Sono
tornata oggi da quella che per il momento mi piace considerare la mia
ultima vacanza da sola. Non credo ne farò altre. Il posto era bello,
per carità. E non è che sia stata via due mesi. Ma insomma, era
fuori tempo, fuori luogo. Non dico che non avrei dovuto partire, solo
che, probabilmente, non partirò più. Intendo per una vacanza che
avrei voluto fare con l'Uomo. Non per un weekend di yoga o un
convegno.
Poi
non mi azzardo a farne un proclama. In fondo, stanotte, che c'era
l'eclissi di luna, eravamo insieme su una strada buia, in mezzo alla
campagna (“C'è odore di piscio di vacca”, dice lui. “E'
l'odore del mais. È dolciastro”, dice lei, che lo associa a quella
tremenda estate di tre anni fa e alle camminate fatte piangendo), e abbiamo
visto una stella cadente. E se circa tre anni fa mi avessero detto:
“Tranquilla, che da qui a trentotto mesi sarete insieme a vedere
una stella cadente”, come cazzo avrei potuto crederci. Cioè, no,
ci credevo, io. Ma ero l'unica, quindi, se tutti ti vengono incontro
sull'autostrada, è ragionevole pensare che sia tu ad averla
imboccata contromano. L'imbarazzo dei miei amici che mi hanno presa,
e ancora mi prendono, per pazza, è quasi bello da vedere, ormai.
Comunque.
E' tempo di bilanci, mi sa. Leggevo stasera il libro della Andreozzi
sulle donne childfree. Non male, come riflessione, né come indagine
sociologica. Un po' contraddittorio qua e là. Pensavo, ma ci penso
da giorni, a tutto quanto, a come è iniziato.
Rivedo
una tizia castana che non sapeva cosa stava facendo, almeno otto
volte su dieci.
Un ragazzo coi ricci che improvvisava, ma
improvvisava da Dio. Ogni suo gesto e ogni sua parola erano quelli
del seduttore consumato, del bastardo per cui le donne si dannano
l'anima, senza che lui lo fosse mai stato. Dell'eterno fanciullo che
però adesso, con questa donna qui, fa sul serio, sul serissimo.
Impossibile, almeno per me, resistere a un tale mix di freschezza
autentica e contraddizioni.
Mio marito è tante cose, un uomo
intelligente, un leader, un cuore tenero, un tipo in gamba, e tante
altre cose, molto meno positive. Io li ho sposati
tutti e guai chi me li tocca, tutti questi Uomo. Diciotto anni che
pendo dalle sue labbra e mi do, e gli do, e do anche a nostra figlia,
il tormento, per conciliare il mio carattere, di merda ma piuttosto
compatto e univoco, con tutte le sue facce. Ma se chiudo gli occhi e
cerco il PERCHE', dell'inizio quantomeno, ma per essere onesti anche di alcune fasi
intermedie, mi ricordo solo che mi ha spianato
completamente con il suo fascino. Di fronte a quel sorriso non avevo
via di scampo. E non mi stupisce di non essere stata l'unica.
Quella
poveretta castana, così, poco dopo aver conosciuto lui, si imbarcava
di slancio, correndo su e giù per le scalinate di Genova e senza
sentire la fatica, in una storia che fin da subito era quella di una
donna molto più grande, molto meno viziata e molto più scafata.
Poverina, la portava avanti, lei, eh. Perdendo pezzi ovunque, ma senza
fermarsi mai. E non si parla solo di aver scelto l'Uomo, ma di tutto
il resto. Fare la pendolare, migliaia di colazioni, pranzi, cene,
notti, viaggi da sola. Non mollare un posto statale di merda.
Scrostarsi da una famiglia che non capiva. Il discorso figli, che qui
non si apre, come non si apre il discorso soldi. Un passaggio da una
chiesa a una filosofia di vita. Case, altre case, alberghi, affitti,
il mutuo. Pasticci sentimentali privi di senso, amicizie interrotte,
rotture gravi con parenti stretti. Tantissime ore di veglia, a crucciarsi mentre
tutti dormivano. Compresa stanotte.
C'è
un unico leitmotiv che si ritrova ovunque, se io guardo questa vita.
Di entrambi, ma per decenza parlerei solo della mia, che già
dell'Uomo mi rendo conto che non so come spiegare i molti mondi, i
molti pregi e gli altrettanti difetti, figuriamoci se dopo gli ultimi
quattro anni posso decifrare io un bilancio della sua vita. Basta
l'evidenza che lo stia facendo lui, che mai come ora sembra volere arrivare a un riassuntivo dei beni e dei mali, alla ricerca di senso.
Comunque
il leitmotiv della tizia castana è la confusione. Non il dubbio, no. La
confusione. Cioè, tuffarsi di testa e poi non capirci niente, perchè
la nuotata non è in piscina, col cloro, senza onde, con le corsie
delimitate dai galleggianti, ma in un mare agitato, che senza
preavviso è un gorgo, una pozza di petrolio, un uragano, una
bonaccia mortifera. E 'sta qui, che nuota, nuota, nuota, tra l'altro nessuno le
dice mai dove sarà poi una boa, dove issarsi su un molo a bere e
riposare, il salvagente spesso si buca, il sale brucia. Poi nuotando vede
anche albe, coralli, delfini, arcobaleni, lune scintillanti, isole
felici, creature oltremondane. Ma otto volte su dieci non ha idea di dove stia andando:
nuota per nuotare, perchè le piace, è il suo mare, se lo è scelto lei, si è tuffata lei, e soprattutto, se si ferma, annega.
Questo era vero anni fa ed è vero oggi.
E
c'è un altro leitmotiv, in effetti. Non sono mai annegata.














