Emergenza Coronavirus, giorno 28
(Qui si contano i giorni non a partire dal decreto che limita gli spostamenti, ma dalla sospensione effettiva dell'attività didattica)
Pensieri colmi di fastidio, disagio o angoscia, che ti attraversano la mente la notte, o quando guardi le strade vuote dalla finestra. Senza parlare di situazioni pratiche, problemi economici, disagi lavorativi e altre brutte storie, e cercando di sfrondare tutto, in particolare il battage di puttanate mediatiche ai limiti della denuncia per sciacallaggio e lo stalking da parte di gente che, senza esserne stata richiesta, ti contatta di continuo per aggiornarti sui dati (che tu, non essendo analfabeta, ti sei già letta) e dirti cosa devi pensare e quanto ti devi allarmare. Togliendo tutto questo, restano le sensazioni a livello profondo.
Qui siamo in tre, cerchiamo di fare ognuno a modo suo buon viso a cattivo gioco e stiamo reagendo nel modo più sereno possibile, ma anche così... Di tutti e tre vengono fuori paure e resistenze ancestrali: l'Uomo, che non può sentirsi legato da nulla e da nessuno, patisce la claustrofobia dello stare in casa. Castagna, la paladina dei diritti umani, quella che "all cops are bastards", soffre l'idea della limitazione degli spostamenti e dei controlli per la strada come se si fosse sotto una dittatura. La Princi, clandestina dai documenti sempre provvisori, la profuga senza un'identità familiare, si immagina posti di blocco che, in effetti, per ora non esistono, come in un paese in guerra.
Negli ultimi tre giorni, io mi sono ammalata e di nuovo ho percepito, da parte sia mia che degli altri due, reazioni superiori alle aspettative, in fatto di calma, fatalismo e lucidità. Poi, però, ognuno di noi sa di essere spesso a rischio di dare di testa per la propria personale forma di vulnerabilità. Camminando sulle uova, fin qui non abbiamo ancora litigato.
Intanto, a Genova, mia madre esce a fare la passeggiata della salute, da sola, ore 13 e 30, viali e piazze deserte, e commette l'errore di sedersi su una panchina e aprire un giornale. Denuncia penale, anche se lei ha addotto ragioni di salute tra cui osteoporosi, per cui un po' di sole deve prenderlo. I due che l'han fermata erano chiaramente in presenza di una persona che, oltre a qualificarsi come medico, diceva cose sensate, ma ormai l'avevano fermata... Sono arrivati a suggerirle di fare la passeggiata sempre con un sacchetto della spesa in mano. Intanto però dobbiamo cercarci un penalista, e io non mi sono messa a urlare che non ce la faccio a vivere solo un altro minuto in questo paese di pupazzi solo perché, bloccati qua coi genitori distanti da 110 a 120 km di distanza in due diverse regioni, non possiamo permetterci che alcuno di questi genitori abbia anche solo una minima alterazione dell'umore.
L'alterazione dell'umore viene a me, che come sempre fingo che sia tutto okay, poi ecco spiegato perché sono la sola a cui si manifesta qualcosa a livello di salute, mi pare chiaro.
Mio marito mi evita tutto il giorno, ma poi dorme con me. Risultato, di giorno sta a distanza ma è amorevole e sollecito, di mattina appena sveglio ha paura di essersi contagiato e invece di "ciao, come ti senti oggi?" mi apostrofa con "non mi tossire addosso".
Poi mi incontra per casa quando me la sento di alzarmi, e ridiamo. Ridiamo tantissimo, da quando è iniziato tutto questo, il che è incredibile e pressoché indecente data la temperie, eppure saranno le molte ore di sonno, sarà che tra di noi siamo della stessa idea sulla situazione, sarà che abbiamo capito da mesi che insieme ci stiamo davvero volentieri, e non solo quando siamo costretti da forza maggiore, sarà che abbiamo tirato fuori l'intelligenza di prenderla bene, perché sarà ancora lunga. Sarà che siamo anche tanto dispiaciuti per la Princi che non riesce a decollare coi suoi studi, con tutto fermo, e che a sua volta deve cercare costi quel che costi di non scapparci di testa. Siamo belli da vedere come non eravamo da tempo, comunque, tutti e tre.
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giovedì 19 marzo 2020
sabato 28 dicembre 2019
Babyface, farinata e Billy Elliot. Storia di una catarsi
Non torno mai volentieri nel quartiere dove vivevo coi miei genitori. Quel luogo ha smesso di appartenermi molto tempo prima che me ne andassi e mi è pesato gravemente addosso negli anni successivi. Prima di Natale sono capitata giù per un compromesso notarile, sto per vendere la casa dove sono andati a convivere i miei nel '74, quella dove sono nata. Poi sono andata alla ricerca di uno sportello bancomat della mia banca, e per non entrare in centro, nel traffico prenatalizio, sono tornata nella zona dove ho fatto base per vent'anni. La banca è proprio sulla curva che percorrevo a piedi per andare a prendere l'autobus e scendere al liceo, o all'università. Però ci sono arrivata dal lato opposto, dalla Val Bisagno. E, proprio prima dell'incrocio in cui mi dovevo fermare, c'è un posto che ogni volta che lo vedo mi fa sorridere. È su una brutta strada molto trafficata, sotto il megastradone rumoroso che porta all'ospedale. Attraversato quello, ci si addentra nella zona residenziale elegante dove abitavamo all'epoca. Ora nelle vetrine su strada ci sono la sede di un franchising immobiliare e un posto che credo venda pollo fritto. Nell'ultimo periodo in cui ho abitato in quella zona, coi miei e poi da sola, invece, lì c'era un piccolo ristorante pizzeria, che faceva una farinata sopportabile, anche se non buona come quella di altri posti a Genova. Aveva il vantaggio di essere vicinissimo a casa dei miei, ed era anche vicino a dove sono poi andata a stare, per qualche mese, per i fatti miei: altro cantuccio del quartiere in collina (il lato popolare della collina, non quello chic) che guardo con affetto. Di solito passo in auto, gettando uno sguardo alla scalinata che scendevo da casa mia per ricongiungermi con l'arteria di traffico che porta in centro. Ma lì spesso i pensieri sono misti, non sempre del tutto felici, a volte soprattutto malinconici pensieri di confronto tra la ragazza vivace in rosso e grigio, che scendeva le scale correndo per andare incontro al suo futuro luminoso, e la donna stanca e angosciata in rosso e nero che sono adesso, ora che quel futuro è il mio passato.
Invece, quando, ormai di rado, mi capita di passare davanti a quella pizzeria, mi illumino come una stella, ogni volta. Quella brutta strada grigia, quel ristorantino senza pretese, sono stati teatro di un grande cambiamento nella mia vita.
Un pomeriggio ero stata con mia madre a vedere "Billy Elliot", al cinemino d'essai del quartiere. Mia madre, vera interprete del messaggio alleniano de "La rosa purpurea del Cairo", sostiene da sempre che un buon film curi da tanti dispiaceri, e quel giorno mi aveva raccolto, con scopa e paletta, dal pavimento dove ero crollata dopo la rottura con l'Ingegnere, e cercava di sottrarmi agli orrori di un pomeriggio festivo, consapevole che, al termine delle lezioni a frequenza obbligatoria e dello studio frenetico per gli esami della specializzazione, ogni fine settimana poteva essere un buco profondissimo in cui perdermi in un fiume di lacrime. Ma non era l'unica ad essere consapevole che il mio weekend rischiava di essere nero. Lo sapevano i miei amici storici, quelli con cui avevo preparato la tesi che frequentavo ancora, e alcuni aspiranti successori al posto dell'Ingegnere, tra cui due o tre miei compagni di corso. In particolare uno, con gli occhi di due verdi diversi, che, da prima di Natale, era onnipresente nelle mie giornate. Dal fatidico 8 marzo in cui l'Ingegnere mi aveva scaricata, "il collega bello", come lo chiamavano le mie coinquiline, non aveva lasciato passare mezza giornata senza propormi qualcosa per tenermi occupata. Anche quel venerdì ero invitata da lui, per il rientro di Babyface, un altro compagno di corso che suonava in un complesso musicale ed era appena arrivato da una tournée all'estero. Babyface abitava vicino a me, sul lato plebeo della collina. Mi aveva proposto di accompagnarmi lui, mi pare, nel quartiere, lontanissimo dal nostro, in cui abitava da solo, anche lui da pochi mesi, "il collega bello". Avevo declinato. Troppo triste, stanca, e imbarazzata dalla continua insistenza di questo ragazzo bellissimo, che lasciava indietro di varie lunghezze altri pretendenti (a 24, 25 anni ho avuto, in effetti, una breve stagione di gloria in cui avrei potuto addirittura scegliere, tra il mio migliore amico, il mio partner di tirocinio, un trio di altri che studiavano con me, tra cui inizialmente figurava lo stesso Babyface, e questo qui, che mi annodava lo stomaco guardandomi fissa con quelle due iridi diverse, che camminava con me di notte nei vicoli, mi portava in libreria o a fare colazione, mi aspettava ore fuori dalle lezioni, insisteva per darmi passaggi in macchina e mi faceva ascoltare Michael Nyman sull'autoradio fino a ipnotizzarmi, e mi sorrideva sempre, sempre). Ero stata in giro con lui e col mio partner di tirocinio quasi tutta la settimana, e non me la sentivo di dire un altro sì. Avevo bisogno di elaborare la perdita, lo smarrimento, il vuoto, dopo sei anni di rapporto, e soprattutto l'incertezza sul futuro.
Così mi ero smarcata. Ma, al pomeriggio, ero al cinema con mia madre e, davanti a "Billy Elliot", precisamente alla scena in cui il padre e il fratello di Billy sono coinvolti negli scioperi e il padre decide di tornare al lavoro per garantire al figlio minore di poter studiare danza, mi si sono aperte le dighe. Sempre stata una che lacrimava molto, io, ma come quella volta ne annovero poche. Ricordo solo che mia madre continuava a passarmi fazzoletti uno via l'altro, mentre versavo fuori, a spruzzo, come se invece di dotti lacrimali avessi delle arterie maggiori, tutto quel che ancora mi restava da piangere per quel lungo fidanzamento conclusosi così male. All'uscita dalla sala avevo gli occhi gonfi come prugne, la gola che scottava e la testa leggera come un palloncino, barcollavo quasi. Mia madre e mio padre quella sera avevano intenzione di cenare in quel ristorantino sfigato che faceva la farinata decente, e mi ci avevano ovviamente invitata. So di aver iniziato la cena con la schiena curva e i postumi di quel pianto ancora visibili. Poi ad un certo punto mi sono sentita di colpo più leggera. Mi è venuto in mente l'invito del pomeriggio. Mi è venuto in mente che avevo voglia di andarci, forse era la prima volta da giorni che avevo in testa di fare qualcosa di mia iniziativa. Mi sono sentita dire, come se non fossi io che parlavo, a mia madre: "Mi puoi dare la macchina stasera? Quasi quasi ci vado, a casa di C., a salutare quel collega che è rientrato." Ora che ho una figlia quasi della stessa età, so cosa hanno provato i miei genitori in quel momento.
Di quella sera ricordo, più ancora del sorriso dell'Uomo, quello di Babyface. Un sorriso che diceva tante cose: che sapeva di aver involontariamente offerto all'Uomo l'ennesimo pretesto per passare una serata con me, che sapeva di non essere ancora di troppo tra noi due, ma al tempo stesso di reggerci la candela, però ci stava, perché era contento per il suo amico, e per me. Probabilmente avevo scritto in fronte che, dopo mesi di corteggiamento, quella sera era la prima vera possibilità che davo all'Uomo, anche se ero rinata da pochi minuti e non avevo fretta, mi muovevo come quando si impara a camminare, a andare in bici o a nuotare, ancora stupita di riuscirci, non del tutto padrona della tecnica, ma già contenta per quel mondo che intuivo mi si spalancasse davanti. Quando passo vicino al punto in cui allora c'era il ristorantino, sorrido ancora alla creatura nuova che si è alzata da dentro di me, lavata da tutte quelle lacrime, mentre cenavo coi miei, e ha chiesto le chiavi della macchina. Io sono ancora quella ragazza, non sono mai più tornata indietro.
Invece, quando, ormai di rado, mi capita di passare davanti a quella pizzeria, mi illumino come una stella, ogni volta. Quella brutta strada grigia, quel ristorantino senza pretese, sono stati teatro di un grande cambiamento nella mia vita.
Un pomeriggio ero stata con mia madre a vedere "Billy Elliot", al cinemino d'essai del quartiere. Mia madre, vera interprete del messaggio alleniano de "La rosa purpurea del Cairo", sostiene da sempre che un buon film curi da tanti dispiaceri, e quel giorno mi aveva raccolto, con scopa e paletta, dal pavimento dove ero crollata dopo la rottura con l'Ingegnere, e cercava di sottrarmi agli orrori di un pomeriggio festivo, consapevole che, al termine delle lezioni a frequenza obbligatoria e dello studio frenetico per gli esami della specializzazione, ogni fine settimana poteva essere un buco profondissimo in cui perdermi in un fiume di lacrime. Ma non era l'unica ad essere consapevole che il mio weekend rischiava di essere nero. Lo sapevano i miei amici storici, quelli con cui avevo preparato la tesi che frequentavo ancora, e alcuni aspiranti successori al posto dell'Ingegnere, tra cui due o tre miei compagni di corso. In particolare uno, con gli occhi di due verdi diversi, che, da prima di Natale, era onnipresente nelle mie giornate. Dal fatidico 8 marzo in cui l'Ingegnere mi aveva scaricata, "il collega bello", come lo chiamavano le mie coinquiline, non aveva lasciato passare mezza giornata senza propormi qualcosa per tenermi occupata. Anche quel venerdì ero invitata da lui, per il rientro di Babyface, un altro compagno di corso che suonava in un complesso musicale ed era appena arrivato da una tournée all'estero. Babyface abitava vicino a me, sul lato plebeo della collina. Mi aveva proposto di accompagnarmi lui, mi pare, nel quartiere, lontanissimo dal nostro, in cui abitava da solo, anche lui da pochi mesi, "il collega bello". Avevo declinato. Troppo triste, stanca, e imbarazzata dalla continua insistenza di questo ragazzo bellissimo, che lasciava indietro di varie lunghezze altri pretendenti (a 24, 25 anni ho avuto, in effetti, una breve stagione di gloria in cui avrei potuto addirittura scegliere, tra il mio migliore amico, il mio partner di tirocinio, un trio di altri che studiavano con me, tra cui inizialmente figurava lo stesso Babyface, e questo qui, che mi annodava lo stomaco guardandomi fissa con quelle due iridi diverse, che camminava con me di notte nei vicoli, mi portava in libreria o a fare colazione, mi aspettava ore fuori dalle lezioni, insisteva per darmi passaggi in macchina e mi faceva ascoltare Michael Nyman sull'autoradio fino a ipnotizzarmi, e mi sorrideva sempre, sempre). Ero stata in giro con lui e col mio partner di tirocinio quasi tutta la settimana, e non me la sentivo di dire un altro sì. Avevo bisogno di elaborare la perdita, lo smarrimento, il vuoto, dopo sei anni di rapporto, e soprattutto l'incertezza sul futuro.
Così mi ero smarcata. Ma, al pomeriggio, ero al cinema con mia madre e, davanti a "Billy Elliot", precisamente alla scena in cui il padre e il fratello di Billy sono coinvolti negli scioperi e il padre decide di tornare al lavoro per garantire al figlio minore di poter studiare danza, mi si sono aperte le dighe. Sempre stata una che lacrimava molto, io, ma come quella volta ne annovero poche. Ricordo solo che mia madre continuava a passarmi fazzoletti uno via l'altro, mentre versavo fuori, a spruzzo, come se invece di dotti lacrimali avessi delle arterie maggiori, tutto quel che ancora mi restava da piangere per quel lungo fidanzamento conclusosi così male. All'uscita dalla sala avevo gli occhi gonfi come prugne, la gola che scottava e la testa leggera come un palloncino, barcollavo quasi. Mia madre e mio padre quella sera avevano intenzione di cenare in quel ristorantino sfigato che faceva la farinata decente, e mi ci avevano ovviamente invitata. So di aver iniziato la cena con la schiena curva e i postumi di quel pianto ancora visibili. Poi ad un certo punto mi sono sentita di colpo più leggera. Mi è venuto in mente l'invito del pomeriggio. Mi è venuto in mente che avevo voglia di andarci, forse era la prima volta da giorni che avevo in testa di fare qualcosa di mia iniziativa. Mi sono sentita dire, come se non fossi io che parlavo, a mia madre: "Mi puoi dare la macchina stasera? Quasi quasi ci vado, a casa di C., a salutare quel collega che è rientrato." Ora che ho una figlia quasi della stessa età, so cosa hanno provato i miei genitori in quel momento.
Di quella sera ricordo, più ancora del sorriso dell'Uomo, quello di Babyface. Un sorriso che diceva tante cose: che sapeva di aver involontariamente offerto all'Uomo l'ennesimo pretesto per passare una serata con me, che sapeva di non essere ancora di troppo tra noi due, ma al tempo stesso di reggerci la candela, però ci stava, perché era contento per il suo amico, e per me. Probabilmente avevo scritto in fronte che, dopo mesi di corteggiamento, quella sera era la prima vera possibilità che davo all'Uomo, anche se ero rinata da pochi minuti e non avevo fretta, mi muovevo come quando si impara a camminare, a andare in bici o a nuotare, ancora stupita di riuscirci, non del tutto padrona della tecnica, ma già contenta per quel mondo che intuivo mi si spalancasse davanti. Quando passo vicino al punto in cui allora c'era il ristorantino, sorrido ancora alla creatura nuova che si è alzata da dentro di me, lavata da tutte quelle lacrime, mentre cenavo coi miei, e ha chiesto le chiavi della macchina. Io sono ancora quella ragazza, non sono mai più tornata indietro.
giovedì 11 luglio 2019
Mento alto, spalle su
A volte ascolti una canzone e capisci che è stata scritta per te. Per te che sei una minoranza nella minoranza all'interno delle minoranze, e hai imparato delle cose perché ci hai sbattuto la faccia dentro, tante di quelle volte che non ti riconosci più quando ti guardi nello specchio. Ma anche così la gente non capisce, la gente non capisce davvero. La gente non capisce… e pretende anche di capire.
Fools they think I do not know
The road I'm taking
If you meet me on the way
Hesitating
That is just because I know which way I will choose
Avevi tutto, hai creduto di avere tutto, per un attimo, in tuo potere, in tuo controllo. Poverina. Cinque anni dopo raccogli i pezzi e stai ancora male per le stesse cose, ma con la coscienza che adesso sei grande e non chiederai aiuto, non cercherai scuse, non vorrai una mano, farai da sola, e che questa è la tua vita, è la tua scelta, è il tuo cammino.
If you meet me on the way
Hesitating
That is just because I know which way I will choose
Avevi tutto, hai creduto di avere tutto, per un attimo, in tuo potere, in tuo controllo. Poverina. Cinque anni dopo raccogli i pezzi e stai ancora male per le stesse cose, ma con la coscienza che adesso sei grande e non chiederai aiuto, non cercherai scuse, non vorrai una mano, farai da sola, e che questa è la tua vita, è la tua scelta, è il tuo cammino.
The corridors of discontent
That I've been traveling
All alone in search for truth
Poi a volte la prendi bene, mento alto, spalle su. A volte no, fa freddo e hai paura.
The world's so frightening
E francamente ti autocommiseri.
Nothing's going right today
'cause nothing ever does
Poi ci pensi e ti ridi dietro. Perché fin qui ci sei arrivata. Per merito tuo, e suo, e suo, e suo, e suo, e loro, e loro… altro che piangersi addosso, ti tocca anzi ringraziare, oltre ai fedelissimi e incrollabili pilastri, anche persone e situazioni che sono piovute nella tua vita quando tutto era nero come l'inferno. E allora mento alto, spalle su, "palle in mano", come diceva una simpaticissima collega siciliana, mille anni fa, a un convegno di dottorandi.
E tra queste situazioni ci sono gli incredibili colori che ancora riesci a vedere. Quel verde. Quei due verdi. A volte ridi e senti tu stessa che, in mezzo al buio di questi anni, la tua voce ha cambiato timbro ma la melodia della risata con cui lo hai fatto innamorare è la stessa. E' lui che ride così di rado…
That I've been traveling
All alone in search for truth
Poi a volte la prendi bene, mento alto, spalle su. A volte no, fa freddo e hai paura.
The world's so frightening
E francamente ti autocommiseri.
Nothing's going right today
'cause nothing ever does
Poi ci pensi e ti ridi dietro. Perché fin qui ci sei arrivata. Per merito tuo, e suo, e suo, e suo, e suo, e loro, e loro… altro che piangersi addosso, ti tocca anzi ringraziare, oltre ai fedelissimi e incrollabili pilastri, anche persone e situazioni che sono piovute nella tua vita quando tutto era nero come l'inferno. E allora mento alto, spalle su, "palle in mano", come diceva una simpaticissima collega siciliana, mille anni fa, a un convegno di dottorandi.
E tra queste situazioni ci sono gli incredibili colori che ancora riesci a vedere. Quel verde. Quei due verdi. A volte ridi e senti tu stessa che, in mezzo al buio di questi anni, la tua voce ha cambiato timbro ma la melodia della risata con cui lo hai fatto innamorare è la stessa. E' lui che ride così di rado…
Oh, I don't wanna know your secrets
Oh, they lie heavy on my head
E qualcun altro invece irrompe nella notte ridendo, con un bianco accecante di denti affilati. Tu adesso hai capito a tue spese quanto possono tagliare, ma non hai paura, perché sai anche che questo lampo di luce è bello da vedere, sebbene ora tu passi oltre, e te ne vada, proprio da quella famosa piazza, mento alto, spalle su, fianchi che ancheggiano morbidi perché sai che ti sta guardando, e non ti volti.
Oh, let's break the night with colour
Time for me to move ahead
Oh, they lie heavy on my head
E qualcun altro invece irrompe nella notte ridendo, con un bianco accecante di denti affilati. Tu adesso hai capito a tue spese quanto possono tagliare, ma non hai paura, perché sai anche che questo lampo di luce è bello da vedere, sebbene ora tu passi oltre, e te ne vada, proprio da quella famosa piazza, mento alto, spalle su, fianchi che ancheggiano morbidi perché sai che ti sta guardando, e non ti volti.
Oh, let's break the night with colour
Time for me to move ahead
E la figlia parte e vi lascia soli per tre mesi, pare. Così tu trattieni il fiato un attimo prima di tuffarti, perché per lui ti sei buttata tante volte nel cratere dei vulcani accesi e lo stai per fare di nuovo, sperando che serva. E, mentre stai bilanciando il peso sul trampolino, lui ti tocca la spalla, e per lui ti volti, ti volti eccome, e lo senti che dice: "Proposta indecente: andiamo a dormire in montagna?"
E quando siete nel lettone di fronte ai monti, regalo, piove leggermente sul tetto. La mia favola non è ancora finita, pensi, e ti addormenti sorridendo.
E quando siete nel lettone di fronte ai monti, regalo, piove leggermente sul tetto. La mia favola non è ancora finita, pensi, e ti addormenti sorridendo.
domenica 28 aprile 2019
Da sola, alla nota multinazionale svedese dell'arredamento
Ci andavamo insieme. Baciandoci spesso. Guardando le altre coppie come noi, il reparto culle fasciatoi lettini, e poi ci saltava all'occhio, a tutti e due contemporaneamente, il comodino giusto, l'armadio perfetto, la poltrona che avremmo amato entrambi. Non dovevamo quasi mai discutere. Eravamo quelli che non litigano, in mezzo a coppie scoglionate, e avevamo il radar per vedere quelli che come noi si tenevano per mano con lo sguardo pieno di luce, il passo lento ma rilassato, la voce serena.
Andarci da sola è stato atroce, a volte. Adesso capita che ci vada con te, ma anche senza di te, e non mi interessa più il reparto bimbi, lo attraverso senza soffrire, non mi riguarda più.
L'ultima volta ho fotografato le cassettiere che servono a te per la tua nuova stanza in ufficio, ho comprato i fermalibri e i raccoglitori, tre piccoli leggii per il cellulare, uno per ciascuno, e mi sono accorta che, per la legge dell'attenzione selettiva, ho individuato le coppie mature, quelle in cui lei dice a lui: "Questo potremmo prenderlo per Chiara/Francesca/Martina/Giulia/***" e lui risponde: "OK, ma giallo, a lei piace il giallo". Ho pensato a mio padre e mia madre che avevano lo stesso tipo di scambio quando io sono andata a vivere da sola, quando sono venuta a vivere con te. Che strano pensare che adesso siamo noi che scegliamo così oggetti e
mobili per la Princi, e la nota multinazionale svedese col suo odore di trucioli e colla è sempre lì, e anche noi. Che non litighiamo quando ci sono da scegliere gli arredi, perché ci piacciono le stesse cose.
Andarci da sola è stato atroce, a volte. Adesso capita che ci vada con te, ma anche senza di te, e non mi interessa più il reparto bimbi, lo attraverso senza soffrire, non mi riguarda più.
L'ultima volta ho fotografato le cassettiere che servono a te per la tua nuova stanza in ufficio, ho comprato i fermalibri e i raccoglitori, tre piccoli leggii per il cellulare, uno per ciascuno, e mi sono accorta che, per la legge dell'attenzione selettiva, ho individuato le coppie mature, quelle in cui lei dice a lui: "Questo potremmo prenderlo per Chiara/Francesca/Martina/Giulia/***" e lui risponde: "OK, ma giallo, a lei piace il giallo". Ho pensato a mio padre e mia madre che avevano lo stesso tipo di scambio quando io sono andata a vivere da sola, quando sono venuta a vivere con te. Che strano pensare che adesso siamo noi che scegliamo così oggetti e
mobili per la Princi, e la nota multinazionale svedese col suo odore di trucioli e colla è sempre lì, e anche noi. Che non litighiamo quando ci sono da scegliere gli arredi, perché ci piacciono le stesse cose.
sabato 18 agosto 2018
Il fiore del cardo
Io me lo ricordo, di avere collegato le incredibili, bellissime strutture triangolari sotto cui passavamo ogni venerdì e ogni domenica all'immagine sul pacchetto dei ciungai preferiti di mia madre, che ce li aveva sempre in borsa, probabilmente per non fumare, o per non mangiare. Mi ricordo di avere chiesto qualcosa su questo collegamento, e di aver sentito mia madre rispondere dal sedile davanti che il ponte disegnato sul pacchetto non era quello, ma quello in America. Comunque per spiegare a chiunque, genovese o frequentatore occasionale di Genova, di che viadotto si parlasse quando si parlava di quello sul Polcevera, tutti noi dicevamo "il ponte di Brooklyn" e la gente capiva, anche se ci era passata una volta sola.
Molti anni dopo, quando da Genova Ovest imboccavo lo svincolo e mi immettevo sul ponte, non mi lasciavo alle spalle solo il centro, ma anche tutta la mia vita di albarina, per correre tra le braccia del mio amore in quel di Sestri. Facevo solo quel tratto, Genova Ovest - Genova Aeroporto, che praticamente coincide quasi per intero col ponte, ma intanto ogni volta smettevo di essere figlia, ragazza, studentessa, man mano diventavo adulta, donna, moglie.
Mia figlia, che non ha mai vissuto a Genova, quando percorrevamo il ponte in arrivo dal Piemonte cambiava posizione sul sedile, come me, e come me prendeva un respiro, perché il ponte voleva dire essere arrivati.
Credo che dovrò andare a guardare coi miei occhi le macerie, il moncone, per rendermi conto che non c'è davvero più. E' inconcepibile. Come era inconcepibile guardare due, tre vigili del fuoco alla volta arrampicarsi con movimenti che sembravano lentissimi sulle gigantesche porzioni di cemento, come formichine disorientate. Come è inconcepibile che qualcuno sia sopravvissuto, che qualcuno sia volato giù e si sia polverizzato senza il tempo di formulare un pensiero, che qualcuno sia rimasto ore vivo e ferito, in mezzo a quella specie di mostruosa torre di cubi buttati giù dalla manata di un bambino smisurato. Come è inconcepibile che la gente domani, ai funerali, non prenda a sassate gli stronzi che pontificano, che parlano di soldi e che rimpallano le responsabilità. Come è inconcepibile che non ci mettano in fila tutti i pompieri, i medici, i sommozzatori, i poliziotti, gli infermieri, i vari membri dei reparti speciali, che in queste ore hanno fatto le veci di Dio, il quale, come è evidente, non esiste o se esiste è girato di là, per permetterci di abbracciarli tutti uno per uno, di dire grazie, cazzo sì persino gli sbirri, anche se forse solo per stavolta, vorrei abbracciare, solo per non essersi messi a correre lontano inorriditi e avere avuto il fegato e lo stomaco di rimanere lì a lavorare in quell'apocalisse. Come è inconcepibile che non lo ricostruiscano lì, il ponte.
Se fosse per me, idealmente, lo ricostruirei davvero proprio lì. Nello stesso punto, con un progetto migliore, facendo venire, cazzo ne so, l'architetto giapponese che se ne capisce di antisismica e di strutture che sfidano la gravità, molto simile esteticamente però. Vietato ai mezzi pesanti. E colorato. Costruito coi nostri soldi, coi soldi della gente, da non dover dire grazie a nessuno, che si fottano i politici e i Benetton e tutti i palazzinari che se la ridono quando crolla qualcosa in Italia. Un ponte su cui ogni Genovese possa scoppiare in lacrime di tristezza e di orgoglio la prima volta che ci passa. Un ponte per la gente, perché i Genovesi se lo meritano. I Genovesi come quello che ha portato, alle tre e mezza di mattina, la focaccia a quanti scavavano e rimuovevano blocchi di calcestruzzo e indagavano con le sonde nelle voragini. Un ristoratore di Albaro, c'è scritto, quindi uno che avrebbe potuto portare qualsiasi cosa, della pasta, dei dolci, un intero menu, e invece ha portato otto teglie di focaccia profumata, perché quello che bisognava nutrire non era il corpo, era il senso di appartenenza, la simpatia, la condivisione, che uno che ha vissuto a Genova può identificare al primo colpo in una striscia di focaccia tiepida, unta il giusto, salata il giusto, morbida il giusto, sbocconcellata in piedi sorridendo. Quando l'Uomo mi ha fatto vedere questo tweet, eravamo in mezzo a un reparto dell'Ikea a Collegno, ma mi sembrava di sentire l'odore della nostra focaccia, e di vedere nella luce dei fari delle ruspe l'espressione di gioia sul viso delle persone accaldate e stanche.
Noi intanto eravamo alle prese con diverse cose nostre, minori per impatto ma molto serie da dove le vedo io. Mentre ancora il camioncino verde del Basko stava lì fermo, sopra quell'orrendo trampolino di asfalto a strapiombo sulla morte, io e mia madre, in montagna, aspettavamo in silenzio, con tutto il paese, l'arrivo del carro funebre che portava alla chiesetta un uomo da tutti molto amato e con tutti molto affettuoso. Aveva una trentina d'anni quando ho iniziato, col gruppo di amici di allora, a cenare nella sua pizzeria l'ultima sera prima delle partenze di fine vacanza, e neanche sessanta ora che gestiva un ristorante prestigioso, dal clima accogliente, dove il rapporto coi clienti era tutto basato sulla sua cortesia e il suo modo di fare accattivante. Uno di quei posti dove la gente andava con regolarità a festeggiare compleanni e anniversari sapendo di avere la giusta atmosfera, anche noi ci abbiamo fatto il settantesimo della Mater. Da tempo, l'Uomo aveva legato con lui e anche col fratello, nel cui bar andavamo a esercitare il nostro inglese, guardare il campionato britannico e sorseggiare strepitosi Irish coffee.
Non credevo di piangere, invece l'ho fatto, perchè quando ho visto arrivare la bara mi ha colpito un dettaglio, i fiori. Che da lontano sembravano, per forma e colore, un mazzo di erbe di prato, di quelle che crescono lì intorno e profumano il paese fin nel suo centro. Infatti, visti da vicino, erano fiori coltivati, ma comprendevano margheritoni bianchi e tanti, tanti fiori di cardo. Il nostro amico era inglese, non scozzese, quindi il cardo poteva voler significare solo una cosa, non il richiamo alla terra natia, ma l'omaggio alla montagna tanto amata. Ho pianto. Perché io capivo molto bene cosa legava al paese il nostro amico nato oltre la Manica, e perché ero sicura di non essere la sola a notarlo. L'Uomo è arrivato in ritardo, mia madre lo guardava abbastanza in cagnesco perché sa quanto sono stanca e triste di passare le estati così, e guardava me pensosamente. Lui la bara l'ha vista quando ci è ripassata davanti, perché la chiesa e il sagrato erano stracolmi, e noi la messa in due lingue l'abbiamo intuita vagamente, dai gracidii dell'altoparlante che arrivavano fin sulla piazzetta. E ha detto: "Che bei fiori…" In quel momento avrei voluto dire a mia madre: "Ecco, lo vedi perché? Perché sono ancora con lui, perché alla fine è solo con lui che posso voler stare tutta la vita? Perché lui vede le cose che vedo io." Non avevo dubbi su quel che intendesse con "che belli", ma poi ce lo siamo anche spiegati, quando siamo rimasti soli. Era appunto quel che avevo pensato io. Che poi, nella mia mente, qualche ora dopo ho collegato la bellezza ruvida del cardo alla focaccia delle tre di notte ai piedi del disastro, al sorriso della mia gente coraggiosa, al ricoprirsi di spine per andare avanti, al mettere fuori un fiore tutto spettinato e strano mentre si resiste al vento.
Molti anni dopo, quando da Genova Ovest imboccavo lo svincolo e mi immettevo sul ponte, non mi lasciavo alle spalle solo il centro, ma anche tutta la mia vita di albarina, per correre tra le braccia del mio amore in quel di Sestri. Facevo solo quel tratto, Genova Ovest - Genova Aeroporto, che praticamente coincide quasi per intero col ponte, ma intanto ogni volta smettevo di essere figlia, ragazza, studentessa, man mano diventavo adulta, donna, moglie.
Mia figlia, che non ha mai vissuto a Genova, quando percorrevamo il ponte in arrivo dal Piemonte cambiava posizione sul sedile, come me, e come me prendeva un respiro, perché il ponte voleva dire essere arrivati.
Credo che dovrò andare a guardare coi miei occhi le macerie, il moncone, per rendermi conto che non c'è davvero più. E' inconcepibile. Come era inconcepibile guardare due, tre vigili del fuoco alla volta arrampicarsi con movimenti che sembravano lentissimi sulle gigantesche porzioni di cemento, come formichine disorientate. Come è inconcepibile che qualcuno sia sopravvissuto, che qualcuno sia volato giù e si sia polverizzato senza il tempo di formulare un pensiero, che qualcuno sia rimasto ore vivo e ferito, in mezzo a quella specie di mostruosa torre di cubi buttati giù dalla manata di un bambino smisurato. Come è inconcepibile che la gente domani, ai funerali, non prenda a sassate gli stronzi che pontificano, che parlano di soldi e che rimpallano le responsabilità. Come è inconcepibile che non ci mettano in fila tutti i pompieri, i medici, i sommozzatori, i poliziotti, gli infermieri, i vari membri dei reparti speciali, che in queste ore hanno fatto le veci di Dio, il quale, come è evidente, non esiste o se esiste è girato di là, per permetterci di abbracciarli tutti uno per uno, di dire grazie, cazzo sì persino gli sbirri, anche se forse solo per stavolta, vorrei abbracciare, solo per non essersi messi a correre lontano inorriditi e avere avuto il fegato e lo stomaco di rimanere lì a lavorare in quell'apocalisse. Come è inconcepibile che non lo ricostruiscano lì, il ponte.
Se fosse per me, idealmente, lo ricostruirei davvero proprio lì. Nello stesso punto, con un progetto migliore, facendo venire, cazzo ne so, l'architetto giapponese che se ne capisce di antisismica e di strutture che sfidano la gravità, molto simile esteticamente però. Vietato ai mezzi pesanti. E colorato. Costruito coi nostri soldi, coi soldi della gente, da non dover dire grazie a nessuno, che si fottano i politici e i Benetton e tutti i palazzinari che se la ridono quando crolla qualcosa in Italia. Un ponte su cui ogni Genovese possa scoppiare in lacrime di tristezza e di orgoglio la prima volta che ci passa. Un ponte per la gente, perché i Genovesi se lo meritano. I Genovesi come quello che ha portato, alle tre e mezza di mattina, la focaccia a quanti scavavano e rimuovevano blocchi di calcestruzzo e indagavano con le sonde nelle voragini. Un ristoratore di Albaro, c'è scritto, quindi uno che avrebbe potuto portare qualsiasi cosa, della pasta, dei dolci, un intero menu, e invece ha portato otto teglie di focaccia profumata, perché quello che bisognava nutrire non era il corpo, era il senso di appartenenza, la simpatia, la condivisione, che uno che ha vissuto a Genova può identificare al primo colpo in una striscia di focaccia tiepida, unta il giusto, salata il giusto, morbida il giusto, sbocconcellata in piedi sorridendo. Quando l'Uomo mi ha fatto vedere questo tweet, eravamo in mezzo a un reparto dell'Ikea a Collegno, ma mi sembrava di sentire l'odore della nostra focaccia, e di vedere nella luce dei fari delle ruspe l'espressione di gioia sul viso delle persone accaldate e stanche.
Noi intanto eravamo alle prese con diverse cose nostre, minori per impatto ma molto serie da dove le vedo io. Mentre ancora il camioncino verde del Basko stava lì fermo, sopra quell'orrendo trampolino di asfalto a strapiombo sulla morte, io e mia madre, in montagna, aspettavamo in silenzio, con tutto il paese, l'arrivo del carro funebre che portava alla chiesetta un uomo da tutti molto amato e con tutti molto affettuoso. Aveva una trentina d'anni quando ho iniziato, col gruppo di amici di allora, a cenare nella sua pizzeria l'ultima sera prima delle partenze di fine vacanza, e neanche sessanta ora che gestiva un ristorante prestigioso, dal clima accogliente, dove il rapporto coi clienti era tutto basato sulla sua cortesia e il suo modo di fare accattivante. Uno di quei posti dove la gente andava con regolarità a festeggiare compleanni e anniversari sapendo di avere la giusta atmosfera, anche noi ci abbiamo fatto il settantesimo della Mater. Da tempo, l'Uomo aveva legato con lui e anche col fratello, nel cui bar andavamo a esercitare il nostro inglese, guardare il campionato britannico e sorseggiare strepitosi Irish coffee.
Non credevo di piangere, invece l'ho fatto, perchè quando ho visto arrivare la bara mi ha colpito un dettaglio, i fiori. Che da lontano sembravano, per forma e colore, un mazzo di erbe di prato, di quelle che crescono lì intorno e profumano il paese fin nel suo centro. Infatti, visti da vicino, erano fiori coltivati, ma comprendevano margheritoni bianchi e tanti, tanti fiori di cardo. Il nostro amico era inglese, non scozzese, quindi il cardo poteva voler significare solo una cosa, non il richiamo alla terra natia, ma l'omaggio alla montagna tanto amata. Ho pianto. Perché io capivo molto bene cosa legava al paese il nostro amico nato oltre la Manica, e perché ero sicura di non essere la sola a notarlo. L'Uomo è arrivato in ritardo, mia madre lo guardava abbastanza in cagnesco perché sa quanto sono stanca e triste di passare le estati così, e guardava me pensosamente. Lui la bara l'ha vista quando ci è ripassata davanti, perché la chiesa e il sagrato erano stracolmi, e noi la messa in due lingue l'abbiamo intuita vagamente, dai gracidii dell'altoparlante che arrivavano fin sulla piazzetta. E ha detto: "Che bei fiori…" In quel momento avrei voluto dire a mia madre: "Ecco, lo vedi perché? Perché sono ancora con lui, perché alla fine è solo con lui che posso voler stare tutta la vita? Perché lui vede le cose che vedo io." Non avevo dubbi su quel che intendesse con "che belli", ma poi ce lo siamo anche spiegati, quando siamo rimasti soli. Era appunto quel che avevo pensato io. Che poi, nella mia mente, qualche ora dopo ho collegato la bellezza ruvida del cardo alla focaccia delle tre di notte ai piedi del disastro, al sorriso della mia gente coraggiosa, al ricoprirsi di spine per andare avanti, al mettere fuori un fiore tutto spettinato e strano mentre si resiste al vento.
domenica 19 novembre 2017
E una notte tra molte
No, è che il sabato proprio non ci dice, questo fatto del dormire, ma zero eh. Il mio organismo trova ogni motivo, ogni scusa, come un bambino che non vuol fare i compiti, le inventa tutte per regredire allo stato di insonnia feroce, spietato, che da troppi anni si associa a questo giorno della settimana. E magari fosse perché vado a ballare o tiro tardi a cena con persone gradevoli, amici, parenti, l'amore della mia vita. No no.
Eppure ero raggomitolata al caldo, con una mano dell'Uomo sotto il pigiama, fino a un paio d'ore fa. Poi è rientrata la figlia e lì la scelta che si poneva al mio subconscio era:
Piano A: lasciamo che Castagna continui a dormire e intanto suscitiamo nel suo stato cerebrale uno sfogo di rabbia cieca per il comportamento della figlia, che anche oggi si è distinto per brutalità nei suoi confronti, inducendola a digrignare i denti fino a spezzarseli.
Piano B: impediamo a Castagna di rientrare nello stato di sonno e scateniamole una riga di pensieri cupi dovuti allo scontro odierno con la figlia, peraltro da lei egregiamente sostenuto, e soprattutto gestito in maniera esemplare dall'Uomo, che avrà tanti difetti ma porca troia il padre lo sa fare. Poi avviliamo Castagna con una serie di proiezioni a tinte fosche sul futuro di questa ragazzina. E già che ci siamo facciamola sentire inadeguata, indifesa, sola come una merda, rivanghiamo bene tutto quel che l'ha delusa, ferita e strapazzata negli ultimi 48 mesi, condiamo con la legittima preoccupazione per i prossimi sviluppi di una grana scolastica seria che la vede capitanare niente po' po' di meno che una ribellione contro la Preside Chic, e, quando proprio siamo sicuri che ci sia il carico massimo, facciamole venire l'illuminazione di aver fatto in giornata almeno due errori madornali in due diversi dialoghi con l'Uomo, che poi è la sola cosa di cui realmente le frega, la sola cosa che la mette in ginocchio e le fa gridare basta pietà.
Basta, pietà.
E l'altra cosa di cui davvero le fregava tanto, alla povera Castagna, era arrivare in forma alla giornata di domani, che è l'inizio del secondo corso di perfezionamento per istruttori di yoga, tenuto dalla Maestra Con La Emme Maiuscola. Ci teneva sul serio, infatti quando mercoledì si è ammalata ha azzerato tutte le attività della settimana tranne andare a lavorare, coll'obiettivo di questa domenica in cui vuole assolutamente fare bella figura e imparare il più possibile e suggere ogni goccia di quanto le viene mostrato e spiegato.
E no. Sono le due e mezza. Divano. Gattina color panna accucciata vicino. Camomilla e biscotti. Blog.
No io lo capisco cosa dice mia figlia eh. E capisco che bisogna tener duro e dire dei no, ormai sono pochissimi e proprio per quello sono irremovibili. E capisco che poteva andare orrendamente peggio eh. In fondo oggi più di metà della battaglia è stata condotta in due, è stata gestita in assoluta coerenza e sull'identica lunghezza d'onda da me e dall'Uomo, e le tre cose su cui si è fatto perno sono imprescindibili anche per la figlia. Ma sarà l'avere detto la fatidica frase "se vuoi cambiare la tua vita sei libera di farlo, ma allora lasci la scuola e ti cerchi un lavoro" (pronunciare "lasci la scuola" ha invertito la circolazione sanguigna in tutto il mio corpo e causato la lisi istantanea di tutte le mie cellule). Sarà quella cosa che tanto tempo fa ho chiesto alla Frenci (quando ancora alla Frenci si potevano dire le cose): "ma avere un figlio vuol dire che ti senti come se ti avessero aperto in due e lasciato sul tavolo operatorio dopo averti svuotato di tutti gli organi?". E non parlavo delle doglie del parto eh. Magari. Quelle più di tot ore non possono durare. Parlavo del primo momento in cui avverti la sensazione di non essere più tuo, mai più, sensazione che io ho accettato di buon grado in tutta la sua violenza, come si accetta il dolore della deflorazione, perché si sa che deve esserci ed è un passaggio irreversibile e necessario per tutto ciò che viene dopo a renderti immensamente felice. Parlavo della percezione che le tue arterie d'ora in poi siano collegate a quelle di un'altra forma di vita che può accelerare il tuo battito, drenarti via tutto il sangue, mescolarlo con fango, stelle, acqua, bolle d'aria, filtri magici, vetri rotti e qualsiasi altra cosa, per poi ributtartelo dentro e far scoppiare tutti i tuoi organi. E la cosa assurda è che quando il sangue te lo ha succhiato tutto, tutto, fino a lasciare di te un esoscheletro trasparente come una cavalletta seccata al sole, poi ti chiede un bicchier d'acqua e tu ti alzi e glielo vai a versare, anche se sei appena morto. Per carità, il bicchier d'acqua che porti ai tuoi figli è una ragione di vita sufficiente a resuscitare, anche dopo molto più di tre giorni. Per esempio, nell'estate 2015, se ci penso adesso, mi rendo conto che, in ventiquattro ore, il solo momento in cui riuscivo a mettere a fuoco qualcosa che non fosse la disperazione era quello in cui mi trascinavo in cucina e mi costringevo a preparare da mangiare per la Princi. Ma questo risucchio senza fine di tutte le energie disponibili, e questa chiarissima idea che quando forze non ce ne saranno più dovrai trovarne altre... la potenza di una cosa del genere non la sai finchè non ci sei. E quando ci sei, è troppo tardi, non c'è da nessuna parte la scritta "uscita di sicurezza". Vivi senza sicurezza, basta, ti ci abitui, a volte non ci dormi per settimane ma non tenti neanche di lottare. Se non avete figli, vi prego, credetemi sulla parola, e se ne avrete in futuro, ci sarà un momento in cui ve ne accorgerete e vi tornerà in mente quel che sto descrivendo.
Fatto salvo che io non potrei mai più immaginare di tornare indietro, e anche quando ho scritto che non dovrei essere qui ed è stato un errore tutto quanto, non intendevo dire che sono pentita o rinfacciare quanto mi sta costando. Solo che davvero non è andata come doveva andare: pur con tutti gli ottimi e innegabili risultati che la Princi dimostra di aver conseguito, c'è stato un vizio di fondo, che non è probabilmente colpa di nessuno e che non ci impedirà di andare avanti, ma c'è stato. E ce lo teniamo. Come ci teniamo l'Uomo, e come l'Uomo si tiene me. Credo si chiami amore, questo tenersi le persone così, senza mollare. O forse è follia. Ma non importa.
Importa il gattino color panna, qui. Importano la camomilla, i biscotti, il blog. Importa che siamo sotto lo stesso tetto e, anche se sto riflettendo sul mandare un bel messaggio, in cui dico che ho avuto un problema e al corso ci vado solo nella seconda parte della giornata, so benissimo che tra non molto porterò di là le mie meningi dolenti e le mie ossa rotte, e mi raggomitolerò di nuovo contro l'Uomo, e tra meno di cinque ore suonerà la sveglia e io arriverò al corso puntuale. Maestra Con La Emme Maiuscola mi insegnerà le posizioni sulla testa, avrò paura di cadere, sarò incapace di eseguirle perché non ho ancora abbastanza addominali, mi sentirò la peggiore del gruppo e penserò di nuovo di aver scelto una cosa troppo difficile per me. Arriverò a casa con dolori ovunque e dormirò, per poi arrivare a lunedì completamente tronata dalla sonnolenza e piena di sensi di colpa per non aver corretto le prove neanche questo weekend. L'Orsone mi infilerà un caffè dietro l'altro direttamente in vena e andremo insieme a fronteggiare il casino che io stessa ho sollevato venerdì, e per il quale il Gigante probabilmente mi odia, anche e soprattutto perché ho ragione, lui è d'accordo con me e quindi non può sottrarsi alla battaglia. E inizierà un'altra settimana.
Sapete cosa vorrei adesso? Essere esattamente dove sono, quella che sono, con le persone con cui sono. E' stato un errore tutto, sì. Quando alla fine tirerò il mi ultimo bilancio, saranno molti di più i giorni in cui ho pianto di quelli in cui ho gioito. Eppure.
Eppure ero raggomitolata al caldo, con una mano dell'Uomo sotto il pigiama, fino a un paio d'ore fa. Poi è rientrata la figlia e lì la scelta che si poneva al mio subconscio era:
Piano A: lasciamo che Castagna continui a dormire e intanto suscitiamo nel suo stato cerebrale uno sfogo di rabbia cieca per il comportamento della figlia, che anche oggi si è distinto per brutalità nei suoi confronti, inducendola a digrignare i denti fino a spezzarseli.
Piano B: impediamo a Castagna di rientrare nello stato di sonno e scateniamole una riga di pensieri cupi dovuti allo scontro odierno con la figlia, peraltro da lei egregiamente sostenuto, e soprattutto gestito in maniera esemplare dall'Uomo, che avrà tanti difetti ma porca troia il padre lo sa fare. Poi avviliamo Castagna con una serie di proiezioni a tinte fosche sul futuro di questa ragazzina. E già che ci siamo facciamola sentire inadeguata, indifesa, sola come una merda, rivanghiamo bene tutto quel che l'ha delusa, ferita e strapazzata negli ultimi 48 mesi, condiamo con la legittima preoccupazione per i prossimi sviluppi di una grana scolastica seria che la vede capitanare niente po' po' di meno che una ribellione contro la Preside Chic, e, quando proprio siamo sicuri che ci sia il carico massimo, facciamole venire l'illuminazione di aver fatto in giornata almeno due errori madornali in due diversi dialoghi con l'Uomo, che poi è la sola cosa di cui realmente le frega, la sola cosa che la mette in ginocchio e le fa gridare basta pietà.
Basta, pietà.
E l'altra cosa di cui davvero le fregava tanto, alla povera Castagna, era arrivare in forma alla giornata di domani, che è l'inizio del secondo corso di perfezionamento per istruttori di yoga, tenuto dalla Maestra Con La Emme Maiuscola. Ci teneva sul serio, infatti quando mercoledì si è ammalata ha azzerato tutte le attività della settimana tranne andare a lavorare, coll'obiettivo di questa domenica in cui vuole assolutamente fare bella figura e imparare il più possibile e suggere ogni goccia di quanto le viene mostrato e spiegato.
E no. Sono le due e mezza. Divano. Gattina color panna accucciata vicino. Camomilla e biscotti. Blog.
No io lo capisco cosa dice mia figlia eh. E capisco che bisogna tener duro e dire dei no, ormai sono pochissimi e proprio per quello sono irremovibili. E capisco che poteva andare orrendamente peggio eh. In fondo oggi più di metà della battaglia è stata condotta in due, è stata gestita in assoluta coerenza e sull'identica lunghezza d'onda da me e dall'Uomo, e le tre cose su cui si è fatto perno sono imprescindibili anche per la figlia. Ma sarà l'avere detto la fatidica frase "se vuoi cambiare la tua vita sei libera di farlo, ma allora lasci la scuola e ti cerchi un lavoro" (pronunciare "lasci la scuola" ha invertito la circolazione sanguigna in tutto il mio corpo e causato la lisi istantanea di tutte le mie cellule). Sarà quella cosa che tanto tempo fa ho chiesto alla Frenci (quando ancora alla Frenci si potevano dire le cose): "ma avere un figlio vuol dire che ti senti come se ti avessero aperto in due e lasciato sul tavolo operatorio dopo averti svuotato di tutti gli organi?". E non parlavo delle doglie del parto eh. Magari. Quelle più di tot ore non possono durare. Parlavo del primo momento in cui avverti la sensazione di non essere più tuo, mai più, sensazione che io ho accettato di buon grado in tutta la sua violenza, come si accetta il dolore della deflorazione, perché si sa che deve esserci ed è un passaggio irreversibile e necessario per tutto ciò che viene dopo a renderti immensamente felice. Parlavo della percezione che le tue arterie d'ora in poi siano collegate a quelle di un'altra forma di vita che può accelerare il tuo battito, drenarti via tutto il sangue, mescolarlo con fango, stelle, acqua, bolle d'aria, filtri magici, vetri rotti e qualsiasi altra cosa, per poi ributtartelo dentro e far scoppiare tutti i tuoi organi. E la cosa assurda è che quando il sangue te lo ha succhiato tutto, tutto, fino a lasciare di te un esoscheletro trasparente come una cavalletta seccata al sole, poi ti chiede un bicchier d'acqua e tu ti alzi e glielo vai a versare, anche se sei appena morto. Per carità, il bicchier d'acqua che porti ai tuoi figli è una ragione di vita sufficiente a resuscitare, anche dopo molto più di tre giorni. Per esempio, nell'estate 2015, se ci penso adesso, mi rendo conto che, in ventiquattro ore, il solo momento in cui riuscivo a mettere a fuoco qualcosa che non fosse la disperazione era quello in cui mi trascinavo in cucina e mi costringevo a preparare da mangiare per la Princi. Ma questo risucchio senza fine di tutte le energie disponibili, e questa chiarissima idea che quando forze non ce ne saranno più dovrai trovarne altre... la potenza di una cosa del genere non la sai finchè non ci sei. E quando ci sei, è troppo tardi, non c'è da nessuna parte la scritta "uscita di sicurezza". Vivi senza sicurezza, basta, ti ci abitui, a volte non ci dormi per settimane ma non tenti neanche di lottare. Se non avete figli, vi prego, credetemi sulla parola, e se ne avrete in futuro, ci sarà un momento in cui ve ne accorgerete e vi tornerà in mente quel che sto descrivendo.
Fatto salvo che io non potrei mai più immaginare di tornare indietro, e anche quando ho scritto che non dovrei essere qui ed è stato un errore tutto quanto, non intendevo dire che sono pentita o rinfacciare quanto mi sta costando. Solo che davvero non è andata come doveva andare: pur con tutti gli ottimi e innegabili risultati che la Princi dimostra di aver conseguito, c'è stato un vizio di fondo, che non è probabilmente colpa di nessuno e che non ci impedirà di andare avanti, ma c'è stato. E ce lo teniamo. Come ci teniamo l'Uomo, e come l'Uomo si tiene me. Credo si chiami amore, questo tenersi le persone così, senza mollare. O forse è follia. Ma non importa.
Importa il gattino color panna, qui. Importano la camomilla, i biscotti, il blog. Importa che siamo sotto lo stesso tetto e, anche se sto riflettendo sul mandare un bel messaggio, in cui dico che ho avuto un problema e al corso ci vado solo nella seconda parte della giornata, so benissimo che tra non molto porterò di là le mie meningi dolenti e le mie ossa rotte, e mi raggomitolerò di nuovo contro l'Uomo, e tra meno di cinque ore suonerà la sveglia e io arriverò al corso puntuale. Maestra Con La Emme Maiuscola mi insegnerà le posizioni sulla testa, avrò paura di cadere, sarò incapace di eseguirle perché non ho ancora abbastanza addominali, mi sentirò la peggiore del gruppo e penserò di nuovo di aver scelto una cosa troppo difficile per me. Arriverò a casa con dolori ovunque e dormirò, per poi arrivare a lunedì completamente tronata dalla sonnolenza e piena di sensi di colpa per non aver corretto le prove neanche questo weekend. L'Orsone mi infilerà un caffè dietro l'altro direttamente in vena e andremo insieme a fronteggiare il casino che io stessa ho sollevato venerdì, e per il quale il Gigante probabilmente mi odia, anche e soprattutto perché ho ragione, lui è d'accordo con me e quindi non può sottrarsi alla battaglia. E inizierà un'altra settimana.
Sapete cosa vorrei adesso? Essere esattamente dove sono, quella che sono, con le persone con cui sono. E' stato un errore tutto, sì. Quando alla fine tirerò il mi ultimo bilancio, saranno molti di più i giorni in cui ho pianto di quelli in cui ho gioito. Eppure.
domenica 29 ottobre 2017
Posa la zavorra, capitolo secondo. Oppure tientela
Il
corso di meditazione l'ho finito, eh. Ha anche abbastanza funzionato.
Poi
ho cercato la leggerezza. Non sempre era possibile trovarla. Ma
alcune cose, sentire sotto i piedi nudi il tappeto nella stanza che
mia madre mi ha assegnato per le due notti a casa sua, un
lunghisssssssssimo bagno in vasca, mangiare fino a scoppiare cose
ipernutrienti con otto uova e etti di fontina e poi andare a smaltire
con una camminata da sola a duemila metri, fare lezione sull'Iliade
ai Gini, capirmi alla prima coi colleghi, fare lezione di yoga,
cucinare un'altra volta la torta ricotta e limoncello per la prima
colazione, la prima torta di zucca alla sestrese sbafata con
entusiasmo da tutti, l'Uomo che vuole fare l'arrosto, insomma,
nonostante una battuta d'arresto pesantissima, ieri, di cui ora conto
i segni (un altro pezzo di dente ricostruito saltato via....), non
potrei dire di non aver portato a casa risultati anche in questi
quindici giorni.
In
particolare si segnalano due cose.
Una
sta nel prossimo post.
L'altra
è di oggi. Avevo paura di veder arrivare l'ora solare mentre fuori
faceva ancora un caldo abnorme. Avevo paura di affrontare il buio
prima di essere pronta a reggere i pomeriggi infiniti dell'inverno.
Avevo uno strano senso di allarme di fronte al fatto che l'autunno,
che notoriamente io amo, non mi rendesse come al solito felice (e
come potrebbe...) ma, più che altro, ero dispiaciuta nel vedere che
non riuscivo ad avere la solita punta di energia positiva che
contraddistingue per me il rientro. Anzi, le batterie andavano a
terra ogni poche ore.
Poi
invece oggi lui ha chiesto di uscire a camminare presto, prima delle
partite, per sfruttare le ore di luce. Pronti via, io che stanotte,
come sempre se lui mi lascia sola, avevo dormito forse quattro ore, e
distribuite in modo folle: 23.30 – 01.30 e 05.00 – 07.00, mi sono
messa su la felpa rossa, che è l'unica cosa dell'Ingegnere che
ancora mi gira attorno, e mi sono fatta i miei bravi chilometri , con
un bel dolore addominale da ciclo, il mio dente rotto, e il respiro
trattenuto di quando ho paura che voglia parlarmi e mi distrugga la
vita con una frase.
Ed
eccolo, il miracolo. Le foglie gialle e rosse, il cielo uggiosetto,
il sole non tanto caldo, il silenzio della domenica. E l'autunno mi
ha reso felice. Eh sì, lo so, non era l'autunno. Era lui, ancora e
sempre e solo lui. Che guardava gli annunci “vendesi” sulle case
nel quartiere nord. E cianciava della qualunque.
Non
la poso, la zavorra, ma è la mia zavorra.
martedì 27 giugno 2017
Mornie utulie
"A volte mi sembra di vivere una vita intera in un giorno" ha detto l'Uomo qualche tempo fa.
Ma beato lui. Io vivo una vita intera in un'ora, a volte. E il bello è che ognuna di queste vite è fortemente mia, mi interessa, mi affascina, mi delude o mi ferisce, mi fa sentire forte o speciale o sola o strana.
Come quando si scelgono le stanze in cui lavorare o i posti a sedere, e io leggo negli occhi di qualcuno "ci mettiamo vicini?" oppure "peccato, siamo lontani". Sono tornata a venticinque anni, con i colleghi della specializzazione che mi facevano il filo?
Come quando sull'altro lato della piazza si staglia la figura familiare del mio peggior disastro. E io sento il terreno che si squaglia sotto i miei piedi e cerco la più vicina via di fuga. Sono un'adultera con la coscienza sporca?
Come quando mi ustiono versandomi addosso il caffè direttamente dalla moka e mia figlia, seduta lì a un metro, non fa neanche lo sforzo di chiedermi "ti sei fatta male?". Sono meno di una sguattera?
Come quando mi accorgo del buco enorme che può lasciare una vecchina di 94 anni che non poteva nemmeno più parlare. Sono sola al mondo, non c'è più nessuno che mi ami per come sono, indipendentemente dagli errori?
Come quando accetto di tenere lezione di yoga a persone malate o in crisi e mi tocca chiedermi se è davvero questo che voglio e posso fare, e se una con la mia storia alle spalle può davvero essere d'aiuto a qualcuno. Sono una pazza presuntuosa?
Come quando il più timido dei miei tre alunni della comunità mi abbraccia stringendo forte forte, perché sono andata fino alla cascina persa nel bosco a trovarlo, e gli altri due mi fanno sedere a tavola in mezzo a loro tutti felici. Sono una bella persona?
Ma poi sto un attimo con gli occhi chiusi. Sento la musica.
May it be an evening star
Shines down upon you
May it be when darkness falls
Your heart will be true
You walk a lonely road
Oh! How far you are from home
Mornie utulie
Believe and you will find your way
Mornie alantie
A promise lives within you now
Believe and you will find your way
Mornie alantie
A promise lives within you now
May it be the shadow's call
Will fly away
May it be your journey on
To light the day
When the night is overcome
You may rise to find the sun
Will fly away
May it be your journey on
To light the day
When the night is overcome
You may rise to find the sun
Mornie utulie
Believe and you will find your way
Mornie alantie
A promise lives within you now
Believe and you will find your way
Mornie alantie
A promise lives within you now
A promise lives within you now
E vedo, dietro le palpebre chiuse, il riverbero del sole incandescente che batte sulle piastrelle del terrazzo, il chiarore delle lenzuola nuove, i due verdi diversi dei suoi occhi, il suo sorriso. Sono iniziate le vacanze in un caldo torrido e siamo rimasti due giorni soli, senza quasi mettere il naso fuori, in mutande e poco altro, noi due.
Ecco chi sono. Ecco qual è la mia vita. Qui ho diciassette anni e sono invincibile, ne ho venticinque e ho successo, ne ho trentasette e ho in mano la mia vita, ne ho quaranta e sono una madre, una moglie, una donna piena di medaglie, cicatrici e ricordi. E non invecchieremo mai finché staremo vicini, mezzi spogliati, a parlare, sulla nostra isola di cotone, intorno può crollare il mondo, ma l'odore della tua maglietta e della tua pelle sanerà ogni ferita, il tuo abbraccio fermerà la mutazione delle cellule, sentirti ridere mi darà tutto l'ossigeno, l'acqua e la luce di cui necessito, non mi serve altro, mi importa tanto di molte persone e molte cose, ma in fondo...
Castagna: Già detto credo che è una cazzata perdersi la donna della propria vita
Grande Pagliaccio: Più o meno quante volte ti ho detto che è una cazzata perderti la tua vita per un uomo
Castagna: Quante volte ti ho risposto che la mia vita è con quest'uomo?
martedì 30 maggio 2017
Del salutare una zia. E che zia. E di loti, caffè, e ippopotami
Non
mi sono dimenticata che dovevo parlare di grammatica, antologia
(oh!!! antologia!!! ho UN SACCO di cose da dire sull'uso
dell'antologia!!!) e letteratura, e scrittura, e storia...
E'
che ho fatto due cose o tre più urgenti, in questo periodo. Tipo
accudire la Zia Buona. Che è stata davvero Buona con la B maiuscola,
povera donna, fino alla fine. Immaginate una risonanza che mostra un
cervello completamente fuso da molte piccole ischemie. Ce ne resta
forse un trentacinque per cento che non è danneggiato. E quel
trentacinque per cento cosa fa? Riconosce me. Carezza il viso a chi
si avvicina. Stringe la mia mano. Getta baci. E alla fine, dopo aver
perso anche la possibilità di muoversi, riesce a formulare un'unica
parola, con giorni e giorni di esercizio: papà. Intendendo mio
padre, suo fratello. La sola persona che ha invocato sempre, oltre a
me.
Adesso
non è più con me, ma è con lui. Insieme alla Zia Bella e ai loro
genitori, amici, cugini. Tutti vestiti di lino chiaro, al sole, nel
giardino in riviera. Eternamente giovani, elegantissimi,
intelligenti, forti e atletici. Nessun cancro, nessuna ischemia,
nessuna cardiopatia. Un bicchiere in mano, l'ombra degli alberi, il
sorriso degli dèi sul viso abbronzato, come nelle foto della loro
famosa festa in maschera. Sono contenta di averti finalmente
traghettata là, zia, era tempo che andassi a raggiungerli, c'è un
senso di grande pace nell'aver ricomposto la Trimurti, il maschio
creatore e padrone, il fascino distruttivo della sorella più
inquieta e la tua capacità di armonizzare. Spero che ci siano tutti
i più bei gialli in inglese da leggere, là, e i marrons glacès.
Tra
le altre cose urgenti che ho fatto si conta imparare a mettermi nella
posizione del loto, che urgente non era forse, se sono diciannove
anni che frequento i tappetini, però fa brutto un'insegnante di yoga
che non la sa fare, e fa brutto anche che in posizione capovolta si
veda che ho la panza, ma ce la giochiamo: sono aperte le scommesse,
otterremo prima che si sciolga la pasta da pane che mi sta appoggiata
sopra gli addominali o che si allunghino i tendini delle ginocchia?
Non importa. Ci arriveremo. Un anno fa, altro che capovolgersi e
annodarsi.
Altra
cosa urgente fatta, o meglio, impostata, è un po' d'ordine nella mia
vita privata. Dove non succede mai niente, ma c'è spesso motivo di
preoccuparsi, fantasticare, spaventarsi e rimanere comunque confusi e
nervosi. Poi di colpo si parla di bere un caffè; no, due!!! Due
diversi caffè? E con chi!!!
Ed
è allora che scopro che, dopo aver immaginato, per mesi e mesi, come
cosa dove e quando, la sola domanda che conta è perchè. E, a conti
fatti, la risposta non è soddisfacente. La cosa soddisfacente è
farlo, il caffè, con la solita moka, nella solita cucina, e guardare
la bellissima bocca dell'Uomo mentre lo beve. Negli ultimi due anni
ho introdotto litri e litri del terribile veleno dal quale, con una
predisposizione alla pressione intraoculare alta e una storia di
infarti e ictus in famiglia, dovrei stare lontana come dal cianuro.
Ma a parte il fatto che, per starne lontana del tutto, mi
servirebbero i dodici passi e una stanza imbottita per le crisi di
astinenza, c'è questo fatto che la frase “io faccio un caffè”
(mia) e la domanda “vuoi/metti su/metto su un caffè?” (sua) ci
hanno salvato da innumerevoli brutti momenti. E poi ci sono le sue
mani mentre gira il cucchiaino, le sue cosce nel pigiama. I suoi
occhi di due verdi diversi. Le sue ciglia che si muovono lentamente
mentre lo assapora. Nella mia vita di coppia tutta piena di graffi,
tagli mal rimarginati, scottature e cerotti, guardarlo bere il caffè
è arrapante come la prima volta che l'ho visto nudo, che tra
parentesi non mi ricordo, devo aver perso i sensi. Mi ricordo
parecchie di quelle dopo, però. Infatti, se un giorno vorrà
uccidermi, basta che metta dell'arsenico nella mia tazzina, io mica
so cosa bevo quando mi siedo lì di fianco, è il mio momento di
contemplazione, è una roba mistica. Gli altri due caffè che si
potevano bere in queste settimane avrebbero avuto altrettanto da
offrire a livello estetico, forse, ma, come disse Robert Redford in
quella Bibbia della mia generazione che è “Proposta indecente”,
non avrei mai guardato uno degli altri due come guardo lui. E poiché
io, anche se mettendo in fila le foto non si direbbe, non scelgo mai
solo in base alla fisicata, al sorriso fotonico, alle mani eleganti e
agli occhi spettacolari, tutti e due gli altri caffè sarebbero
benissimo in grado di capire che io voglia svegliarmi, ogni mattina
della mia vita, con l'Uomo. Perchè lui, anche se a volte se ne
scorda, è il solo che sarebbe disposto a spendere un milione di
dollari, perchè vuole che io abbia l'ippopotamo.
sabato 15 aprile 2017
Vacanze di Pasqua, day two and three: fiducia e scossoni
Le cinque di pomeriggio, quando lui non c'è, sono l'ora dell'attacco d'ansia. Perfino adesso che tante cose sono cambiate. Ne farei a meno, ma pazienza, me lo tengo per me, so esattamente che sparirà non appena un breve ritornello al pianoforte annuncerà il suo messaggio WhatsApp. L'ansia si trasformerà in bisogno di muoversi e riorganizzare casa, cena, etc. E poi sentirò il familiare frullo d'ali nel petto quando lui metterà le chiavi nella porta.
Se guardo a questi giorni di vacanza, comunque, non posso lamentarmi. Dopo la prima sera con le amiche anti-MIUR, ho passato una buona mezza giornata sui miei monti.
L'antica Dolomite proiettata per caso in mezzo alle Alpi Cozie mi guardava impassibile, coperta di neve su tutto un lato, mentre facevo yoga su un prato e ascoltavo il vento sibilare tra gli abeti.
Anche stavolta rivedendo il paesaggio e sentendone i profumi ho preso congedo da mio padre, ho preso congedo anche dal mio cane, che tanto amava la montagna, ho preso congedo da quella che ero io prima come ormai faccio ogni singolo minuto. Ma ho anche ritrovato le mie basi: nell'attimo esatto in cui lui è arrivato in paese e, scorgendomi seduta sul muretto col sole sui capelli, mi ha sorriso.
Poi c'è stata una normale mattina a casa, di quelle col bucato, la colazione fatta con calma e qualche pagina sugli apparati del corpo umano da far studiare alla Princi. E poi ho aspettato un'ora con lui per dei raggi in un centro analisi, e poi abbiamo visto una casa. Da fuori. Forse una casa per noi, forse soltanto un miraggio mio: ma lui era al mio fianco e questa è l'unica cosa che importa.
Oggi l'ho fatta vedere alla Princi e ne ho avuto una pessima reazione, completata immediatamente dalla richiesta di dormire dal fidanzato. Risposta, ovviamente, no. Come sempre quando si nota che qualcosa tra me e l'Uomo potrebbe rimettersi a funzionare, lei deve dare uno scossone, non sia mai che ci dimentichiamo che lei esista e ricominciamo a fare la coppietta...
Molti sono i pensieri che mi sono passati per la testa in queste ore, da molti sono estremamente rattristata. Ha ragione Cavallino a dire che non mi capisce, non so più nemmeno io che persona sono, in effetti. Ho trovato pace solo sul tappetino dello yoga, dove credo che dovrei rimanere ore e ore, anzi finito di scrivere ci tornerò.
Ma ieri sera da Guru Cri abbiamo estratto come al solito le nostre carte, all'inizio della lezione e poi alla fine. Ame all'inizio è uscita la parola fiducia, e la frase che c'era scritta sotto diceva testualmente: "non resistere a ciò che è in arrivo per te". Alla fine della lezione, con un altro mazzo di carte in inglese la parola uscita è stata trust. Ho pensato che non solo devo averla, questa fiducia, ma devo riuscire a manifestarla. Per questo oggi ho portato la Princi a vedere dal di fuori la casa che forse andremo a vedere anche dall'interno. Forse ho sbagliato.
Gli altri non riescono a vedere le cose da dove le vedo io, nessuno ci riesce. Senz'altro non ci riescono i più direttamente coinvolti, e nemmeno i più lontani. In pratica sono sola con i miei miraggi, con le mie speranze, con la fiducia che ci sto mettendo e da sola devo gestire gli scossoni. Ok, comunque avere visto l'ultima puntata della prima stagione di The leftovers non aiuta, sarò scema che mi causo del dolore così.
Ma sono le cinque, sta per finire la partita a Genova e tra poco mi scriverà, posso farcela anche oggi, direi.
Se guardo a questi giorni di vacanza, comunque, non posso lamentarmi. Dopo la prima sera con le amiche anti-MIUR, ho passato una buona mezza giornata sui miei monti.
L'antica Dolomite proiettata per caso in mezzo alle Alpi Cozie mi guardava impassibile, coperta di neve su tutto un lato, mentre facevo yoga su un prato e ascoltavo il vento sibilare tra gli abeti.
Anche stavolta rivedendo il paesaggio e sentendone i profumi ho preso congedo da mio padre, ho preso congedo anche dal mio cane, che tanto amava la montagna, ho preso congedo da quella che ero io prima come ormai faccio ogni singolo minuto. Ma ho anche ritrovato le mie basi: nell'attimo esatto in cui lui è arrivato in paese e, scorgendomi seduta sul muretto col sole sui capelli, mi ha sorriso.
Poi c'è stata una normale mattina a casa, di quelle col bucato, la colazione fatta con calma e qualche pagina sugli apparati del corpo umano da far studiare alla Princi. E poi ho aspettato un'ora con lui per dei raggi in un centro analisi, e poi abbiamo visto una casa. Da fuori. Forse una casa per noi, forse soltanto un miraggio mio: ma lui era al mio fianco e questa è l'unica cosa che importa.
Oggi l'ho fatta vedere alla Princi e ne ho avuto una pessima reazione, completata immediatamente dalla richiesta di dormire dal fidanzato. Risposta, ovviamente, no. Come sempre quando si nota che qualcosa tra me e l'Uomo potrebbe rimettersi a funzionare, lei deve dare uno scossone, non sia mai che ci dimentichiamo che lei esista e ricominciamo a fare la coppietta...
Molti sono i pensieri che mi sono passati per la testa in queste ore, da molti sono estremamente rattristata. Ha ragione Cavallino a dire che non mi capisce, non so più nemmeno io che persona sono, in effetti. Ho trovato pace solo sul tappetino dello yoga, dove credo che dovrei rimanere ore e ore, anzi finito di scrivere ci tornerò.
Ma ieri sera da Guru Cri abbiamo estratto come al solito le nostre carte, all'inizio della lezione e poi alla fine. Ame all'inizio è uscita la parola fiducia, e la frase che c'era scritta sotto diceva testualmente: "non resistere a ciò che è in arrivo per te". Alla fine della lezione, con un altro mazzo di carte in inglese la parola uscita è stata trust. Ho pensato che non solo devo averla, questa fiducia, ma devo riuscire a manifestarla. Per questo oggi ho portato la Princi a vedere dal di fuori la casa che forse andremo a vedere anche dall'interno. Forse ho sbagliato.
Gli altri non riescono a vedere le cose da dove le vedo io, nessuno ci riesce. Senz'altro non ci riescono i più direttamente coinvolti, e nemmeno i più lontani. In pratica sono sola con i miei miraggi, con le mie speranze, con la fiducia che ci sto mettendo e da sola devo gestire gli scossoni. Ok, comunque avere visto l'ultima puntata della prima stagione di The leftovers non aiuta, sarò scema che mi causo del dolore così.
Ma sono le cinque, sta per finire la partita a Genova e tra poco mi scriverà, posso farcela anche oggi, direi.
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