere palle di fuoco verde, incenerendo bambini, un'anziana, persone di ogni tipo. Alzo gli occhi e in cielo ci sono due o tre grossi animali alati, verdastri e metallici, come pterodattili ma con il cranio dei cuccioli di Alien, che si librano pochi metri sopra la strada e sputano con evidente intenzione omicida questo fuoco fosforescente. Trascino Hugh al sicuro in qualche modo, mentre il cielo diventa nero come fosse notte.

Più tardi siamo dai miei e ci sono mia madre e la nostra colf, hanno curato il mio compagno, non si parla granchè di quel che è successo fuori, lui però non sta bene, è debilitato.

Infine c'è una scena apparentemente tranquilla: lungo una via cittadina si apre uno sfondato tra due palazzi dove si trovano un giardino molto curato e due villette vicine, illuminate dal sole. Io so che una di queste è la nuova casa di mia madre. Sono in piedi sul prato con Hugh Jackman e lo abbraccio, ancora un po' scossa da tutto quel che è accaduto. Lui è triste e agitato. Io capisco, da qualcosa che lui dice o fa, che nel momento in cui s'è sentito male per strada anche lui avrebbe dovuto trasformarsi in una creatura volante, un arcangelo dell'Apocalisse (penso proprio questo: "erano arcangeli cattivi, dell'Apocalisse, venuti a distruggerci"), ma lui non è mutato, e invece è stato male, perchè in quel momento era legato a me dalla potenza del desiderio e dell'amore che provavo per lui.

Se ve lo chiedete: ho parlato di un alieno, poco fa su questo blog, sì, lo so, ma non assomiglia affatto a Hugh Jackman. Che invece è castano, e con il torace spesso e peloso, come l'Uomo. I vestiti erano dell'Uomo, anche se, beh, su Jackman ammetto che facevano un'altra scena.

Ed era un arcangelo. E il mio amore e il mio desiderio lo legavano a me e gli impedivano di diventare una creatura malvagia destinata a portare la distruzione.

E che cazzo. Quando sogno, io mica vado per il sottile.

martedì 28 maggio 2013

Cose che si dicono

Cose che si dicono alla fine di un anno scolastico decisamente pesante:

"Se non vi date una regolata provvederò personalmente a farvi fare una terza orrenda"
(alla seconda)

"Insomma, vi sto seguendo uno per uno tipo lezione privata, guardate che più di così da un insegnante statale non potete avere"
(alla terza, mi è uscita malissimo, volevo dire un concetto molto più articolato...)

"Non ci siamo capiti. Se fate così in terza vi faccio piangere, non vi dò respiro un momento"
(alla seconda, due giorni dopo la prima frase)

"Ma possibile che l'obiettivo della tua vita sia ridacchiare tutto il giorno?"
(a Christiane F., che, dopo questa, in effetti, si è messa a piangere)

"Se qualcuno qua dentro pensa di continuare così anche l'anno prossimo, fa prima a cambiare sezione"
(indovinate...)

"Ma tu pensi che io sia totalmente cretina, che non mi accorga che invece di rispondere stai inventando?"
(a Muy Lejos che cerca di intortarmi)

"Ah no eh. Se fate così l'anno prossimo vedrete solo le quattro mura di questa stanza e sarà già tanto se fate l'intervallo"
(...)


...nun gliela fo.


domenica 10 marzo 2013

A proposito di sangue - un post vomitevole

Già che si parlava di splatter, il momento più rappresentativo di questo weekend abbastanza orrendo è stato quando mi sono portata a casa dall'ospedale il maglione di lana in cui papà, sfilandosi gioiosamente la cannula della flebo mentre dormiva, ha versato tipo mezzo litro di sangue.

Perchè, essendo in un reparto emergenze, dove tutti hanno molto da fare la notte coi nuovi arrivi, ed essendo lui un'emergenza risolta da giorni, non c'era particolare controllo stanza per stanza nelle ore di riposo; il vicino di letto dormiva beato, lui dormiva dissanguandosi, ma non lo sapeva perchè era sotto l'effetto di un sonnifero, e al mattino bello presto l'infermiera ha trovato il disastro, cambiato mio padre, cambiato il letto e messo pigiama e maglione in un sacco di plastica. Che, sul fondo, era diventato come il sacchetto della trota, dopo che l'hanno slamata al laghetto e te l'hanno confezionata per portartela a casa.

Dato che
a) io odio la pesca alla trota, e non da quando ho visto la luce sulla via del buddhismo, ma da quando avevo cinque anni e andavamo al laghetto con i nonni
b) io sento gli odori a distanza di chilometri
c) io tendo a svenire alla vista del sangue
d) io, dopo aver visto dal vivo qualsiasi cosa che abbia a che fare con le macellerie o gli ospedali, tendo a portarmi avanti per 48 ore un sordo mal di stomaco
ci si domanda come abbia potuto pensare di estrarre il maglione dal sacchetto e mettermi a lavarlo.

Ho flashes orrendi del quinto e del sesto risciacquo, in cui continuava a venir giù acqua rossa e io pensavo se, cadendo eventualmente svenuta, mi sarei fatta peggio in avanti, picchiando la faccia sul lavello, o indietro, battendo la testa sul pavimento: ma in quella è arrivata mia madre. Che si è chiesta ad alta voce non se io avessi bisogno di sedermi, di due schiaffetti e di una boccetta di sali, ma se il maglione si sarebbe infeltrito. Non che sia insensibile. E' che è un medico, LEI. Io NO. Le devono essere sfuggiti il pallore cadaverico e l'espressione lugubre con la quale le ho detto che non potevo semplicemente mettere a bagno il maglione e aspettare la Fata Pugliese lunedì, perchè c'era talmente tanto sangue che avrebbe puzzato subito mezza casa.

Mia madre non si ricorda di quella volta che è arrivata a casa, tanti anni fa, e non trovava più il sacchetto del macellaio, tanto che alla fine si era convinta di averlo posato sul bancone, pagando, e essere uscita dal negozio senza prenderlo. Senonchè tre giorni dopo, andando a fare la spesa con la sua Mini rossa, saliamo in macchina e notiamo un odore: che attribuiamo al fatto che ha piovuto e forse si sono un po' ammuffiti i tappetini. Poi lei scende, va nel supermarket e io no. Io cerco la fonte dell'odore che, al mio supernaso, non è per niente di muffa e viene dal sedile dietro. E così scopro conto che la Mini dietro ha come due tasconi portaoggetti, a fianco dei sedili, e in uno cosa c'è? Un sacchetto bianco. Con dentro qualcosa di marrone. Semisciolto. Che puzza, non fatemi dire di cosa, avete capito benissimo. Ecco, io dovevo avere tipo dodici anni e l'incoscienza della gioventù perchè ho preso il sacchetto, l'ho buttato in un bidone, sono tornata in macchina e poi le ho raccontato tutto, senza nemmeno vomitare. Succedesse di nuovo ora, smetterei di mangiare per una settimana.

Comunque, ho un attimo esagerato con il Napisan e il detersivo, quindi devo a mio padre un maglione di shetland grigio, perchè questo qua, che è profumatissimo e perfettamente pulito, è uscito dal lavaggio con la consistenza di un Muppet.

Però non sono svenuta, eh. Forse, Noise, dopotutto sono pronta per provare la Mooncup. Ma dopo la butto via perchè non me la sento di lavarla.

  

giovedì 23 agosto 2012

Accaldato erotico skrash

Vi ho già parlato della mia ultima fiamma?

Mi sono innamorata. Si chiama Simon. E' australiano. Ha i ricci. Biondi. Come il mio grandissimo Primo Amore delle superiori, cui somiglia, talvolta, quando ride.

Ovviamente avete capito.

Non so se sono più innamorata di lui o del suo irresistibile personaggio, Patrick Jane, comunque l'esistenza di uomini con visi dolcemente sciupati come il suo conferma quel che diceva lo splendido Colin Firth delle rughe: a che serve un bel violino, se le corde non vibrano? Infatti, pensate a quell'immenso fico di Hugh Laurie: se cercate i film che faceva da giovane, con Kenneth Branagh, non gli date due lire. Poi gli vedete fare la parte del dottor House, tutto un guizzo espressivo, e capite che l'età in certi casi è una benedizione. A parte che se hai una bocca come quella di Simon Baker le donne fanno veramente, veramente fatica a guardarti le rughe intorno agli occhi.

Comunque, perchè vi dico tutto questo. Non è per un banale attacco di lussuria estiva, che lo so già che è l'ultimo trend del 2012, vi ho viste sotto l'ombrellone che leggevate "50 sfumature di grigio" e i due sequel, e poi entravate furtivamente dal ferramenta a prendere metri e metri di robusta corda. Non darò il mio parere sul libro: non l'ho letto, sto resistendo a una campagna pubblicitaria intensissima condotta niente meno che dalla mia migliore amica, la quale sostiene che era appassionante... e anche dotato di utilità pratica.

Finirà che gli darò una chance, ma sinceramente ho queste esitazioni per due buoni motivi: uno è che, se davvero è "letteratura mommyporn" come dicono in giro, ci resto male di leggere di sesso mal scritto per 600 pagine, quantomeno dopo aver letto alcune spettacolarissime scene hard in George R. R. Martin, Veronesi, Ammanniti, McEwan, etc. E anche dopo aver trovato arrapantissima la pruderie primo Novecento di Edward Cullen. L'altro è che, se è scritto bene e quindi le scene di letto sono convincenti, a un certo punto delle 600 pagine potrei magari trasformarmi in una gattona tutta fusa, ma dubito che con trentasette gradi l'Uomo abbia intenzione di partecipare anche al miglior kamasutra: in questi giorni i nostri rapporti fisici sono, come dire, diluiti nell'arco di una settimana: lunedì mi fa una carezza, martedì mi dà una pacca sul sedere, mercoledì un bacio... Più di così, ad Asti e senza aria condizionata, non si fa, perchè manca solo l'attrito tra due epidermidi per arrivare all'autocombustione. Splendido sesso orale, in compenso: no, calma, che avete capito, mi son spiegata male, intendevo orale come le interrogazioni, cioè a parole. Tipo che ci raccontiamo quello che ci faremo quando verrà una temperatura più accettabile. E ce lo raccontiamo stando ben attenti a non sfiorarci, per non restare appiccicati.

Però vi narravo di Simon Baker perchè da qualche giorno sono immersa nella prima serie di "The mentalist" e, quando non penso alla bocca di Simon Baker o ai riccioli che tanto mi ricordano il Primo Amore, penso ai sorrisi sapientemente indifesi di Patrick Jane e ho un flashback.

Che si svolge al Porto Antico, come molte altre scene del lungo corteggiamento che l'Uomo mi ha riservato. E siamo io e lui, seduti in un locale, e sorseggiamo qualcosa, e lui a un certo punto non parla ma sembra pensieroso e fa questi sorrisi tristi, con gli occhi di uno sotto tortura, e io gli dico "che c'è? Tu non me la racconti giusta, stasera: hai l'aria da discorso cosmico". Al che naturalmente lui non risponde, ma accentua il sorriso e guarda per terra, di lato, e a me batte il cuore forte forte perchè, visto che lui guarda altrove, io ne approfitto per mangiarmelo con gli occhi.

Ecco. E' un ricordo bellissimo. Dieci miliardi di anni dopo, sono qui che mi chiedo cose. Studiavamo per diventare insegnanti, allora. Sapevamo poco o nulla di dove saremmo finiti, cominciavamo a intravedere che ci sarebbe stato qualcosa tra noi due, ma nessuno ci aveva detto niente di dove avremmo vissuto, che scelte avremmo fatto, che prezzi avremmo pagato per quel che volevamo.

Certo ci sono cose che non avrei mai creduto possibili. La prima della lista è sempre la stessa, cioè superare i trentacinque anni senza aver avuto figli. Ma anche altre, tipo andare d'accordo con DUE suocere, fare la luna di miele in un paesino del Piemonte che conta 1300 abitanti, etc. Però anche il dialogo di ieri sera a cena è stato veramente una cosa che, solo tre anni fa, proprio non mi sarei potuta immaginare.

L'Uomo, spargendo salsa piccante sull'involtino primavera: "E così, al posto delle retrospettive, abbiamo deciso di concentrare gli sforzi su singole serate da pensare come grossi eventi. Tipo, per ogni sezione del festival, prendere un nome che richiami il pubblico, e fargli fare l'inaugurazione, e poi far venire magari un altro per la master class."

Castagna: "Quindi, per l'horror, Dario Argento, e per i documentari, chi viene? Cederna?"

L'Uomo: "Sì, dovrebbe venire lui ad aprire..."

Castagna, versando la salsa di soia sul riso: "Che bello, sono tanto contenta di conoscerlo, lo adoro da quando faceva il soldatino innamorato di Vassilissa in Mediterraneo."

L'Uomo: "...poi, però, viene anche Alessandro Gassmann per presentare il documentario su suo padre..."

(Skrash!)

Castagna, ripulendo il tavolo dalla salsa di soia versata dopo che aveva mollato di schianto la confezione: "..."

L'Uomo: "E poi abbiamo il problema di Pasotti..."

Castagna: "Scusa, mi puoi ripetere la seconda che hai detto? E' una presa per il culo, come al solito?"

L'Uomo: "No, secondo il Visconte non c'è nessun problema a far partecipare Alessandro Gassmann, anzi dovrebbe avere già la sua disponibilità di massima."

Castagna: "Ihihihihi uhuhuhhu"

L'Uomo: "Che c'è?"

Castagna, che si era improvvisamente trasformata in un'adolescente tutta treccine, zainetto Invicta e ciuccetti di plastica colorata, si riprende: "Ahhem. No niente. Coff coff. Ahem. Prendi un raviolo al vapore. Dicevi di Pasotti?"

L'Uomo: "No, dicevo che lui viene su con Nicoletta Romanoff, ma si portano i tre figli, quindi pensavo di prendergli un appartamentino in un residence invece dell'albergo. Mi ha detto, al telefono: c'è questo problema, che noi siamo una tribù e ci spostiamo tutti insieme, è grave?"

Castagna: "Chiamalo e chiedigli se si portano anche una tata, altrimenti gliela cerchiamo noi tra le ragazze del teatro."

Ecco, io, quella sera al Porto Antico, iniziavo a intravedere che avremmo cenato insieme tante, tante, tante volte. Ma se mi avessero detto che una mattina sarei scesa dal letto e una delle mie priorità sarebbe stata trovare una ragazza disposta a intrattenere i bambini di Pasotti e della Romanoff mentre loro facevano i giurati nel nostro festival cinematografico, no, non ci avrei probabilmente creduto.

lunedì 30 luglio 2012

Intermezzo non scolastico: le régime du con

Non ci avrei mai creduto se me lo avessero detto.

E vi ricorderete senz'altro come guardavo con scetticismo le eleganti signore romane, o naturalizzate tali, con cui ho cenato in occasione del festival del cinema: queste qua.  

Però sono troppi anni che la cifra delle decine sulla bilancia e io ci guardiamo in cagnesco. E poi quest'anno devo fare veramente qualcosa per me stessa, per la mia salute, e anche per il mio matrimonio (perchè, non contatevi balle, lui vi ha trovate che portavate la 44 e se lo ricorda benissimo com'era stringervi a sè quando il vostro girovita era quello. Quando dice che vi ama e che vi trova bellissime, sta mentendo. Cioè, è vero che vi ama, e vi trova ancora guardabili. Ma preferisce Gwyneth Paltrow, e questo non ve lo dice).

Poi un giorno d'estate in cui mi maceravo nel cattivo umore leggo questo, vado a informarmi quale miracolo può far perdere così tanto peso in così poco tempo, ancorchè a un papà gay più giovane di me, e quando vedo le regole della dieta du con riconosco l'alimentazione  che ho visto seguire a tutti gli amici attori e registi. Cioè, andate a cena due o tre volte

con lei (2 figli)


o con lui (neh, Tipa?)





e ditemi se non è vero che funziona. Che poi lo so che la tiroide, l'età, la vita sedentaria (perchè abbiamo visto che con la palestra è andata malissimo) e i disturbi alimentari etc etc, ma se mi ci metto magari un minimo ottengo anche io.

Reazioni inconsulte da parte del popolo di amici e blogamici.

"Ma la du con fa malissimo, troppe proteine troppe proteine!!!"

Sì, l'ho pensato anche io leggendo qua e là. Ma poi mi sono fatta il profilo personalizzato sul sito e ho visto che la fase d'attacco è di tre giorni, e che in quella successiva, di tre mesi, è possibile, se non si ha fretta di interpretare un ruolo in un film, fare due giorni di sole proteine a settimana. E poi, siamo onesti, maddai, non crederete mica che ce la farò a seguirla per tre mesi.

Però voglio provare, anche fosse solo per qualche settimana: ho letto il libro, capito un po' l'idea che ci sta dietro, e qualcosa mi dice che o è questa o non sarà nessuna dieta. Perchè tutto sommato ognuno di noi riconosce le cose che può e quelle che non può fare, anche se a volte si mette con scarsa convinzione su una via che non è la sua. Siccome su questo punto ormai potrei scrivere un libro, direi che è giunto il momento di tentare. Una serie di contingenze fanno sì che possa approfittare di un periodo senza precedenti per badare a me stessa: principalmente il fatto che tre settimane fa stavo così orrendamente male che il marito ha riscritto la sua lista di priorità, inserendo  la voce "prendersi cura della moglie, aiutarla e sollevarla da incombenze sgradite" sopra le voci  "cinecircolo", "poltrire" e "calcio"... quando pensate che mi ricapiti???

Vi fosse rimasto qualche dubbio, sappiate che, prima di spaventarvi per quel che dovrei, e sottolineo dovrei, mangiare seguendo le régime du con, vi converrebbe avere una vaga idea di cosa mangio abitualmente. I miei reni, alla sola fase preparatoria che ho svolto in questi giorni inserendo un bel po' di proteine in un'alimentazione ancora normale, hanno reagito con: "Cos'è questa roba??? Amminoacidi??? Belìn, era dal 2006 che non se ne vedevano!!! Ragazzi, vi ricordate dove abbiamo messo i moduli per lo smaltimento degli amminoacidi? Ragazzi? Eh? Come sarebbe a dire avevamo fatto domanda per il diabete mellito e li abbiamo riconsegnati tutti alle poste?". Infatti sono due giorni che faccio felicemente pipì ogni due ore scarse. Anche di notte. E' bellissimo.

E comunque, anche se mi volterete le spalle decidendo che ho dato definitivamente l'equilibrio psicofisico in pasto ai vermi, sappiate che non ve ne voglio, perchè:
a) è vero, o almeno, era verissimo qualche settimana fa, quando in questa casa si pronunciava la fatidica parola benzodiazepine;
b) non resto comunque sola perchè la Symosymo è al mio fianco, anzi mi precede da qualche giorno in quest'avventura;
c) un giorno, se dura così, finiremo per trasferirci a Roma, lo so, anche se l'Uomo per ora nega. E per quel giorno devo poter indossare almeno una 46, o non avrò il coraggio di uscire di casa.  

giovedì 7 giugno 2012

- ...perchè mi guardi e non favelli? - Eh...

Sono stanca.

Sono così stanca che anche il rilassamento indotto dalle meravigliose visualizzazioni che mi fa fare la Fata Bionda mi stanca.

Sono così stanca che mi fa fatica persino leggere.

Sono così stanca che mi sono scordata di dirvi con chi abbiamo in ballo una cena domenica sera.

 
 
Beh, alla cena non ci verrà COSI', credo, e comunque non potrò tatuarmelo sulla retina per tutta la serata, come sarebbe d'obbligo anche se fossi stanchissima, perchè porta la moglie. Infatti la mia presenza è richiesta perchè se no le signore tengono il broncio, stufe di finire sempre alle cene di lavoro coi mariti.

Quindi dovrò fare una conversazione un po' più impegnativa di quella che mi viene in mente adesso, guardando cotanto bendiddio.

mercoledì 11 aprile 2012

Professori

Fare il professore o la professoressa autorizza ad essere eccentrici almeno su qualcosa.
Io passerò senz'altro alla storia, nella memoria di alunni, genitori e colleghi, per la devastazione che regna nella mia macchina, dove libri, compiti, vestiti, materassini da yoga, scarpe, sacchetti vari e oggetti misteriosi si mescolano allegramente sui sedili (e sotto). Passano gli anni e temo che non si possa più dire che questa è la mia sola forma di eccentricità, ma è senz'altro un aspetto non trascurabile.

Mio marito è un professore di lettere come me e NON POSSIEDE PENNE ROSSE.

Cioè, non è che non le usa.
Non ce le ha.

Le uniche penne rosse che usa sono mie. E voi direte va bene, anche il letto in cui dormiamo l'ho pagato io, l'importante è che io non dorma sul pavimento. Invece con le penne la scena è una di queste due:

1)
"Mi dai una biro rossa?"
"No!"
"Ma come faccio, devo correggere!"
"Anch'io!"
"Ma ne hai quattro!"
"Questa non scrive, una te l'ho prestata l'altroieri, e una la sto usando io."
"E allora prendo l'altra, dai."
"Ma quella che ti ho dato l'altroieri?"
"Non so, sarà in macchina."
Prende la biro. Non la rivedrò mai più.

2)
"Uomo. Tieni."
"Uh, grazie!"
"Queste sono dieci. E sono TUTTE TUE. Io ne ho comprate altre dieci e SONO ESCLUSIVAMENTE PER ME."
Settimana dopo: "Mi dai una penna rossa?"
"MMMMMMRRRRRAAAAAGGGGGRRRRRRRRRHHH!!!"

Le penne rosse di mio marito sono in macchina. Nel cassettino della macchina. Ce ne sono decine.
Tranne che quando io salgo in macchina con la precisa intenzione di ficcare la mano nel cassettino, estrarre una dozzina di penne rosse e mettermele in borsa. Le ha addestrate a correre a nascondersi nella valigetta, nel bagagliaio, tra il recipiente dell'acqua per i vetri e quello dell'olio dei freni.

Ieri sera correggevamo tutti e due, ma alle dieci e mezza io sono crollata. Lui è rimasto in salotto a correggere temi con una biro (indovinate di chi era). Prima di andarmene, consapevole che al risveglio mi sarei ritrovata metà della pila di compiti di grammatica da finire, ho nascosto la biro rossa che stavo usando io con tanta cura che stamattina non la trovavo più.

domenica 25 marzo 2012

L'Islanda



Ci sono quei giorni in cui succedono cose, apparentemente insignificanti, che però sono irreversibilmente segno dell'inizio di un'era.

Tipo quando ti tolgono le rotelline della bici e tu vai lo stesso.

O quando le lettere si fondono in una parola e per la prima volta in vita dei segni sulla carta diventano un significato nella testa.

O quando invece di annaspare in acqua stai a galla, e dai al tuo movimento una forma e una direzione.

O quando una cosa che prima ti avrebbe fatto incazzare, e anche fatto un po' di paura, ora ti procura solo dispiacere, preoccupazione, addirittura un senso di pena. Arrivato, dopo decenni, a prendere il posto del vecchio, cancerogeno, manipolabile senso di colpa.

Sono rivelazioni. Dopo, il mondo non è più lo stesso: come dopo Gutenberg, come dopo Freud, le cose non hanno lo stesso valore di prima.

E così oggi è stata una giornata in cui mi aggiravo per casa, sospesa in un senso di irrealtà, per i cambiamenti giganteschi che avvengono in me. Mi sento come l'Islanda. Fuori terra scura, muschio colorato, un po' di neve, un ripetersi monotono di rilievi arrotondati. Dentro, sotto, roba che si sposta, acqua che ribolle, lava, pressione, forza tellurica bruta.

In questo clima ho fatto una cosa mai vista prima, sono andata a tagliarmi i capelli mettendoci una reale disponibilità a entrare con le mie lunghe onde da leonessa e uscire con qualunque cosa.

Non che la ragazza mi abbia fatto un taglio tanto strano. Ma ha tagliato molto e in effetti delle lunghe onde non c'è più traccia e, chissà perchè, con questo taglio sembro molto più chiara.
Il punto però è che io le ho detto "fai tu, io chiudo gli occhi" e in effetti intendevo proprio dirle di fare lei, di non chiedermi niente. Questo nel mio modo di essere è senza precedenti. Andare dal parrucchiere, soprattutto se comportava rinunciare ai capelli lunghi, per me è sempre stato terribile fonte di tristezza, insicurezza e talvolta reale sofferenza. Davvero. Tra la poltrona del parrucchiere e quella del dentista ho sempre faticato a cogliere la differenza, a parte che nel primo caso non sputi sangue nel lavandino, e la vista delle mie ciocche sul pavimento è una delle cose che mi hanno dato maggiore fastidio, tra tante sgradevolezze che ti capitano nella vita.

E invece oggi non ho neanche guardato quando la ragazza le scopava via, e ero sinceramente tranquilla sul fatto che mi sarei piaciuta con qualsiasi modifica. Infatti mi piaccio, soprattutto col rossetto rosso scuro che ho adottato da quando ho schiarito il castano verso il biondo.

Cazzate da femmine, lo so. Ma le donne sanno quanto c'è dietro a una cazzata di questo genere.

Per festeggiare sono andata al reparto profumeria, scuotendo i miei capelli leggeri leggeri, e ho speso in ombretti una cifra pari a quella spesa dalla parrucchiera più 6 euro e qualche decina di centesimi.

E stasera ho preso una bella congestione stando seduta, in gonnellina corta, giacchina di cotone e scialle, ai tavolini fuori dal solito locale, per chiacchierare fino a mezzanotte e mezza con l'Uomo, Movie Man e Lucio Pellegrini che era da noi a presentare "E' nata una star?" (senza Papaleo e senza la Litti, ma è stata comunque una serata bellissima e il film è davvero carino).

mercoledì 21 marzo 2012

Patisco la primavera

Ciclotimica da ricovero.

Ieri non uscivo più da scuola, tutta contenta di essere lì, anche di parlare con una madre fino alle 17.30.

Oggi non ho voglia di andarci.

Ieri avevo solo tre bambini al recupero pomeridiano e correggere le prove di letteratura parola per parola mi è parso piacevole, mi sono volate due ore come niente.

Oggi il solo pensiero di mettermi a ripetere "ehi! silenzio" mi fa venire nausea.

Un certo numero di loro sarà via per lo sci di fondo.

Perchè da qualche parte, mi dicono, c'è neve. Sembra pazzesco, con le temperature che ci sono qui e le primule selvatiche a mazzi lungo le strade.

Ho sonno, ho molte prove da correggere e molto da dire qua sul blog. E un'altra settimana mi sta scivolando tra le dita alla velocità della luce.

sabato 3 marzo 2012

E la donna scoprì...

...che poteva fare i lavori di casa ascoltando musica.


sabato 11 febbraio 2012

Crystal nightmare

Come saggiamente fa notare un amico di post (amico di tastiera? insomma, un amico su Facebook), colonna portante della comunità GLBT genovese e universalmente noto per il suo proverbiale dono di non mandarla a dire, è disgustoso che tutti postino cazzate inutili tipo: "Caldo!" "Afa!" il 12 agosto, dalla città, o "Piove..." il 3 di ottobre, dalla campagna, o ancora "Brrrrrr! Si gela!" il 6 gennaio, dalle Dolomiti.

Cioè, d'inverno fa freddo. Perchè siamo in un clima temperato a quattro stagioni, e non in Zimbabwe. Elementare, Watson. Saggia cosa disse pure la Litti suggerendo che, se proprio dobbiamo stupirci di qualcosa, sia meglio stupirci di aver passato il Natale col cappottino leggero, qua in Piemonte. Che non è normale.

Tuttavia, spero di non suonare disgustosa anche io, ma un post sul freddo vorrei metterlo. Non per scrivere brrr. Che tanto sono ormai tre anni che non metto pantaloni di lana nè calzini lunghi o collant sotto i jeans, ormai sono acclimatata, metto i guanti a partire dai 4 gradi sotto lo zero perchè prima non mi si screpolano neppure più le mani, e il berretto solo se devo spalare la neve mentre sta ancora nevicando. E spesso mi beccano a dire, con spiccatissimo accento genovese, "euh ma come si sta bene oggi" e poi guardi il termometro e ci sono 2 gradi. Questo per dire che non mi lamenterei del normale freddo che fa qui a febbraio (passare due o tre giorni a meno 10 è la norma, in queste settimane, e nessuno sa cosa si intende per "giorni della merla" se non ha sentito sulla propria pelle il freddo umido di Torino, alle sette di mattina, verso la fine di gennaio).

PERO':

- abbiamo toccato i meno 20;
- sono esplose le grondaie (scena molto Final Destination, con me che sudo dalla paura rendendomi conto di esserci appena passata sotto);
- si sono fermate un numero preoccupante di macchine (per ora non le nostre, ma non si può dire) perchè s'è gelata la batteria;
- sono andate in blocco svariate caldaie condominiali (scena molto sovietica: l'Inflessibile in cucina coi bambini, con stufetta e forno acceso, doppio maglione e tè bollente);
- a Genova i miei genitori si sono fatti cinque giorni senza riscaldamento, temperatura meno 7 fuori, 9 dentro, e tramontana (scena molto brontesca: la povera Zia Bella, per descrivere la cima sferzata dal vento dove abitano i miei, usava dire, con voce fievole e disperata, come di chi grida da molto lontano: "Heathcliff! Heathcliff! Sono la tua Cathy!");
- nella nostra tana genovese, dal rubinetto veniva un filo d'acqua ferrosa (tubi gelati);
- qui s'è rincoglionita la valvola della calderina e l'acqua calda dura un minuto e mezzo, poi si spegne tutto; idem dicasi a casa di svariati colleghi che stanno nella Valle delle Meraviglie.

Ma se avevo qualche dubbio che il freddo di quest'anno fosse un po' sopra le righe, mi è passato oggi.

Sono partita e qua non era male.
Il primo sospetto che la situazione fosse un po' troppo siberiana mi è venuto passando un ponte sullo Jenisei. Pardon: sul Tanaro. Completamente ghiacciato e ricoperto di neve. Mai visto, almeno non da me.
Poi nelle gallerie dell'A26: colonnati di ghiaccio che uscivano dalle crepe delle pareti, toccavano terra e si allargavano con un grazioso strascico sul marciapiede di servizio e da lì sulla carreggiata. Su TUTTI E DUE i lati. Ergo, si viaggiava al centro. In un punto sono passata troppo esterna, ho messo una ruota sul ghiaccio, visto la Madonna nel bianco degli occhi e deciso che non lo avrei rifatto.
Al Turchino, oltre a queste impressionanti colonne gelate e ai soliti ghiaccioli lunghi come un braccio lungo i lati delle gallerie, ce n'erano due ENORMI, qualcosa come un metro e dieci di lunghezza, al CENTRO della volta della galleria. Che sembravano messi lì apposta per farti indagare con onestà dentro di te se, in caso di morte improvvisa, la tua anima sarebbe stata in grado di cavarsela con un po' di Purgatorio o se saresti finito sparato in braccio a Draghignazzo e Farfarello. O anche, a seconda dei punti di vista, se ti saresti reincarnato in una tenia, in una blatta o almeno almeno in un gabbiano.
Peraltro, i ghiaccioli nelle gallerie sono la norma, sull'Appennino, magari non così enormi. E' quando continui a vedere ghiaccioli di quaranta centimetri nelle gallerie tra Voltri e Pegli che ti fai delle domande.

Ma soprattutto.
Sono arrivata in cima alla collina genovese dove ("Heathcliff! Heathcliff!") abitano i miei. E di norma mi devo fermare e, con la macchina scossa dal vento come un Tirrenia con mare forza 6, devo aspettare che si apra il cancello carraio. Ma con questo freddo il cancello bisogna spingerlo a mano perchè si blocca. Rallento, mi fermo, con già l'imprecazione a fior di labbra perchè devo scendere dall'auto nel vento gelido (temperatura di oggi a Genova: 3), e invece di scendere alzo gli occhi, apro la bocca e resto così, come una povera scema.

Perchè il palazzo dei miei genitori, per un quarto, e precisamente per il quarto che fa angolo con la strada, E' COMPLETAMENTE RICOPERTO DI UNA GLASSA DI GHIACCIO. Che scende tipo decorazione di una torta dal tetto sul cornicione, dal cornicione su tutti i terrazzi sotto, con graziosi festoni di ghiaccioli che pendono dal tetto, dalle ringhiere, dai vasi, dalle maniglie delle tende, dai pavimenti dei poggioli.
E' scoppiato un tubo dell'acqua sul tetto e ha trasformato la camera di mia madre, che sta al piano attico proprio su quell'angolo, in un igloo,e il resto del palazzo in quell'hotel di ghiaccio che hanno costruito in Finlandia (o era in Groenlandia?).

Cioè. E' bellissimo. Ma mi viene un mezzo attacco di panico.

Com'è come non è, la casa dei miei è mediamente calda. Tradotto, ci fa come al solito un freddo bastardo, rispetto a casa mia (se vi piacciono gli attici enormi, ricordatevi che mettere qua e là qualche porta potrebbe essere una mossa furba, per quanto l'open space sia una gran figata sulle riviste di arredamento), ma si sente che i caloriferi funzionano.

I miei non ci sono.
Si scoprirà più tardi che sono andati al canile di Sant'Alberto, sul monte Contessa, a consegnare un quintale di coperte e lane ai volontari. Rischiando di perdersi, perchè i Sestresi vanno fierissimi del loro nuovo canile e tutti sanno dov'è, e quindi non è segnalato. Ora, io al monte Contessa ci andavo con l'Uomo i primi tempi della nostra storia, a passeggiare d'estate, perchè c'è una vista incredibile, c'è il cimitero dove sono i suoi nonni e dove un giorno vorremmo essere anche noi, e c'è un eremo dove avevamo deciso di sposarci, se proprio dovevamo sposarci in chiesa. E data la nostra conoscenza (anche abbastanza biblica, nella stagione adatta) di questo luogo, romanticissimo, primitivo, verdeggiante e selvaggio, con stradine mantenute a fatica dai cinque coraggiosi abitanti della cresta sopra il cimitero, io ero convinta che i miei oggi si sarebbero persi o sarebbero volati giù con la Peugeot da una curva ghiacciata e sarebbero stati sbranati dai lupi. Forse mi ero un po' impressionata per il Crystal Palace di Albaro, però, perchè alle cinque mia madre era come al solito sull'autobus che scorrazzava in centro, e mio padre a casa a riflettere sulle tasse e sulle questioni immobiliari.

Io invece ero a casa mia a Asti e, dopo aver "lavato i piatti" con pentolate d'acqua scaldata sul fornello, mi preparavo a "fare la doccia" con lo stesso sistema. Per sicurezza ho versato nel catino sul fondo della doccia l'acqua delle pentole, poi mi sono tutta bene insaponata. Poi però era un casino sciacquarsi. Così ho chiamato aiuto: volevo che l'Uomo mi portasse una brocca dalla cucina per versarmi l'acqua addosso.

E vorrei che sapeste questo, di me. Io non sono una donna ad alto mantenimento, per certe cose. Negli ultimi undici anni ho dormito per terra, mi sono cambiata tutta, mutande incluse, nel cesso di un treno, ho vissuto in case dove non c'era ancora il gas, non c'era il forno, non c'era il frigo, non c'era la lavatrice, etc. Ho portato avanti e indietro pacchi, scatoloni e valigie come una bestia, lavato roba nei catini e steso sui termosifoni, spostato elettrodomestici, un paio di volte dai buddhisti mi sono lavata in un bagno con dentro un piccione. Vivo. Seduto in alto, su uno spigolo del muro sopra la doccia, a fare "trrrruuu trrrruuuu", o come cazzo fanno i piccioni vivi. Sono scesa in cantine buie piene di ragni albini. Sospetto di avere uno scorpione che vive dietro uno scaffale Ikea nel mio corridoietto a Genova.
Cioè, se non fosse che ho paura degli aerei e delle intossicazioni alimentari, potrei partire domani con Médécins Sans Frontières.

Ma cazzo, oggi, quando l'Uomo si è presentato in bagno con la parte sotto dello spremiagrumi e io l'ho usata per tirar su l'acqua dal catino e sciacquarmi, mi veniva da piangere.

martedì 7 febbraio 2012

Bianco assoluto

La piccola macchina blu girava e girava e intorno era tutto bianco, bianco, e il nero dei tronchi degli alberi, e a un certo punto le cancellate, i cartelli, e quello, beh, quello era il carcere, circondato da una campagna così candida e dal cielo color latte.
Immaginarsi i corridoi, i cortili interni, il silenzio lì dentro, con tutto quel bianco intorno.

Le ruote slittavano, slittavano, e non c'era aderenza. Ghiaccioli lunghi settanta centimetri incombevano dalle grondaie.

Il vecchio uomo era solo, tremante, e incapace di capire, nella casa gelata, e il tè era bollente e i canestrelli dolci ma non c'era niente che alleviasse la frustrazione, che sciogliesse la testardaggine, nè il freddo.

La donna era sola, determinata, dura, zitta, nella piccola accogliente casa senza vista, e l'acqua dei rubinetti era poca e ferrosa e c'era un letto che non era il suo, ed erano troppi anni che non usava un accendino.

Il ragazzo era stanco, di farcela, di mantenere l'equilibrio, di farsi strada a fatica tra la follia e l'oscurantismo.

E tutti correvano alla ricerca di un posto dove non si sentisse più quel rumore di mandibole che masticano furiosamente il tempo.

A una curva della strada però il bosco fitto di rami spogli ammantato di grandi sbuffi di bianco era incredibilmente pulito, antico, e pieno di pace.

La giovane donna pensò all'uomo vestito di nero che le era venuto incontro nella neve, e alle sue braccia ferme e alle sue parole, e concluse che lei l'aveva trovato, il suo luogo sicuro, anche se quel cielo tutto dello stesso colore era così enorme.

Questo, mi ricorderò di questi giorni di febbraio. Che sono stati surreali.

giovedì 2 febbraio 2012

auleintempesta featuring una che non lo rifarà,

il numero di parlare a voce alta di certe sue opinioni discutibili sulla vita e l'educazione dei figli, soprattutto se è seduta di fianco a una giornalista.

Scusate, ma la mia unica reazione a questo articolo è una goduria sconfinata per lo sputtanamento grandioso al quale la mamma imbecille si è esposta.

martedì 27 dicembre 2011

Natale: AHIA!!!!!

Io di anatomia so poco e niente. Ho letto tutto il manuale Merck quando vivevo coi miei e so dell'esistenza di malattie assurde tipo la sindrome del cri du chat, la tripanosomiasi, il Cushing, so i sintomi della malattia di Lyme e della lebbra e la catena di diffusione della peste bubbonica, insomma, io e Dottor House ci capiamo benissimo.

Però quando mi visitano resto sempre stupefatta, mi sembra sempre che per sentirmi il cuore, o i reni, o le ovaie, mi schiaccino e mi tocchino in punti dove io non sapevo di avere codesti organi, che io mi immaginavo sempre un po' più in su, un po' più in là, etc.
Poi non so i nomi, per me lo sternocleidomastoideo è un muscolo della gamba e il metacarpo un osso dell'orecchio interno, non li so. Non so nemmeno come si chiama quel bellissimo muscolino addominale che gli uomini hanno sopra l'anca e che va giù, quello con l'indicazione "per la felicità da questa parte". Sì, ce l'hanno, ce l'hanno tutti, anche i vostri mariti, signore, ma per vederlo a occhio nudo bisogna purtroppo guardare Cristiano Ronaldo o Alessandro Gassmann coi jeans a vita bassa, e lo so che è un sacrificio.

Comunque, dicevo, e scusate se vi ho spettinato tutti gli ormoni divagando come mio solito, io non saprei dire da quanti fasci muscolari è costituita una gamba.

Ma che il muscolo del polpaccio sia tripartito, e precisamente formato da un fascio sotto, un fascio sopra a destra e uno sopra a sinistra, ragazzi, non me lo dimenticherò mai più.

Ho sceso (SCESO) tre (TRE) gradini nell'atrio del palazzo dei miei (dove ho abitato per ventun anni) e tra il primo e il secondo SENZA NEMMENO TOCCARE TERRA COL PIEDE mi è partito un dolore acutissimo che mi ha disegnato in un fiammeggiante verde fosforescente i contorni del gemello polipteo di destra della gamba sinistra in tutta la sua interezza.

Cioè: ero scesa saltellando per andare incontro a mia zia che è tutta una protesi e ha il bastone, e sono tornata tenendomi a mia zia, al suo bastone, al muro, ululando e chiamando aiuto.

Dieci minuti dopo, il Natale si svolgeva così:
- io sul divano in mutande che mugolavo
- mio padre che mi massaggiava il polpaccio con le mani gelate ripetendomi che il massaggio e il caldo mi avrebbero sciolto la contrattura
- mio marito che cercava di tastare i punti dolenti facendomi strillare e dicendo preoccupatissimo che se era il tendine d'Achille era un casino
- mia madre che versava l'acqua della pasta nella borsa dell'acqua calda e in contemporanea svuotava l'armadietto dei medicinali per trovare del Voltaren e guardava che non bruciasse il pranzo di Natale e cercava di metterci tutti seduti e distribuirci i regali (mi hanno spiegato che, in effetti, non ero io che vedevo quattro madri per il dolore, era sempre la stessa che faceva tutte queste cose contemporaneamente)
- mia zia ancora con il cappotto addosso e la borsa in mano che ripeteva "mi dispiace! santo cielo mi dispiace!", come se fosse colpa sua che io non son buona a fare tre gradini senza produrmi lesioni.

Poi la cosa degenera. Mio marito diventa nero come la notte in viso e non spiccica più parola, valutando cupamente le conseguenze di un eventuale strappo muscolare o di una lesione al tendine e gufandomi interventi e mesi di riabilitazione. Io mi dispero rendendomi conto che non sono autosufficiente perchè non posso posare il piede in terra. Mia zia si rammarica. I miei per tirare su il morale a tutti mi consegnano una stampella (essendo la zia plurifratturata siamo fortunati proprietari di parecchi supporti ortopedici) e cominciano a scherzare su quanto fa elegante a questa stagione girare con la stampella, e a decidere che devo dire che mi sono infortunata sciando a Gstaad. Non fatemela commentare, questa.

In effetti, faccio un grandissimo ingresso, un'ora più tardi, a casa dei suoceri: mia suocera OGM mi apre la porta, scoppia a ridere e gracida, perchè ha la tracheite: "E che cazzo è?" vedendomi con la stampella, poi arrivano la cognata e la cugina dal corridoietto del salotto e una dopo l'altra "Oh, cazz'hai fatto?" (la cognata milanese) e "Cazzo è, oh?" (la cugina romana), poi diventa tutto un turbine in cui una nonna mi abbraccia ("Uh mì, cosse t'è faeto?" in genovese) e una suocera e una cognata mi levano di mano i pacchetti e una cugina mi toglie il cappotto e un suocero mi bacia sulla guancia ("Belìn, ti sei rotta?")e, infine, esce la Zia Pazza dalla cucina, elegantissima in un vestito color crema un po' anni Quaranta, e sbotta con la voce bassa da Patty Pravo: "No, ma che cazzo è?"

Io ho una famiglia INCREDIBILE. INCREDIBILE. A metterli in un film diresti che sono inventati.

E ho uno stiramento, per fortuna parziale, del gemello popliteo.