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lunedì 23 maggio 2022

D'estate muoio un po'

 ...ma muoio del tutto se ci sono 32 gradi a metà maggio e io devo fare, come in questi giorni, delle tirate lavorative 7.30-19. 

Settimana di merda, diciamolo. Giovedì l'altro, uno sgallettato di provata deficienza si presenta a scuola con coltellino a serramanico, per fortuna uno che sembra Oliver Hardy senza baffi trova il coraggio di dirlo alla Valchiria, il piccolo aspirante gangster viene disarmato e sanzionato secondo la legge più dura che si possa applicare alle medie, ma comunque alla Valchiria, che è appunto la Valchiria, non la mammoletta, tremavano le mani dalle lunghissime unghie smaltate in fucsia. 

A me domenica viene un attacco d'ansia che dura ore: fiatone, conati, palpitazioni, agitazione frenetica. Secoli che non stavo così. Riconduco il tutto a due fattori: un post che mi è saltato in faccia da Facebook, relativo al mio alunno che è mancato lo scorso anno, che mi ha fatto piangere sangue, e il fatto che, fanculo, io ne ho viste un bel po', ma il coltello a scuola no. Ci sono anche altri motivi, parecchio personali, se non ne parlo nemmeno qui. 

Ne capitano di tutti i tipi: dal ragazzino che mi vomita in classe a quella che mettiamo sull'ambulanza. E queste sono le sanitarie, vi risparmio le disciplinari. Persino io ho dato note sul registro in diverse classi, stiamo perdendo tutti la presa sulle creature, il modo in cui la maggior parte di noi viene trattata rasenta l'insulto quasi ovunque e quotidianamente. 

Mettiamoci anche il sole che batte sui finestroni, il crollo della qualità della mensa da dicembre in poi, l'odore di adolescenti (perché non ho una terza? Le terze e le prime profumano. Ho due seconde, l'età del salto ormonale, dall'odore di bimbo che ha corso un po' al fetore del maschietto che non si lava se la madre non lo minaccia). E le dannate mascherine in faccia. Io questa primavera ho rifatto il Covid in versione omicron ed ho avuto due diversi periodi di attacchi allergici dovuti a due botte di caldo con annessa fioritura: sotto la mascherina ho il naso con le mucose secche e sanguinanti, spellato e con tagli che non so quando si rimargineranno, forse mi si staccherà proprio il naso dalla faccia, tipo sifilitica del 1890. 

A tutti noi docenti, indistintamente, saltano i nervi ogni tre per due, venerdì ho persino rimbeccato secco l'Orsone che, non so perchè, era infastidito invece che contento che avessi portato le brioches, anche lui aveva il ciclo, mi sa. E se battibecchiamo io e lui, figurarsi in che stato sono le interazioni tra gli altri. 

Oggi sono a casa dal lavoro, imbottita di Tachipirina per dolori atroci a un braccio che mi porto da sabato mattina. Non riesco a sfilarmi una maglietta da sola, a pettinarmi e a prendere un oggetto che sia sopra una mensola più alta del mio punto vita. Mi autocommisererei sentendomi una vecchia invalida, ma sono consapevole che, a Scuolina Rosa, con questi dolori ci sarei anche andata a lavorare, magari facendomi portare in auto da qualcuno.  A Scuola Vintage, sinceramente,  non ci provo neanche, se i miei tempi di rotazione del busto sono rallentati, se ho dolori che mi strappano gemiti da cui possa apparire come una possibile preda ai piccoli cannibali. Esperienza insegna che lì dentro ci vai solo se hai la preparazione atletica, le prestazioni e la resistenza dei Marines. Fossi più giovane cercherei la morte sul campo, ora onestamente cerco un antidolorifico.

lunedì 9 maggio 2022

A volte, la soluzione è lì seduta

 ...proprio come E.T. in mezzo ai pupazzi. Non la vedi perché ce l'hai proprio sotto il naso. 

Questa primavera, nella quale apparentemente non ho fatto altro che alternare lavorolavorolavoro con scanzonati momenti di svago (io? Scanzonati? Svago? Ok. Solo svago. Scanzonata lo ero solo sabato mattina a Genova quando cantavo "Una notte a Napoli" con l'Uomo), sembra aver segnato una battuta d'arresto rispetto al 2021, anno tremendo con lutti, decisioni toste da prendere, contraccolpi vari. 

In realtà,  come sul monte Toc, c'era un piano di scivolamento della cima friabile su una lastra di roccia dura. Pian pianino, la vetta spostava il suo peso. 

A nostro rischio e pericolo, arriviamo a metà maggio con una situazione apparentemente immutata. Nella quale, però,  si parla di nuovo al plurale. 

Andiamo a Genova questo weekend

Potremmo spostarci in questo appartamento, ora che si è sfittato. Ma non volevamo ristrutturare l'Avito Maniero di Famiglia? [State calmi, è solo un appartamento molto grande.] Ah già,  è vero.

Prendiamo un gatto [un altro??? No: un'altra.]

Naturalmente il piano di scivolamento di un singolo pezzo della crosta terrestre si interfaccia, interseca e intercondiziona con tutta la placca, che a sua volta si modifica in base a quanto accade sotto etc etc. La farfalla che sbatte le ali etc, l'entropia etc. Poi, noi, cose una alla volta, mai. E figurati quindi se adesso non iniziano a succedere altre cose, stanotte ho sognato il bellissimo alieno, conoscendo il suo modo telepatico di preannunciarsi facilmente me lo ritroverò tra i piedi o tra le braccia a breve, poi si muovono creature nell'ombra, poi vai a sapere, che quando credo di aver capito qualcosa mi precipita sempre un gaio asteroide sul tetto, mi si apre una voragine in giardino o si mescolano le carte dell'universo e salta fuori un casino a piacere, tra i mille che possono toccarti in una vita tutto sommato normale.

Comunque, la gattina la recuperiamo oggi pomeriggio. Intanto. Ci complicherà l'esistenza, perché dovremo portarla a vivere nella casa nuova: evidente segno che, lavori fatti o meno, stiamo cominciando a viverci anche noi. E così,  oltre al fornello da campo, penso sia arrivato il momento di portare su anche un letto. 

Lo so, che gli adulti non fanno le cose così.  Che ci vogliono un geometra e una ditta e un mobilificio e l'imbianchino e non so nemmeno ancora come si fa a far funzionare correttamente un impianto di irrigazione (l'ho fatto apposta a non imparare, così posso salire a bagnare il prato quasi ogni giorno). Ma so anche che noi abbiamo sempre fatto le cose a modo nostro: si rompeva il vecchio divano letto, e in attesa di un matrimoniale come si deve buttavamo il materassino sottile a terra e ci dormivamo, e non solo, tutti felici, pazienza il mal di schiena, io, lui e il nostro gattino grigio, contenti come i bambini quando gli fai fare il finto campeggio in giardino o in salotto. Non si poteva cucinare, e ci portavamo borse e borsine di cibo da mangiare in mezzo agli scatoloni, pizze nel cartone, e le brioches che uno dei due, arrivando all'alba da un'altra regione, prendeva in autogrill. Mai fregato un cazzo. Io, lui e la nostra carovana di animali. Stupidi. Socialmente inadatti. Noi. 

L'approssimarsi dei cinquanta non pare indicare molti miglioramenti,  dal punto di vista organizzativo.  Saremo due nonni molto interessanti,  il giorno in cui ci toccherà. Ammesso che nostra figlia si fidi mai a lasciare la sua prole a due disadattati senza pace. 

Per adesso, la famiglia si allarga, ancora una volta, e, come tutte le altre volte,  sarà un'iniezione di allegria. Segue documentazione fotografica della nostra ultima, piccola, nera follia. 

mercoledì 13 aprile 2022

Excerpta dalla vita quotidiana di Scuola Vintage

1)

Compiti delle vacanze per la Seconda Molla: 

Antologia: studiare pag 77 e 82, leggere brano p 83, es 2, 3 e 4 p. 86 (il 4 è da fare sul quaderno, e non sarà accettata la giustificazione "non l'ho capito" né quella "l'ho lasciato a casa").

Compiti delle vacanze per la Dinamica Prima: 

Grammatica: studiare da p. 314 a p. 316, es. "prima prova" p. 316, es. 14, 15 e 16 p. 332. Gli alunni A. e G. devono ricevere punteggio per ultimare valutazione. (Chi si dovesse presentare senza compiti riceverebbe valutazione di insufficienza grave.)

Annotazione in agenda per la Seconda Supponente:

Ora, se io fossi un genitore, leggerei tra le righe. 


2)

[12/4, 19:42] Castagna: Sbaglio o abbiamo la risacca da Invalsi?

[12/4, 19:42] Valchiria: In che senso?

[12/4, 19:42] Castagna: Io sono un attimo spenta... in realtà sto somatizzando un po' le vicende familiari

[12/4, 19:43] Valchiria: Cos’è successo???

[12/4, 19:43] Castagna: No pensavo che oggi al cinese avevamo 2 facce che erano tutto un programma...

[12/4, 19:43] Valchiria: Io sono stanchissima e tu pure…..

[12/4, 19:44] Castagna: Quando ci siamo sedute a tavola secondo me ci avessero dato un divano invece di due sedie saremmo partite

[12/4, 19:44] Valchiria: 45 ore la scorsa settimana ti sei fatta…. Non so se mi spiego. E a che ritmo!

[12/4, 19:44] Castagna: Eh... anche oggi venuta via 17.30

"Gli insegnanti sono degli statali pagati per lavorare tre ore al giorno e non fare un cazzo" (cit.)

3) 

La somministrazione delle prove Invalsi:


Castagna (si attacca al telefono, il tempo per intervenire se una schermata della verifica Invalsi salta sono 10 minuti, dopo di che il sistema chiude la prova per sempre): driiin driiin, clic, "Sei a scuola???"

Vicepreside Faina: "No, sono a casa" 

Castagna: "Niente, ciao!" (si riattacca al telefono) driin driiin driiin 

[5/4, 15:24] Orsone: Sono ai consigli dì classe

[5/4, 15:24] Castagna: Urgenza tecnica

[5/4, 15:24] Orsone: Dove, invalsi?

Tempo pochi secondi, si spalanca la porta del laboratorio informatico e tutta la classe sorride, vedendolo entrare. Il problema è risolto di lì a poco. Tra i denti, piegandosi sul pc impallato, lui le ha detto: "no, ma proprio adesso che stavamo decidendo i giorni di sospensione da dare?", ma lei non ha dato il minimo segno di pentimento. 

La sera dopo:

[6/4, 21:59] Orsone: Oggi in terza mi hanno detto che rivolgono 1000 domande a me perché gli altri o non rispondono o si incazzano subito… mi hanno fatto quasi tenerezza..."

[6/4, 22:00] Castagna: Ieri quando sei passato erano proprio contenti di vederti

...ciò, a riprova di quanto Castagna, appena tornata dal Covid, ha detto con fermezza al titano, che dava segni inequivocabili di esaurimento: "Questi qui non hanno niente, hanno bisogno di una persona come te nella loro vita". 

4) 

Antologia delle note date nell'ultimo mese.

Si riportano, rispettivamente:

- un'annotazione un po' scandalizzata del Vicepreside, la cui parola orale o scritta dovrebbe essere legge; uno scazzo della Castagna con la Dinamica Prima; un classico della letteratura scolastica ottocentesca, rivisitato dall'Orsone nella sua seconda; un evidente reato di lesa maestà, ai danni della Castagna, nella Terza da Incubo in cui fa compresenza

Queste si commentano da sé, e devo dire che manca quella che sarebbe stata il best seller dell'intero anno scolastico, cioè la fedele trascrizione di quanto l'Orsone ha visto qualche giorno fa entrando nella sua terza. L'Orsone ha dichiarato che, d'ora in poi, si limiterà a scrivere esattamente quel che fanno, perciò, se si fosse trasformata in una nota sul registro, la sua rendicontazione puntuale dei fatti  sarebbe suonata all'incirca così:

"Al mio arrivo in classe, trovo l'alunno A. intento a mimare l'accoppiamento con un banco, mentre il compagno B. a sua volta mima l'accoppiamento a tergo con lui."





lunedì 11 aprile 2022

Mentre che 'l vento, come fa, ci tace

 Il Fidanzato BP e Castagna hanno trascurato un particolare, che la carbonella richiedesse il liquido apposito per prendere bene fuoco. 

Alle 12,35 questo non pare un problema, il fidanzato BP ha sentenziato che ce la faremo benissimo aspettando solo un po' di più, mentre alle 13,25, in cima alla collina, di domenica, con il primo supermercato aperto a 20 minuti di macchina, comincia a delinearsi un'ipotesi di digiuno, dacché nella Casa dei Sogni di Paesino Cartolina non esiste ancora una cucina, e la spaghettata di rimedio non è un'opzione praticabile. Qua, si griglia o si muore. 
Dopo che, tre o quattro volte a testa, la Princi, Castagna e Madre di BP hanno suggerito che sarebbe forse il caso di scendere a valle a recuperare il liquido, la Princi con dolcissima fermezza si impone: "BP, se non ci decidiamo chiude il supermercato" e mamma Castagna, nota per le sue performances nei rally, si spara giù per la valle. Prima delle 14, non solo è stata al supermercato e ha comprato il tossicissimo composto chimico, ma è già nuovamente parcheggiata di fianco all'ulivo e il BP armeggia con il liquido, dei curiosi riccioli di legno incerato e altra carbonella. Ma ahimè, il lavoro iniziato male andrebbe rifatto da zero, e alle 16 la famiglia si accontenta di verdure semicrude, formaggio poco sciolto, due o tre salamelle e un paio di bistecche di maiale. Per fortuna Castagna è stata generosa con il dolce. 

Il primo sfortunato tentativo di grigliata lascia l'uomo di casa, in questo caso il BP, molto abbattuto. Si tratta niente meno che di trovare una soluzione praticabile per invitare 10 persone a Pasquetta, e il grigliatore ufficiale dovrà mostrarsi all'altezza della situazione. Egli peraltro, con sana ostinazione, non rinuncia a domare la carbonella disobbediente: chiama in aiuto il BPino, fratello assai più giovane e silenzioso ma davvero efficace, che arriva, con un grugnito timido saluta, si posiziona massiccio davanti alla griglia, e, affiancato dal più snello e nervoso BP, svuota tutta la griglia della cenere bollente, rifà tutto da capo e ottiene una splendida fiamma alta. La famiglia, che si era allontanata dalla griglia giusto il tempo di una passeggiata di un'oretta e di mezz'ora al sole sul prato, riapparecchia prontamente il tavolo e giù di costine di maiale, salsiccia e tutto quello che si può ancora grigliare. Il BPino mangia in silenzio, con tale entusiasmo che Castagna inizia a temere voglia grigliarsi anche il cane del vicino. 

Nel frattempo. Il sorriso della Princi di fronte a qualsiasi cosa, ma letteralmente qualsiasi cosa, una gerbera bianca, il BP che combatte con il fuoco, me, la consuocera, il prato, il cielo, le stanze ancora da arredare, il panorama, il tubo dell'acqua per bagnare le aiuole, è talmente incantevole e sereno che io stessa mi farei tagliare a pezzi e grigliare con le salamelle senza smettere un secondo di gongolare. Mai vista mia figlia con lo stesso umore positivo per così tante ore di seguito. 

Sul prato, mentre lei mi accarezza i capelli e il sole mi scalda la schiena, il buco enorme che mi passa da parte a parte è vuoto di qualsiasi sentimento o sensazione, non so più niente, fuorché che il mio disperato desiderio di dare a me stessa e alla mia famiglia una casa che sembri una casa, un focolare, un posto bello, sembra stia realizzandosi. Ho ripubblicato il post in cui ne parlavo, che avevo dovuto estrapolare di corsa per un leak sulla mia privacy che non riuscivo a risolvere. 

E intanto che la Princi fa sommessamente le fusa, godendosi la mamma, il fidanzato, il sole e la domenica di meritato riposo, ecco questa cosa a cui non sono abituata: la tempesta è ferma. Il vento ci tace. E non "si tace", come è erroneamente riportato in alcune edizioni. Il vento che sempre soffia attraverso quel buco sanguinolento nel mio petto, il frusciare costante dei pensieri che ho avuto per anni, spariti. Un silenzio assordante, che quasi non va bene, dopo tutto quel dolore. Lo so che così non sono io. Lo so che sono immobile in un'altra dimensione, circondata come da tante statue, che sono le possibilità ora evidenti, alle quali ho chiesto di congelarsi in un fotogramma e di non muoversi per qualche giorno. Lo so che cos'è questo. L'ho già vissuto, è l'occhio del ciclone, il secondo di aria ferma prima del terremoto, il risucchio di energia dell'esplosione che l'orecchio non ha ancora potuto sentire sotto forma di boato. Ho paura, ma è una paura bella, quella degli innamorati, dei tuffatori, delle persone vive. 




Il post che si era perso





SOGNAI TALMENTE FORTE CHE MI USCI' IL SANGUE DAL NASO
- UN POST DEL 15 FEBBRAIO 

Giorno 57, ancora a casa. 

In questi due mesi ho sperimentato come potrebbe essere la mia vita se non lavorassi, però non ero davvero fuori dalla scuola, né come docente né come allieva. 

Come prof, ero interpellata quotidianamente dal Supplente Nerd e da almeno un/una collega. E con la testa a quanto devo fare al rientro (saranno 3 mesi tipo addestramento dei marines, adesso che torno, con tutti i progetti che dovevano partire un mese fa, la formazione docenti, il coordinamento di dipartimento e secoli di arretrati... il supplente è un caro ragazzo, ma io ho 20 anni di esperienza, e comunque, alla sua età, ero già molto più cattiva. A me, nessuno ha mai detto che ero una cara ragazza. Per fortuna). 

Come allieva, sto correndo dietro a due certificazioni della Yoga Alliance, che devo riuscire a prendere entro giugno. Un pacco di lavoro, teorico e pratico, con cui non sono mai in pari, da due anni a questa parte.Tra poco riprenderò a lavorare, e la lucidità con cui mi sparo ore di file video e audio in inglese, meditazioni, pratiche e esercizi di teoria sarà minata da una faticaccia nera in classe, dai risvegli molto prima del sole e dagli effetti dopanti dei caffè della macchinetta. Om shanti. Andrà tutto a puttane, con la benedizione di Shiva e Lakshmi. Ho prenotato un ritiro di Restorative Yoga, in maggio, al quale arriverò probabilmente sfondata dall'ansia. Eh. Pazienza.

Ma il punto non era questo. Il punto, Charlie... è che nel frattempo si sono avviate altre cose nella mia vita e io, volente o nolente, tra una decina dj giorni circa mi ritroverò a fare quattro lavori.

La prof dalle 6 alle 14 (a volte alle 16, coi progetti anche alle 19, se c'è collegio docenti anche alle 20.00). 

L'allieva e maestra di yoga: allieva fino a giugno, ma poi penso mi iscriverò all'ultimo corso da 300 ore della stessa scuola; maestra 2 volte a settimana, per adesso. 

Quella che gestisce grane e casini di famiglia a Genova (variabile da: " adesso niente, me ne occupo dopo gli scrutini" a "non ci dormo la notte da un mese").

E, grande ritorno, la donna di casa: ormai, fino al nostro trasferimento nella Casa dei Sogni non si riparla di appoggiarsi a qualcuno per le faccende di casa, tranne per il fatto di stirare... il problema è che, da anni, non c'è più nessuno neanche a Genova e in ufficio; in vacanza ci siamo sempre arrangiati; e adesso siamo con un piede in una casa e uno nell'altra sia qui che a Genova, per un totale che non voglio calcolare di stanze da tenere pulite e una teoria direi senza fine di spazi da riorganizzare. Compreso lo svuotamento (che inizia oggi) dell'avito maniero di famiglia (è un modo di dire, non è un maniero ma un grande appartamento,  però gli avi ci hanno messo piede circa 75 anni fa e accumulato la storia di un'intera famiglia, pure numerosa, e con tendenza al collezionismo). 

Fin qui, complice il fatto di dormire veramente quasi il doppio del solito, tra risvegli lenti e pisolini sempre più lunghi, ho preso tutto abbastanza bene, un po' perché non volevo impazzire di dolore stando a casa dal lavoro, un po' perché la mia etica calvinista mi imponeva di farmi comunque il culo a capanna per espiare il fatto di non lavorare (non bastasse la sospensione totale dello stipendio!). E, diciamo la verità, mi sono presa un sacco di tempo per cose belle, tra cui vedere tanto gli amici e fare qualche trasferta senza correre. Ho imparato di nuovo a dormire il sabato e la domenica mattina finché non mi sveglia l'Uomo, speriamo di mantenere la buona pratica anche quando le settimane saranno molto più pesanti. 

Solo che, da riposata e senza nessuno alle calcagna, stamattina per la prima volta ho dato un'occhiata mentalmente alla direzione che sta prendendo la mia vita. Se tutto va come deve, tra due o tre anni io e la Castagna family saremo arrivati, come meriteremmo tutti, alla seguente situazione: papino e mammina Castagna che vivono a Paesino da Cartolina, lavorano, gestiscono i rispettivi impegni hobby secondi lavori e le rispettive famiglie di provenienza; Princi si spera sistemata e magari anche riprodotta in scala; un numero preoccupante di gatti; una casa ristrutturata a Genova. Meno grane altrove, alleggerimento progressivo dei casini familiari, etc etc. Insomma, per i 50 anni mi prefiguro un bel po' di traguardi raggiunti.

Adesso, per favore, non stiamo a dire che scrivo queste righe in mezzo a una pandemia planetaria e alla sospensione della democrazia parlamentare in Italia e altrove. Non stiamo a dire che scrivo queste righe alla vigilia dello scoppio di una guerra. Non stiamo a dire che tra economia, politica, salute, famiglia, centinaia di cose possono prendere una piega di merda da un secondo all'altro. Lasciatemi un attimo tranquilla a sognare. Ho fatto tanta fatica ad arrivare a immaginarmi questa vita, e ancora non so se potrò davvero arrivarci.

Non ci credo sul serio, ovviamente. È, più che altro, il miraggio di un'isola verso la quale nuoto ostinatamente da anni. Ma, per un minuto, fingiamo che possa diventare tutto vero.

Suona la sveglia. Sguscio fuori dal letto senza svegliare l'Uomo. Tutti i gatti sono in corridoio dietro la porta, scendiamo le scale insieme, in un coro di miagolii. Se arrivo in fondo senza inciampare in un gatto sovrappeso e rompermi la testa, sono già partita bene. 

Yoga. In una stanza apposita tutta mia. 

Colazione. Silenzio, forse la campana della chiesa, la collina che si sveglia. Briciole sul prato. Uccellini in giardino. Uccellini morti in tinello (una delle gatte è un'ottima cacciatrice). Una biscia decapitata sotto il portico (sempre regalo delle gatte). Scopa, paletta, buttare i cadaveri. 

Abluzioni in un bagno finalmente con la vasca. Cabina armadio (aspettate, che lo assaporo di nuovo: cabina. Armadio. Cabina. Armadio). 

Ricerca disperata delle gatte in giro per tutta casa e un pezzo di giardino: "UOMOOOOOOOOOOOO!!!! DOV'ÈÈÈ LA NERAAAAAAAAAA????? DEVO ANDAAAREEEE"

Uscita in retro con l'auto, senza schiacciare una delle mie gatte, nè  un gatto del vicino, nè altre forme di vita. Sorriso ai pochi abitanti del paesino che sono già in giro. Colline. Alba gloriosa, vette innevate in distanza, discesa nella Valle delle Ombre, nebbiolina, nebbia, nebbia da paura, nebbione senza visuale, a tentoni fin sotto l'autostrada. Città. 

Scuola. Ore e ore.

Ufficio, oppure Genova, oppure passare a trovare la figlia, o altre faccende, oppure altra scuola.

Yoga, certe sere. Camminata? Forse. Con un'amica? Magari.

Spesa.  

Ripartenza per le colline. Quasi buio. 

Casa. Gatti urlanti. Conteggio gatti, messaggi  Whatsapp: UOMOOOOOOOO, NON TROVO LA PICCOLAAAAAAA, ODDIOOOOOO È FINITA SOTTO UNA MACCHINA, L'HANNO RAPITA GLI ZINGARI DEL CIRCO, SE L'È MANGIATA UN COYOTE... Ah no, niente, scusa, era nella cabina armadio che dormiva. A che ora arrivi? Ah ok. Ho dimenticato la carta igienica, il detersivo per i piatti e il formaggio grana. Ok. A dopo.

Togliere le scarpe, accendere il pc per la lezione online, 

A questo punto, se siete stati attenti, vi sarete accorti che, da quando è suonata la sveglia, sono passate 32 ore. Forse qualcuno ha pulito casa e stirato in mia assenza, per allora dovrei essermi sistemata. Ma nessuno ha ancora cucinato, corretto compiti, parlato con un geometra (io devo sempre parlare con qualche geometra) mandato la mail all'avvocato (io devo sempre scrivere a qualche avvocato), sistemato le piante in giardino, spazzato le foglie, gestito la Mater al telefono, messaggiato la Princi per quella multa e per passarle una ricetta, visto 18 mail di lavoro e 7 chat di gruppo sempre di lavoro, letto le notizie. E tra 45 minuti inizia la lezione online. E tra 75 minuti arriva l'Uomo. E stasera, come tutte le sere, cenerà di corsa e inchiummandosi di cibo perché non si è fermato un attimo tutto il giorno, per poi dire: "Non posso andare a letto perché ho mangiato troppo, esplodo, vediamo un film?" Un film tedesco, lentissimo, di 107 minuti.

Poi per carità,  è la mia vita ideale. Muoio dopo tre settimane probabilmente, ma muoio intensamente felice. Ma no dai, non muoio, poi c'è il weekend. In cui,  sempre idealmente, arriva la Princi a trovarci. Coi nipotini. 

Rido e piango insieme mentre immagino, con migliaia di dettagli precisissimi, la mia frenetica e felice giornata tipo. Consapevole che probabilmente non ci arriverò mai, che mille cose cambieranno strada facendo e chissà quanta altra bellezza e quanto altro dolore, e chissà quanti altri sbagli e quanta altra fatica, e quanta altra soddisfazione. Niente nella mia vita è stato come me lo aspettavo, a parte il mio lavoro. Niente andrà come credo. Eppure, che forza vitale in queste fantasie, che spinta verso il mare aperto che sento sempre, che voglia di arrivare a quel momento stupendo, impagabile, in cui mi siederò stanca morta sotto il portico e guarderò gli altri che amo e penserò: ecco




martedì 29 marzo 2022

Bolle. No, non Roberto, mi spiace

Abbiamo 5 aule di musica, 2 laboratori di informatica e una sola sala prof.  Disordinata, vecchia e piena di roba cigolante e instabile. Riscaldata come una serra olandese e buia come un tumulo etrusco. Soffitto a 4 metri e mezzo da terra. Tavolone in mezzo. 

È uno dei  posti che preferisco sulla faccia del pianeta, ma oggettivamente è orrenda. E noi che a Scuolina Rosa ci lamentavamo delle pesanti poltrone da cui saltavano via i piedini, o della cassettiera che chiudeva male. In confronto, eravamo a Versailles. 

Come ho già raccontato qui, non tutti i docenti di Scuola Vintage possono essere avvistati in sala prof. Alcuni non ci mettono piede, altri ci passano di striscio. E non sanno cosa si perdono. C'è sempre un gran movimento,  ci sono cose buone da mangiare, fogli e foglietti che svolazzano ovunque e borse di ogni forma, dimensione e colore. C'è anche un senso di cameratismo,  per cui la gente sposta, appende, fruga, senza molta distinzione tra cosa è proprio e cosa è dei colleghi. Cioè tocchiamo gli uni nei cassetti degli altri, per sederci spostiamo i cappotti e le borse o mischiamo la roba nostra con l'altrui, le gomme e il bianchetto sono di tutti e di nessuno, e se un collega vuole offrirti un caffè ti dà in mano il portafoglio intero o ti dice "prendi la chiavetta nel mio zaino / nella mia borsa", senza fare la fatica di alzarsi. Però poi si alza lo stesso, per venirti vicino mentre bevi, il caffè è un rito tribale,  nessuno beve mai da solo, forse perché è quel momento in cui sei senza mascherina e tutto sommato ormai è come cambiarsi in spogliatoio, una cosa che crea intimità, che fa squadra. 

È  un po' come quel periodo, al quarto anno di liceo, in cui eravamo stranamente simbiotici, ci scambiavamo cibo, versioni di latino, giacche, medicinali, qualcuno fluidi corporei, ma comunque era  normale che prendessimo gli uni dagli altri passaggi in moto e in auto, ci baraccassimo a mangiare bere e dormire a casa di chi non aveva i genitori presenti, o ci sedessimo in braccio a qualcuno che non era lo scambiatore di fluidi titolare o la migliore amica, e magari non era neanche una persona con cui avevi molto in comune. A me, che sono una sessantottina mancata, quel periodo, vagamente peace and love, un po' promiscuo, garbava parecchio. Ma al liceo era, anche e soprattutto, una cosa ormonale. Qui è un discorso di consanguineità e di branco, fuori c'è la foresta, cazzo, è buio e fa freddo, noi siamo qui e per restare sani ci accudiamo a vicenda. Se uno di noi sta male, c'è il cerchio di quelli più forti, intorno, che lo protegge dai predatori. 

In mezzo al continuo viavai e alle molte conversazioni,  spesso animate, si intravedono le bolle. Le bolle sono quella cosa speciale per cui, in una stanza non poi così grande, qualcuno riesce a isolarsi in modo quasi completo, come la Melensa che scrive e telefona davanti al pc  senza voltarsi né recepire rumori, mentre dietro succede di tutto. Le bolle sono quel mezzo di trasporto in cui viaggia il Vicepreside Faina senza lasciarsi minimamente coinvolgere, mirando al cassetto,  fendendo la folla e librandosi al di sopra delle 300 domande che gli vengono rivolte se lo vediamo passare.  Ogni volta succede lo stesso fenomeno incredibile: passa come un razzo, gli scagliamo addosso richieste, arriva al cassetto senza aver dato segno di aver sentito, fa quel che deve, si gira e esce, e mentre esce risponde a tutto, come una sola palla da bowling che fa strike di tutti i birilli. Durata dell'intero processo: dai 9 ai 15 secondi. Io, abituata agli occhi pensosi e al modo di parlare lento e serio del Gigante, resto sempre mesmerizzata dalla magnificenza di questo spettacolo, sembra il raggio verde sulla superficie dell'oceano. 

In una bolla, io e Carter viviamo il nostro strano rapporto, di prof e alunno un tempo, che oggi sono colleghi, amici e gemellati dalla stessa visione della scuola, dalle stesse ansie e da un lutto gigantesco. A volte lui arriva sfinito e nervoso e con due passi delle gambe lunghissime scavalca tutti per venire da me a confessarsi, a volte io lo vedo entrare, sento il suo "come va?" a cui rispondo con un impercettibile movimento di ciglia, e lui esclama: "Sì, infatti", oppure: "Immaginavo". In generale, il resto della popolazione non si stupisce dei reciproci "Ti devo parlare", con cui spesso ci salutiamo. 

Un'altra bolla è quella in cui la Valchiria e io, da qualche mese, in mezzo a chiacchierate rumorose con altri, ci buttiamo lì senza parere un "Giovedì cinese?" o uno "Stai dormendo abbastanza?" (risposta tipica: "AHAHAHA maffigurati": di solito è una domanda del tutto ironica, non di rado ci scriviamo alle due del mattino, in ogni caso vediamo i rispettivi accessi su Whatsapp). 

Poi c'è la bolla in cui io e l'Orsone dialoghiamo sempre. Questa può posarsi sul solito angolo del tavolone,  in cui io sparpaglio la mia roba e lui tamburella con le dita da musicista sul libro di scienze, oppure, se siamo distanti, può inglobare l'intera stanza. Parliamo per tutto il tempo a disposizione. Il nostro momento di bene del mattino  può essere inframmezzato da domande di altri, caffè che offriamo o ci vengono offerti,  comunque senza mai interrompere i nostri discorsi calmi, a voce bassissima, sulla vita a scuola e fuori, che possono sospendersi ma riprendono nell'attimo in cui la risposta di uno dei due, ma più spesso di entrambi, ha spinto fuori dalla bolla chi era intervenuto. Questa bolla a qualcuno fa impressione, a volte anche a me, ma è la naturale continuazione delle mattine d'inverno in cui prendevamo il caffè nello stanzino di Scuolina Rosa senza accendere il neon, solo con la luce dell'alba sopra il parcheggio, e dei pranzi al baretto in cui neanche si parlava. Rara felicità dell'aver trovato qualcuno con cui sintonizzarsi così, fraintesa inizialmente da alcuni, poi accettata come un dato di fatto, magari un po' invidiata, ma non con acrimonia. A lui in quella scuola danno tutti credito assoluto, io godo della proprietà transitiva: sostanzialmente, se l'Orsone mi ha scelto come sua scialuppa, per gli altri automaticamente vuol dire che vado bene. 

Poi c'è la bolla condivisa tra i titani, quella verso cui si girano tutti quando c'è un problema: lassù  si elaborano infatti le soluzioni, che poi piovono giù sul resto dei colleghi, magari altrettanto in gamba ma presenti da poco, o più timidi. Questa bolla in sé si delinea solo quando a uno dei colossi viene fatta una domanda e il suo sguardo, dall'interlocutore,  si sposta sugli altri pari presenti nella stanza. Nessuno mette in discussione questa gerarchia, non dichiarata, motivata solo dalla passione per il lavoro e dalle capacità gestionali e comunicative, non da nonnismo (Carter è giovanissimo, ma svetta su parecchi) o da chiusura al nuovo (quella era Scuolina Rosa: e infatti i giovani, i nuovi e i meno titanici parlano liberamente e spesso aggiungono valore). Ma la linea che indica l'insieme si vede, a occhio nudo, saettare tra i corpi, recingerne alcuni e lasciare gli altri fuori, attenti ad ascoltare, prima di dire la loro. 

L'altra mattina c'era un altro tipo di bolla, che mi ha fatto tenerezza. Un marasma generale agitava la sala prof, si facevano tre o quattro discorsi contemporaneamente, da una parte all'altra del tavolo e della stanza, gente che andava e veniva incrociandosi, ma una striscia di territorio era inviolabile: quella in cui Jane Eyre si muoveva come uno zombie pallido pallido, tra la  fotocopiatrice e il tavolo su cui smistava le prove. Jane Eyre si chiama così perché ha gli occhi seri, buoni e puliti, come la protagonista del romanzo che non perde la compostezza davanti alla moglie pazza del signor Rochester. È una ragazza di grandissima preparazione e capacità,  molto onesta e sempre disponibile. È perennemente stanchissima, peserà 44 chili ma si carica sulla schiena delle some da yak e lo fa senza mai protestare. Se può aiutare lo fa e sorridendo. Alla fine dello scorso anno le ho detto che lavorare con lei era stato veramente un piacere e avevo imparato tantissimo... e credevo le venisse un collasso: assolutamente non se lo aspettava, da nessuno forse ma soprattutto non da me.  Era così sorpresa che balbettava. Comunque, due settimane fa, barcollava letteralmente tra fotocopiatrice e tavolo per fare le copie della prova comune, tutta bianca in volto: ha preparato due concorsi mentre si smazzava mille incarichi pesanti, la terza peggiore della scuola e un fottio di altre cose, molte fra l'altro al posto mio mentre ero a casa sospesa o malata. Nessuno l'ha disturbata, stava insieme solo grazie ai nervi e si vedeva. Già era sottile, ora è minuscola. Non li ha poi passati, i concorsi, e ci è rimasta malissimo. Non ha chiesto aiuto su niente, e se riesco glielo dirò,  che è sbagliato: persino l'impareggiabile dottor Carter, ieri, mi ha delegato di botto le copie della sua prova di seconda e non si è profuso in scuse (bello il mio bambino, che sta crescendo, non si imbarazza più di essere alla pari con me che ero la sua prof, tra sei mesi si sposa e spero mi inviti, io sono una sua grandissima fan). 

Uh, a proposito di bambini: i due supplenti di violino e pianoforte, credo neodiplomati al conservatorio,  che mi conoscono da febbraio, mi danno entrambi del lei. L'Orsone e Carter non se ne sono accorti, perché non ci incrociamo mai tutti contemporaneamente per questione di orari, altrimenti mi starebbero sfottendo a sangue, perché un pochettino ci patisco. E poi, il giorno stesso, appena io avessi cambiato corridoio, l'Orsone li farebbe smettere. 

Io non ero una di quelle bambine che piangevano se si sbucciavano un ginocchio cadendo dalla bici, ci sputavo sopra e ripartivo. Giocavo prevalentemente coi maschi, e giocavo duro. Non ho mai voluto essere difesa da un uomo. Ma ho sempre voluto un fratello maggiore che guardasse oltre me, e valutasse con occhio prudente se mi andavo a mettere in un guaio. E visto che piccola non sono più, né di età né di stazza fisica, e ormai nemmeno di ruolo professionale,  adesso ci vuole qualcuno che abbia le dimensioni corporee e morali di uno dei titani, per autoeleggersi a mio guardiano. E, tra l'altro, cercare di difendermi malgrado me stessa, di nascosto, perché quando lo sgamo che mi spiana la strada a volte lo sgrido, io faccio da sola, quindi lui trova ogni volta modi diversi per togliermi da casini in cui neanche so di essere mai entrata e, a volte, io lo scopro settimane dopo. Allora faccio una cosa che lo mette in crisi di brutto: vado secca a cercarlo, gli racconto che ho ricostruito tutte le sue mosse, e gli dico grazie, che è il modo migliore per vederlo fuggire nella foresta con un sommesso grugnito. Poi la mattina dopo torna all'angolo del tavolone, uno dei due tira fuori la chiavetta del caffè, e si riforma la bolla. Fingiamo di non sapere che questa dinamica si riproporrà in loop ancora molte, molte altre volte nel nostro rapporto professionale, e ci mettiamo insieme a prendere per il culo Carter che deve sposarsi, e viene massacrato di bassezze sul ruolo del marito sottomesso che gli toccherà,  dato che sposa una iron lady e ne è pienamente consapevole. 

Se potessi, io in quella stanza ci vivrei.  




 





lunedì 7 marzo 2022

Estetica del bivio verso i 50

Quando hai un figlio che ha tra i 20 e i 30 anni rivedi la tua vita, nelle sue parti più intense, quei momenti in cui hai fatto il salto, ha svoltato, hai sbagliato, hai trionfato. Mia figlia fa 25 anni tra qualche mese e non potrebbe essere più diversa da me, eppure è così evidente da chi ha preso pregi e difetti, almeno negli ultimi anni, che a volte con lei adesso mi succede quella cosa pazzesca che mi succede da sempre con l'Uomo, cioè guardare una persona ed avere con nettezza la sensazione che in qualche modo sia una parte di me che si è staccata dal mio corpo e, per motivi che mi sfuggono, sta sulla poltrona di fronte o sul cuscino a fianco, invece che collegata a me da tendini, nervi, arterie e altro. 

Però, quando sei tra i 40 e i 50, tu ti rendi conto di quali altri bivi, comunque epocali, la gente incontri in quella fascia di mezzo. Per carità,  uno scappa con la collega anche dopo i 50, le donne oltre i 40 possono anche avere il primo figlio, la gente si lascia, si prende, cambia lavoro, insomma, decisioni grosse e repentine se ne prendono eccome. Ma io qui parlo di quegli altri bivi, quello che non prendi inchiodando e sterzando, quelli che non sono giganteschi raccordi autostradali a un solo senso di percorrenza, quelli che non saltano in aria dietro di te, impedendoti il ritorno sui tuoi passi. 

Bivi più sereni, meno appariscenti, come sentieri erbosi in un bosco rado, che continui a vedere entrambi, anche se uno lo costeggi e sull'altro ci cammini. Bivi silenziosi.

Come la telefonata che partiva ogni sera verso il mio numero, quando una persona usciva dal lavoro, a tantissimi chilometri da me. Su quel sentiero senza rovi, senza sassi aguzzi, ci si raccontava la giornata, qualche bel ricordo dell'adolescenza, poi due cose da adulti, l'economia, i posti di lavoro, i figli. E poi, una sera, non è partita più nessuna telefonata, altro bivio, sempre poco evidente, non doloroso, che poi cos'era in fondo, si poteva chiamare una relazione? Ma no. Eppure era tra due semisconosciuti, non tra due amici. Sulle prime sembrava fuori luogo. Poi era diventato piacevole, un momento della giornata che si attendeva con un mezzo sorriso in faccia. Poi era finito, e non se ne sentiva neanche la mancanza. 

Come i progetti delle case nuove, che le coppie stanche di amarsi fanno insieme. È lasciare che la poesia, il sesso, il romanticismo vadano a perdersi, e concentrarsi ormai su planimetrie, laminati, porte scorrevoli e interruttori? È  ricominciare a fare il nido, quando ormai di figli non ne arrivano più? E chi lo sa. Ci si entusiasma per un caminetto e ci si incazza per un gradino. A lui piace un terrazzo a tetto che lei detesta, mentre lei si commuove alla vista del pergolato, di cui a lui non importa niente. Tutti e due respirano un'atmosfera in quella casa, che è quella, che deve essere quella,  la casa che se non lo facciamo adesso poi non lo facciamo più. 

Come quel non detto, non scritto, non deciso che regola il tuo rapporto con te stesso dopo che i figli sono andati via di casa.  Certe cose, che prima facevi per dare il buon esempio, sono diventate parte della tua natura e continui a farle. Certe altre le abbandoni la prima settimana. Certi gesti li ritrovi solo quando sai che devono venire a casa, e pensi come ti pesava farli tutti i giorni, tipo condanna ai lavori forzati, e come invece ti fa piacere quando ti ci dedichi davvero solo per amore.

Come quella sensazione, orrenda e dolcissima, che certe cose finiscono perché devono finire e quello che credevi ti avrebbe spezzato il cuore, quando poi succede, non fa così male. Se ne va come un pezzo di legno, preso e lasciato mille volte sulla sabbia dalla marea, che poi una volta, per un colpo di pinna di un pesce, per lo sbadiglio di una conchiglia, con un'onda che cambia appena appena intensità, ruota su se stesso e si allontana su una corrente, senza tornare più. 

Come quelle persone che hanno così tanto in comune da non voler stare troppo vicini per non compromettersi, e resistono ma si cercano, e poi, mentre uno dei due si predispone con la maggiore equanimità possibile a lasciar stare, perché questa ambiguità confonde, un giorno qualsiasi l'altro si lascia cadere senza rete, perché a tagliare, e far finta di non essersi mai incontrati, si rende tutto un po' più triste e un po' più grigio. 

Come quelle amicizie che iniziano quando dagli amici hai preso tante delusioni, e ti sei detto che non ti fiderai più, ma, senza volere, al primo pranzo tra un impegno di lavoro e l'altro, racconti un sacco di roba personale e l'interlocutore, che non sai nemmeno perché ti ha ispirato tanta confidenza, capisce perfettamente, dandoti anche la sensazione che custodirà i tuoi segreti. 

Come quegli amanti che una sera, tornando ognuno a casa propria, realizzano che le speranze travolgenti dell'inizio, quella sensazione di avere trovato qualcosa di proibito, difficile ma esclusivo e bellissimo, sono ormai soppiantate da discorsi triti e ritriti, dubbi, pretese, falsità, e si guardano per un attimo nello specchietto, dove il loro stesso sguardo dice chiaro che lo sapevano fin da subito. Eppure ci avevano creduto, come alla cosa più certa della loro vita. 

Forse non sono bivi, sono gradini. Come il bordo di un marciapiede. Perché, poi, non è neanche che si vada per forza in un'altra direzione o in un posto diverso, come accade per altre svolte. Semplicemente fai la strada che avevi già preso, continui a svegliarti nello stesso letto e a fare le cose che avresti sempre fatto, solo un po' più in basso, o un po' più in alto, perché qualcosa di te è rimasto sull'altro livello,  perché hai fatto un leggerissimo aggiustamento di prospettiva e vedi le cose da pochi centimetri più in su,  perché zoppicherai per sempre sul piede che ti sei rotto, perché se tieni le spalle più dritte tutti i vestiti ti cadono meglio addosso, e pure i capelli. 


 

 

venerdì 4 marzo 2022

Quando gli dei vogliono punirci, esaudiscono i nostri desideri

 Non ero a favore dell'obbligo vaccinale, perlomeno come pensato e realizzato, col sistema della garrota, qua in Italia. Ma di per sé nel mio sangue scorre il DNA di molti medici, farmacisti, pediatri e specialisti vari, a casa mia le figure da considerare sacre erano il medico e l'insegnante. Quindi, una volta piazzati i miei mesi di protesta politica nelle statistiche, sono andata a chiedere qualche informazione e, quando il mio dottore, che è un essere umano amorevole e non massificato,  oltre che un medico accurato e in gamba, mi ha detto che il vaccino valeva la pena farlo anche con la mia anamnesi, ho smesso di pensarci e mi sono concentrata solo sul quando farlo. 

Masticando sempre molto amaro, per la questione di dover presentare un certificato per svolgere il mio lavoro e esercitare i miei diritti.  

Poi sono tornata al lavoro e, come descritto, sono stata avvolta nelle prime 48 ore (nei primi 48 secondi, sarebbe meglio dire) dal flusso frenetico e dalle miriadi di grane di Scuola Vintage. 

E subito dopo, sbabam, la omicron. Sintomatica, pure.

Ci abbiamo tutti riso sopra per non piangere, poi io ho avuto un momento di dubbio: no, ma se la prima volta ho detto "e su, è un'influenza, non facciamo tante storie" e poi, un anno e mezzo dopo, la mia membrana cardiaca ne portava ancora traccia, forse sarà meglio che non faccia la spaccona, nevvero. Prima vediamo almeno quanto ci mette a passare. Per fortuna sembra si stia risolvendo nei termini di un raffreddore di quelli brutti. 

Intanto mi sono trasferita in fretta e furia nell'appartamento di mia madre, che lei occupa solamente in mesi in cui il clima di qui è meno infido. Io, il termometro, l'apparecchio per la pressione,  tachipirina e cardioaspirina, cibo, roba per la scuola, roba dello yoga e un po' di lavoro a maglia. L'Uomo passa una volta al giorno, mascherato come Diabolik, con la spesa. È incredibile quanto ti senti assurdamente limitato, nel dipendere da altri per comprare la carta igienica. 

Sono alla quarta notte da sola. Gli incubi che faccio sono da campionato, sarà la febbre. Ieri notte ero convinta di avere gli zombie in corridoio. Stanotte non so cosa potrei sognare, data la performance in tre atti che mi hanno regalato poco fa i vicini di mia madre, beati loro. 

Ora tutto tace. Io veglio. Pensando che mi mancano tante, troppe cose, anche se questi giorni da sola sono più sopportabili di quanto avrei creduto, perché praticamente inizio a lavorare aprendo gli occhi e smetto verso le 23. Non sono io, tra l'altro, che mi tengo impegnata. È che ogni 35 minuti scrive un collega con una cosa diversa da chiedere, riferire o farmi fare. 

È tornato il Supplente Nerd,  menomale così non è una persona nuova cui rispiegare tutto. Gli ho detto che, se non gli scocciava farsi manovrare come un avatar della Wii, sarei andata avanti io col lavoro tramite lui (avevo uno scadenziario giorno per giorno, quasi ora per ora). Se ne è stato. Così, per bocca sua, detto paragrafi sui re di Francia assassinati in vario modo nel Seicento alla seconda, faccio ripassare Letteratura all'altra seconda e ...niente,  i primini sono in balia dei flutti. 

Devo guarire (ma soprattutto devo avere il tampone negativo) al più presto. Si capisce dal fatto che i colleghi mi hanno fatto lavorare fino alle otto di sera anche da malata, ieri ho partecipato a un dipartimento, che avrei dovuto dirigere, via messaggini, e poi la Valchiria ha organizzato una chiamata su Google Meet per pranzare con me, e l'Orsone mi ha scritto per dirmi che deve avere un chiarimento con la Melensa, per volere della Dirigente Borbonica, e non ne ha voglia. Devono mangiare le brioches che porto il venerdì e i cioccolatini ripieni che metto nella biscottiera in sala prof. Devono dirmi stronzate da morir dal ridere, vicino alla macchinetta del caffè, e profonde verità sul nostro mestiere nella società odierna. Dobbiamo fare cose, smazzare casini, risolvere guai, costruire futuro. Non ho tempo per un secondo giro di valzer con il virus. È marzo, porca vacca. È già marzo. Prima di quanto si creda, sarò di nuovo a casa per le ferie estive, con la prospettiva di due terze da finire di istruire recuperando tonnellate di roba. 

Ma pare che, adesso, sia praticamente finita per me l'era delle code nel cortiletto grigio dietro la farmacia, per fare i tamponi. E mia figlia,  che è stata malata a gennaio, ha detto che viene a trovarmi, lo ha detto con sollievo, credo che il pensiero di contagiarci lei stessa le avesse tolto la pace mentale per parecchio tempo, data la paura nera che si è sparata nel 2020, quando era l'unica sana in casa e noi arrivavamo a stento al divano dalla camera da letto. 

Chissà se prima o poi potremo dire la parola fine a questa penosa ordalia. Quante cose, persone, esperienze perse in questi mesi. Io forse diventerò come quei reduci che non vogliono parlare mai di quel che hanno visto in guerra, come mi succede per il 2001, che appena sento nominare le Torri o il G8 mi rannuvolo e taccio. Persino con le classi. Forse farò uno sforzo per i nipotini. E chi può dirlo. Adesso proviamo a dormire, senza incontrare zombie. 



sabato 26 febbraio 2022

Guerra e pace (parte prima)

Giovedì. Sono le sette e trenta e sono seduta in macchina, parcheggiata sotto il Platano della Felicità. Truccata. Pronta. Ho 89 pulsazioni al minuto (da sana, ne ho 58). Una nausea da piangere.

Alle sette e quaranta sono in segreteria, in panico. La malnata app che controlla le nostre vite non riconosce il mio pass. Io voglio rivedere i colleghi e andare a lavorare, perdio. Il mio stomaco intravede la remota possibilità che io faccia dietrofront e me ne vada e decide che è un'opzione di gran lunga preferibile. Ma poi il segretario mi legge il pass dalla piattaforma, e viene fuori che la bidella stava cercando di leggere il codice che corrisponde al mio diritto di andare a lavorare con l'app sbagliata. Non strozzo la bidella. Prima grande vittoria della giornata. La seconda è non aver ancora vomitato nonostante il picco di frustrazione, raggiunto in un nanosecondo, all'idea di essere considerata crocetta rossa invece che spunta verde, nell'unico giorno della mia vita in cui ho contemporaneamente la vaccinazione e il tampone appena fatti. 

Ma si può vivere così?  No, non si può. 

I miei colleghi. I MIEI COLLEGHI!!! Casa! Famiglia! Giornata di grandi sorrisi. Di "come stai?" e di "bentornata!" più e meno sentiti, ma con un generico senso di accoglienza sparso ovunque. Uno Carino, il collega di tecnica: "come stai?" Io: "veramente ho avuto la febbre a 38 e ho una nausea assurda". Lui: "ed è per questo che sei arrivata alle 7 e mezza?".  Rido. 

L'Amazzone compare sulla mia porta mentre sto parlando con la seconda: mi affaccio in corridoio e, fuori portata delle orecchie dei ragazzi, mi fa: "Cazzo, Castagna", con gli occhi che splendono. Ottima sintesi di quanto accaduto in Italia e nella pubblica istruzione dall'ultima volta che ci siamo viste. Rido.

Rido, sorrido e respiro. Nonostante la mascherina. Nonostante tutto. Per 2 mattine di fila non sentirò il bisogno di far pipì, o di tirarmi giù la museruola, o di mangiare, o di bere. Giuro, nemmeno il caffè. Arrivo a rifiutare il caffè dalle mani della Valchiria e, prima volta in cinque anni, da quelle dell'Orsone. Mi cibo del senso di appartenenza. Casa. Famiglia. I titani. Quanto mi sono mancati.

Alcuni non fanno mistero di essere davvero sollevati di rivedermi sul pezzo. I miei "come stai?" sono tutti sinceri, sentiti e calorosi: mentre ero via, questi qui hanno chiuso un quadrimestre e ne hanno iniziato un altro, in mezzo a decreti deliranti, con alunni in Dad e  casini di ogni tipo, molti sono stati malati, alcuni hanno appena saputo le date del concorso. Anche il meno titanico, il meno gradevole dei colleghi, o il più inutile dei collaboratori scolastici, per me, oggi, è una figura eroica. 

Le tre classi hanno reazioni totalmente diverse. Tre galassie proprio, e non confinanti.

Faccio due ore con la mia seconda: piccini, affettuosi, ammettono di non essersi impegnati per niente, sono dispiaciuti di non vedere più il supplente, sono contenti di rivedere me, sanno che da qui in poi si lavora. Me li coccolo, il primo giorno. Il secondo, verifica di grammatica. Non si lamentano.

Faccio due ore con la prima: urla e applausi quando varco la porta, dopo, però, cerco di riprendere le fila delle mie materie in mezzo a una masnada di cuccioli impazziti con dei miniciccioli attaccati alla coda. Sono l'unica classe che col supplente ha lavorato. Ma sono da reimpostare completamente quanto a comportamento. Dicono anche minchiate a raffica su tutto, sul Covid, sulla guerra, su di me, sul supplente, sull'Odissea. 

Vado in seconda, in quella tremenda in cui faccio Storia e Geografia. Ovazione quando mi vedono, poi si accasciano. È scoppiata la guerra, e quella classe ha una coscienza politica.  E ha la pandemia, come tutti, ma anche il lutto per la perdita di un coetaneo, sulla schiena. Non ne possono più di tragedie. In più, il supplente gli ha confuso le idee. Ho lasciato dei galletti presuntuosi e trovo dei gattini col raffreddore (per chi non lo sapesse, un gatto col raffreddore è un gatto che si sente malissimo, e difficilmente riesce a difendersi). Accettano con sollievo la proposta di riprendere un pezzo alla volta le cose lasciate in sospeso e riorganizzare il lavoro. Si sentono persino rassicurati all'idea che inizi di nuovo a dettare capitolazzi di storia. 

La mia ora buca del primo giorno dovrebbe essere un debriefing con Quella Cattiva, la temibile docente di sostegno che mi ha sostituito come coordinatrice. In realtà, quando arrivo in sala prof c'è l'Orsone con le chiavi della macchina in mano, il cappotto e lo zaino già indossati. "Io vado", enuncia. 45 minuti dopo, io e Quella Cattiva stiamo ancora ascoltando una fiumana di lagnanze, rimostranze, doléances, brontolii e ruggiti. Cazzo, il ragazzo aveva bisogno di sfogarsi. Io me lo aspettavo, da alcuni scambi di messaggi, ma non a questi punti. L'Orsone mi guarda come mi guardava mia figlia, quando la sua frustrazione era tale da urlare contro a chiunque cercasse di aiutarla e, intanto, supplicarlo con gli occhi di far cessare la sofferenza.  Solo nel pomeriggio realizzo che proprio lui, il mio amico, il mio Pigmalione, il mio rifugio nelle tempeste, non mi ha detto né "come stai?" né "bentornata". 

Il secondo giorno lo aspetto io al varco, nella sua ora buca. "Dobbiamo parlare". Seguono 55 minuti nei quali si sviscera il suo disagio e si cerca, da parte della Castagna al momento riconvertita in scialuppa di salvataggio della nave pirata, di mettere seduto e tranquillo a ragionare un titano esaurito. Conclusione: stanno venendo al pettine cose dello scorso anno, cose di questo, fatiche, iniziate prima ancora di conoscermi, per rialzare una scuola sfigata a livelli di decenza, un lungo periodo di malattia, e forse anche l'assenza di un buon numero di caffè con gente con cui sfogarsi. Se sei un punto di riferimento per tutti, ti servono quei 30 minuti di minchiate o di sfiato, qua e là. Io lo capisco e sono sempre a disposizione, altri meno. Alla fine della seduta di "dobbiamo parlare", ride di nuovo, il che certo non risolve, ma aiuta. Confido che si riprenda, anche perché, se ci molla lui, francamente, non so dove andiamo. 

Credo di aver visto una macchia di colore e sentito uno spostamento d'aria che dipendevano dal passaggio in Mach3 del Vicepreside Faina. Ho chiesto "Come stai?" anche a lui, non fosse altro perché è stato positivo quasi un mese. (Pensandoci, l'Orsone deve aver patito pure questo, un mese in cui, oltre alla sua scialuppa, mancava anche il suo gemello diverso. Chissà quante cazzo di tonnellate di grane, che normalmente smazza il Faina, si è dovuto gestire lui.) Credo che un satellite della NASA a migliaia di chilometri dall'atmosfera terrestre abbia captato la risposta al mio "Come stai?", ma io già non vedevo neanche più la scia di fumo del passaggio del vice. 

"Prof? Ma lo sa che il Burino ha preso una nota perchè guardava un sito di quelli in laboratorio?"

"Le vogliamo bene."

"Prof, ma lo sa che non ho preso neanche una nota?"

"Ma poi torna il supplente?" 

"Prof? Dove è meglio andare se scoppia la guerra?"

"Prof? Noi le siamo mancati?"



mercoledì 23 febbraio 2022

Giorno 65, ultimo a casa, primo geneticamente modificato

Santissimo Iddio, sono passata davanti alla foto del matrimonio, in cui una Castagna brunette sorrideva raggiante, al fianco di un Uomo così bello da levare il fiato (a tutti. A me lo leva ancora adesso) e ho pensato "ma poverini, pensa te se ce lo avessero raccontato allora". 

Sono un ogm da ieri, della roba grassa con filamenti genici sta prendendo a sberle i miei ribosomi: "Muta, coglione! Produci la proteina che ti ho chiesto, sì o no? Ti decidi?"* in tutto il mio corpo, ma in particolare nel braccio destro, nella mucosa gastrica e in testa. 

[*Se questa descrizione del funzionamento del vaccino a mRNA non è scientificamente corretta, se sono i mitocondri invece dei ribosomi, sapete che cosa, me ne sbatto. Mi sento male e fino a ieri ero negativa, da settembre, e stavo benone. Io la scena me la immagino così quindi, sul mio blog, è così. E mi sento male per obbedire a un decreto contro il quale continuerò a protestare e tornare a scuola a insegnare ai vostri figli, quindi zitti, e rispetto, per cortesia.]

È uscito il concorso. 

È scoppiata una guerra. 

Credo abbiano fatto un dipartimento di lettere senza di me, che sono il referente. E va benissimo, ma magari dirlo. Non prima e non durante, ma tipo oggi, per messaggio, in risposta al mio "se mi passa la nausea ci vediamo domani". 

Devo chiedere a un collega di reinstaurare la condivisione del calendario scolastico con il mio account, e poiché il modo con cui me l'ha tolta senza avvisare mi lima i nervi, glielo chiederò domani di persona, cosicché veda dove arriva il mio sopracciglio mentre gli parlo. 

La regina Elisabetta ha il Covid e, giuro, sono preoccupata come fosse mia nonna. Sebbene sia certa che non solo lo sconfiggerà, ma metterà seduto e zitto anche Putin, e niente missili until I say so

Domani vedo i ragazzi. La mia classe l'ho intravista ieri mentre passavo in macchina, facevano col prof di tecnica dei rilievi nella piazzetta di fianco alla scuola, quella con le mura duecentesche. Inutile dire che sono cresciuti. Non mi sono palesata. Contavo su un ingressone ad effetto domani alle 8, ma il Supplente Nerd voleva dire addio e gliel'ho lasciato fare, anche perché ha molto rispettosamente chiesto prima il mio parere. Lo avesse chiesto anche prima di usare 3 preziosissime ore di storia per la lettura integrale delle 95 tesi di Lutero e di un brano di Erasmo, magari, ma glielo scuso. Quantomeno, così non ha toccato la guerra dei Tre Enrichi, che spetta a me. 

La Lega, Forza Italia e un partitello sgalfo che comprende un mio ex compagno di scuola stanno lottando per far abolire il maledetto pass, guarda te se devo contare su Salvini, sui berlusconiani e su uno a cui passavo le versioni di latino a quindici anni (per carità, è un ragazzo in gamba, ma insomma, io sto altrove politicamente). 

I colleghi, per quanto attiene al mio ritorno, sono divisi in partes tres: quelli che sapevo mi aspettassero a braccia aperte, quelli che non sapevo mi aspettassero a braccia aperte, e quelli che tacciono. Io in ogni caso resto contentissima di aver di nuovo a che fare con la nostra sala prof scalcinata e chiunque passi di lì.  Ho due colleghi nuovi da conoscere, poi, perché gli altri due fra color che son sospesi sono fuggiti sulle alture senza alcuna intenzione di ridiscendere. Una ha un curioso nome dell'Est, più russo o bielorusso che romeno, quindi sono curiosa di sentire cosa dice della situazione.  

Ora se gentilmente mi scendesse la febbre e passasse la nausea, vero. Ché sono qui spiaggiata e la casa ormai è un centro sociale per riccioli di polvere. Per non parlare dei piatti che tra poco, con la fossilizzazione e polverizzazione degli avanzi esposti agli elementi, saranno di nuovo puliti. 

Ma ce la faremo. Con le buone, perché di cattive ne stiamo vedendo fin troppe.