Non torno mai volentieri nel quartiere dove vivevo coi miei genitori. Quel luogo ha smesso di appartenermi molto tempo prima che me ne andassi e mi è pesato gravemente addosso negli anni successivi. Prima di Natale sono capitata giù per un compromesso notarile, sto per vendere la casa dove sono andati a convivere i miei nel '74, quella dove sono nata. Poi sono andata alla ricerca di uno sportello bancomat della mia banca, e per non entrare in centro, nel traffico prenatalizio, sono tornata nella zona dove ho fatto base per vent'anni. La banca è proprio sulla curva che percorrevo a piedi per andare a prendere l'autobus e scendere al liceo, o all'università. Però ci sono arrivata dal lato opposto, dalla Val Bisagno. E, proprio prima dell'incrocio in cui mi dovevo fermare, c'è un posto che ogni volta che lo vedo mi fa sorridere. È su una brutta strada molto trafficata, sotto il megastradone rumoroso che porta all'ospedale. Attraversato quello, ci si addentra nella zona residenziale elegante dove abitavamo all'epoca. Ora nelle vetrine su strada ci sono la sede di un franchising immobiliare e un posto che credo venda pollo fritto. Nell'ultimo periodo in cui ho abitato in quella zona, coi miei e poi da sola, invece, lì c'era un piccolo ristorante pizzeria, che faceva una farinata sopportabile, anche se non buona come quella di altri posti a Genova. Aveva il vantaggio di essere vicinissimo a casa dei miei, ed era anche vicino a dove sono poi andata a stare, per qualche mese, per i fatti miei: altro cantuccio del quartiere in collina (il lato popolare della collina, non quello chic) che guardo con affetto. Di solito passo in auto, gettando uno sguardo alla scalinata che scendevo da casa mia per ricongiungermi con l'arteria di traffico che porta in centro. Ma lì spesso i pensieri sono misti, non sempre del tutto felici, a volte soprattutto malinconici pensieri di confronto tra la ragazza vivace in rosso e grigio, che scendeva le scale correndo per andare incontro al suo futuro luminoso, e la donna stanca e angosciata in rosso e nero che sono adesso, ora che quel futuro è il mio passato.
Invece, quando, ormai di rado, mi capita di passare davanti a quella pizzeria, mi illumino come una stella, ogni volta. Quella brutta strada grigia, quel ristorantino senza pretese, sono stati teatro di un grande cambiamento nella mia vita.
Un pomeriggio ero stata con mia madre a vedere "Billy Elliot", al cinemino d'essai del quartiere. Mia madre, vera interprete del messaggio alleniano de "La rosa purpurea del Cairo", sostiene da sempre che un buon film curi da tanti dispiaceri, e quel giorno mi aveva raccolto, con scopa e paletta, dal pavimento dove ero crollata dopo la rottura con l'Ingegnere, e cercava di sottrarmi agli orrori di un pomeriggio festivo, consapevole che, al termine delle lezioni a frequenza obbligatoria e dello studio frenetico per gli esami della specializzazione, ogni fine settimana poteva essere un buco profondissimo in cui perdermi in un fiume di lacrime. Ma non era l'unica ad essere consapevole che il mio weekend rischiava di essere nero. Lo sapevano i miei amici storici, quelli con cui avevo preparato la tesi che frequentavo ancora, e alcuni aspiranti successori al posto dell'Ingegnere, tra cui due o tre miei compagni di corso. In particolare uno, con gli occhi di due verdi diversi, che, da prima di Natale, era onnipresente nelle mie giornate. Dal fatidico 8 marzo in cui l'Ingegnere mi aveva scaricata, "il collega bello", come lo chiamavano le mie coinquiline, non aveva lasciato passare mezza giornata senza propormi qualcosa per tenermi occupata. Anche quel venerdì ero invitata da lui, per il rientro di Babyface, un altro compagno di corso che suonava in un complesso musicale ed era appena arrivato da una tournée all'estero. Babyface abitava vicino a me, sul lato plebeo della collina. Mi aveva proposto di accompagnarmi lui, mi pare, nel quartiere, lontanissimo dal nostro, in cui abitava da solo, anche lui da pochi mesi, "il collega bello". Avevo declinato. Troppo triste, stanca, e imbarazzata dalla continua insistenza di questo ragazzo bellissimo, che lasciava indietro di varie lunghezze altri pretendenti (a 24, 25 anni ho avuto, in effetti, una breve stagione di gloria in cui avrei potuto addirittura scegliere, tra il mio migliore amico, il mio partner di tirocinio, un trio di altri che studiavano con me, tra cui inizialmente figurava lo stesso Babyface, e questo qui, che mi annodava lo stomaco guardandomi fissa con quelle due iridi diverse, che camminava con me di notte nei vicoli, mi portava in libreria o a fare colazione, mi aspettava ore fuori dalle lezioni, insisteva per darmi passaggi in macchina e mi faceva ascoltare Michael Nyman sull'autoradio fino a ipnotizzarmi, e mi sorrideva sempre, sempre). Ero stata in giro con lui e col mio partner di tirocinio quasi tutta la settimana, e non me la sentivo di dire un altro sì. Avevo bisogno di elaborare la perdita, lo smarrimento, il vuoto, dopo sei anni di rapporto, e soprattutto l'incertezza sul futuro.
Così mi ero smarcata. Ma, al pomeriggio, ero al cinema con mia madre e, davanti a "Billy Elliot", precisamente alla scena in cui il padre e il fratello di Billy sono coinvolti negli scioperi e il padre decide di tornare al lavoro per garantire al figlio minore di poter studiare danza, mi si sono aperte le dighe. Sempre stata una che lacrimava molto, io, ma come quella volta ne annovero poche. Ricordo solo che mia madre continuava a passarmi fazzoletti uno via l'altro, mentre versavo fuori, a spruzzo, come se invece di dotti lacrimali avessi delle arterie maggiori, tutto quel che ancora mi restava da piangere per quel lungo fidanzamento conclusosi così male. All'uscita dalla sala avevo gli occhi gonfi come prugne, la gola che scottava e la testa leggera come un palloncino, barcollavo quasi. Mia madre e mio padre quella sera avevano intenzione di cenare in quel ristorantino sfigato che faceva la farinata decente, e mi ci avevano ovviamente invitata. So di aver iniziato la cena con la schiena curva e i postumi di quel pianto ancora visibili. Poi ad un certo punto mi sono sentita di colpo più leggera. Mi è venuto in mente l'invito del pomeriggio. Mi è venuto in mente che avevo voglia di andarci, forse era la prima volta da giorni che avevo in testa di fare qualcosa di mia iniziativa. Mi sono sentita dire, come se non fossi io che parlavo, a mia madre: "Mi puoi dare la macchina stasera? Quasi quasi ci vado, a casa di C., a salutare quel collega che è rientrato." Ora che ho una figlia quasi della stessa età, so cosa hanno provato i miei genitori in quel momento.
Di quella sera ricordo, più ancora del sorriso dell'Uomo, quello di Babyface. Un sorriso che diceva tante cose: che sapeva di aver involontariamente offerto all'Uomo l'ennesimo pretesto per passare una serata con me, che sapeva di non essere ancora di troppo tra noi due, ma al tempo stesso di reggerci la candela, però ci stava, perché era contento per il suo amico, e per me. Probabilmente avevo scritto in fronte che, dopo mesi di corteggiamento, quella sera era la prima vera possibilità che davo all'Uomo, anche se ero rinata da pochi minuti e non avevo fretta, mi muovevo come quando si impara a camminare, a andare in bici o a nuotare, ancora stupita di riuscirci, non del tutto padrona della tecnica, ma già contenta per quel mondo che intuivo mi si spalancasse davanti. Quando passo vicino al punto in cui allora c'era il ristorantino, sorrido ancora alla creatura nuova che si è alzata da dentro di me, lavata da tutte quelle lacrime, mentre cenavo coi miei, e ha chiesto le chiavi della macchina. Io sono ancora quella ragazza, non sono mai più tornata indietro.
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sabato 28 dicembre 2019
lunedì 25 novembre 2019
Tra distruzione e meraviglia
L'Italia si sta sciogliendo sotto litri di pioggia, come una zolletta gigantesca.
La Princi è in fondo in fondo alla Liguria di Ponente, ospite da gente cui abbiamo mandato in omaggio l'ultima annata di produzione di barbera e moscato, ultima nel senso che non lo so se esisteranno ancora le cantine, domani mattina.
Non si sa se da qui a domani esisteranno ancora strade e ferrovie in grado di riportarla a casa, di sicuro comunque nel suo bellissimo campus sulla Dora non ci sarebbe andata, domani.
Sprofondano le strade e cadono le montagne: buon peso, a Città dei Savoia sono anche alle prese con il disinnescare un ordigno sganciato dalla RAF settantacinque anni fa e saltato fuori, settimana scorsa, dal cantiere della metro, proprio dietro a Porta Nuova. Poi dice che era una bella idea mandare la figlia a studiare a Torino.
Ho passato il quarto weekend di fila a correggere prove, anche se ieri sono uscita se Dio vuole quelle 4 o 5 ore, prima a Paesino di Sogno con la Bottadicoca, poi a cena con lo Zio Granduca. Poi oggi, dopo aver visto la fiumana di fango che si è portata via un pezzo di viadotto, non sono più riuscita a concentrarmi su niente.
L'Uomo pesta sui tasti del pc al mio fianco, presissimo dal festival imminente. Io rimugino su tante faccende.
Devo decidere cosa fare di alcune cose e alcune case. Sta diventando impellente partire con alcuni progetti e credo di volermi prima di tutto garantire un grande spazio dove conservare dei mobili, certo sarà da scegliere bene perché sarà a Genova, quindi non deve essere:
- sotto un viadotto
- sotto un muraglione
- lungo un torrente
- troppo vicino al mare
- troppo vicino al monte.
Quindi, o metto i mobili al centro di piazza De Ferrari, o forse il primo posto utile potrebbe essere, che so, verso Piacenza.
Ieri mattina mi sono svegliata e ho confessato all'Uomo di avere, come avrebbe scritto il mai abbastanza pianto Maestro Camilleri, un core d'asino e un core di lione.
Da un lato, sono convinta che se io, cappottino rosso e palle in mano, inizio il Grande Rivoluzionamento delle Case di qui e di giù, la famiglia mi terrà dietro. E una fatidica sera io e l'Uomo ci siederemo nel grande salotto al buio a guardar passare i traghetti illuminati. E dormiremo abbracciati nella stanza in cui la Zia Buona mi raccontava le avventure di Gulliver, e la Zia Bella compariva, col suo passo felino, in mano un piatto con due mele e un coltello, dicendo con voce sorniona: "Picnic di mezzanotte?" La Princi avrà la stanza gigantesca della Zia Bella. Con lo spazio per un matrimoniale, la zona studio E un angolo da mettere a salottino.
E qui, invece, forse troveremo una bella casa con due bagni, una grande cucina e la vista sui monti. Chi lo sa. L'ho sognata tante volte.
Dall'altro lato ho paura, una paura nera, di ficcarmi in una serie di cose di cui devo occuparmi prevalentemente da sola, e soprattutto di essere sola quando il lavoro sarà finito. Per chi, per cosa lo faccio? Con chi? Chi è questo tizio un po' trasandato qui a fianco, che cosa pensa, sarà ancora qui tra due anni, quando presumibilmente si vedranno i risultati di tutta una lunga fatica organizzativa, di tante spese?
E inoltre: ma allora lascio Scuolina Rosa e vado a Scuola Vintage? Davvero? Anche se ci sono gli alberi di melo cotogno e le montagne là in fondo e la cucina, e quel profumo di casa?
E la Princi, va davvero via?
E noi?
E...
...ma ha senso tutto questo, mentre la terra si sfalda?
Ecco, mi sentivo così ieri mattina. E mentre mi preparavo per la giornata, pensavo: te lo dovresti ricordare che, anche se stai lavorando duro per arrivare a un altro livello di evoluzione, tu in realtà sei già morta. Sei morta quasi cinque anni fa e lo sai, solo che per far contenti gli altri ci costruisci sopra una vita, e boh, alla fin fine funziona. Non ti lamenti più. Spesso sei davvero allegra, non è una finta. Quando ti sembra che niente abbia senso, è ovvio, devi sapere come mai sei arrivata qui ora, e a fare cosa. Per tutto il resto del tempo, recitare è diventato quasi come essere. Ce la fai, ormai. E cosa ti ha detto Sua Maestà il Formatore Paraculo (di cui non ho ancora parlato, ma prima o poi vi tocca)? "Adesso non è il momento di mollare, ma di premere sull'acceleratore." Così sono uscita dal bagno convinta di poter iniziare capitoli nuovi, lunghi e faticosi, e determinata a non arrendermi, come al solito.
Mi chiedevo dove prendere le forze, però. Perché va bene, ce la faccio, ma siamo realistici, non si può tirare soltanto carri di pietre, a volte sarebbe bello essere sollevati un po' di peso. Alzati su in un abbraccio forte e felice, di qualcuno che veramente avesse voglia di vederci arrivare. Le amiche, metaforicamente, lo sanno fare, a volte la Princi, a volte, rigorosamente senza toccarmi, lo fa anche mia madre. Ma. Ovviamente, c'è un ma. Perché lui non lo fa più.
Poi all'improvviso un lampo colorato nell'aria, tra me e quel che stavo guardando. Un fotogramma di un istante appena, ma con dentro il profumo violento dell'estate. Fa male e fa bene, è medicina e veleno. In entrambi i casi, è nel mio bicchiere, e io ci bevo, lì.
La Princi è in fondo in fondo alla Liguria di Ponente, ospite da gente cui abbiamo mandato in omaggio l'ultima annata di produzione di barbera e moscato, ultima nel senso che non lo so se esisteranno ancora le cantine, domani mattina.
Non si sa se da qui a domani esisteranno ancora strade e ferrovie in grado di riportarla a casa, di sicuro comunque nel suo bellissimo campus sulla Dora non ci sarebbe andata, domani.
Sprofondano le strade e cadono le montagne: buon peso, a Città dei Savoia sono anche alle prese con il disinnescare un ordigno sganciato dalla RAF settantacinque anni fa e saltato fuori, settimana scorsa, dal cantiere della metro, proprio dietro a Porta Nuova. Poi dice che era una bella idea mandare la figlia a studiare a Torino.
Ho passato il quarto weekend di fila a correggere prove, anche se ieri sono uscita se Dio vuole quelle 4 o 5 ore, prima a Paesino di Sogno con la Bottadicoca, poi a cena con lo Zio Granduca. Poi oggi, dopo aver visto la fiumana di fango che si è portata via un pezzo di viadotto, non sono più riuscita a concentrarmi su niente.
L'Uomo pesta sui tasti del pc al mio fianco, presissimo dal festival imminente. Io rimugino su tante faccende.
Devo decidere cosa fare di alcune cose e alcune case. Sta diventando impellente partire con alcuni progetti e credo di volermi prima di tutto garantire un grande spazio dove conservare dei mobili, certo sarà da scegliere bene perché sarà a Genova, quindi non deve essere:
- sotto un viadotto
- sotto un muraglione
- lungo un torrente
- troppo vicino al mare
- troppo vicino al monte.
Quindi, o metto i mobili al centro di piazza De Ferrari, o forse il primo posto utile potrebbe essere, che so, verso Piacenza.
Ieri mattina mi sono svegliata e ho confessato all'Uomo di avere, come avrebbe scritto il mai abbastanza pianto Maestro Camilleri, un core d'asino e un core di lione.
Da un lato, sono convinta che se io, cappottino rosso e palle in mano, inizio il Grande Rivoluzionamento delle Case di qui e di giù, la famiglia mi terrà dietro. E una fatidica sera io e l'Uomo ci siederemo nel grande salotto al buio a guardar passare i traghetti illuminati. E dormiremo abbracciati nella stanza in cui la Zia Buona mi raccontava le avventure di Gulliver, e la Zia Bella compariva, col suo passo felino, in mano un piatto con due mele e un coltello, dicendo con voce sorniona: "Picnic di mezzanotte?" La Princi avrà la stanza gigantesca della Zia Bella. Con lo spazio per un matrimoniale, la zona studio E un angolo da mettere a salottino.
E qui, invece, forse troveremo una bella casa con due bagni, una grande cucina e la vista sui monti. Chi lo sa. L'ho sognata tante volte.
Dall'altro lato ho paura, una paura nera, di ficcarmi in una serie di cose di cui devo occuparmi prevalentemente da sola, e soprattutto di essere sola quando il lavoro sarà finito. Per chi, per cosa lo faccio? Con chi? Chi è questo tizio un po' trasandato qui a fianco, che cosa pensa, sarà ancora qui tra due anni, quando presumibilmente si vedranno i risultati di tutta una lunga fatica organizzativa, di tante spese?
E inoltre: ma allora lascio Scuolina Rosa e vado a Scuola Vintage? Davvero? Anche se ci sono gli alberi di melo cotogno e le montagne là in fondo e la cucina, e quel profumo di casa?
E la Princi, va davvero via?
E noi?
E...
...ma ha senso tutto questo, mentre la terra si sfalda?
Ecco, mi sentivo così ieri mattina. E mentre mi preparavo per la giornata, pensavo: te lo dovresti ricordare che, anche se stai lavorando duro per arrivare a un altro livello di evoluzione, tu in realtà sei già morta. Sei morta quasi cinque anni fa e lo sai, solo che per far contenti gli altri ci costruisci sopra una vita, e boh, alla fin fine funziona. Non ti lamenti più. Spesso sei davvero allegra, non è una finta. Quando ti sembra che niente abbia senso, è ovvio, devi sapere come mai sei arrivata qui ora, e a fare cosa. Per tutto il resto del tempo, recitare è diventato quasi come essere. Ce la fai, ormai. E cosa ti ha detto Sua Maestà il Formatore Paraculo (di cui non ho ancora parlato, ma prima o poi vi tocca)? "Adesso non è il momento di mollare, ma di premere sull'acceleratore." Così sono uscita dal bagno convinta di poter iniziare capitoli nuovi, lunghi e faticosi, e determinata a non arrendermi, come al solito.
Mi chiedevo dove prendere le forze, però. Perché va bene, ce la faccio, ma siamo realistici, non si può tirare soltanto carri di pietre, a volte sarebbe bello essere sollevati un po' di peso. Alzati su in un abbraccio forte e felice, di qualcuno che veramente avesse voglia di vederci arrivare. Le amiche, metaforicamente, lo sanno fare, a volte la Princi, a volte, rigorosamente senza toccarmi, lo fa anche mia madre. Ma. Ovviamente, c'è un ma. Perché lui non lo fa più.
Poi all'improvviso un lampo colorato nell'aria, tra me e quel che stavo guardando. Un fotogramma di un istante appena, ma con dentro il profumo violento dell'estate. Fa male e fa bene, è medicina e veleno. In entrambi i casi, è nel mio bicchiere, e io ci bevo, lì.
Tanto, io non mi sarei arresa comunque. Che ve lo dico a fare.
giovedì 11 luglio 2019
Mento alto, spalle su
A volte ascolti una canzone e capisci che è stata scritta per te. Per te che sei una minoranza nella minoranza all'interno delle minoranze, e hai imparato delle cose perché ci hai sbattuto la faccia dentro, tante di quelle volte che non ti riconosci più quando ti guardi nello specchio. Ma anche così la gente non capisce, la gente non capisce davvero. La gente non capisce… e pretende anche di capire.
Fools they think I do not know
The road I'm taking
If you meet me on the way
Hesitating
That is just because I know which way I will choose
Avevi tutto, hai creduto di avere tutto, per un attimo, in tuo potere, in tuo controllo. Poverina. Cinque anni dopo raccogli i pezzi e stai ancora male per le stesse cose, ma con la coscienza che adesso sei grande e non chiederai aiuto, non cercherai scuse, non vorrai una mano, farai da sola, e che questa è la tua vita, è la tua scelta, è il tuo cammino.
If you meet me on the way
Hesitating
That is just because I know which way I will choose
Avevi tutto, hai creduto di avere tutto, per un attimo, in tuo potere, in tuo controllo. Poverina. Cinque anni dopo raccogli i pezzi e stai ancora male per le stesse cose, ma con la coscienza che adesso sei grande e non chiederai aiuto, non cercherai scuse, non vorrai una mano, farai da sola, e che questa è la tua vita, è la tua scelta, è il tuo cammino.
The corridors of discontent
That I've been traveling
All alone in search for truth
Poi a volte la prendi bene, mento alto, spalle su. A volte no, fa freddo e hai paura.
The world's so frightening
E francamente ti autocommiseri.
Nothing's going right today
'cause nothing ever does
Poi ci pensi e ti ridi dietro. Perché fin qui ci sei arrivata. Per merito tuo, e suo, e suo, e suo, e suo, e loro, e loro… altro che piangersi addosso, ti tocca anzi ringraziare, oltre ai fedelissimi e incrollabili pilastri, anche persone e situazioni che sono piovute nella tua vita quando tutto era nero come l'inferno. E allora mento alto, spalle su, "palle in mano", come diceva una simpaticissima collega siciliana, mille anni fa, a un convegno di dottorandi.
E tra queste situazioni ci sono gli incredibili colori che ancora riesci a vedere. Quel verde. Quei due verdi. A volte ridi e senti tu stessa che, in mezzo al buio di questi anni, la tua voce ha cambiato timbro ma la melodia della risata con cui lo hai fatto innamorare è la stessa. E' lui che ride così di rado…
That I've been traveling
All alone in search for truth
Poi a volte la prendi bene, mento alto, spalle su. A volte no, fa freddo e hai paura.
The world's so frightening
E francamente ti autocommiseri.
Nothing's going right today
'cause nothing ever does
Poi ci pensi e ti ridi dietro. Perché fin qui ci sei arrivata. Per merito tuo, e suo, e suo, e suo, e suo, e loro, e loro… altro che piangersi addosso, ti tocca anzi ringraziare, oltre ai fedelissimi e incrollabili pilastri, anche persone e situazioni che sono piovute nella tua vita quando tutto era nero come l'inferno. E allora mento alto, spalle su, "palle in mano", come diceva una simpaticissima collega siciliana, mille anni fa, a un convegno di dottorandi.
E tra queste situazioni ci sono gli incredibili colori che ancora riesci a vedere. Quel verde. Quei due verdi. A volte ridi e senti tu stessa che, in mezzo al buio di questi anni, la tua voce ha cambiato timbro ma la melodia della risata con cui lo hai fatto innamorare è la stessa. E' lui che ride così di rado…
Oh, I don't wanna know your secrets
Oh, they lie heavy on my head
E qualcun altro invece irrompe nella notte ridendo, con un bianco accecante di denti affilati. Tu adesso hai capito a tue spese quanto possono tagliare, ma non hai paura, perché sai anche che questo lampo di luce è bello da vedere, sebbene ora tu passi oltre, e te ne vada, proprio da quella famosa piazza, mento alto, spalle su, fianchi che ancheggiano morbidi perché sai che ti sta guardando, e non ti volti.
Oh, let's break the night with colour
Time for me to move ahead
Oh, they lie heavy on my head
E qualcun altro invece irrompe nella notte ridendo, con un bianco accecante di denti affilati. Tu adesso hai capito a tue spese quanto possono tagliare, ma non hai paura, perché sai anche che questo lampo di luce è bello da vedere, sebbene ora tu passi oltre, e te ne vada, proprio da quella famosa piazza, mento alto, spalle su, fianchi che ancheggiano morbidi perché sai che ti sta guardando, e non ti volti.
Oh, let's break the night with colour
Time for me to move ahead
E la figlia parte e vi lascia soli per tre mesi, pare. Così tu trattieni il fiato un attimo prima di tuffarti, perché per lui ti sei buttata tante volte nel cratere dei vulcani accesi e lo stai per fare di nuovo, sperando che serva. E, mentre stai bilanciando il peso sul trampolino, lui ti tocca la spalla, e per lui ti volti, ti volti eccome, e lo senti che dice: "Proposta indecente: andiamo a dormire in montagna?"
E quando siete nel lettone di fronte ai monti, regalo, piove leggermente sul tetto. La mia favola non è ancora finita, pensi, e ti addormenti sorridendo.
E quando siete nel lettone di fronte ai monti, regalo, piove leggermente sul tetto. La mia favola non è ancora finita, pensi, e ti addormenti sorridendo.
sabato 18 maggio 2019
Quando fioriscono i papaveri
"Prof, ma perché il missile è... così???"
"E non lo so, Gioiello... Dell'Extraterrestre almeno sappiamo che è nato dove è nato..."
Il Missile: "Prof, io sono nato quando è esplosa la cosa nucleare."
"Ah ecco."
"Sì, proprio lì dentro."
"Praticamente sei un Simpson."
"E lei dov'è nata prof?"
"Io? Io sono nata nelle profondità dell'inferno."
Poi loro escono, gli occhi pieni di una gioia senza motivi, tutto un magnifico weekend davanti, la mamma o la nonna che li aspetta a casa con la fettina, WhatsApp e la PlayStation pronti a scattare.
La prof torna in aula lungo un corridoio freddo e, quando entra, investita dall'onda di calore corporeo ancora presente, chiude gli occhi e pensa: che buon odore hanno i miei ragazzi.
Alla professoressa comunque ultimamente gliene è successa una, di quelle che succedono quando fioriscono i papaveri ai bordi delle strade e le persone, in piena notte, lasciano cadere i convenevoli e gli orpelli. E tutto è travolto da un profumo inconfondibile d'estate e di buio, quel buio in cui chiudi gli occhi e annusi, senza paura, e i brividi che hai non sono di freddo.
La professoressa l'ha vista passare, questa cosa, cercando di non forzarla dentro un senso, solo di viverla, e scoprendo che poteva arrivare dall'altra parte con un misto di sensazioni, molte delle quali positive, e senza mai la sensazione di aver perso il contatto con la terra. Le ossa si sono un po' scaldate al tepore della verità, ma non si sono spezzate, o sciolte. Non ci vorranno mesi di riabilitazione, stavolta.
Nei momenti in cui prevalgono le sensazioni negative, lo scazzo o qualche senso di incertezza, la professoressa prende la macchina e fa dei lunghi giri sulle colline o in autostrada, ascoltando suo malgrado cinque sei o diciotto volte Ligabue ribadire dall'autoradio che certe donne bastano e che certe donne restano. E pensando che è assolutamente vero. Qualcuno, a cui pesa ammettere che lei è una di queste donne, le ha però confermato di essere consapevole che le donne lo sanno, lo sanno da sempre di cosa stavamo parlando, e lei ha pensato che Ligabue, che non le è mai piaciuto nel modo di cantare, però nei testi ha spesso ragione.
Lei comunque mantiene la sua incrollabile passione per le rock ballad in inglese e quindi la sua definitiva opinione su questa cosa è che finalmente, dopo anni in cui ci si girava intorno, ha assistito a the moment of truth in your lies e che quindi adesso i puntini sulle i sono tutti al loro posto e non c'è bisogno di dire o fare altro perché ormai I know that you feel me somehow, e quindi, anche se every breath you take every move you make io ci esco scema, posso comunque continuare la mia vita a testa altissima e con un bel sorriso. Soprattutto perché the closest to heaven that I'll ever be non sei tu, ma è qualcun altro, è l'Uomo, per sempre e solo l'Uomo, coi suoi pregi e i suoi difetti, i suoi occhi di due verdi diversi, e il suo peso sul materasso alla mia sinistra, il suo abbraccio caldo e il suono della sua voce sono le uniche cure, che mi calmano qualunque cosa succeda, le uniche certezze che voglio ritrovare alla fine di ogni giornata, papaveri o non papaveri.
"E non lo so, Gioiello... Dell'Extraterrestre almeno sappiamo che è nato dove è nato..."
Il Missile: "Prof, io sono nato quando è esplosa la cosa nucleare."
"Ah ecco."
"Sì, proprio lì dentro."
"Praticamente sei un Simpson."
"E lei dov'è nata prof?"
"Io? Io sono nata nelle profondità dell'inferno."
Poi loro escono, gli occhi pieni di una gioia senza motivi, tutto un magnifico weekend davanti, la mamma o la nonna che li aspetta a casa con la fettina, WhatsApp e la PlayStation pronti a scattare.
La prof torna in aula lungo un corridoio freddo e, quando entra, investita dall'onda di calore corporeo ancora presente, chiude gli occhi e pensa: che buon odore hanno i miei ragazzi.
Alla professoressa comunque ultimamente gliene è successa una, di quelle che succedono quando fioriscono i papaveri ai bordi delle strade e le persone, in piena notte, lasciano cadere i convenevoli e gli orpelli. E tutto è travolto da un profumo inconfondibile d'estate e di buio, quel buio in cui chiudi gli occhi e annusi, senza paura, e i brividi che hai non sono di freddo.
La professoressa l'ha vista passare, questa cosa, cercando di non forzarla dentro un senso, solo di viverla, e scoprendo che poteva arrivare dall'altra parte con un misto di sensazioni, molte delle quali positive, e senza mai la sensazione di aver perso il contatto con la terra. Le ossa si sono un po' scaldate al tepore della verità, ma non si sono spezzate, o sciolte. Non ci vorranno mesi di riabilitazione, stavolta.
Nei momenti in cui prevalgono le sensazioni negative, lo scazzo o qualche senso di incertezza, la professoressa prende la macchina e fa dei lunghi giri sulle colline o in autostrada, ascoltando suo malgrado cinque sei o diciotto volte Ligabue ribadire dall'autoradio che certe donne bastano e che certe donne restano. E pensando che è assolutamente vero. Qualcuno, a cui pesa ammettere che lei è una di queste donne, le ha però confermato di essere consapevole che le donne lo sanno, lo sanno da sempre di cosa stavamo parlando, e lei ha pensato che Ligabue, che non le è mai piaciuto nel modo di cantare, però nei testi ha spesso ragione.
Lei comunque mantiene la sua incrollabile passione per le rock ballad in inglese e quindi la sua definitiva opinione su questa cosa è che finalmente, dopo anni in cui ci si girava intorno, ha assistito a the moment of truth in your lies e che quindi adesso i puntini sulle i sono tutti al loro posto e non c'è bisogno di dire o fare altro perché ormai I know that you feel me somehow, e quindi, anche se every breath you take every move you make io ci esco scema, posso comunque continuare la mia vita a testa altissima e con un bel sorriso. Soprattutto perché the closest to heaven that I'll ever be non sei tu, ma è qualcun altro, è l'Uomo, per sempre e solo l'Uomo, coi suoi pregi e i suoi difetti, i suoi occhi di due verdi diversi, e il suo peso sul materasso alla mia sinistra, il suo abbraccio caldo e il suono della sua voce sono le uniche cure, che mi calmano qualunque cosa succeda, le uniche certezze che voglio ritrovare alla fine di ogni giornata, papaveri o non papaveri.
domenica 28 aprile 2019
Da sola, alla nota multinazionale svedese dell'arredamento
Ci andavamo insieme. Baciandoci spesso. Guardando le altre coppie come noi, il reparto culle fasciatoi lettini, e poi ci saltava all'occhio, a tutti e due contemporaneamente, il comodino giusto, l'armadio perfetto, la poltrona che avremmo amato entrambi. Non dovevamo quasi mai discutere. Eravamo quelli che non litigano, in mezzo a coppie scoglionate, e avevamo il radar per vedere quelli che come noi si tenevano per mano con lo sguardo pieno di luce, il passo lento ma rilassato, la voce serena.
Andarci da sola è stato atroce, a volte. Adesso capita che ci vada con te, ma anche senza di te, e non mi interessa più il reparto bimbi, lo attraverso senza soffrire, non mi riguarda più.
L'ultima volta ho fotografato le cassettiere che servono a te per la tua nuova stanza in ufficio, ho comprato i fermalibri e i raccoglitori, tre piccoli leggii per il cellulare, uno per ciascuno, e mi sono accorta che, per la legge dell'attenzione selettiva, ho individuato le coppie mature, quelle in cui lei dice a lui: "Questo potremmo prenderlo per Chiara/Francesca/Martina/Giulia/***" e lui risponde: "OK, ma giallo, a lei piace il giallo". Ho pensato a mio padre e mia madre che avevano lo stesso tipo di scambio quando io sono andata a vivere da sola, quando sono venuta a vivere con te. Che strano pensare che adesso siamo noi che scegliamo così oggetti e
mobili per la Princi, e la nota multinazionale svedese col suo odore di trucioli e colla è sempre lì, e anche noi. Che non litighiamo quando ci sono da scegliere gli arredi, perché ci piacciono le stesse cose.
Andarci da sola è stato atroce, a volte. Adesso capita che ci vada con te, ma anche senza di te, e non mi interessa più il reparto bimbi, lo attraverso senza soffrire, non mi riguarda più.
L'ultima volta ho fotografato le cassettiere che servono a te per la tua nuova stanza in ufficio, ho comprato i fermalibri e i raccoglitori, tre piccoli leggii per il cellulare, uno per ciascuno, e mi sono accorta che, per la legge dell'attenzione selettiva, ho individuato le coppie mature, quelle in cui lei dice a lui: "Questo potremmo prenderlo per Chiara/Francesca/Martina/Giulia/***" e lui risponde: "OK, ma giallo, a lei piace il giallo". Ho pensato a mio padre e mia madre che avevano lo stesso tipo di scambio quando io sono andata a vivere da sola, quando sono venuta a vivere con te. Che strano pensare che adesso siamo noi che scegliamo così oggetti e
mobili per la Princi, e la nota multinazionale svedese col suo odore di trucioli e colla è sempre lì, e anche noi. Che non litighiamo quando ci sono da scegliere gli arredi, perché ci piacciono le stesse cose.
sabato 20 aprile 2019
E se fosse là fuori che è tutto sbagliato
Finalmente piove, dopo molte settimane di aridità.
Castagna si domanda se il centro del mondo si sia spostato, se la forza di gravità esista ancora, se sia soltanto lei che è soggetta a leggi uguali a quelle che valevano qualche anno fa.
Se lo domanda perché, a volte, pensa che tutto quello che è sbagliato sia fuori, e tutto quello che è giusto sia dentro.
Fuori ci sono persone che intervengono sulla vita degli altri, senza rendersi conto di far loro del male. Persone che ripetono i loro errori a distanza di anni e pensano di andare via lisci, proprio con te che ci hai sofferto tanto. Persone che ti trattano come se fosse tutta colpa tua. Persone che ti trattano come se il tempo non fosse mai passato e tu non avessi imparato niente.
Persone che a una proposta di aiuto associano una minaccia, e reagiscono mordendoti.
Persone il cui unico scopo nella vita è sminuire gli altri per sentirsi superiori. Persone che provano per te dei sentimenti a cui non sanno dare un nome, e si incazzano con te perché glieli fai provare.
Dentro ci sono le cose che valgono ancora la pena. Sì, c'è tanta confusione, disordine, tanta fatica, a volte un buio pesto.
Ma poi ci sono anche i frutti dell'impegno che vengono pian pianino fuori.
Irresistibile che non piange più. Pulcino che ha imparato a piangere. Nipotina che si scrive sullo specchio che deve darsi da fare con la scuola. Coccodrillo che impara a suonare dei pezzi anni '90 con la batteria. Orsetto di Montagna che cerca di districarsi nei problemi dei grandi, e intanto non si dimentica di lanciarsi giù dal rifugio segreto con una fune, insieme agli amici, sfidando immaginari battaglioni d'oltralpe.
Da qualche giorno la Castagna si sbaglia e dice vado in terza, quando deve andare in seconda. È che sono diventati così grandi. E adesso si lavora come dice lei: stanno destrutturando le poesie e riescono a vedere la doppia aggettivazione petrarchesca, la strofa di commiato, il riferimento dantesco.
Il Gioiello è cresciuto e non sorride più con quell'incantevole espressione bambinesca, ma sbatte le ciglia sugli occhioni scuri un po' tormentati.
Qualcuno ha messo l'apparecchio. Qualcuno ha cambiato occhiali. In molti hanno cambiato taglio di capelli, modo di vestirsi, tono di voce e modo di parlare. Sono grandi, e lei sorride, si arrabbia, li maltratta e li sevizia, ma è anche contenta, perché ogni giorno e un progresso. A questa classe racconta un sacco di cose del suo percorso scolastico, di quando ha capito come fare determinate cose, o che certe materie erano meravigliose; di quando si passavano le formule di chimica scritte sulla gomma delle Superga ai compagni interrogati da posto.
E ha letto Il mercante di Venezia, in versione ridotta e facilitata, ai piccoletti di prima, che sono totalmente inconsapevoli di dove cazzo siano finiti, non hanno la più vaga idea di essere alle medie, e continuano a pensare che ci sia la fata turchina che risolverà i loro problemi, anche se hanno 6 materie sotto. Il problema è che lo pensano anche i loro genitori. La Ylmaz schiuma.
Castagna guarda tutte queste cose e si domanda se davvero la vita deve essere così brutta, piena di meschinerie di rancori di odi di bugie di tradimenti di puttanate, e se lei deve per forza fare parte di una vita del genere.
Conclude che non ne vuole sapere.
Lei avrà i suoi difetti ma anche i suoi pregi: uno dei pregi è quello di credere nella parte bella delle cose, nella parte bella delle persone, e di avere il coraggio di dire questo, di dire alle persone che devono fidarsi dell'istinto quando si avvicinano a lei, perché lei si fida del suo istinto quando si avvicina a loro.
E così si ritrova a dirimere vecchissime questioni che si ripresentano, perché non si erano mai chiusi i cancelli di certi giardini.
Sta sciogliendo, pensosamente, nodi intricati che l'hanno fatta soffrire tantissimo, recenti delusioni che l'hanno lasciata scottata e incerta sul da farsi.
Poi si ritrova anche a discutere con l'Uomo, e siccome ci tiene tanto e ci sta così male di non riuscire più ad avere quello che avevano prima, o qualcosa di meglio che adesso potrebbero permettersi tutti e due, quando finalmente le salta il tappo parla fin troppo e dice anche cose che non pensa. Poi gli chiede scusa per queste cose, ma mentre lo fa pensa che sia inutile, perché tanto lui lo sa... E l'Uomo risponde: "Ma io ti capisco." Lei lo guarda e come ogni volta, ogni santa volta, posando gli occhi su di lui capisce cosa intendevano Cavalcanti, Guinizzelli e gli altri grandi di allora, sugli spiriti soavi che per gli occhi arrivano al cor gentile. Perché ogni volta che posa gli occhi su di lui il cuore fa qualcosa che, inequivocabilmente, è un palpito di gioia pura. Lei lo guarda, e dice: "Lo so... Pensa che io ti capisco anche quando non parli...". Al che l'Uomo: "Lo so".
E allora lei si ripete che forse l'unica strada è questa: andare dritta nella direzione che le sembra più ovvia, quella dello stare bene con le persone, del dire le cose, del guardarsi negli occhi, del rendersi conto che di vita ce n'è una sola e di quali saranno le cose che davvero rimpiangeremo di non aver fatto, quando il tempo per questa gioia sarà finito.
Castagna si domanda se il centro del mondo si sia spostato, se la forza di gravità esista ancora, se sia soltanto lei che è soggetta a leggi uguali a quelle che valevano qualche anno fa.
Se lo domanda perché, a volte, pensa che tutto quello che è sbagliato sia fuori, e tutto quello che è giusto sia dentro.
Fuori ci sono persone che intervengono sulla vita degli altri, senza rendersi conto di far loro del male. Persone che ripetono i loro errori a distanza di anni e pensano di andare via lisci, proprio con te che ci hai sofferto tanto. Persone che ti trattano come se fosse tutta colpa tua. Persone che ti trattano come se il tempo non fosse mai passato e tu non avessi imparato niente.
Persone che a una proposta di aiuto associano una minaccia, e reagiscono mordendoti.
Persone il cui unico scopo nella vita è sminuire gli altri per sentirsi superiori. Persone che provano per te dei sentimenti a cui non sanno dare un nome, e si incazzano con te perché glieli fai provare.
Dentro ci sono le cose che valgono ancora la pena. Sì, c'è tanta confusione, disordine, tanta fatica, a volte un buio pesto.
Ma poi ci sono anche i frutti dell'impegno che vengono pian pianino fuori.
Irresistibile che non piange più. Pulcino che ha imparato a piangere. Nipotina che si scrive sullo specchio che deve darsi da fare con la scuola. Coccodrillo che impara a suonare dei pezzi anni '90 con la batteria. Orsetto di Montagna che cerca di districarsi nei problemi dei grandi, e intanto non si dimentica di lanciarsi giù dal rifugio segreto con una fune, insieme agli amici, sfidando immaginari battaglioni d'oltralpe.
Da qualche giorno la Castagna si sbaglia e dice vado in terza, quando deve andare in seconda. È che sono diventati così grandi. E adesso si lavora come dice lei: stanno destrutturando le poesie e riescono a vedere la doppia aggettivazione petrarchesca, la strofa di commiato, il riferimento dantesco.
Il Gioiello è cresciuto e non sorride più con quell'incantevole espressione bambinesca, ma sbatte le ciglia sugli occhioni scuri un po' tormentati.
Qualcuno ha messo l'apparecchio. Qualcuno ha cambiato occhiali. In molti hanno cambiato taglio di capelli, modo di vestirsi, tono di voce e modo di parlare. Sono grandi, e lei sorride, si arrabbia, li maltratta e li sevizia, ma è anche contenta, perché ogni giorno e un progresso. A questa classe racconta un sacco di cose del suo percorso scolastico, di quando ha capito come fare determinate cose, o che certe materie erano meravigliose; di quando si passavano le formule di chimica scritte sulla gomma delle Superga ai compagni interrogati da posto.
E ha letto Il mercante di Venezia, in versione ridotta e facilitata, ai piccoletti di prima, che sono totalmente inconsapevoli di dove cazzo siano finiti, non hanno la più vaga idea di essere alle medie, e continuano a pensare che ci sia la fata turchina che risolverà i loro problemi, anche se hanno 6 materie sotto. Il problema è che lo pensano anche i loro genitori. La Ylmaz schiuma.
Castagna guarda tutte queste cose e si domanda se davvero la vita deve essere così brutta, piena di meschinerie di rancori di odi di bugie di tradimenti di puttanate, e se lei deve per forza fare parte di una vita del genere.
Conclude che non ne vuole sapere.
Lei avrà i suoi difetti ma anche i suoi pregi: uno dei pregi è quello di credere nella parte bella delle cose, nella parte bella delle persone, e di avere il coraggio di dire questo, di dire alle persone che devono fidarsi dell'istinto quando si avvicinano a lei, perché lei si fida del suo istinto quando si avvicina a loro.
E così si ritrova a dirimere vecchissime questioni che si ripresentano, perché non si erano mai chiusi i cancelli di certi giardini.
Sta sciogliendo, pensosamente, nodi intricati che l'hanno fatta soffrire tantissimo, recenti delusioni che l'hanno lasciata scottata e incerta sul da farsi.
Poi si ritrova anche a discutere con l'Uomo, e siccome ci tiene tanto e ci sta così male di non riuscire più ad avere quello che avevano prima, o qualcosa di meglio che adesso potrebbero permettersi tutti e due, quando finalmente le salta il tappo parla fin troppo e dice anche cose che non pensa. Poi gli chiede scusa per queste cose, ma mentre lo fa pensa che sia inutile, perché tanto lui lo sa... E l'Uomo risponde: "Ma io ti capisco." Lei lo guarda e come ogni volta, ogni santa volta, posando gli occhi su di lui capisce cosa intendevano Cavalcanti, Guinizzelli e gli altri grandi di allora, sugli spiriti soavi che per gli occhi arrivano al cor gentile. Perché ogni volta che posa gli occhi su di lui il cuore fa qualcosa che, inequivocabilmente, è un palpito di gioia pura. Lei lo guarda, e dice: "Lo so... Pensa che io ti capisco anche quando non parli...". Al che l'Uomo: "Lo so".
E allora lei si ripete che forse l'unica strada è questa: andare dritta nella direzione che le sembra più ovvia, quella dello stare bene con le persone, del dire le cose, del guardarsi negli occhi, del rendersi conto che di vita ce n'è una sola e di quali saranno le cose che davvero rimpiangeremo di non aver fatto, quando il tempo per questa gioia sarà finito.
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cerco l'antidoto,
come la vedo io,
era il mio destino,
ti amerò sempre
sabato 28 luglio 2018
In principio era la confusione... perchè invece adesso no, eh.
Sono
tornata oggi da quella che per il momento mi piace considerare la mia
ultima vacanza da sola. Non credo ne farò altre. Il posto era bello,
per carità. E non è che sia stata via due mesi. Ma insomma, era
fuori tempo, fuori luogo. Non dico che non avrei dovuto partire, solo
che, probabilmente, non partirò più. Intendo per una vacanza che
avrei voluto fare con l'Uomo. Non per un weekend di yoga o un
convegno.
Poi
non mi azzardo a farne un proclama. In fondo, stanotte, che c'era
l'eclissi di luna, eravamo insieme su una strada buia, in mezzo alla
campagna (“C'è odore di piscio di vacca”, dice lui. “E'
l'odore del mais. È dolciastro”, dice lei, che lo associa a quella
tremenda estate di tre anni fa e alle camminate fatte piangendo), e abbiamo
visto una stella cadente. E se circa tre anni fa mi avessero detto:
“Tranquilla, che da qui a trentotto mesi sarete insieme a vedere
una stella cadente”, come cazzo avrei potuto crederci. Cioè, no,
ci credevo, io. Ma ero l'unica, quindi, se tutti ti vengono incontro
sull'autostrada, è ragionevole pensare che sia tu ad averla
imboccata contromano. L'imbarazzo dei miei amici che mi hanno presa,
e ancora mi prendono, per pazza, è quasi bello da vedere, ormai.
Comunque.
E' tempo di bilanci, mi sa. Leggevo stasera il libro della Andreozzi
sulle donne childfree. Non male, come riflessione, né come indagine
sociologica. Un po' contraddittorio qua e là. Pensavo, ma ci penso
da giorni, a tutto quanto, a come è iniziato.
Rivedo
una tizia castana che non sapeva cosa stava facendo, almeno otto
volte su dieci.
Un ragazzo coi ricci che improvvisava, ma
improvvisava da Dio. Ogni suo gesto e ogni sua parola erano quelli
del seduttore consumato, del bastardo per cui le donne si dannano
l'anima, senza che lui lo fosse mai stato. Dell'eterno fanciullo che
però adesso, con questa donna qui, fa sul serio, sul serissimo.
Impossibile, almeno per me, resistere a un tale mix di freschezza
autentica e contraddizioni.
Mio marito è tante cose, un uomo
intelligente, un leader, un cuore tenero, un tipo in gamba, e tante
altre cose, molto meno positive. Io li ho sposati
tutti e guai chi me li tocca, tutti questi Uomo. Diciotto anni che
pendo dalle sue labbra e mi do, e gli do, e do anche a nostra figlia,
il tormento, per conciliare il mio carattere, di merda ma piuttosto
compatto e univoco, con tutte le sue facce. Ma se chiudo gli occhi e
cerco il PERCHE', dell'inizio quantomeno, ma per essere onesti anche di alcune fasi
intermedie, mi ricordo solo che mi ha spianato
completamente con il suo fascino. Di fronte a quel sorriso non avevo
via di scampo. E non mi stupisce di non essere stata l'unica.
Quella
poveretta castana, così, poco dopo aver conosciuto lui, si imbarcava
di slancio, correndo su e giù per le scalinate di Genova e senza
sentire la fatica, in una storia che fin da subito era quella di una
donna molto più grande, molto meno viziata e molto più scafata.
Poverina, la portava avanti, lei, eh. Perdendo pezzi ovunque, ma senza
fermarsi mai. E non si parla solo di aver scelto l'Uomo, ma di tutto
il resto. Fare la pendolare, migliaia di colazioni, pranzi, cene,
notti, viaggi da sola. Non mollare un posto statale di merda.
Scrostarsi da una famiglia che non capiva. Il discorso figli, che qui
non si apre, come non si apre il discorso soldi. Un passaggio da una
chiesa a una filosofia di vita. Case, altre case, alberghi, affitti,
il mutuo. Pasticci sentimentali privi di senso, amicizie interrotte,
rotture gravi con parenti stretti. Tantissime ore di veglia, a crucciarsi mentre
tutti dormivano. Compresa stanotte.
C'è
un unico leitmotiv che si ritrova ovunque, se io guardo questa vita.
Di entrambi, ma per decenza parlerei solo della mia, che già
dell'Uomo mi rendo conto che non so come spiegare i molti mondi, i
molti pregi e gli altrettanti difetti, figuriamoci se dopo gli ultimi
quattro anni posso decifrare io un bilancio della sua vita. Basta
l'evidenza che lo stia facendo lui, che mai come ora sembra volere arrivare a un riassuntivo dei beni e dei mali, alla ricerca di senso.
Comunque
il leitmotiv della tizia castana è la confusione. Non il dubbio, no. La
confusione. Cioè, tuffarsi di testa e poi non capirci niente, perchè
la nuotata non è in piscina, col cloro, senza onde, con le corsie
delimitate dai galleggianti, ma in un mare agitato, che senza
preavviso è un gorgo, una pozza di petrolio, un uragano, una
bonaccia mortifera. E 'sta qui, che nuota, nuota, nuota, tra l'altro nessuno le
dice mai dove sarà poi una boa, dove issarsi su un molo a bere e
riposare, il salvagente spesso si buca, il sale brucia. Poi nuotando vede
anche albe, coralli, delfini, arcobaleni, lune scintillanti, isole
felici, creature oltremondane. Ma otto volte su dieci non ha idea di dove stia andando:
nuota per nuotare, perchè le piace, è il suo mare, se lo è scelto lei, si è tuffata lei, e soprattutto, se si ferma, annega.
Questo era vero anni fa ed è vero oggi.
E
c'è un altro leitmotiv, in effetti. Non sono mai annegata.
martedì 24 aprile 2018
Questa parte della mia vita si potrebbe chiamare: casa.
Venerdì
20 aprile
La
professoressa guardò l'ora mentre sfrecciava nel bosco e si disse
che non ce l'avrebbe più fatta ormai a prendere il caffè con
l'Orsone.
Pazienza.
Il
venerdì mattina dell'anno scolastico 2017/2018 è dedicato a
due missioni fondamentali:
1)
sentirsi
una madre meravigliosa, giusto
quei cinque minuti a settimana in cui non si lotta per aggiudicarsi
il Madre di Merda 2018, per il fatto di mettere la sveglia
alle 7 anche se si entra alle 10,45, fare il caffè alla figlia,
darle un bacino e sincerarsi
che abbia quel che le serve per la mattina a scuola, per poi
2)
dire, con
goduria appena celata, "torno ancora un po' di là" e,
mentre la figlia fuma una sigaretta facendo venire l'ora del pullman,
infilarsi a letto per un'altra oretta, in cui si dorme il sonno più
stupendo che ci sia, quello di quando anche l'Uomo non deve alzarsi.
E ricordatevi che io ho sofferto di insonnia a un livello che
clinicamente può bastare per spezzare un fisico, e ho rischiato
seriamente di perdere del tutto e per sempre l'amore della mia vita.
Per cui, ogni minuto che passo serenamente addormentata al suo
fianco, in orari in cui non riuscivo più a dormire da quando avevo
vent'anni, è come un altro giorno che sorge per uno che doveva
finire sulla sedia elettrica e invece è stato graziato. Poi il sonno
viene spesso sostituito, o meglio ancora seguito, dal chiacchierare
sotto le coperte con l'Uomo, e se qualcuno mi ha mai voluto bene e si
è preoccupato per me, dovrebbe origliare e sentire le risate con cui
inizio la giornata. Io amo il venerdì. Se mi dite a chi devo vendere
il mio corpo perchè l'anno prossimo nell'orario di entrambi ricapiti
una mattina così, lo faccio senza pensarci due volte.
Quella mattina, una serie di motivi costringeva a rinunciare al paradisiaco risveglio
del venerdì. Abbassando gli occhi sul telefono, la prof Castagna si
accorse di avere una telefonata del Gigante. Alle otto e cinque di
mattina? Lo richiamò nel primo punto della strada in cui, tra una
coltivazione e un bosco, le tacche del telefono tornavano ad essere
almeno due.
“Scusami,
volevo dirti che la madre di Quantoso'bono è già passata da scuola,
ma le abbiamo detto di tornare dopo, perché tu entravi in servizio
più tardi.”
“Veramente
io sto arrivando, comunque le avevo detto di venire dopo le 9, perché
sapevo che c'eri anche tu.”
“Ah ma io
sono già qua, comunque le ho parlato un po' io, poi però vedila tu,
ha detto di chiamarla al negozio quando siamo pronti.”
“Sono lì
tra 5 minuti.”
Poco dopo, il
Gigante sedeva placidamente tutto solo sulla panchina dell'ingresso.
La Castagna andò a sedersi al suo fianco. Si informarono a vicenda
brevemente su quanto c'era da fare nella mattinata. Poi lui sospirò.
Lei sospirò. Tutti e due sospiravano, per una volta, di
soddisfazione.
“Sono
proprio contenta.”
“Sì,
anch'io, è andata proprio bene.”
”Davvero.”
“Stamattina
sono arrivati, hanno posato le loro cose, quando è suonata la
campanella si sono infilati nelle classi, senza colpo ferire, non li
ho più sentiti, sono a casa loro.” “Meraviglioso.”
“Ora chiama
le mamme.”
“No,
Gigante, fammi aspettare un attimo, volevo salutare i Francesi. Sono
venuta prima anche perché la collega ha detto che mi ha portato un
pensierino che voleva lasciarmi prima di partire.”
Il Gigante
annuì, e restarono lì senza fare assolutamente niente, tutti e due,
per un paio di spettacolari minuti. Poichè entrambi sapevano di
esserselo sudato, questo istante, e sono cose da assaporare, prima di
rimettersi a correre.
3 giorni
prima
La Castagna era
sensualmente immersa in una miriade di temi sparpagliati sul letto
matrimoniale, nella prima giornata veramente calda della stagione
(“Hai presente Demi Moore nelle banconote? Ecco. Io però nei temi”
aveva scherzato con l'Orsone qualche giorno prima, e a lui era andato
di traverso il caffè, si suppone pensando a Demi Moore, comunque
la Castagna si era molto divertita).
Sul gruppo whatsapp di
Scuolina Rosa arrivò un messaggio che diceva: “La ragazzina è in
ambulanza con la sua insegnante, ti raggiunge la Bionda appena l'Inutile
torna da Montechiaro”.
Ovviamente era un errore averlo inviato al gruppo,
ma tutti si agitarono. Venne fuori che la simpatica prova di
resistenza per stroncare i giovani ospiti del gemellaggio (ore di
pullman – pranzo in mensa – salita a piedi al castello con 29
gradi e il sole a picco – discesa nel cuore della collina, a 5
gradi, nel museo ospitato dalle segrete del castello) aveva fatto una
vittima: la piccola R., che avrebbe passato le successive otto ore a
svenire e vomitare a intervalli, per la gioia della sua prof di
italiano e la costernazione dei genitori di Fulminato, che la
aspettavano a casa in quanto famiglia ospitante.
Medico di Paesino di Sogno, pronto soccorso, una notte in pediatria. La prof francese rimase bloccata, dal momento di salire in ambulanza, fino alla mattina dopo, senza vestiti per cambiarsi e senza cena. Mille telefonate e sms dopo, la situazione si presentava così:
Medico di Paesino di Sogno, pronto soccorso, una notte in pediatria. La prof francese rimase bloccata, dal momento di salire in ambulanza, fino alla mattina dopo, senza vestiti per cambiarsi e senza cena. Mille telefonate e sms dopo, la situazione si presentava così:
- bambina francese ricoverata
- prof francese nutrita con panini portati d'urgenza da casa della Brava Crista
- prof Bionda e prof Inutile rientrate a casa dopo aver fatto picchetto in pronto soccorso, sostituite in pediatria da prof Troll e prof Bestia Nera
- prof Castagna che uscendo da yoga va a sua volta a vedere come è finita, trovando i colleghi italiani e francesi finalmente seduti, alle 21,45, davanti a una pizza.
Di lì a poco il commento
della Bestia Nera (della? Bestia Nera? sì...) sarebbe stato “Però
siamo proprio uniti quando c'è bisogno” e, poi, al Gigante, la
medesima Bestia Nera avrebbe detto “Mi pare che abbiamo fatto
proprio bella figura, nell'emergenza, e senza che nessuno ci
coordinasse”.
Due giorni prima
Il Presuntuoso, in giro a
fare danni nell'intervallo, come sempre, con Quantoso'bono e Riace,
pensò bene di insultare la Bidella di Burro, dandole della
passeggiatrice.
Ora. Al Gigante puoi fare
molte cose. Ma è un uomo d'altri tempi. Non toccargli nessuna delle
sue donne: mamma moglie figlia, ça va sans dire, ma nemmeno l'ultima
delle supplenti o la più antipatica delle segretarie. I suoi ruggiti
di quel mercoledì li udirono anche i leoni nello Tsavo National
Park, e si impressionarono. Convocò la Castagna da una parte
all'altra del corridoio sovrastando il caos dell'intervallo, e lei
sentì, più che vedere, la presenza attenta dell'Orsone che si
affiancava per accompagnarla. Solo che anche lei come leonessa non
era male, e quindi in due mosse veloci uncinò il ragazzino, che
cercava di capire da che parte gli convenisse girarsi per non farsi
fare troppi lividi, lo precedette davanti alla porta della sala
musica dove il Gigante si era rintanato tuonando, gli disse gelida:
“Tu aspettami qui, fermo” e andò oltre, lasciandolo lì
impietrito in mezzo a una fiumana di ragazzini che si divertivano.
Arrivò fino alla bidella, le chiese come fosse andata, tornò
indietro: l'Orsone ci aveva rinunciato ed era andato in classe, e il
Presuntuoso non era più lì. Per un attimo lo sguardo di Castagna
divenne quello di Ciclope e aprì un buco fumante nel pavimento, nel
punto in cui doveva trovarsi il ragazzo. Poi la prof vide
l'Impeccabile che fissava con le labbra smorte la porta della sala
musica: “E' lì dentro?” “Sì...”
Castagna entrò e, tra lei
e il Gigante, diedero a due voci al Presuntuoso la migliore anteprima
di un cazziatone delle superiori di cui fossero capaci, per poi
proseguire con nota rossa sul registro, trascrizione su diario e
spargimento della notizia in giro tra colleghi.
Perchè il genio aveva
pensato bene di fare la sua uscita la mattina prima di un consiglio
di classe, aggiungendo immediatamente all'ordine del giorno della
riunione un nuovo punto.
Nel pomeriggio, al
consiglio, la Castagna si schierò dicendo all'Orsone: “Io chiedo
una sospensione di tre giorni, stavolta, stammi dietro” e lui le
confermò che avrebbe sostenuto la sua idea. Non immaginava, la
Castagna, che invece non solo il Gigante avrebbe chiesto cinque
giorni, ma avrebbe strigliato tutti i presenti, compresa e
soprattutto lei, per non essere, a suo dire, abbastanza severi con
quella terza. E voleva le teste anche di Quantoso'bono e di Riace,
magari buttarli fuori dalla gita, etc. “Adesso basta fare tanti
sorrisi”, ringhiava. Tanto che la Castagna, un po' avvilita,
mormorò ai colleghi seduti vicino: “Ma se io mi alzo al mattino e
faccio culi tutto il giorno...”, cosa talmente nota a tutti che si
videro varie teste annuire, e persino lo Stronzo di Sostegno, nei
giorni successivi, si sarebbe premurato di dire a Castagna che, con
lei, la terza era inquadratissima. In ogni caso, l'unanimità dei
presenti chiese un provvedimento più duro del solito e Castagna
promise di parlare con le madri degli altri due moschettieri.
Quella sera, dopo molte ore
di scuola e molti discorsi, una stanca ma risoluta Castagna entrò in
casa alle sette e venti, si sciacquò il sudore, si pettinò i
capelli e si trasferì dentro una camicetta di seta e un tailleur gonna color cioccolato, per poi ripartire alle otto e dieci alla volta del
ristorante sulla famosa Piazza del Peccato, a Paesino di Sogno. Non
era entusiasta di andare a cena: Piazza del Peccato era sempre un
luogo a rischio di incontri ravvicinati del tipo meno indicato, la
Fraulein era malata e aveva dato buca, l'Orsone si era ritirato in
buon ordine, essendo in quanto orso assai poco propenso alle serate
sociali.
Ma la cena fu veramente
piacevole e bella: tutti erano contenti di essere andati d'accordo,
di essersi mossi in squadra, sia con l'emergenza salute della piccola
ospite, sia con la questione disciplinare, sia con l'accoglienza dei
colleghi stranieri. Di cui uno, pur insegnando in Francia, parlava
con lo splendido accento dei dintorni di Siena e soppesò, a lungo e
con soddisfazione, il vino, una Barbera di Vinchio, con cui
Bellissimo Padre, il proprietario dell'enoteca, ci stava facendo fare
ulteriore splendida figura.
Un giro di dessert e caffè
più tardi, Castagna usciva a fumarsi una sigaretta con Bellissimo
Padre sotto il portico, e gli diceva quanto era contenta di come
stava girando giù a Scuolina Rosa, e che lui non avesse venduto il
locale. Bellissimo Padre era ormai un amico e non faceva più il
timido quando gli facevano un complimento, almeno non con lei. Lei
guardava una falce sottile di luna sopra il campanile barocco, e
pensava a quanto amava il suo paesino, quella chiesa, quella piazza,
quella vista, quel locale, ogni pietra, ogni albero, ogni filo di
ragno, ogni pennellata di nebbia che si stendeva sulle colline. A
proposito di godersi ognuna della cose che si è rischiato di
perdere.
Un giorno prima
La mattinata di Castagna
era iniziata con un'ora e mezza di chiacchierata, mezza in italiano
mezza in francese, tra lei, due ragazzine straniere di cui una di
Mayotte (ma esistono veramente, allora, i famosi DOM e TOM!) e tutta
la prima dei Gini, che saranno anche Gini ma come ospiti sono
adorabili.
Ma poi ci fu la madre del
Presuntuoso. Cui il Presuntuoso non aveva mica detto di che natura
fosse l'insulto appioppato a Bidella di Burro. Toccò a Castagna (e
come ti sbagli) riferire le parole esatte e vedere la povera donna
scoppiare in lacrime per la vergogna. Fortuna che il Gigante, essendo
impegnato nell'organizzazione della seconda parte della mattinata per
i Francesini (gita a piedi in aperta campagna e picnic a base di
pizza calda servita sul prato di una chiesetta romanica), aveva
chiesto all'Orsone di accompagnarla. Non che di solito servisse
chiederlo. Quaranta minuti di ramanza al ragazzino, pianto della
signora e ragionamenti severi e pacati dopo, Castagna, stavolta da
sola, andò a convocare al telefono la madre di Quantoso'bono, di
nuovo!, e, ancora!, la madre di Riace. Tra la prima e la seconda
telefonata le era venuto un bel mal di stomaco e alla fine della
seconda una delle segretarie le disse: “Meglio se fai una pausa,
sei tutta rossa a chiazze in faccia”. La Castagna non intendeva
morire di problemi circolatori per la fatica somma di comunicare alle
madri succitate “Si ricorda signora che avevamo detto di sentirci
se c'era qualche problema? Ecco, dovrebbe venire a scuola a
parlarmi...”, ma oggettivamente si sentiva male.
Nella stessa mattinata, il vice aprì la porta della terza mentre lei interrogava per chiederle dove fosse mai Belzebù. Assente, rispose lei, lui le abbaiò “poi ti dico” e richiuse la porta. Gli alunni esterrefatti le videro ingoiare un groppo di pianto: altre grane non le avrebbe proprio rette... Lei cercò di dominarsi e disse con un sorriso amaro una frase da registrare negli annali: “La vostra classe è ...una cosa cardiaca.”
Nella stessa mattinata, il vice aprì la porta della terza mentre lei interrogava per chiederle dove fosse mai Belzebù. Assente, rispose lei, lui le abbaiò “poi ti dico” e richiuse la porta. Gli alunni esterrefatti le videro ingoiare un groppo di pianto: altre grane non le avrebbe proprio rette... Lei cercò di dominarsi e disse con un sorriso amaro una frase da registrare negli annali: “La vostra classe è ...una cosa cardiaca.”
Al pomeriggio saggiamente
Castagna decise di non rimanere a scuola a preparare la festa di
addio, ma di passare un momento a casa a riprendersi. Pronti via,
siccome era sola a pranzo e nessuno le chiedeva niente, si addormentò
secca sul divano. Spaccare culi ai ragazzi è faticoso, dare notizie
di merda alle madri è molto peggio.
Al risveglio, il suo
cervello, che era andato a mille per parecchie ore, aveva rallentato
i giri, e all'improvviso ebbe un flash: cosa le aveva detto l'Orsone,
prendendo un caffè nello stanzino, tra una madre in lacrime e un
vicepreside dai denti sguainati? Che avrebbe chiesto a Preside Chic
se valeva per lui la pena fare domanda a Scuolina Rosa per i prossimi
anni, dato che la sua assunzione dipendeva dalla chiamata diretta. E
la Castagna era talmente suonata, dallo sforzo di far rispettare il
regolamento alla sua terza, che neppure gli aveva gettato le braccia
al collo.
Rinfrancata dalla
prospettiva di non essere mai più sola a fare fronte alle grane,
Castagna si mise un paio di comodi e freschi buddha pants, una
maglietta e i sandali e partì per scuola. Il bidello Guaglione, in
canottiera nera, appendeva festoni e palloncini. La Zuccherina di
Arte e l'Impeccabile preparavano cartelloni e bandierine con un
gruppo di Francesini. Gli altri giocavano a squadre in palestra, sul
prato e sul campo da beach volley (sì lo so, siamo troppo avanti ad
avere un campo da beach volley in mezzo ai vigneti, che volete farci,
è o non è la Valle delle Meraviglie?). Il Gigante preparava la
musica sulla LIM e ordinava pizze al telefono. Castagna e le altre
prof spacchettarono quintali di cibo, comprato o preparato dalle
famiglie, e disposero tutto in bella mostra nell'auditorium.
Arrivarono le famiglie ospitanti, i professori francesi, i colleghi,
e intanto Castagna scomparve in un bagno e ne uscì con vestitino
nero a fiorami, calze a rete e tacco medio, suscitando nel bidello
Guaglione il commento: “Eccallà, agge sbagliate tutte cose,
m'aviva a purtà nu frac”.
Poi ci fu la festa, e a
partire dalla famiglia di Fulminato, che voleva farsi la foto tutta
insieme con le due ragazzine francesi ospiti, tutti si fecero il
servizio fotografico, persino le prof con un gargantuesco carrello di
dolci, e poi sedute tutte in cerchio a finire la serata. Castagna
aveva supervisionato tutta la sera il pc della LIM, sul quale i
ragazzi francesi caricavano da Youtube brutti rap nordafricani,
canzoni semioscene in spagnolo e altra roba poco condivisibile (una
su tutte “Dame tu cosita” e annesso video con mosse trombatorie).
Poi i ragazzi erano quasi tutti usciti sul prato e lei aveva
iniziato a riordinare, mettendosi come soundtrack una più ascoltabile
“Love the way you lie”. Era allora comparso un ragazzino francese
con capelli disordinati e faccina sfigata, che educatamente chiesto
il permesso in italiano aveva digitato una sua scelta. “Revolution”.
Dei Beatles. La mandibola di Castagna si era sfracellata sul
pavimento della sala. Visto che questa prof pareva favorevole a un
po' di revival, il tipetto le aveva subito dopo proposto con mille
erre rotanti: “Questo è mio gRRRRupo pRRRefeRRRRito, eh?” e
aveva caricato i Police. “Message in a bottle”. Veramente. Lacrime. Commossa,
la prof gli aveva alzato il volume. Più tardi era passato ai Led
Zeppelin, ma a quel punto era definitivamente il suo mito.
La serata terminò con
professoresse stanche e felici, che avevano già mangiato la torta
panna pan di Spagna e semifreddo di fragole, ma mentre riordinavano
la cucina si sbafavano facendo le fusa i resti delle leggendarie
quiches della moglie del Gigante. Ore ventidue, cancelli chiusi,
scuola buia. Tutti soddisfatti.
A ciò si deve il fatto
che, la mattina dopo, mezz'ora prima di ripiombare nei casini
disciplinari, la Castagna chiedesse al Gigante un attimo di tregua, e
una meritata degustazione del sapore di cose ben fatte che aleggiava
per la scuola. E poco più tardi si attardasse un momento sulla
porta, insieme al Guaglione che fingeva di essere uscito per spazzare
il marciapiede, a guardare il pullman francese, che faceva manovra
nel piazzale e portava lontano, verso casa loro, trentacinque
ragazzini contenti. E, di nuovo, a pensare a quanto profonde fossero
ormai le sue radici in quella piccola sconosciuta fettina di Paradiso.
Casa.
Casa.
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home,
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domenica 19 novembre 2017
E una notte tra molte
No, è che il sabato proprio non ci dice, questo fatto del dormire, ma zero eh. Il mio organismo trova ogni motivo, ogni scusa, come un bambino che non vuol fare i compiti, le inventa tutte per regredire allo stato di insonnia feroce, spietato, che da troppi anni si associa a questo giorno della settimana. E magari fosse perché vado a ballare o tiro tardi a cena con persone gradevoli, amici, parenti, l'amore della mia vita. No no.
Eppure ero raggomitolata al caldo, con una mano dell'Uomo sotto il pigiama, fino a un paio d'ore fa. Poi è rientrata la figlia e lì la scelta che si poneva al mio subconscio era:
Piano A: lasciamo che Castagna continui a dormire e intanto suscitiamo nel suo stato cerebrale uno sfogo di rabbia cieca per il comportamento della figlia, che anche oggi si è distinto per brutalità nei suoi confronti, inducendola a digrignare i denti fino a spezzarseli.
Piano B: impediamo a Castagna di rientrare nello stato di sonno e scateniamole una riga di pensieri cupi dovuti allo scontro odierno con la figlia, peraltro da lei egregiamente sostenuto, e soprattutto gestito in maniera esemplare dall'Uomo, che avrà tanti difetti ma porca troia il padre lo sa fare. Poi avviliamo Castagna con una serie di proiezioni a tinte fosche sul futuro di questa ragazzina. E già che ci siamo facciamola sentire inadeguata, indifesa, sola come una merda, rivanghiamo bene tutto quel che l'ha delusa, ferita e strapazzata negli ultimi 48 mesi, condiamo con la legittima preoccupazione per i prossimi sviluppi di una grana scolastica seria che la vede capitanare niente po' po' di meno che una ribellione contro la Preside Chic, e, quando proprio siamo sicuri che ci sia il carico massimo, facciamole venire l'illuminazione di aver fatto in giornata almeno due errori madornali in due diversi dialoghi con l'Uomo, che poi è la sola cosa di cui realmente le frega, la sola cosa che la mette in ginocchio e le fa gridare basta pietà.
Basta, pietà.
E l'altra cosa di cui davvero le fregava tanto, alla povera Castagna, era arrivare in forma alla giornata di domani, che è l'inizio del secondo corso di perfezionamento per istruttori di yoga, tenuto dalla Maestra Con La Emme Maiuscola. Ci teneva sul serio, infatti quando mercoledì si è ammalata ha azzerato tutte le attività della settimana tranne andare a lavorare, coll'obiettivo di questa domenica in cui vuole assolutamente fare bella figura e imparare il più possibile e suggere ogni goccia di quanto le viene mostrato e spiegato.
E no. Sono le due e mezza. Divano. Gattina color panna accucciata vicino. Camomilla e biscotti. Blog.
No io lo capisco cosa dice mia figlia eh. E capisco che bisogna tener duro e dire dei no, ormai sono pochissimi e proprio per quello sono irremovibili. E capisco che poteva andare orrendamente peggio eh. In fondo oggi più di metà della battaglia è stata condotta in due, è stata gestita in assoluta coerenza e sull'identica lunghezza d'onda da me e dall'Uomo, e le tre cose su cui si è fatto perno sono imprescindibili anche per la figlia. Ma sarà l'avere detto la fatidica frase "se vuoi cambiare la tua vita sei libera di farlo, ma allora lasci la scuola e ti cerchi un lavoro" (pronunciare "lasci la scuola" ha invertito la circolazione sanguigna in tutto il mio corpo e causato la lisi istantanea di tutte le mie cellule). Sarà quella cosa che tanto tempo fa ho chiesto alla Frenci (quando ancora alla Frenci si potevano dire le cose): "ma avere un figlio vuol dire che ti senti come se ti avessero aperto in due e lasciato sul tavolo operatorio dopo averti svuotato di tutti gli organi?". E non parlavo delle doglie del parto eh. Magari. Quelle più di tot ore non possono durare. Parlavo del primo momento in cui avverti la sensazione di non essere più tuo, mai più, sensazione che io ho accettato di buon grado in tutta la sua violenza, come si accetta il dolore della deflorazione, perché si sa che deve esserci ed è un passaggio irreversibile e necessario per tutto ciò che viene dopo a renderti immensamente felice. Parlavo della percezione che le tue arterie d'ora in poi siano collegate a quelle di un'altra forma di vita che può accelerare il tuo battito, drenarti via tutto il sangue, mescolarlo con fango, stelle, acqua, bolle d'aria, filtri magici, vetri rotti e qualsiasi altra cosa, per poi ributtartelo dentro e far scoppiare tutti i tuoi organi. E la cosa assurda è che quando il sangue te lo ha succhiato tutto, tutto, fino a lasciare di te un esoscheletro trasparente come una cavalletta seccata al sole, poi ti chiede un bicchier d'acqua e tu ti alzi e glielo vai a versare, anche se sei appena morto. Per carità, il bicchier d'acqua che porti ai tuoi figli è una ragione di vita sufficiente a resuscitare, anche dopo molto più di tre giorni. Per esempio, nell'estate 2015, se ci penso adesso, mi rendo conto che, in ventiquattro ore, il solo momento in cui riuscivo a mettere a fuoco qualcosa che non fosse la disperazione era quello in cui mi trascinavo in cucina e mi costringevo a preparare da mangiare per la Princi. Ma questo risucchio senza fine di tutte le energie disponibili, e questa chiarissima idea che quando forze non ce ne saranno più dovrai trovarne altre... la potenza di una cosa del genere non la sai finchè non ci sei. E quando ci sei, è troppo tardi, non c'è da nessuna parte la scritta "uscita di sicurezza". Vivi senza sicurezza, basta, ti ci abitui, a volte non ci dormi per settimane ma non tenti neanche di lottare. Se non avete figli, vi prego, credetemi sulla parola, e se ne avrete in futuro, ci sarà un momento in cui ve ne accorgerete e vi tornerà in mente quel che sto descrivendo.
Fatto salvo che io non potrei mai più immaginare di tornare indietro, e anche quando ho scritto che non dovrei essere qui ed è stato un errore tutto quanto, non intendevo dire che sono pentita o rinfacciare quanto mi sta costando. Solo che davvero non è andata come doveva andare: pur con tutti gli ottimi e innegabili risultati che la Princi dimostra di aver conseguito, c'è stato un vizio di fondo, che non è probabilmente colpa di nessuno e che non ci impedirà di andare avanti, ma c'è stato. E ce lo teniamo. Come ci teniamo l'Uomo, e come l'Uomo si tiene me. Credo si chiami amore, questo tenersi le persone così, senza mollare. O forse è follia. Ma non importa.
Importa il gattino color panna, qui. Importano la camomilla, i biscotti, il blog. Importa che siamo sotto lo stesso tetto e, anche se sto riflettendo sul mandare un bel messaggio, in cui dico che ho avuto un problema e al corso ci vado solo nella seconda parte della giornata, so benissimo che tra non molto porterò di là le mie meningi dolenti e le mie ossa rotte, e mi raggomitolerò di nuovo contro l'Uomo, e tra meno di cinque ore suonerà la sveglia e io arriverò al corso puntuale. Maestra Con La Emme Maiuscola mi insegnerà le posizioni sulla testa, avrò paura di cadere, sarò incapace di eseguirle perché non ho ancora abbastanza addominali, mi sentirò la peggiore del gruppo e penserò di nuovo di aver scelto una cosa troppo difficile per me. Arriverò a casa con dolori ovunque e dormirò, per poi arrivare a lunedì completamente tronata dalla sonnolenza e piena di sensi di colpa per non aver corretto le prove neanche questo weekend. L'Orsone mi infilerà un caffè dietro l'altro direttamente in vena e andremo insieme a fronteggiare il casino che io stessa ho sollevato venerdì, e per il quale il Gigante probabilmente mi odia, anche e soprattutto perché ho ragione, lui è d'accordo con me e quindi non può sottrarsi alla battaglia. E inizierà un'altra settimana.
Sapete cosa vorrei adesso? Essere esattamente dove sono, quella che sono, con le persone con cui sono. E' stato un errore tutto, sì. Quando alla fine tirerò il mi ultimo bilancio, saranno molti di più i giorni in cui ho pianto di quelli in cui ho gioito. Eppure.
Eppure ero raggomitolata al caldo, con una mano dell'Uomo sotto il pigiama, fino a un paio d'ore fa. Poi è rientrata la figlia e lì la scelta che si poneva al mio subconscio era:
Piano A: lasciamo che Castagna continui a dormire e intanto suscitiamo nel suo stato cerebrale uno sfogo di rabbia cieca per il comportamento della figlia, che anche oggi si è distinto per brutalità nei suoi confronti, inducendola a digrignare i denti fino a spezzarseli.
Piano B: impediamo a Castagna di rientrare nello stato di sonno e scateniamole una riga di pensieri cupi dovuti allo scontro odierno con la figlia, peraltro da lei egregiamente sostenuto, e soprattutto gestito in maniera esemplare dall'Uomo, che avrà tanti difetti ma porca troia il padre lo sa fare. Poi avviliamo Castagna con una serie di proiezioni a tinte fosche sul futuro di questa ragazzina. E già che ci siamo facciamola sentire inadeguata, indifesa, sola come una merda, rivanghiamo bene tutto quel che l'ha delusa, ferita e strapazzata negli ultimi 48 mesi, condiamo con la legittima preoccupazione per i prossimi sviluppi di una grana scolastica seria che la vede capitanare niente po' po' di meno che una ribellione contro la Preside Chic, e, quando proprio siamo sicuri che ci sia il carico massimo, facciamole venire l'illuminazione di aver fatto in giornata almeno due errori madornali in due diversi dialoghi con l'Uomo, che poi è la sola cosa di cui realmente le frega, la sola cosa che la mette in ginocchio e le fa gridare basta pietà.
Basta, pietà.
E l'altra cosa di cui davvero le fregava tanto, alla povera Castagna, era arrivare in forma alla giornata di domani, che è l'inizio del secondo corso di perfezionamento per istruttori di yoga, tenuto dalla Maestra Con La Emme Maiuscola. Ci teneva sul serio, infatti quando mercoledì si è ammalata ha azzerato tutte le attività della settimana tranne andare a lavorare, coll'obiettivo di questa domenica in cui vuole assolutamente fare bella figura e imparare il più possibile e suggere ogni goccia di quanto le viene mostrato e spiegato.
E no. Sono le due e mezza. Divano. Gattina color panna accucciata vicino. Camomilla e biscotti. Blog.
No io lo capisco cosa dice mia figlia eh. E capisco che bisogna tener duro e dire dei no, ormai sono pochissimi e proprio per quello sono irremovibili. E capisco che poteva andare orrendamente peggio eh. In fondo oggi più di metà della battaglia è stata condotta in due, è stata gestita in assoluta coerenza e sull'identica lunghezza d'onda da me e dall'Uomo, e le tre cose su cui si è fatto perno sono imprescindibili anche per la figlia. Ma sarà l'avere detto la fatidica frase "se vuoi cambiare la tua vita sei libera di farlo, ma allora lasci la scuola e ti cerchi un lavoro" (pronunciare "lasci la scuola" ha invertito la circolazione sanguigna in tutto il mio corpo e causato la lisi istantanea di tutte le mie cellule). Sarà quella cosa che tanto tempo fa ho chiesto alla Frenci (quando ancora alla Frenci si potevano dire le cose): "ma avere un figlio vuol dire che ti senti come se ti avessero aperto in due e lasciato sul tavolo operatorio dopo averti svuotato di tutti gli organi?". E non parlavo delle doglie del parto eh. Magari. Quelle più di tot ore non possono durare. Parlavo del primo momento in cui avverti la sensazione di non essere più tuo, mai più, sensazione che io ho accettato di buon grado in tutta la sua violenza, come si accetta il dolore della deflorazione, perché si sa che deve esserci ed è un passaggio irreversibile e necessario per tutto ciò che viene dopo a renderti immensamente felice. Parlavo della percezione che le tue arterie d'ora in poi siano collegate a quelle di un'altra forma di vita che può accelerare il tuo battito, drenarti via tutto il sangue, mescolarlo con fango, stelle, acqua, bolle d'aria, filtri magici, vetri rotti e qualsiasi altra cosa, per poi ributtartelo dentro e far scoppiare tutti i tuoi organi. E la cosa assurda è che quando il sangue te lo ha succhiato tutto, tutto, fino a lasciare di te un esoscheletro trasparente come una cavalletta seccata al sole, poi ti chiede un bicchier d'acqua e tu ti alzi e glielo vai a versare, anche se sei appena morto. Per carità, il bicchier d'acqua che porti ai tuoi figli è una ragione di vita sufficiente a resuscitare, anche dopo molto più di tre giorni. Per esempio, nell'estate 2015, se ci penso adesso, mi rendo conto che, in ventiquattro ore, il solo momento in cui riuscivo a mettere a fuoco qualcosa che non fosse la disperazione era quello in cui mi trascinavo in cucina e mi costringevo a preparare da mangiare per la Princi. Ma questo risucchio senza fine di tutte le energie disponibili, e questa chiarissima idea che quando forze non ce ne saranno più dovrai trovarne altre... la potenza di una cosa del genere non la sai finchè non ci sei. E quando ci sei, è troppo tardi, non c'è da nessuna parte la scritta "uscita di sicurezza". Vivi senza sicurezza, basta, ti ci abitui, a volte non ci dormi per settimane ma non tenti neanche di lottare. Se non avete figli, vi prego, credetemi sulla parola, e se ne avrete in futuro, ci sarà un momento in cui ve ne accorgerete e vi tornerà in mente quel che sto descrivendo.
Fatto salvo che io non potrei mai più immaginare di tornare indietro, e anche quando ho scritto che non dovrei essere qui ed è stato un errore tutto quanto, non intendevo dire che sono pentita o rinfacciare quanto mi sta costando. Solo che davvero non è andata come doveva andare: pur con tutti gli ottimi e innegabili risultati che la Princi dimostra di aver conseguito, c'è stato un vizio di fondo, che non è probabilmente colpa di nessuno e che non ci impedirà di andare avanti, ma c'è stato. E ce lo teniamo. Come ci teniamo l'Uomo, e come l'Uomo si tiene me. Credo si chiami amore, questo tenersi le persone così, senza mollare. O forse è follia. Ma non importa.
Importa il gattino color panna, qui. Importano la camomilla, i biscotti, il blog. Importa che siamo sotto lo stesso tetto e, anche se sto riflettendo sul mandare un bel messaggio, in cui dico che ho avuto un problema e al corso ci vado solo nella seconda parte della giornata, so benissimo che tra non molto porterò di là le mie meningi dolenti e le mie ossa rotte, e mi raggomitolerò di nuovo contro l'Uomo, e tra meno di cinque ore suonerà la sveglia e io arriverò al corso puntuale. Maestra Con La Emme Maiuscola mi insegnerà le posizioni sulla testa, avrò paura di cadere, sarò incapace di eseguirle perché non ho ancora abbastanza addominali, mi sentirò la peggiore del gruppo e penserò di nuovo di aver scelto una cosa troppo difficile per me. Arriverò a casa con dolori ovunque e dormirò, per poi arrivare a lunedì completamente tronata dalla sonnolenza e piena di sensi di colpa per non aver corretto le prove neanche questo weekend. L'Orsone mi infilerà un caffè dietro l'altro direttamente in vena e andremo insieme a fronteggiare il casino che io stessa ho sollevato venerdì, e per il quale il Gigante probabilmente mi odia, anche e soprattutto perché ho ragione, lui è d'accordo con me e quindi non può sottrarsi alla battaglia. E inizierà un'altra settimana.
Sapete cosa vorrei adesso? Essere esattamente dove sono, quella che sono, con le persone con cui sono. E' stato un errore tutto, sì. Quando alla fine tirerò il mi ultimo bilancio, saranno molti di più i giorni in cui ho pianto di quelli in cui ho gioito. Eppure.
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