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sabato 28 luglio 2018

In principio era la confusione... perchè invece adesso no, eh.

Sono tornata oggi da quella che per il momento mi piace considerare la mia ultima vacanza da sola. Non credo ne farò altre. Il posto era bello, per carità. E non è che sia stata via due mesi. Ma insomma, era fuori tempo, fuori luogo. Non dico che non avrei dovuto partire, solo che, probabilmente, non partirò più. Intendo per una vacanza che avrei voluto fare con l'Uomo. Non per un weekend di yoga o un convegno. 

Poi non mi azzardo a farne un proclama. In fondo, stanotte, che c'era l'eclissi di luna, eravamo insieme su una strada buia, in mezzo alla campagna (“C'è odore di piscio di vacca”, dice lui. “E' l'odore del mais. È dolciastro”, dice lei, che lo associa a quella tremenda estate di tre anni fa e alle camminate fatte piangendo), e abbiamo visto una stella cadente. E se circa tre anni fa mi avessero detto: “Tranquilla, che da qui a trentotto mesi sarete insieme a vedere una stella cadente”, come cazzo avrei potuto crederci. Cioè, no, ci credevo, io. Ma ero l'unica, quindi, se tutti ti vengono incontro sull'autostrada, è ragionevole pensare che sia tu ad averla imboccata contromano. L'imbarazzo dei miei amici che mi hanno presa, e ancora mi prendono, per pazza, è quasi bello da vedere, ormai.

Comunque. E' tempo di bilanci, mi sa. Leggevo stasera il libro della Andreozzi sulle donne childfree. Non male, come riflessione, né come indagine sociologica. Un po' contraddittorio qua e là. Pensavo, ma ci penso da giorni, a tutto quanto, a come è iniziato.

Rivedo una tizia castana che non sapeva cosa stava facendo, almeno otto volte su dieci. 
Un ragazzo coi ricci che improvvisava, ma improvvisava da Dio. Ogni suo gesto e ogni sua parola erano quelli del seduttore consumato, del bastardo per cui le donne si dannano l'anima, senza che lui lo fosse mai stato. Dell'eterno fanciullo che però adesso, con questa donna qui, fa sul serio, sul serissimo. Impossibile, almeno per me, resistere a un tale mix di freschezza autentica e contraddizioni. 
Mio marito è tante cose, un uomo intelligente, un leader, un cuore tenero, un tipo in gamba, e tante altre cose, molto meno positive. Io li ho sposati tutti e guai chi me li tocca, tutti questi Uomo. Diciotto anni che pendo dalle sue labbra e mi do, e gli do, e do anche a nostra figlia, il tormento, per conciliare il mio carattere, di merda ma piuttosto compatto e univoco, con tutte le sue facce. Ma se chiudo gli occhi e cerco il PERCHE', dell'inizio quantomeno, ma per essere onesti anche di alcune fasi intermedie, mi ricordo solo che mi ha spianato completamente con il suo fascino. Di fronte a quel sorriso non avevo via di scampo. E non mi stupisce di non essere stata l'unica.

Quella poveretta castana, così, poco dopo aver conosciuto lui, si imbarcava di slancio, correndo su e giù per le scalinate di Genova  e senza sentire la fatica, in una storia che fin da subito era quella di una donna molto più grande, molto meno viziata e molto più scafata. Poverina, la portava avanti, lei, eh. Perdendo pezzi ovunque, ma senza fermarsi mai. E non si parla solo di aver scelto l'Uomo, ma di tutto il resto. Fare la pendolare, migliaia di colazioni, pranzi, cene, notti, viaggi da sola. Non mollare un posto statale di merda. Scrostarsi da una famiglia che non capiva. Il discorso figli, che qui non si apre, come non si apre il discorso soldi. Un passaggio da una chiesa a una filosofia di vita. Case, altre case, alberghi, affitti, il mutuo. Pasticci sentimentali privi di senso, amicizie interrotte, rotture gravi con parenti stretti. Tantissime ore di veglia, a crucciarsi mentre tutti dormivano. Compresa stanotte.

C'è un unico leitmotiv che si ritrova ovunque, se io guardo questa vita. Di entrambi, ma per decenza parlerei solo della mia, che già dell'Uomo mi rendo conto che non so come spiegare i molti mondi, i molti pregi e gli altrettanti difetti, figuriamoci se dopo gli ultimi quattro anni posso decifrare io un bilancio della sua vita. Basta l'evidenza che lo stia facendo lui, che mai come ora sembra volere arrivare a un riassuntivo dei beni e dei mali, alla ricerca di senso.

Comunque il leitmotiv della tizia castana è la confusione. Non il dubbio, no. La confusione. Cioè, tuffarsi di testa e poi non capirci niente, perchè la nuotata non è in piscina, col cloro, senza onde, con le corsie delimitate dai galleggianti, ma in un mare agitato, che senza preavviso è un gorgo, una pozza di petrolio, un uragano, una bonaccia mortifera. E 'sta qui, che nuota, nuota, nuota, tra l'altro nessuno le dice mai dove sarà poi una boa, dove issarsi su un molo a bere e riposare, il salvagente spesso si buca, il sale brucia. Poi nuotando vede anche albe, coralli, delfini, arcobaleni, lune scintillanti, isole felici, creature oltremondane. Ma otto volte su dieci non ha idea di dove stia andando: nuota per nuotare, perchè le piace, è il suo mare, se lo è scelto lei, si è tuffata lei, e soprattutto, se si ferma, annega. 

Questo era vero anni fa ed è vero oggi. 

E c'è un altro leitmotiv, in effetti. Non sono mai annegata.


martedì 5 dicembre 2017

I regali

Tu sei una persona di quelle che si incontrano quando la vita decide di farti un regalo”, scrisse, stando a Pinterest, niente po' po' di meno che Dickens. Non ho idea dove, come e perchè Dickens possa avere detto una cosa così da Bacio Perugina. Estrapolata dal contesto, è poco più di “Nessuno può mettere Baby in un angolo” (lo so, che vi viene quel luccichio negli occhi, anche a voi: povero Patrick), o di una frase scritta con la colla glitterata sullo zaino, tipo “Vorrei essere una lacrima, per nascere dai tuoi occhi, vivere sulla tua guancia e morire sulla tua bocca” (che in realtà, pensandoci, è bellissima, ma è veramente abusata, sugli zaini, le Smemorande, i diari col lucchetto a forma di cuore e le cartelline di tecnica).

Comunque, di regali io nella mia vita ne ho incontrati tanti, tanti: amici, amiche, qualche raro collega, gente che incrocia la tua vita durante una vacanza o un viaggio, uomini, alunni e alunne, maestri di vita a scuola, all'università, a yoga. Qua e là forse sono stata un regalo anche io per qualcuno, se, dopo mille milioni di anni che abbiamo smesso di vederci in giro per Genova, la mia compagna di banco delle medie mi scrive alle cinque e mezzo di mattina che sua madre è morta, e in una sera gelida, col cielo rosso e viola, piange tra i miei capelli, e poi ancora il giorno dopo mi ripete quanto è contenta che io abbia potuto essere lì con lei. Poi esistono quelle persone che non sono regali, sono pietre preziose, pietre miliari, e a volte pietre che pesano, pietre che tagliano, pietre comunque su cui fondare te stesso e tutta la tua vita. Quelli che capitano in banco con te, su un aereo con te, ad un corso con te, e che non perderai più.

Per una curiosa posizione delle costellazioni, preannunciata da una delle mie solite botte di malinconia telepatica, mi tocca venire a conoscenza di questa frase di Dickens (ma sul serio sarà Dickens? Che faccio, mi rileggo il buon vecchio Charles, o chiedo alla 'povna o a qualcun altro che ce l'ha presente?) giusto giusto la sera di un giorno che non è stato, a livello sentimentale, precisamente il meglio del 2017.

Lo vedo arrivare e so che lo sapevo, già qualche giorno prima. Il mio istinto di sopravvivenza di base mi suggerisce subito la risposta combatti o fuggi, e faccio entrambe le cose. Perchè ormai è così: mi lancio a capofitto verso quel che mi farà sanguinare, per abbreviare l'attesa, per sfidare me stessa, o semplicemente perchè so che, se corro nella direzione opposta, mi ritroverò nello stesso punto, o comunque verrò presa. Così penso: eccoci, e intanto penso anche: cazzo menomale che tra tre ore pranzo con Cavallino, proprio oggi dopo trentamila volte che non riusciamo a organizzare.

E non mi tengo, vado dritta verso di lui. Il pianeta, tutto intorno, non si dissolve, resto lucida, presente. Ma completamente naturale. Infatti più tardi lui mi scriverà: “ti ho percepito turbata... spero di essermi sbagliato.” Vaffanculo tu e le tue percezioni. “Ovvio che non ti sbagli”, rispondo, senza problemi. E' passata la fase dell'incertezza, del detto ma non detto, qua ci si è capiti benissimo.

Alla sera c'è questa frase. Subito la collego a lui, alla sua energia piena di luce, al suo bacio schietto, che mi si è affondato forte forte nella guancia, come quelli dei bambini. Poi ci ripenso nei giorni successivi. Non è un regalo, avere a che fare con lui. E' stato un problema, per tutto l'anno scorso, e sarebbe peggio adesso, per molti motivi. E' stato un tormento, quando cercava a tutti i costi di estrarmi dal guscio, di bucarmi la corazza. Non è nemmeno stato, come sappiamo chi, un rapimento irresistibile, una vertigine, un'intossicazione. I piedi sono rimasti inchiodati al suolo tutto il tempo, niente luci o suoni dal cielo o scosse di terremoto, solo due esseri umani che si incontrano, ognuno con la sua vita, e senza la minima intenzione di cambiarla. Non è stato doloroso, ma nemmeno semplice.

E non è così che deve essere un regalo.

A una settimana, tra l'altro particolarmente grigia e solitaria, dal fatto, registro che sto passando in uno di quei periodi in cui, più che lavorare a Scuolina Rosa, io sono Scuolina Rosa. Un'entità unica, un composto chimico di professoressa e cemento. E allora mi accorgo della verità: i regali sono gratuiti. I regali azzeccati sono quelli adatti a te, per come sei in questo momento. I regali non ti tormentano, non ti chiedono di dire come stai davvero per poi lasciarti nuda e inerme e non darti in cambio niente, non ti parlano del profumo dei tuoi capelli senza poi cercare di baciarti. I regali, se gli dici di smetterla di farti male, la smettono

I regali sono l'Orsone, che è la mia metà perfetta professionalmente parlando, e la sua lucidissima intelligenza che scavalca tutte le menate, e il fatto che mi riempia di caffè, mi faccia ridere con il suo linguaggio più sboccato del mio, e mi consulti su come regolarsi per le questioni disciplinari anche nell'altra classe, quella che non divide con me. I regali sono la Pallida che mi manda i messaggi vocali appena uscita da scuola, sui casi umani di cui condividiamo il peso, e non dice mai no quando può dare una mano. I regali sono il Gigante che mi dice che conta su di me, per una riunione in cui c'è da litigare con le maestre. I regali sono la collega M. che sa chiedere e dare supporto, ogni volta che ci vuole. I regali sono la Fraulein che deve riassaggiare tutti i cioccolatini due volte per stabilire con me qual è il più buono della scatola, e non si vergogna di continuare a mangiarne quando persino io ho smesso da un pezzo.

Io sono fortunata, e lo so benissimo: anche se spesso scrivo di malinconie, rabbie, rimpianti, rimorsi e dolori veri e propri, se morissi domani non potrei certo lamentarmi, e ci penso spesso, perchè cose magnifiche, nella mia vita, ne ho avute di continuo. E le ho apprezzate davvero. Ma i regali veri sono più rari delle cose magnifiche, perchè molte di quelle le ho pagate col mio sangue, ho sudato anche io per costruirle. I regali gratuiti, che non lasciano in bocca il sapore della polvere, che non lasciano cicatrici, non ti scrivono che ti hanno percepito turbata. Ti sollevano dal turbamento. O ti ci portano attraverso, ma tenendoti stretta forte, e arrivati dall'altra parte non chiedono neanche un grazie.

(Ma l'avrà davvero scritto Dickens?)

domenica 19 novembre 2017

E una notte tra molte

No, è che il sabato proprio non ci dice, questo fatto del dormire, ma zero eh. Il mio organismo trova ogni motivo, ogni scusa, come un bambino che non vuol fare i compiti, le inventa tutte per regredire allo stato di insonnia feroce, spietato, che da troppi anni si associa a questo giorno della settimana. E magari fosse perché vado a ballare o tiro tardi a cena con persone gradevoli, amici, parenti, l'amore della mia vita. No no.

Eppure ero raggomitolata al caldo, con una mano dell'Uomo sotto il pigiama, fino a un paio d'ore fa. Poi è rientrata la figlia e lì la scelta che si poneva al mio subconscio era:

Piano A: lasciamo che Castagna continui a dormire e intanto suscitiamo nel suo stato cerebrale uno sfogo di rabbia cieca per il comportamento della figlia, che anche oggi si è distinto per brutalità nei suoi confronti, inducendola a digrignare i denti fino a spezzarseli.

Piano B: impediamo a Castagna di rientrare nello stato di sonno e scateniamole una riga di pensieri cupi dovuti allo scontro odierno con la figlia, peraltro da lei egregiamente sostenuto, e soprattutto gestito in maniera esemplare dall'Uomo, che avrà tanti difetti ma porca troia il padre lo sa fare. Poi avviliamo Castagna con una serie di proiezioni a tinte fosche sul futuro di questa ragazzina. E già che ci siamo facciamola sentire inadeguata, indifesa, sola come una merda, rivanghiamo bene tutto quel che l'ha delusa, ferita e strapazzata negli ultimi 48 mesi, condiamo con la legittima preoccupazione per i prossimi sviluppi di una grana scolastica seria che la vede capitanare niente po' po' di meno che una ribellione contro la Preside Chic, e, quando proprio siamo sicuri che ci sia il carico massimo, facciamole venire l'illuminazione di aver fatto in giornata almeno due errori madornali in due diversi dialoghi con l'Uomo, che poi è la sola cosa di cui realmente le frega, la sola cosa che la mette in ginocchio e le fa gridare basta pietà.

Basta, pietà.

E l'altra cosa di cui davvero le fregava tanto, alla povera Castagna, era arrivare in forma alla giornata di domani, che è l'inizio del secondo corso di perfezionamento per istruttori di yoga, tenuto dalla Maestra Con La Emme Maiuscola. Ci teneva sul serio, infatti quando mercoledì si è ammalata ha azzerato tutte le attività della settimana tranne andare a lavorare, coll'obiettivo di questa domenica in cui vuole assolutamente fare bella figura e imparare il più possibile e suggere ogni goccia di quanto le viene mostrato e spiegato.

E no. Sono le due e mezza. Divano. Gattina color panna accucciata vicino. Camomilla e biscotti. Blog.

No io lo capisco cosa dice mia figlia eh. E capisco che bisogna tener duro e dire dei no, ormai sono pochissimi e proprio per quello sono irremovibili. E capisco che poteva andare orrendamente peggio eh. In fondo oggi più di metà della battaglia è stata condotta in due, è stata gestita in assoluta coerenza e sull'identica lunghezza d'onda da me e dall'Uomo, e le tre cose su cui si è fatto perno sono imprescindibili anche per la figlia. Ma sarà l'avere detto la fatidica frase "se vuoi cambiare la tua vita sei libera di farlo, ma allora lasci la scuola e ti cerchi un lavoro" (pronunciare "lasci la scuola" ha invertito la circolazione sanguigna in tutto il mio corpo e causato la lisi istantanea di tutte le mie cellule). Sarà quella cosa che tanto tempo fa ho chiesto alla Frenci (quando ancora alla Frenci si potevano dire le cose): "ma avere un figlio vuol dire che ti senti come se ti avessero aperto in due e lasciato sul tavolo operatorio dopo averti svuotato di tutti gli organi?". E non parlavo delle doglie del parto eh. Magari. Quelle più di tot ore non possono durare. Parlavo del primo momento in cui avverti la sensazione di non essere più tuo, mai più, sensazione che io ho accettato di buon grado in tutta la sua violenza, come si accetta il dolore della deflorazione, perché si sa che deve esserci ed è un passaggio irreversibile e necessario per tutto ciò che viene dopo a renderti immensamente felice. Parlavo della percezione che le tue arterie d'ora in poi siano collegate a quelle di un'altra forma di vita che può accelerare il tuo battito, drenarti via tutto il sangue, mescolarlo con fango, stelle, acqua, bolle d'aria, filtri magici, vetri rotti e qualsiasi altra cosa, per poi ributtartelo dentro e far scoppiare tutti i tuoi organi. E la cosa assurda è che quando il sangue te lo ha succhiato tutto, tutto, fino a lasciare di te un esoscheletro trasparente come una cavalletta seccata al sole, poi ti chiede un bicchier d'acqua e tu ti alzi e glielo vai a versare, anche se sei appena morto. Per carità, il bicchier d'acqua che porti ai tuoi figli è una ragione di vita sufficiente a resuscitare, anche dopo molto più di tre giorni. Per esempio, nell'estate 2015, se ci penso adesso, mi rendo conto che, in ventiquattro ore, il solo momento in cui riuscivo a mettere a fuoco qualcosa che non fosse la disperazione era quello in cui mi trascinavo in cucina e mi costringevo a preparare da mangiare per la Princi. Ma questo risucchio senza fine di tutte le energie disponibili, e questa chiarissima idea che quando forze non ce ne saranno più dovrai trovarne altre... la potenza di una cosa del genere non la sai finchè non ci sei. E quando ci sei, è troppo tardi, non c'è da nessuna parte la scritta "uscita di sicurezza". Vivi senza sicurezza, basta, ti ci abitui, a volte non ci dormi per settimane ma non tenti neanche di lottare. Se non avete figli, vi prego, credetemi sulla parola, e se ne avrete in futuro, ci sarà un momento in cui ve ne accorgerete e vi tornerà in mente quel che sto descrivendo.

Fatto salvo che io non potrei mai più immaginare di tornare indietro, e anche quando ho scritto che non dovrei essere qui ed è stato un errore tutto quanto, non intendevo dire che sono pentita o rinfacciare quanto mi sta costando. Solo che davvero non è andata come doveva andare: pur con tutti gli ottimi e innegabili risultati che la Princi dimostra di aver conseguito, c'è stato un vizio di fondo, che non è probabilmente colpa di nessuno e che non ci impedirà di andare avanti, ma c'è stato. E ce lo teniamo. Come ci teniamo l'Uomo, e come l'Uomo si tiene me. Credo si chiami amore, questo tenersi le persone così, senza mollare. O forse è follia. Ma non importa.

Importa il gattino color panna, qui. Importano la camomilla, i biscotti, il blog. Importa che siamo sotto lo stesso tetto e, anche se sto riflettendo sul mandare un bel messaggio, in cui dico che ho avuto un problema e al corso ci vado solo nella seconda parte della giornata, so benissimo che tra non molto porterò di là le mie meningi dolenti e le mie ossa rotte, e mi raggomitolerò di nuovo contro l'Uomo, e tra meno di cinque ore suonerà la sveglia e io arriverò al corso puntuale. Maestra Con La Emme Maiuscola mi insegnerà le posizioni sulla testa, avrò paura di cadere, sarò incapace di eseguirle perché non ho ancora abbastanza addominali, mi sentirò la peggiore del gruppo e penserò di nuovo di aver scelto una cosa troppo difficile per me. Arriverò a casa con dolori ovunque e dormirò, per poi arrivare a lunedì completamente tronata dalla sonnolenza e piena di sensi di colpa per non aver corretto le prove neanche questo weekend. L'Orsone mi infilerà un caffè dietro l'altro direttamente in vena e andremo insieme a fronteggiare il casino che io stessa ho sollevato venerdì, e per il quale il Gigante probabilmente mi odia, anche e soprattutto perché ho ragione, lui è d'accordo con me e quindi non può sottrarsi alla battaglia. E inizierà un'altra settimana.

Sapete cosa vorrei adesso? Essere esattamente dove sono, quella che sono, con le persone con cui sono. E' stato un errore tutto, sì. Quando alla fine tirerò il mi ultimo bilancio, saranno molti di più i giorni in cui ho pianto di quelli in cui ho gioito. Eppure.



mercoledì 2 novembre 2016

E se poi fosse proprio questo il nostro modo

Lo so, che dovrei pensare ai terremotati, alla crisi, ai bambini in Siria, al pianeta che implode, agli omicidi-suicidi di Cornigliano o di via Nizza, oppure, almeno, a finire di correggere le prove di Grammatica della seconda.

Intanto però andate al minuto 14 di questa. Che oggi ho corso tutto il giorno e ora per calmarmi ci vuole Roba Bella. Con le maiuscole. E Mozart è bello, anche per un'ignorante come me che ascolta Bon Jovi.

E io me ne sto qui a pensare che forse noi funzioniamo, abbiamo sempre saputo funzionare, sapremo sempre e solo funzionare, così. Così, che non riusciamo a dormire sempre nella stessa casa. Così, che non abbiamo una base, ne abbiamo due, tre, quattro. Che non importa se il letto è un materasso per terra, se manca il gas, se c'è pelo di gatto su ogni abito perché il retro dell'armadio si è gonfiato per l'allagamento e la gatta ci entra comodamente e va a lavarsi in mezzo alla roba pulita. Che non importa se la figlia non è la nostra sul serio, e se trattiamo i cani e i gatti come bambini, e ci spostiamo con due macchine anche se siamo in tre, e lui c'è ma non c'è, e non c'è ma c'è, e io non uscirò mai dal tunnel della studentessa coi bei voti e mi iscriverò sempre a qualcosa e lui avrà sempre un terzo del suo cervello mostruosamente intelligente impegnato a pensare al calcio. Che non importa se a quarant'anni il regalo più gradito è un piccolo peluche dell'Acquario di Genova. Che a stento ci sappiamo vergognare davanti a terzi di tenere gli scontrini dei caffè presi insieme o i biglietti d'ingresso alle mostre o le bustine dello zucchero. Che viviamo male e facciamo vivere male gli altri e magari la sola cosa che sapevamo fare, amarci come due naufraghi appesi l'uno all'altra per non annegare, è stata la distruzione delle vite di entrambi, ma dimmi che torneresti indietro e cambieresti strada, dimmelo. Dimmi che non mi daresti più tutti quei passaggi sulla tua Astra bianca. Dimmi che non ti succede mai di vedermi arrivare e pensare che tutto quest'incubo dal 2014 in avanti non è mai successo, non a noi due, non è possibile.

A me è successo mentre arrivavi in macchina, qualche giorno fa. Ti aspettavo da qualche minuto e ho visto il tuo profilo mentre mi passavi davanti. Come se avessi venticinque anni e stessi aspettandoti per uno dei nostri primi appuntamenti, e di nuovo mi sentissi strana come allora, al pensiero che mi avessi scelta. Proprio tu. Proprio me.

Il movimento del concerto di Mozart non è certo farina del mio sacco. E' che il Dolce Cowboy, quando si ferma a scuola a lavorare al pc dopo pranzo, si mette a sentire su Youtube esecuzioni impeccabili di pezzi di classica, essendo egli in realtà un prof di musica. E l'altro giorno piovigginava, e c'era questo di sottofondo, e gentilmente andando via lui me lo ha lasciato acceso, il pc, per non interrompere il mio ascolto. Io sono scivolata coi miei registri fino al suo computer, quello vicino alla finestra, e mi sono lasciata drogare.

Poi già che c'ero sono tornata su cose più tipiche mie. Anzi, nostre. Per la precisione cose che tu hai fatto conoscere a me.

Ho guardato piovere ascoltando questa e, Uomo, cazzo, se tu potessi percepire come si spacca il mio cuore, come si sfarinano le mie ossa, come si bruciano i miei muscoli ogni volta che ti vorrei vicino con così tanta violenza e tu non ci sei, ti farei paura. Forse te ne faccio già. No, senza forse. Mi faccio paura anche da sola. Non lo sapevo, prima, che potevo essere questo. Non sapevo di poter essere molte cose.

Si impara a credere a forze primordiali, si impara a guardare il proprio sangue scorrere via e non fare niente per trattenerlo, perché di colpo è chiaro quel che si leggeva nei poemi epici, nelle leggende medievali, nei miti orientali, nella Bibbia, si impara a credere che se davvero vale la pena uno ci lascia anche le penne, senza pentirsi.

Suonerà estremamente patetico, a qualcuno. Per carità. Non pretendo di piacere o essere capita da mio marito, figurarsi dagli altri. Io ho sempre avuto una notevole tendenza a conformarmi alla figura tragica, e adesso capisco anche bene perchè. Ma c'è gente che legge qui che sa esattamente di cosa parlo. E sa che non si scherza più, non dopo tutto questo tempo.

Giusto poche ore fa, questo scambio: "tocca uscire o non se ne esce", dice la blogamica. E io ribadisco: "Io ho scelto di restarci dentro."

Poi per sdrammatizzare si sdrammatizza, è ovvio. Per sdrammatizzare ci sono le amiche storiche e quelle recenti. C'è Sanguedelmiosangue ("Lo sai vero di essere una lurida troia?" "No,dai. Sì, va bene. Un pochino, forse." "Ma sì, tanto io ti voglio bene lo stesso." "Lo so che mi vuoi bene, cuore di stracchino, figurati." "E sai cosa mi devi rispondere se io ti do della lurida puttana?" "Cosa?" "Devi dirmi: ADULTERA!!!" "Giusto: ADULTERA!!! Shame! Shame! Shame!!!" "Shame! Shame! Shame!!!"). Ci sono i mille modi di sopravvivere ogni giorno, che vanno dalla brioche con veramente tanta marmellata del baretto vicino alla scuola, alle sigarette sulla panchina con la Fräulein, a guidare cinque ore per passarne una a guardare i melograni a Via del Golf 13, a dire stronzate sul gruppo WhatsApp con la Bottadicoca, la Caramella e la Pallida.

Però mi sveglio al mattino e non mi arrendo. Anche se la corrente è forte, io nuoto ancora.

Un'ultima cosa. Un'altra che mi hai fatto scoprire tu.





















martedì 18 ottobre 2016

Heart keeps beating

Hanno messo il mio cane in una busta con il disegnino del rischio biologico. Una busta bianco crema. Con la cerniera. E giù nella terra. E poi ha piovuto e io ho pensato alla terra bagnata che si assestava intorno alla busta. E alla mia piccola povera mummietta di cane tutta fasciata nelle traversine bianche. Piccolo chien. Che è morto lontano da casa, e io mi sveglio di notte e non mi perdono perché non c'ero.
Io poi non lo so perché i miei animali, così ben tenuti e amati e coccolati, vanno a finire in modi così orrendi, che per guardarli senza svenire ci vuole uno stomaco da chirurgo di guerra, perché proprio loro sviluppano tutti dei tumori strani che i medici vogliono studiare e che guariscono, in modi assurdi, e poi però il mio gatto e il mio cane a conti fatti muoiono lo stesso.

I veterinari geniali, giovani e boriosi, che ho conosciuto curando il cane, mi sono costati una fortuna, mi hanno trattato malissimo, hanno coccolato il mio povero botolo malato in modo commovente e mi sono rimasti in mente tutti, quello figo e impossibile da gestire a livello di maleducazione e asocialità (una sindrome di Asperger?) che era lì quando la Daisy è morta, quello meno figo e gentile che aveva voglia di parlare del suo lavoro e staccava le foglie profumate dell'erba limoncina, per portarsele al naso con le dita lunghe e delicate, quella castana con lo sguardo buono e il sorriso amaro, tutti gli altri. Un giorno, quando sarò meno ammaccata dal dolore, vi racconterò.

Guardo la gatta e non ne ho mai abbastanza di prenderla in braccio e stringere il suo bel corpicino caldo e morbido, e sentirla miagolare. Sta sempre con me quando sono in casa. Si è presa il centro del divano e le ciotole della cucina, si è adattata, ma quando vede uno di noi sulla porta, con una borsa o una valigia in mano, va in ansia. E te credo. Da questa casa sparisce la gente, non si sa mai se chi passa la porta tornerà. Cioè, tranne me. Io è chiaro che torno. Prima o poi. Sempre più stanca, e triste, e sola. Ma torno. E ricomincio da capo. Ogni giorno. Ogni notte.

La figlia è di nuovo fidanzata e sta di nuovo facendo fatica a studiare e dice di nuovo che vuole lasciare il nuoto e andare in palestra a fare pesi. E ci fa sudare e litiga con le sue psicologhe e rompe con la sua migliore amica e adesso mangia solo roba salata a colazione. E io scendo dal letto la mattina, e le preparo la frittata, il toast, la quiche, il panino. Sempre più sfiduciata, e scoglionata, e sola. E ricomincio da capo. Ogni mattina.

Il marito si è finalmente tagliato i riccioli disordinati, è diventato fiduciario del plesso dove insegna, sta lavorando a un progetto per creare un nuovo indirizzo scolastico professionale, dice che qui si sta tanto bene, nell'Astigiano. Era lì quando abbiamo seppellito il cane, è venuto con me a visitare una chiesa romanica dell'undicesimo secolo aperta apposta per noi ed è inorridito di fronte alla pila di scheletri e teschi nel vano sottostante, illuminata con la torcia del cellulare, mentre io mi incantavo all'idea di guardare dei veri corpi di gente morta quattrocento anni fa di peste bubbonica. (Eh, lo so. E' che una che insegna storia, poi, quando queste cose le vede coi suoi occhi, ha un momento profondissimo di quella cosa, quella cosa che succede solo a chi ha la fissa di studiare storia. E poi era molto più macabro il corpo del cane con la testa scalottata per l'esame autoptico, altro che cazzi.) Dopo, l'Uomo è andato via perché doveva andare, che novità, ma io adesso lo guardo andare e riesco a morire un pochino di meno, perché alla sera mi racconta del calcio, del festival, a pranzo ci parla della scuola, e trova buono il cibo e bello il cielo, e c'è, e quando non c'è so sempre quando torna, e allora preparo da mangiare, metto in ordine, mi alleno, lavoro, mi tengo bene e cerco di stare serena. Poi arriva il momento in cui siamo in camera dopo cena insieme e chiudiamo fuori tutto il mondo, e quel momento ripaga di ogni frustrazione e insicurezza e dubbio, pur in questa situazione assolutamente, totalmente di merda, quello permette di farcela, di ricaricare le pile. E ricomincio da capo. Ogni sera.

La Bionda Svampita povera donna ha seppellito il marito a febbraio, e adesso le si è ammalata la mamma. La Fräulein è stata a casa con una brutta influenza. E nella loro classe è arrivato un nuovo tizio di sostegno che sembra una guida del CAI. Barbuto come Babbo Natale, e con lo zaino e la giacca a vento. Forse pensava che Paesino di Sogno fosse in cima al Monviso. Non abbiamo idea da dove venga.

Il Genuino e il Pennellone, i due colleghi nuovi di matematica, si stanno ambientando. Il Pennellone per ora mi sta sulle balle, il Genuino è chiaramente un lavoratore, e un caro ragazzo, ma un po' bisognoso di rassicurazione. La Nuova di Inglese, la Spessa di Tecnica e il Magnifico di Sostegno si muovono con maggiore naturalezza. Sembrano in gamba. La Pianista barcolla, con occhiaie grandi come posti auto. Sono diventata tutor della Secca che è nell'anno di prova. Il Gigante e la Bestia Nera mi stanno mandando al posto loro a trattare con le superiori, in alcuni casi, per il percorso antidispersione.

La Preside Chic mi stordisce sempre con la sublime, ineffabile eleganza dei suoi abbinamenti e sto sviluppando un morboso bisogno di nascondermi nel bagagliaio della sua auto e arrivare di nascosto a casa sua, per andare a godere di intensi momenti di soddisfazione prettamente sessuale davanti al suo armadio delle scarpe. Ha un parco scarpe, fondato su intramontabili pilastri di finezza, che fa scomparire la Preside C., la stragrande maggioranza delle donne eleganti di Asti, tutte le colleghe infighettate di Scuolina Bianca, e darebbe del filo da torcere persino a Noisette. Al primo collegio docenti aveva un tubino e delle décolletées così indiscutibili che Coco Chanel le avrebbe stretto volentieri la mano con un sorriso complice. Poi è in gamba. Tanto in gamba che secondo me i tre quarti dei colleghi non capiscono quel che dice, perché è troppo intelligente e smart. Una femmina alfissima, peraltro. Una Donna di Classe se mai ne ho vista una. Andiamo anche d'accordo, direi. Ora sono curiosa di vederla in consiglio di istituto.

I ragazzi sono storditi. Hanno la testa nel culo, fanno poco e male quello che gli dici, sembra che non ascoltino, prendono iniziative che nessuno ha chiesto, poi però non seguono le istruzioni più semplici. Sto castagnizzando la seconda, che l'anno scorso vedevo per un'ora alla settimana di geografia e ora tartasso di grammatica, letteratura, antologia, scrittura, Invalsi, ortografia, e geografia. Sono dei selvaggi, io li civilizzo a suon di ramanzine feroci e gli faccio fare i balletti quando uno di loro azzecca l'analisi verbale, passo con nonchalance dallo spiegare l'Eneide scrivendo in latino sulla lavagna al ficcare note sul diario perché mangiano in classe, dal tenerli mesmerizzati a sentire per mezz'ora di fila la storia della Politkovskaja al controllare che non abbiano di nuovo pisciato per terra nel bagno dei maschi. Fatica. La terza è pressoché uguale, con la differenza che in seconda fino alla settimana scorsa gridavo, in terza mi basta lo sguardo. Ma non dovrebbero essere così storditi, sono in terza, santiddio, tutto questo lavoro l'avevamo già fatta lo scorso anno. Non lo so. Arrivo al mattino nel parcheggio con gli occhi gonfi di stanchezza, inizio lezione che ho già preso tre volte il caffè e fumato una Marlboro, io che non fumo mai di mattina. Mi scrollo di dosso i pensieri, che restano in macchina a ringhiare, per poi saltarmi addosso quando riapro la portiera alle due meno venti. E ricomincio da capo. Ogni giorno.

Le foglie sono gialle e rosse, le montagne luccicano imponenti sotto il sole che scioglie la neve, e i tre melograni della casa in campagna, che mio padre aveva espressamente proibito al giardiniere di tagliare perché io li adoravo, hanno già i frutti, ancora verdolini. E' di nuovo autunno e io mi stupisco di esserci, quest'anno, a vederlo.
























domenica 29 maggio 2016

Collage

Volevo riprendere a scrivere.

Non sapevo come fare.

Ho aperto gli appunti sul cellulare e copiato stralci a caso.


Disclaimer: ci sono errori di scrittura, poca punteggiatura e addirittura strafalcioni ortografici, perché a volte dettavo al tablet. Ce li lascio per dispetto, per onestà, per pigrizia, per troppo dolore. Insomma, ci sono. Amen.


Seduta sul prato a Rimini di fronte a uno spettacolare centro congressi elaboro la certezza di dover vi degli aggiornamenti su tutto quello che è cambiato nel frattempo sono stata poco sincera con voi poco aperta ho detto poche cose di alcune continua a non voler parlare di altre invece ho bisogno di voi ho bisogno di condividere ho bisogno di un parere o forse semplicemente di poter dare una testimonianza





Ingredienti per i Fekkas:

500 g di farina

3 uova

40 ml di olio vegetale

60 ml di acqua di fiori d’arancio
             
1 cucchiaino in lievito in polvere

Un pizzico di sale



I am not to speak to you, I am to think of you when I sit alone or
wake at night alone,
I am to wait, I do not doubt I am to meet you again,
I am to see to it that I do not lose you.


Chi cazzo sei diventato?






Through many dangers, toils and snares

I have already come;
'Tis Grace that brought me safe this far,
And grace will lead me home.






In questa vita non puoi mai dire cosa succede. Per esempio ti trovi alle cinque di mattina no dai cinque e tre quarti per essere precisi, che cammini tranquilla sulle strade deserte del tuo quartiere invece di pensare che stai percorrendo il boulevard of broken dreams come sarebbe anche logico pensare visto tutto stai pensando che sei contenta sei contenta di aver lasciato la tua bambina col suo fidanzato è un sacco di amichetti
Più o meno raccomandabili alla partenza del pullman per Gardaland e sei contenta perché stamattina lui ti ha scritto grazie con la faccina sorridente dopo che tu alle 4:00 lo hai depositato alla partenza del pullman per la gita in Francia e sei contenta perché non hai dormito un c**** ti sei svegliata alle 3:30 ma sei contenta perché dormito luci spente per una volta e perché la prima cosa che ha detto lui al mattino svegliandosi ti ha fatto morire dal ridere e tu pensi come è bello svegliarsi insieme e tu pensi perché perché perché perché perché perché perché quest'anno di m**** eppure non importa è tutto alle spalle davanti non si sa cosa ci sia quello che c'era dietro non tornerà mai più ma intanto questo siamo noi adesso due persone che si conoscono per la prima volta eppure San tuttoE poi pensi al Tanaro alle sue spire verdi che si svolgono in mezzo alla pianura pensi al piccolo Belvedere dietro la chiesa a lui che ti abbraccia e dice è da cartolina epensi noi siamo da cartolina ovunque vada con te valeva il viaggio il viaggio fin qui valeva la pena il viaggio con te vale sempre la pena








mercoledì 23 marzo 2016

Quel posto tra il buio e la luce

[Svegliatemi. Sono qui, infermiera. Infermieraaaaaa.

Dai estubami, infermiera del mattino, respiro da sola.

Respiro. Ieri respiravo, te lo giuro.

Infermieraaaaaaa!

Ti giuro posso vivere senza queste macchine. Vedi? Ieri a un certo punto ero a yoga. Davvero. Ho fatto una posizione di equilibrio su un piede e una mano, sul serio. Fighissima. E oggi mi hanno sentito ridere. In piazza. Mi hanno sentita.

Fammi scendere da questo letto, infermiera.

Buio. Infermieraaaaa.

Non è vero che ho i muscoli atrofizzati dopo tutti questi mesi. Ho abbracciato mia figlia prima di pranzo.

Infermiera di notte? Dove sei vecchia baldracca? Vieni qui subito. Estubamiiiii, bastaaaa, devo dire una cosa ad alta voce.

Ho imparato una canzone nuova, infermiera. Amazing Grace. La canto da sola in ufficio, pregando per lui, per me, per noi.

Ho questi fotogrammi, sono certa di aver fatto cose, detto frasi, toccato persone. Non è colpa mia se non mi ricordo cosa ci fosse in mezzo. Sono solo molto assonnata. Ma non sono morta.

Non sono morta, vecchia troia dall'aria stanca, vieni qui, vieni SUBITO qui e TOGLIMI questi tubi. Devo scendere, cazzo.

Non.
Sono.
Ancora.
Morta.

No, non lo so dove sono stata ieri. Ma mi ricordo di lunedì sera. Della cantante coi capelli rossi e del pollo alla griglia. Dell'odore polveroso del cinema. Non me lo sono sognata.

Infer... dottore!!!! Dottore la PREGO. Mi guardi dottore. Vede che va meglio? Dottore la supplico. Mi faccia alzare. Devo andare dottore.

Glielo prometto dottore faccio la brava. Prendo tutte le pastiglie faccio tutte le sedute non ci provo più glielo giuro a farmi male. Voglio solo andare a casa. Devo andare a casa.

Dottore non mi dica che devo restare qui. Ho lottato tanto. Ho aspettato tanto. Perché non posso andare a casa adesso?

Dottore... sa cosa abbiamo inventato? Un nuovo gioco. Si chiama Ti amo - Cazzi tuoi. È la prima cosa di cui abbiamo riso insieme da tanto tempo. Quella, e il bradipo di Zootropolis. Lui mi fa ridere dottore. Anche ora, anche così.

Voglio andare a casa.

Dottore... infermiera... ditegli di venirmi a prendere.]

-...e la 14 come va?
-Nottata agitata. Parametri stabili. 
-Il tracciato?
-Eh, ci sono queste punte.
-Mmm. Non va bene. 
-No.
-Non pensiamo di provare a staccarla per ora, no?
-No no. Muore se la stacchi.
-Già.
-...
-... 
-Okay.
-Okay. Infermiera, ancora cocktail per la 14.
-Va bene.

[Dottore? Dottori? Infermiera? Perché andate via? Infermiera?]


R

martedì 19 gennaio 2016

Asocial network

Castagna ha letto di Spersa e delle altre blogamiche che si sono whatsappate per settimane e infine viste per una serata cosmica.

La prima reazione è stata: noooo daaai che fooorte, troppo anche io questa cosa!!!
Invidia!

Poi Spersa, dai, che è quella che Castagna in assoluto non ha mai smesso di leggere, nemmeno quando non leggeva più niente di niente. Quando non ce la faceva a leggere di Susibita, di LGO e nemmeno di Polly, Spersa e i suoi reparti non li ha mai mollati.

Poi però Castagna si è guardata. Si è sentita. E si è detta: sai vero come staresti.

Già.

Come sei stata alla mostra di Monet. Come sei stata a Via del Golf. Come sei stata al centro benessere, alle terme, a casa della Tipa, all'aperitivo di fine anno coi colleghi, a pranzo fuori, al festival, ovunque. (Non come sei stata nel Tibet toscano, no. Come era lì non si può descrivere, è stata la punta di sofferenza massima, non ci sono paragoni.)

C'è un solo posto dove Castagna stia un po' meglio, che non sia dove è lui. Il suo tappetino per lo yoga, a lezione, o a volte anche quando pratica da sola.

E si vede che ora è così. Inutile fingere di farcela. Alle amiche che avevano proposto festeggiamenti per il quarantesimo, una avendolo appena passato, l'altra avendolo in programma tra poco, Castagna ha detto sinceramente come si sentiva, e tutto sommato già a cena fuori con la Strega Irlandese, la sera prima, in una pizzeria sgrausa a tipo sette minuti dalla porta di casa, aveva il timer acceso e lampeggiante, perché alle dieci l'Uomo sarebbe arrivato.

Le amiche hanno capito, QUESTE amiche capiscono sempre.

L'Uomo capisce e infatti difende lo yoga di Castagna a spada tratta. La Princi dieci giorni fa ha tentato di boicottarlo, come ha tentato di boicottare altre cose. Castagna è arrivata in ritardo a yoga e ha strapazzato la Princi con messaggi furibondi per tutta la strada, compresa la Curva Della Morte, chiudendo con un lapidario: "e se non è per scrivere 'ok scusami', NON rispondere". E il venerdì dopo per la prima volta nella storia si è rifiutata di passare da casa, anche se la Princi era sola, coi compiti da fare etc, ed ha optato per l'andare a parcheggiarsi sotto il centro benessere un'ora e un quarto prima della lezione, e starsene seduta in macchina al caldo, tenendo in una mano il telefono con cui messaggiava la Strega Irlandese, l'Uomo e Sanguedelmiosangue, e nell'altra il corpicino vibrante del gatto residente alla spa, che si ammazzava di fusa.

A yoga peraltro non si fa outing. La Maestra, che sicuramente vede, studia Castagna e la sua aura piena di energie negative con una certa curiosità mista a diffidenza; durante le sequenze ripete con calma: "cercate di rilassare la mandibola" o "non stringete i denti", e la guarda in tralice. Dato che Castagna non rilassa un cazzo, ha introdotto apposta per lei un esercizio  per i muscoli del viso. Tanto fa bene a tutti. Poi ha dato mille consigli sulla cistite e l'insonnia. Della cistite Castagna ha parlato. Dell'insonnia chiacchierano rumorosamente le mani tremanti e le occhiaie. Ma la Maestra ci sta attenta.

Castagna ama questa Maestra. La ama da quando, a dieci minuti dall'inizio della prima lezione, alla frase "chiudete gli occhi" non solo li ha chiusi, ma non li ha più riaperti. E adesso fa anche tutte le posizioni in piedi e in equilibrio su un piede o in torsione chiudendo gli occhi, senza cadere. E fa anche gli esercizi per la vista senza farsi venire nausea. E il rilassamento vedendo i colori. E la respirazione yogica completa. Insomma tutte quelle cose che in ventidue anni non le erano mai riuscite davvero.

Castagna si fida talmente tanto della Maestra che adesso, al rilassamento finale, a volte si raggomitola come un criceto, esattamente come nel letto, e dorme. E se si perde la lettura che accompagna il rilassamento, la Maestra gliela rilegge dopo. Una volta si è addormentata, nel sonno ha pianto, sognato, avuto un incubo, e lo ha detto, e tutti l'hanno un po' coccolata perché era atterrita, anche se fingeva di no.

Castagna non parla con quasi nessuna delle persone che vede ogni giorno, o almeno settimanalmente, di quel che sta succedendo. Se si aprisse la falla nella diga, sarebbe impossibile sopravvivere. Per sfogarsi ci sono le whatsappate e le telefonate con il team storico di amici e con Sanguedelmiosangue. E i resoconti alla Fata New Age e alla Fata Bionda.

Quindi no, a una cosa come la serata alcolica sicuramente fichissima di Spersa e Co. Castagna non sarebbe comunque potuta andare.

Quasi ogni giorno c'è un momento di contemplazione, di solito a casa, in cui pensa: che silenzio. Poi pensa che è esattamente quello che le serve. Un silenzio totale. L'unico spazio in cui il dolore riesce ad essere accolto interamente, senza bugie, a respirare.

Per questo il giorno del suo compleanno, quando via Whatsapp e telefono tutto si è riempito di voci, parole, volti, l'ha lasciata frastornata e attonita. E per questo per l'ennesima volta ha dovuto, inevitabilmente, pensare a quanto è perfetto per lei l'Uomo, che prima di mezzanotte la porta a vedere le stelle sulla "serra" buia, sopra la città dalle luci tremolanti, o nella valle deserta. Lui è la ferita mortale, ma queste cose che fa sono l'antibiotico, la trasfusione e la sutura.

No, decisamente. Ora non c'è posto per molto altro.
















lunedì 7 dicembre 2015

Penelope e il granchio

Ehi, ci sei?

Eccoti! Anche stamattina.

Aspetta che mi siedo. Brr. Non fa mica caldo, sugli scogli, a questa stagione.

È meglio, comunque, di quando erano roventi, quest'estate. Sì lo so, tu hai freddo. Come si difende dal freddo un piccolo animale come te? Non hai pelo, la tua corazza rigida ti impedisce di scaldarti mettendoti vicino ai tuoi simili. O forse no? Dormite tutti insieme, voi granchi, o ognuno nel suo anfratto?

Io mi tiro addosso le pellicce, ma il letto è troppo grande, è vuoto. Mi alzo spesso per vedere se Telemaco è sveglio, ormai è un uomo, in fondo al letto escono i piedoni e due polpacci pelosi, quando dorme. Girerei per le sale, ma sotto ci sono quelli là che bevono e ridono, che dicono che Ulisse non tornerà, che devo pensare al futuro, poi diventano molesti, offensivi.

Verrei qui, da te, ma è pericoloso camminare sugli scogli al buio. E anche nelle notti di luna: quel mare nero che mi chiama è troppo vicino. Lasciarsi scivolare giù sarebbe questione di un istante.

Meglio alzarsi poco prima dell'alba. Dormono tutti, anche i Proci, anche i porcari, anche i cacciatori. Solo Argo mi vede passare, povera bestia. Tempo fa veniva con me, ma non ce la fa più, è malato, è sempre stanco. Sogna, e lo vedi che muove le zampe e le labbra. Forse sogna Ulisse, di saltargli addosso, di leccargli la mano.

Anche io sogno. Ma sarebbe meglio se non dormissi, dato quel che sogno.

Euriclea mi ha scoperta, una mattina. È anziana, ha il sonno leggero, si cura che io mangi, mi lavi, dorma. Mi ha seguita, coprendosi i capelli con il suo scialletto. Ha visto che venivo qui. Mi ha studiata, tre o quattro mattine di fila. Poi ha visto che, quando tornavo, ero meno triste. E allora ha capito, e ha smesso di seguirmi.

È che qui, comunque vada, poi il cielo si rischiara. Il vento salato sposta le nuvole, il mare canta, si alzano in volo i gabbiani.

Da qualche parte, lui sta guardando la stessa acqua.

Io ho superato un'altra notte. E tra poco dovrò alzarmi da qui, andare a casa a far funzionare le cose.

Itaca deve vivere. Itaca deve essere prospera e felice. Itaca deve essere la terra da cui non si può stare lontani. Lo so che lui ricorda ogni roccia, ogni tana di animale, ogni cespuglio. Lo so che, là dove si trova, non importa quante battaglie, quante regge, quante spiagge abbia visto, lui non dimentica.

Chissà se il suo odore è cambiato. Chissà i calli nelle sue mani, le rughe intorno ai suoi occhi. Di certo anche io sono diversa, ormai. Ma se immagino il suo ritorno, oh, nella mia fantasia lui è segnato, è abbronzato, ha nuove cicatrici, nuovi segni del tempo e del destino che lo ha tentato, che lo ha chiamato ad andare lontano. E io bacio ogni millimetro, scavo ogni ferita, sfioro ogni macchia, e lo sento, lo sento che riaffiora, eccolo, il mio bellissimo, giovanissimo marito, che alza gli occhi dalla legna che ha tagliato, si scosta i ricci dalla fronte sudata e mi sorride, mentre il sole gioca coi due verdi diversi dei suoi occhi pieni di gioia. Io sono sulla porta, ho i piedi nudi, con una mano tocco il piccolo ventre che sta tendendosi sotto il peplo chiaro, i miei capelli sono mossi dal vento, sono una regina, la sua regina, ogni volta che mi guarda così tutto il mondo si stende ai miei piedi e niente, nessuno, mi farà mai del male.

È una scena di tanto tempo fa, ma io ancora sento l'aria tiepida della primavera che scorre sulla peluria delle mie braccia, il gorgoglio della pancia dove una nuova vita, mia e sua, sta crescendo, e sento il suo respiro affannato dal lavoro, sento la sua voce. Avrà per sempre quell'abbronzatura, quella forza, quel sorriso, non importa in che condizioni il mare lo riporterà da me.

Ognuna di queste onde, vedi? potrebbe aver toccato la sua nave, averla spinta. Ognuna è la gemella identica dell'onda che un giorno lo riporterà a Itaca.

Per questo io vengo qui ogni mattina. Per ringraziare le onde. Finché si muovono, io posso sperare di vedere la sua vela che si avvicina.

Finché si muovono, io lo aspetto.

All'inizio, sai, avevo paura che il mio cuore si spaccasse per il dolore. Telemaco piangeva, le notti non finivano mai. I giorni erano una nebbia confusa, gente che dava consigli, io stessa che esprimevo sospetti, domande, recriminazioni. Il cibo non aveva sapore. Il cielo era nemico. Le piante mi si aggrovigliavano intorno ai piedi quando correvo lontano verso il monte, per trovare un posto abbastanza isolato da mettermi a urlare.

Ora, non so. L'ho aspettato tanto, ho lottato, ho tenuto il mio dolore e le mie speranze in catene. Avrei più che altro paura che il cuore mi cedesse al suono del suo piede che calpesta la sabbia. Che la pelle mi cadesse di dosso quando i suoi occhi, posandosi su di me, vedessero una donna stanca e sola, non la giovane, lucente regina che ogni notte, sotto le sue mani, era morbida creta impastata con polvere d'oro. Di disfarmi in un turbine di ceneri, dopo che tutto questo amarlo mi ha consumata per troppi mesi.

Ho paura, sai, piccolo granchio. Che non torni mai. Che torni troppo tardi. O troppo presto. Che torni per darmi il colpo di grazia, ripartendo un'altra volta.

Ma non posso pensarci, ora. Sta per sorgere il sole. Devo andare, Itaca non si governa da sola, anche se Telemaco ormai è la mia forza e la mia gioia. Sono orgogliosa di lui. Suo padre deve venire a vedere quanto gli assomiglia.

Se a volte sono stata tentata di mollare, di lasciarmi guidare da altri, guardare Telemaco che cresceva mi ha ricordato tutto quel che rischiavo di dimenticare. Ma Telemaco somiglia a Ulisse perché io gli ho trasmesso quel che lui avrebbe voluto insegnargli. In realtà, lui suo padre non lo ricorda. Non c'è in lui la consapevolezza di essere suo complice, suo specchio, nel modo che ha di tendere la mandibola, di passarsi la mano sugli occhi quando ride.

In realtà, la sola che sa quando Ulisse riderebbe, o aggrotterebbe la fronte, o farebbe un gesto di fastidio, e come lo farebbe, e perché, e pensando a cosa, sono io. Io che sono ancora viva perché nell'aria, davanti a me, vedo la sua espressione, sento riecheggiare la sua voce, ogni volta che apro bocca o penso qualcosa.

Vado, adesso. Guarda! Una barca! Ah... ma è il vecchio Laerte che esce a pesca. Poverino, anche lui. Stasera andrò a trovarlo, così parleremo di Ulisse, di quella volta che il vento ha fatto cadere i rami del grande albero al centro del cortile, e lui quasi si è ucciso per salire a spezzare un grosso ramo rimasto penzolante, e io che guardavo da sotto l'ho visto perdere l'equilibrio, e cadere sul tetto. E poi siamo corsi dentro e lui rideva come un demente, perché aveva sfondato il tetto proprio sopra il deposito della lana e non si era fatto niente, davvero niente. E io mi sono messa a piangere e poi a ridere fino a restare senza fiato: come ero giovane e scema! E quando sono stata senza fiato del tutto lui mi ha sorriso, e io ho pensato che avrei potuto non vedere più quel sorriso, e sono svenuta. Laerte non lo sa, ma quella è stata la notte in cui abbiamo concepito Telemaco, dopo che Ulisse mi ha coccolata e consolata e mi ha giurato che mai e poi mai mi avrebbe lasciata sola. Mai. E poi mai.

Maledetta ogni singola onda che lo ha portato via. Maledetta me che gli ho creduto. Maledetti dèi. Maledetta Itaca che non ti sradichi dal fondo del mare per andare a cercarlo. Maledetto tempo che non passa mai.

Maledetto il mio cuore, che anche stanotte non si è spezzato.

Maledetto questo scoglio su cui consumo le mie albe.

Domani tornerò.




















domenica 1 novembre 2015

Would you please get the fuck out of my silence

Come disse mio cugino (e pensava di metterlo sullo stemma della sua casata nobiliare): "Voglio quietare, cazzo".

Traduco.

Ho ripreso chili, 3 e mezzo sui 4 e mezzo persi, e già questo sarebbe triste. Li ho ripresi in gonfiore in punti assurdi, tra l'altro. Le cosce le braccia etc. La vita no. Il collo sì. Con sopra la faccia che, invece, sembra patita.

Bene. Tutto questo sta per finire, lagne comprese, perché a) non me ne fregherebbe un cazzo di non essere repellente se non fosse che b) devo assolutamente farcela a essere gradevole agli occhi dell'Uomo e c) devo mettere in bolla la pressione arteriosa perché mi hanno trovato la pressione dell'occhio alta e d) devo anche fare un po' caso al discorso zuccheri caffè sale etc perché sto somatizzando di brutto e mi ammalo a nastro. Sono al terzo virus preso in un mese e ora anche basta.

Comunque era per dire che se mi guardo vedo un rottame, a parte per due dettagli, i capelli che oggettivamente sono belli e adesso ben tenuti grazie alle sapienti forbici della Princi, e gli occhi che sembrano più grandi e più verdi che mai, forse a causa del continuo processo di autolavaggio cui sono sottoposti.

Oltre a ciò, la legge non scritta che vige ormai da aprile è
costituita da tre comandamenti: i primi due sono "Donna, tu non vedrai gente", e "Donna, tu metterai la tuta ogni volta che puoi e cioè non quando vai a scuola, non quando esci col marito, non quando vai in giro per lavoro. Ma in tutto il resto del tempo sì". L'altro comandamento è "Donna, tu, salvo impegni di lavoro e uscite col marito, vedrai la luce del sole solo per andare a camminare (quindi in tuta), a yoga (quindi in tuta) o al mattino prestissimo e alla sera tardi nel weekend (quindi in tuta)".

Capite quindi il mio disagio quando, due volte la settimana, devo comparire sugli spalti della piscina comunale vestita come un essere umano di sesso femminile che torna dal lavoro. In pantaloni, perché io la gonna la metto quando non vado a lavorare.

Già, andare alla comunale rappresentava un problema l'anno scorso. Prendi una donna, trattala male, lascia che ti aspetti per ore, ma non mandarla ANCHE ad aspettare la figlia costringendola, per 45 minuti due volte la settimana, a vedere la corsia di agonistica degli adulti, Dio buono.

Quest'anno poi mio marito ha scelto l'atrio della piscina come luogo di tortura, dato che è lì, nei 15 minuti in cui aspettiamo la Princi mentre si asciuga, che mi spiattella cose, mi butta fuori frasi, mi sega le gambe con proposte.

La corsia agonistica della prima fascia oraria serale merita meno dell'anno scorso, grazie al cielo. In compenso, ho discusso al bar di Memole Follettodeifiori la presenza inquietante, nella seconda corsia nuoto libero, di due, a volte tre manzi, che fanno due vasche con stile sciolto, poi si piazzano statuariamente al bordo con braccia conserte, e passano dai 20 ai 30 minuti a mollo come antichi Romani alle terme, parlando fitto. Dalla faccia serissima si capisce inequivocabilmente che parlano dell'origine del mondo, che Dio la benedica, tutto il resto, come dicevano i colleghi di mia madre, non è che mistificazione.
Sono gradevoli da guardare, ma io più che altro li ho studiati perché mi faccio domande profonde. È evidente che non sono lì per il rimorchio. Altrimenti ciondolerebbero altrettanto statuariamente in palestra, a quell'ora. Lì ci sono pochissime persone, i corsi dei bimbi sono finiti, quindi niente nugolo di madri panterose (quelle si eclissano appena va via il Perfido Lucian, l'istruttore gnocco), non è un'ora da ragazze, ma da exatleti che si mantengono in forma e grosse signore che tentano di fare aquazumba sfidando il ridicolo. Non si guardano in giro, i manzi, parlano secco, deve essere un po' come quando io e la Frenci andavamo all'Ikea e ci stavamo tre ore senza comprare niente, solo per parlarci. È una cosa carina, si vede che sono amici, soprattutto due, il terzo ogni tanto nuota anche. E io mi chiedo quand'è che si fanno la fisicata, se lì non muovono muscolo. E mi chiedo perché non vanno a farsi un aperitivo, che costa quanto un ingresso in corsia nuoto libero, se tanto devono solo parlare.

Comunque. Una sera della settimana scorsa si verifica invece uno scenario del tutto diverso. Io poso la Princi ma invece di stare a vedere corro a fare la spesa e preparare cena, ché sono stata in giro tutto il santo giorno. L'Uomo non c'è (...). Ma è la settimana del nostro anniversario di matrimonio (...) e io ho dedicato 4 giorni a ristrutturarmi, pulizia viso depilazione fatta bene e anche nuovo taglio di capelli. Insomma, ricompaio in piscina per prendere la Princi che sono ancora vestita e truccata da lavoro e eccezionalmente ho la piega in perfetto ordine.
Entro correndo e sono già in preda ad un preoccupante giramento di testa, poiché appunto corro da ore, ma anche perché ho il cappotto e in piscina c'è il clima dell'isola di Giava.
Mi abbatto sulla balaustra e guardo se la Princi è ancora in vasca.
Oh.
Ah.
ECCO dove era finito il corso agonistica adulti come Dio comanda, santa Madonna. Questi non stanno a bordo vasca a parlare, no no.
Ma soprattutto. Ecco dove stanno quelli che alle parole preferiscono i fatti.
Il tempo di realizzare che la Princi non è in vasca e neanche a bordo vasca, quindi deve essere uscita da pochi secondi, e in quattro, in due corsie diverse, mi hanno radiografata bene. Addirittura colgo un labiale: "La conosci?" rivolto al miglior pezzo della corsia cinque, che dopo un "No", comunque, si volta di nuovo, forse per stabilire se è il caso di.
Bene, prendo nota. Corsie ad alto impatto ormonale solo dopo le 20,30, è gradito il cappottino sciancrato, astenersi perditempo. Infatti mi asterrò, da ora in poi.

Mi torna in mente una conversazione con SDMS di qualche settimana fa, sull'opportunità di considerare un corso universitario denso di venticinquenni.

Come se questo potesse risolvere qualcosa.

(Il video che segue me lo fece notare su Mtv anni fa l'Uomo, come del resto "My Immortal" del post precedente. Sconsiglio caldamente la visione a chi non ha in corso una relazione sentimentale più che felice. E anche a chi ce l'ha. Io allora ce l'avevo, e adesso é ancora peggio rivederlo.)











mercoledì 5 agosto 2015

D(')estate

Castagna sta sperimentando la prima estate della sua vita quasi interamente passata in città.
Data la sfiga galattica che affligge i suoi spostamenti (macchine rotte/rubate/ritrovate distrutte/nuove che si guastano/sostitutive a singhiozzo) non ci giura, che la settimana prossima riuscirà finalmente a togliersi dalla rovente Padania.

Se ci riesce a livello logistico, spera di riuscirci anche a livello di testa.

Ma sappiamo tutti che anche la marmitta mentale, il carburatore psicologico, il radiatore emotivo, sono a rischio di mollarci strada facendo.

Non va bene, ecco. Continua, da troppo tempo, a non andare bene.

Non esiste più limite all'insonnia, che ormai mostra il giro completo dell'orologio. Non esiste limite ai luoghi in cui ci si può mettere a lacrimare in silenzio, ma il supermercato e il centro commerciale si confermano i più rischiosi. Non esiste una fine agli scambi di messaggi notturni con Sanguedelmiosangue che, pure lui, passa una fase di curve sentimentali niente male.

La domanda "dormi?" su Whatsapp ormai compare alle tre, alle quattro, alle sei meno venti. Stanotte anche Grande Pagliaccio, che dormiva con suo figlio durante una delicata fase di spannolinamento notturno, alle 03.17 era online, causa pipì preventiva.

Peraltro, i desolati amici di Castagna ormai stanno pian piano cedendo le armi. Il lungo viaggio dell'Uomo alla ricerca di se stesso continua, e Castagna ripete ormai all'infinito le stesse cose, per mancanza di nuovi elementi. Come aiutarla, dato che il consiglio più spesso fornito: "ma mandarlo tu a fare in culo no?" viene recisamente respinto? Come sostenerla, visto che deve per forza di cose aggrapparsi a singole frasi, a brevi gesti spesso contraddetti da tutto il resto della situazione e del comportamento? Come sollevarla da tutto il suo indefesso rimuginare, se anche dormendo il suo stanchissimo cervello PENSA? Non sogna. Pensa.

Avete presente quando andate a dormire con un problema che non avete risolto, e al mattino la soluzione è di fianco alle pantofole, subito davanti ai vostri occhi? In un memorabile, deprecabile caso, tempo fa, una notte sono andata a dormire con il dilemma di dove incontrare una persona senza compromettermi, e contemporaneamente con in testa la scaletta di un'attività scolastica da gestire il giorno dopo, e al mattino le due istanze diverse si erano incontrate, piaciute, e riprodotte, figliando una soluzione che le metteva a posto tutte e due.

Ecco, mi succede una cosa del genere. Il mio cervello si spegne come per un blackout dopo un'intera giornata di pensieri e domande, e al mattino mentre apro gli occhi il filo del discorso è già lì che prosegue. Solo che in queste mattine aride e grigie non c'è la soluzione, perché quella purtroppo non dipende da me.

O forse sì.

Il punto è. Okay. Ci siamo fatti male oltre ogni possibile perdono. Ma siamo qui a parlarne. Siamo qui, anche se tra me e lui ci sono chilometri e ore intere di silenzio: la giornata non passa mai senza un contatto. Il colpo di pinna della megattera sull'acqua. Per guidare il piccolo che la segue nelle mostruose, assordanti correnti oceaniche.
Non sappiamo se ci sia, la soluzione.
Ma io ho tre certezze, molto accartocciate e sgualcite, ma imperiture. Sono sua moglie, questa è la nostra famiglia, e non è ancora finita. Quindi su queste devo puntellarmi per non sprofondare nelle sabbie mobili.

Pertanto,

Io sono qua. Ora mi sposto qualche giorno, per riprendere le forze, e lui sai che le vorrei riprendere standogli vicino, e che ora non possiamo. Ma sono qua. Qua mi troverà. Contraddizioni, difetti, paure e sbagli compresi. Ma troverà anche quello che sono diventata, una volta messa di fronte al reale rischio di perderci.

E un'altra cosa. La Princi. La Princi sta per scendere in campo. Dopo aver mantenuto una regale, sdegnata neutralità, per settimane, ieri è sbottata.
La mia tigre.
Il mio drago dell'antica Valyria.
Se non ci riesce lei, a fargli VEDERE cosa succede, non so chi altro.

La settimana prossima saranno in vacanza loro due soli, in montagna. Davanti al grande, divino monte dal fianco geometrico che io venero da quando riesco a ricordare. Sotto i tramonti al confine francese, con il suono del vento tra i pini, con il profumo delle piante selvatiche.

Io sarò nel mio Tibet, spero. Altri colori, altro paesaggio. Vivo nel terrore che mi diano la stessa stanza dove, anni fa, abbiamo festeggiato rumorosamente, in una notte calda, il suo passaggio in ruolo. Ma sentirò la sua mancanza in ogni dove. Poco cambia, in effetti, il letto in cui dormo.

Poi torneremo qui. Chissà se uguali o cambiati. Chissà se in due, in tre, uno solo, una sola. Chissà.

L'altra sera, con la Tipa, si messaggiava di concerti degli U2 e di andarci noi ragazze quarantenni, o di mandarci Princi e Cuba Caliente (eh già... poi vi aggiorno) e di chi è possibile, ahimè, incontrare a un concerto del genere. "Ma in tutto una stadio???" inorridiva lei. E io: "Ma no dico ma ce l'HAI presente la sfiga che ho?"

La Tipa insisteva. Io le confessavo che adesso, no, ma proprio NO, sentire Bono cantare Stay, If God would send his angels, Staring at the sun, e peraltro nemmeno il repertorio precedente, With or without you, Where the streets have no name, All I want is you. Che, scherziamo? Ma se a me viene voglia di suicidarmi al solo sentire una suoneria di cellulare  o il jingle di una pubblicità.

E si parlava di gente che non si fa problemi del genere. E io dicevo che no, non esistono solo gli uomini che non si fanno problemi. (Io in particolare ho una chiarissima capacità rabdomantica di individuare solo quelli che se ne fanno troppi: un giorno vi racconterò di Bon Jovi, il mio flirtino sulla nave, quando avevo 17 anni. Fin da allora si vedeva che io, uno che si buttasse a capofitto senza paracadute, non lo avrei mai incontrato, e che dei due, nella coppia, quella che quando parte per la tangente si lancia davvero, sebbene nella quotidianità sia una palla di fobie e paturnie varie, sarei sempre stata io.)
Da lì si passava a parlare del credere nei miracoli. Celo. E nell'amore cieco. Celo. E nella passione travolgente. Celo, celo, celo.
Finchè mi usciva la seguente definizione: "Io ho scoperto che ci credo tantissimo [nell'amore]. Non come idea, proprio come forza che muove la natura. Tipo il vulcanesimo"

Sarà per quello che confido nel potere dei luoghi. Dei monti. Delle campagne toscane.

Mah. Magari resterò sola come un cazzo di inutile cane sull'autostrada, ma di certo non smetterò di avere una fervida immaginazione. Infatti ho ripreso a scrivere. Almeno quello.











giovedì 30 luglio 2015

Somewhere along in the bitterness

Questo sarà un post dalla sintassi a spezzatino, perchè me lo invio a botte di sms. Sono in giro con in mano il mio Nokia dell'età della pietra. Scrivo mentre

cammino, e cammino lungo la passeggiata che farò ogni santo giorno quando abiteremo di nuovo a Genova. Perchè credo che alla fine andrà così. Non so quanti

di noi verranno fuori da questa situazione. Non so se ci arriveremo separatamente, insieme, in contemporanea o prima uno poi gli altri. Ma ad un certo punto

è improvvisamente diventato chiaro che tra le colline non c'è rimasto molto, per nessuno di noi. L'Uomo ha nostalgia di casa. Io ho bisogno di un posto dove,

se una donna apre la bocca, le sue parole vengono ascoltate, anche se non ha un uomo al suo fianco. La Princi deve cercarsi un lavoro, e un fidanzato, in una

città dove esistano vie di mezzo tra il figlio di feudatari, cocainomane, e il tamarro scappato di casa, cannato. Senza togliere nulla ai miei meravigliosi

exalunni, che infatti van via dai paesi, per vivere a Torino o all'estero, diciamo che il parco ventenni della nostra zona tende a essere deludente.

Mentre ne parlavo pochi giorni fa, e guidavo in mezzo alle campagne con la Princi, lei a bruciapelo ha voluto sapere "come farai senza questo?" alludendo soprattutto

alla serata appena trascorsa. In cui eravamo state accolte come regine in un paesino lillipuziano, su un cocuzzolo boscoso tra Paesino di Sogno e Paesino Blu.

Dove alunni exalunni e genitori che coprivano complessivamente 8 anni della mia vita lavorativa mi hanno fatto sentire a casa, e raccontato le loro vite, come

al solito. "Ah, ma torno" ho detto. "E' un'ora di macchina, in effetti" ha detto lei. Gli exalunni una cena per vedermi la organizzano, lo so. Ma è il verde,

sono le colline, è la neve. Queste cose, le chiesette medievali, le stradine nel bosco, non potrò portarmele dietro. Però in questi giorni tremendi penso che

potrebbe anche andare a finire che la neve non la vorrò mai più vedere. E nemmeno i papaveri. E la nebbia. E le piogge primaverili sui fiori. E il campanile di

Paesino di Sogno. Ora sono col culo sui sassi di una piccola porzione di spiaggia libera, in città. Soffia un vento tiepido, umido, salato. Sta

alzandosi la marea. Non c'è il sole. Il mare canta qui davanti come se sapesse che deve convincermi. Ma non serve. Ci sto già pensando. Qui forse potremo andare avanti.

Poi naturalmente è un trascurabile dettaglio che ora trasferirsi sia diventato impraticabile, grazie alle nuove politiche del ministero. E che se va tutto come

deve andare la Princi abbia davanti altri 4 anni di scuola. E che la casa di mio padre e delle zie sia interamente da ristrutturare, e troppo grande, nel malaugurato caso che non ci si vada a stare almeno in tre.

Ma abitare a Genova è uno stato mentale, prima di tutto. Per anni "casa" è stata quella dove si tornava nel weekend. Prescindendo dal fatto che, come l'Uomo ha detto ancora 10 giorni fa, casa era dove lui stava con me. Ovunque fosse. E però lui usa il passato. Io uso il futuro. Una conversazione

così è impossibile. Possiamo usare solo il presente. Che per lui è una valigia nel bagagliaio. E per me un girone dell'inferno. A volte, solo a volte, un istante che batte le ali veloce, in un suo sguardo, e poi va via.

Ho camminato scrivendo fino ad avere le gambe dolenti, gli occhi stanchi, le labbra asciutte, i capelli un groviglio di vento, sale e sudore. Un'altra giornata è passata. Non mi sono ancora arresa.  

Uno dei locali più fighi qua sul mare sta già preparando per l'aperitivo serale. L'altoparlante sulla terrazza amplifica How to save a life. Che l'80 per cento dei malati di serie tv associa inesorabilmente a Grey's Anatomy stagione 1. Quella che io so

a memoria, perchè mi ricorda quando tutto stava per cominciare, quando ero anche io una specializzanda, che non aveva mai tempo per dormire, che non immaginava ancora di che cosa fosse capace, che aveva appena incontrato il suo dottor Shepherd e non lo sapeva.  

lunedì 29 giugno 2015

Why

How many times do I have to try to tell you
That I'm sorry for the things I've done
But when I start to try to tell you
That's when you have to tell me
Hey this kind of trouble's only just begun
I told myself too many times
Why don't you ever learn to keep your big mouth shut
That's why it hurts so bad to hear the words
That keep on falling from your mouth
Falling from your mouth
Falling from your mouth
Tell me
Why
Why

I may be mad
I may be blind
I may be viciously unkind
But I can still read what you're thinking
And I've heard it said too many times
That you'd be better off
Besides
Why can't you see this boat is sinking
(This boat is sinking this boat is sinking)
Let's go down to the water's edge
And we can cast away those doubts
Some things are better left unsaid
But they still turn me inside out
Turning inside out turning inside out
Tell me
Why
Tell me
Why

This is the book I never read
These are the words I never said
This is the path I'll never tread
These are the dreams I'll dream instead
This is the joy that's seldom spread
These are the tears
The tears we shed
This is the fear
This is the dread
These are the contents of my head
And these are the years that we have spent
And this is what they represent
And this is how I feel
Do you know how I feel?
'Cause I don't think you know how I feel
I don't think you know what I feel
I don't think you know what I feel
You don't know how I feel 

Se esistesse un Dio, mi avrebbe strafulminato domenica 25 maggio 2014. Incenerirmi sulla piazza di Paese col Maniero, farmi sprofondare giù giù giù giù per chilometri di crosta terrestre, magma, roccia fino alla bocca spalancata di Lucifero, far materializzare un arcangelo nerboruto che mi strappasse di mano il telefonino, mi estraesse per la collottola dall'auto, mi afferrasse la nuca e sbattesse fortissimo la mia faccia sull'asfalto del piazzale, tante volte, fino a farla diventare una poltiglia irriconoscibile. Sarebbe stato meglio. Questo è quello che vorrei mi fosse stato fatto, quella domenica mattina. O sarebbe bastato un SUV in sorpasso dietro una curva, forse. In quello posso ancora sperarci, magari. 

And this is how I feel
Do you know how I feel?
'Cause I don't think you know how I feel
I don't think you know what I feel
I don't think you know what I feel
You don't know how I feel  
 
E poi mi metto le perle e vado a cena coi ragazzi della terza e massaggio i piedi a mia figlia e chiacchiero del più e del meno con i negozianti e faccio la spesa. Forse è peggio che essere masticati da Lucifero, o del SUV dietro la curva. Ma lo faccio. 
 
Perchè sono tua moglie, ti amo, e non mi arrendo. E se c'è una via d'uscita da tutto questo, perdio, giuro che la troverò.

giovedì 7 maggio 2015

Fear of the dark

Anni fa, spiegavo a una prima che l'italiano è una lingua in cui, in linea di massima, a fonema corrisponde grafema e le sorprese, a parte il suono GL di cui sembriamo essere gli unici detentori insieme agli Spagnoli, sono scarse. Mi parte un esempio che mi riporta a quando, sedicenne, ascoltai la mia prima lezione di grammatica inglese in una vera aula inglese di un vero college inglese da un vero professore inglese: "per esempio, gli Inglesi devono studiare lo spelling delle parole, perché certe si scrivono con le stesse lettere ma si pronunciano diversamente, o viceversa, pensate a HERE e FEAR, poi FEAR si dice fìar ma si scrive come BEAR..."
E mi viene una battuta molto basic, di quelle che si fanno per svegliare i primini alle otto e ventidue di una mattina nebbiosa, "Fear of the Bear però suona bene, sembra il nome di un gruppo pop inglese degli anni Ottanta". Da allora, ogni tanto c'è stata, in quella classe, l'evocazione di un fantomatico concerto live dei Fear of the Bear, e tutti sorridevamo. L'Inglesina, Punta di Diamante, l'Incontenibile, Pasticcino Svizzero, Lagnosetta, Babbà, Terremoto, e tutti gli altri.

Ma ora io ho quasi quarant'anni e paura dell'orso non lo so, ma del buio che scende, ne ho eccome.
Addirittura i più vaghi segnali di tramonto mi fanno deglutire il primo groppo d'ansia, anche se sono ancora fuori e ho da fare. E non parlo della paura di non dormire, o di avere incubi, che mi sono portata avanti per buona parte del 2014 (e il 2015 a volte regge il confronto: l'altra notte, nello stesso sogno, ero bloccata su un'autostrada che finiva contro un muro, poi ero completamente nuda in ascensore mentre sul pianerottolo dove dovevo scendere c'erano il mio geometra e un sacco di altre persone... ma sognare che sto per morire perché è finita l'insulina, e che non me ne importa niente di morire, è decisamente peggio). Parlo proprio della paura di avere paura. Non paura: terrore. Cieco, irrazionale, come i bambini al buio appunto.

Non è l'EMDR che ho iniziato, perché è un fenomeno di poco precedente. Penso sia la situazione con l'Uomo. E il fatto che mi manca mio padre: non so perché ma da qualche tempo sono disperata di non poter parlare con lui di quel che sto passando, e sì che i quattro quinti di quel che ho vissuto ultimamente non so se avrei avuto il fegato di raccontarglieli, onestamente. Ma adesso ho bisogno di papà, dei suoi occhi attenti e delle sue parole pacate. Delle nostre lunghe chiacchierate di notte.

Stasera sono sola, Uomo e Princi a Firenze in gita, e ho da occuparmi del povero gatto cui abbiamo di nuovo asportato un tumorazzo e che sta smaltendo (male, tra l'altro) l'anestesia in bagno. Bagno nel quale mi s'è graziosamente fulminata la lampadina proprio stasera. Ho saltato un giorno di lavoro perché non ho chiuso occhio ieri notte, era la terza notte di fila, e mi sono alzata con un'emicrania talmente poderosa che non mi si apriva l'occhio destro. Così ho preso mutua e mi sono calata un'aspirina C alle otto di mattina, che mi ha almeno ridato l'uso dell'occhio, salvo poi accorgermi che mi erano appena arrivate le mestruazioni e quindi traballare per ore con la pressione scesa sotto la piattaforma continentale. Ho preso a male parole la postina e una rappresentante della Vorwerk che hanno osato scampanellare. Ho lasciato solo lo Zio Granduca che ha cenato in un tristissimo all you can eat giapponese per non disturbare il mio sdegnoso ritiro in tuta. Sono andata e tornata dal veterinario con la pinza nei capelli unti e una maglietta con uno strappo all'orlo. Ho mangiato quel che capitava e ridotto la casa un macello spostando cose senza particolare scopo.

Domani tornano grazie a Dio. Ho paura lo stesso, quando ci sono loro, e spesso vago in salotto alle tre di mattina, ma almeno di giorno sono costretta a sembrare normale. Però stavolta, dal medico, a farmi scrivere le goccine della felicità, ci vado davvero. Non posso andare avanti così.












mercoledì 4 febbraio 2015

Passare l'inverno

Tornata a lavorare dopo otto giorni otto, e neanche tanto in forma per la verità.
Stando a letto al caldo ti proteggi da molte cose, ti riposi da molte altre, però conti anche le cicatrici e, merda, sono abbastanza da tenerti impegnata per un bel po' di ore, mentre gli altri sono al lavoro.

Parlavamo di sentimenti molto molto privati e individuali e di questioni di fatica bruta matrimoniale, però non è che mentre qui ci si occupava di queste urgenze il mondo intanto stesse fermo eh, anzi questo primo mese di 2015, come dire, non si è posto particolarmente bene, no. E vedi intorno gente che soffre, gente che si arrabbia, gente che si rassegna, gente che molla. Gente che si agita. Senti parlare di divorzi, di litigarsi i figli tramite azioni legali, di ricominciare tutto in un altro modo da un'altra parte, di ripartire per una verde isola lontana, di chiudere con una città e seppellire il passato.

Cambia il presidente della repubblica e, mah. Non sai cosa pensare. Di lui, di Renzie, di tanti altri. Non riesci a seguire questa politica che sembra sempre uguale e sempre meno legata ai problemi del Paese, e vorresti che almeno almeno ti dicessero PERCHE' i legali di Berlusconi dovrebbero prometterci che nel 2018 il tristo figuro sarà rieleggibile. Voglio dire, avrà anche 82 anni per allora, ammesso che ci arrivi, e anche se si fa criocosare nella sua cripta di Arcore, non è che da surgelato sarà meno morto, più giovane, più onesto o più furbo. E se gli andrà di culo sarà ancora vivo e racconterà ancora sordide barzellette pensando di essere figo, ormai siamo rassegnati. Ma dovrebbero rieleggerlo? Fosse Fidel Castro, capirei il senso, ma solo fino a un certo punto comunque, che anche Fidel e Raul ragazzini non sono eh. E poi io in ogni caso volevo l'altro. Non l'Ernesto. Il Camilo. Che non se lo fila nessuno nei libri di storia perché è morto prima ancora del Comandante, ma era ridente coraggioso barbuto e bello.

Cambiano le carte in tavola, perché il preside non ci lascia applicare il regolamento e non permette di sospendere Sgamo. Sgamo fa il grandioso. "No ma è simpatico, il preside".
Castagna lo gela: "Sì? Mi fa piacere. Ma il preside è un reggente e tra massimo due anni se ne va. Noi restiamo. E' a noi che interessa che i ragazzi qui rispettino le regole. Quindi se secondo il preside tre note sul registro di cui due dalla stessa prof non sono sufficienti, e poi non sono in rosso, bene, del resto il preside non ci conosce e noi non conosciamo lui, ma la prossima volta che ti cade una biro dal banco la nota te la metto io, rossa e lunga così, e vedi che alla fine i conti li mettiamo in pari lo stesso."
Sgamo afferra il concetto.

Abitudini che avevi preso, e che ti facevano male, scompaiono. Altre che volevi instaurare, perché ti facevano bene, vengono sabotate.

L'amico di sempre, quello che consideravi finalmente davvero un fratello, si appella alle tradizioni incestuose delle famiglie regnanti di Game of Thrones e fa un ulteriore tentativo di diventare il diversivo nella tua travagliata vita sentimentale, e per l'ennesima volta prendi atto di avere allevato in seno, con sincero affetto, una persona le cui intenzioni non sono cattive ma nemmeno limpide. E lo sposti un po' più in là e continui a volergli bene, come a un fratello, sul serio,  ma smetti di dirgli come stai veramente, e ti senti un po' più sola.

Avevi programmato un bel Tibet da fare in tre o anche in quattro. La tua amica non ci verrà e tuo cugino nemmeno. Forse tua figlia, ma spiegarle come siete messi tu e l'Uomo ha fatto boomerang: non l'avevi mica pensato, che il tre è un numero maledetto e che di tre, uno si schiera sempre con uno degli altri due, e che non è mica detto che vada come fa comodo a te. Eppure la triangolazione padre madre figlia la conoscevi molto bene. Ma chissà. Credevi che fosse chiaro come l'acqua pura di un ruscello di montagna che ce la stavi mettendo tutta. Poi, dal di fuori, quel che sembra così chiaro dentro non si vede, ed è la storia della tua vita, che parli una lingua che capisci solo tu, per quello stavi per scappare via con qualcuno che, contrariamente a qualsiasi previsione, sembrava sapesse il tuo alfabeto più vero prima che tu potessi anche solo pensare una frase.

Il lavoro è sempre tanto e aiuta, e aiuta cambiare i mobili del salotto, e aiuta anche stare zitti perché si ha la tosse. E aiuta anche tossire fuori tutto lo sporco. L'inverno ha da passare, comunque, e poi. E poi?