Ho riletto, una notte in cui non dormivo, alcune vecchie cose rimaste a pietrificarsi nella cartella Bozze, che non ho mai pubblicato, e pensato di fare un po' di pulizia. Ma anche di salvare qualcosa. Anche in modo un po' casuale. E' una specie di catarsi, come molte altre cose che sto facendo in questo anno 2018.
Ottobre 2009 Autocoscienza 1
Ma poi te li porti via, dentro, sulla pelle, tra i capelli, e te li sogni. Sei al supermercato e vedi i mandarini e pensi: ho trovato, levo due spicchi a un mandarino e gli faccio vedere come si misura l'arco di parallelo. Sei al cinema e ti chiedi se il film che stai vedendo puoi farlo vedere a scuola o se ci sono troppe parolacce o scene di sesso. Leggi un giornale e ti ritrovi a girare come un pazzo su internet per ore, per documentarti su una roba di attualità che non c'entra un cazzo con quel che devi fare domani, ma sai che li prenderà da pazzi e gli farà venire mille collegamenti. Una delle mattine più belle della mia vita sono arrivata a Torino in anticipo e sono andata da Zanaboni a comprare libri, mi ricordo che ho preso una cosa sul feng shui, un Terzani e un paio di romanzi, e poi sono arrivata al liceo, in prima, coi sacchetti della libreria e li abbiamo aperti, io e le mie otto ragazze, come fosse Natale, per poi commentare cos'è il feng shui, chi era Terzani, chi è questo scrittore e cos'altro ha scritto, etc etc. Insomma la fusione tra la vita e l'insegnamento. Favoloso, ma poi? La mia vita senza di loro esiste veramente? O sono un guscio secco, e tutta la polpa del mio entusiasmo e della mia voglia di comunicare resta nella vaschetta del cancellino?
La
professoressa guardò l'ora mentre sfrecciava nel bosco e si disse
che non ce l'avrebbe più fatta ormai a prendere il caffè con
l'Orsone.
Pazienza.
Il
venerdì mattina dell'anno scolastico 2017/2018 è dedicato a
due missioni fondamentali:
1)
sentirsi
una madre meravigliosa, giusto
quei cinque minuti a settimana in cui non si lotta per aggiudicarsi
il Madre di Merda 2018, per il fatto di mettere la sveglia
alle 7 anche se si entra alle 10,45, fare il caffè alla figlia,
darle un bacino e sincerarsi
che abbia quel che le serve per la mattina a scuola, per poi
2)
dire, con
goduria appena celata, "torno ancora un po' di là" e,
mentre la figlia fuma una sigaretta facendo venire l'ora del pullman,
infilarsi a letto per un'altra oretta, in cui si dorme il sonno più
stupendo che ci sia, quello di quando anche l'Uomo non deve alzarsi.
E ricordatevi che io ho sofferto di insonnia a un livello che
clinicamente può bastare per spezzare un fisico, e ho rischiato
seriamente di perdere del tutto e per sempre l'amore della mia vita.
Per cui, ogni minuto che passo serenamente addormentata al suo
fianco, in orari in cui non riuscivo più a dormire da quando avevo
vent'anni, è come un altro giorno che sorge per uno che doveva
finire sulla sedia elettrica e invece è stato graziato. Poi il sonno
viene spesso sostituito, o meglio ancora seguito, dal chiacchierare
sotto le coperte con l'Uomo, e se qualcuno mi ha mai voluto bene e si
è preoccupato per me, dovrebbe origliare e sentire le risate con cui
inizio la giornata. Io amo il venerdì. Se mi dite a chi devo vendere
il mio corpo perchè l'anno prossimo nell'orario di entrambi ricapiti
una mattina così, lo faccio senza pensarci due volte.
Quella mattina, una serie di motivi costringeva a rinunciare al paradisiaco risveglio
del venerdì. Abbassando gli occhi sul telefono, la prof Castagna si
accorse di avere una telefonata del Gigante. Alle otto e cinque di
mattina? Lo richiamò nel primo punto della strada in cui, tra una
coltivazione e un bosco, le tacche del telefono tornavano ad essere
almeno due.
“Scusami,
volevo dirti che la madre di Quantoso'bono è già passata da scuola,
ma le abbiamo detto di tornare dopo, perché tu entravi in servizio
più tardi.”
“Veramente
io sto arrivando, comunque le avevo detto di venire dopo le 9, perché
sapevo che c'eri anche tu.”
“Ah ma io
sono già qua, comunque le ho parlato un po' io, poi però vedila tu,
ha detto di chiamarla al negozio quando siamo pronti.”
“Sono lì
tra 5 minuti.”
Poco dopo, il
Gigante sedeva placidamente tutto solo sulla panchina dell'ingresso.
La Castagna andò a sedersi al suo fianco. Si informarono a vicenda
brevemente su quanto c'era da fare nella mattinata. Poi lui sospirò.
Lei sospirò. Tutti e due sospiravano, per una volta, di
soddisfazione.
“Sono
proprio contenta.”
“Sì,
anch'io, è andata proprio bene.”
”Davvero.”
“Stamattina
sono arrivati, hanno posato le loro cose, quando è suonata la
campanella si sono infilati nelle classi, senza colpo ferire, non li
ho più sentiti, sono a casa loro.” “Meraviglioso.”
“Ora chiama
le mamme.”
“No,
Gigante, fammi aspettare un attimo, volevo salutare i Francesi. Sono
venuta prima anche perché la collega ha detto che mi ha portato un
pensierino che voleva lasciarmi prima di partire.”
Il Gigante
annuì, e restarono lì senza fare assolutamente niente, tutti e due,
per un paio di spettacolari minuti. Poichè entrambi sapevano di
esserselo sudato, questo istante, e sono cose da assaporare, prima di
rimettersi a correre.
3 giorni
prima
La Castagna era
sensualmente immersa in una miriade di temi sparpagliati sul letto
matrimoniale, nella prima giornata veramente calda della stagione
(“Hai presente Demi Moore nelle banconote? Ecco. Io però nei temi”
aveva scherzato con l'Orsone qualche giorno prima, e a lui era andato
di traverso il caffè, si suppone pensando a Demi Moore, comunque
la Castagna si era molto divertita).
Sul gruppo whatsapp di
Scuolina Rosa arrivò un messaggio che diceva: “La ragazzina è in
ambulanza con la sua insegnante, ti raggiunge la Bionda appena l'Inutile
torna da Montechiaro”.
Ovviamente era un errore averlo inviato al gruppo,
ma tutti si agitarono. Venne fuori che la simpatica prova di
resistenza per stroncare i giovani ospiti del gemellaggio (ore di
pullman – pranzo in mensa – salita a piedi al castello con 29
gradi e il sole a picco – discesa nel cuore della collina, a 5
gradi, nel museo ospitato dalle segrete del castello) aveva fatto una
vittima: la piccola R., che avrebbe passato le successive otto ore a
svenire e vomitare a intervalli, per la gioia della sua prof di
italiano e la costernazione dei genitori di Fulminato, che la
aspettavano a casa in quanto famiglia ospitante. Medico di Paesino di
Sogno, pronto soccorso, una notte in pediatria. La prof francese
rimase bloccata, dal momento di salire in ambulanza, fino alla mattina
dopo, senza vestiti per cambiarsi e senza cena. Mille telefonate e
sms dopo, la situazione si presentava così:
bambina francese
ricoverata
prof francese nutrita con
panini portati d'urgenza da casa della Brava Crista
prof Bionda e
prof Inutile rientrate a casa dopo aver fatto picchetto in pronto
soccorso, sostituite in pediatria da prof Troll e prof Bestia Nera
prof Castagna che uscendo
da yoga va a sua volta a vedere come è finita, trovando i colleghi
italiani e francesi finalmente seduti, alle 21,45, davanti a una
pizza.
Di lì a poco il commento
della Bestia Nera (della? Bestia Nera? sì...) sarebbe stato “Però
siamo proprio uniti quando c'è bisogno” e, poi, al Gigante, la
medesima Bestia Nera avrebbe detto “Mi pare che abbiamo fatto
proprio bella figura, nell'emergenza, e senza che nessuno ci
coordinasse”.
Due giorni prima
Il Presuntuoso, in giro a
fare danni nell'intervallo, come sempre, con Quantoso'bono e Riace,
pensò bene di insultare la Bidella di Burro, dandole della
passeggiatrice.
Ora. Al Gigante puoi fare
molte cose. Ma è un uomo d'altri tempi. Non toccargli nessuna delle
sue donne: mamma moglie figlia, ça va sans dire, ma nemmeno l'ultima
delle supplenti o la più antipatica delle segretarie. I suoi ruggiti
di quel mercoledì li udirono anche i leoni nello Tsavo National
Park, e si impressionarono. Convocò la Castagna da una parte
all'altra del corridoio sovrastando il caos dell'intervallo, e lei
sentì, più che vedere, la presenza attenta dell'Orsone che si
affiancava per accompagnarla. Solo che anche lei come leonessa non
era male, e quindi in due mosse veloci uncinò il ragazzino, che
cercava di capire da che parte gli convenisse girarsi per non farsi
fare troppi lividi, lo precedette davanti alla porta della sala
musica dove il Gigante si era rintanato tuonando, gli disse gelida:
“Tu aspettami qui, fermo” e andò oltre, lasciandolo lì
impietrito in mezzo a una fiumana di ragazzini che si divertivano.
Arrivò fino alla bidella, le chiese come fosse andata, tornò
indietro: l'Orsone ci aveva rinunciato ed era andato in classe, e il
Presuntuoso non era più lì. Per un attimo lo sguardo di Castagna
divenne quello di Ciclope e aprì un buco fumante nel pavimento, nel
punto in cui doveva trovarsi il ragazzo. Poi la prof vide
l'Impeccabile che fissava con le labbra smorte la porta della sala
musica: “E' lì dentro?” “Sì...”
Castagna entrò e, tra lei
e il Gigante, diedero a due voci al Presuntuoso la migliore anteprima
di un cazziatone delle superiori di cui fossero capaci, per poi
proseguire con nota rossa sul registro, trascrizione su diario e
spargimento della notizia in giro tra colleghi.
Perchè il genio aveva
pensato bene di fare la sua uscita la mattina prima di un consiglio
di classe, aggiungendo immediatamente all'ordine del giorno della
riunione un nuovo punto.
Nel pomeriggio, al
consiglio, la Castagna si schierò dicendo all'Orsone: “Io chiedo
una sospensione di tre giorni, stavolta, stammi dietro” e lui le
confermò che avrebbe sostenuto la sua idea. Non immaginava, la
Castagna, che invece non solo il Gigante avrebbe chiesto cinque
giorni, ma avrebbe strigliato tutti i presenti, compresa e
soprattutto lei, per non essere, a suo dire, abbastanza severi con
quella terza. E voleva le teste anche di Quantoso'bono e di Riace,
magari buttarli fuori dalla gita, etc. “Adesso basta fare tanti
sorrisi”, ringhiava. Tanto che la Castagna, un po' avvilita,
mormorò ai colleghi seduti vicino: “Ma se io mi alzo al mattino e
faccio culi tutto il giorno...”, cosa talmente nota a tutti che si
videro varie teste annuire, e persino lo Stronzo di Sostegno, nei
giorni successivi, si sarebbe premurato di dire a Castagna che, con
lei, la terza era inquadratissima. In ogni caso, l'unanimità dei
presenti chiese un provvedimento più duro del solito e Castagna
promise di parlare con le madri degli altri due moschettieri.
Quella sera, dopo molte ore
di scuola e molti discorsi, una stanca ma risoluta Castagna entrò in
casa alle sette e venti, si sciacquò il sudore, si pettinò i
capelli e si trasferì dentro una camicetta di seta e un tailleur gonna color cioccolato, per poi ripartire alle otto e dieci alla volta del
ristorante sulla famosa Piazza del Peccato, a Paesino di Sogno. Non
era entusiasta di andare a cena: Piazza del Peccato era sempre un
luogo a rischio di incontri ravvicinati del tipo meno indicato, la
Fraulein era malata e aveva dato buca, l'Orsone si era ritirato in
buon ordine, essendo in quanto orso assai poco propenso alle serate
sociali.
Ma la cena fu veramente
piacevole e bella: tutti erano contenti di essere andati d'accordo,
di essersi mossi in squadra, sia con l'emergenza salute della piccola
ospite, sia con la questione disciplinare, sia con l'accoglienza dei
colleghi stranieri. Di cui uno, pur insegnando in Francia, parlava
con lo splendido accento dei dintorni di Siena e soppesò, a lungo e
con soddisfazione, il vino, una Barbera di Vinchio, con cui
Bellissimo Padre, il proprietario dell'enoteca, ci stava facendo fare
ulteriore splendida figura.
Un giro di dessert e caffè
più tardi, Castagna usciva a fumarsi una sigaretta con Bellissimo
Padre sotto il portico, e gli diceva quanto era contenta di come
stava girando giù a Scuolina Rosa, e che lui non avesse venduto il
locale. Bellissimo Padre era ormai un amico e non faceva più il
timido quando gli facevano un complimento, almeno non con lei. Lei
guardava una falce sottile di luna sopra il campanile barocco, e
pensava a quanto amava il suo paesino, quella chiesa, quella piazza,
quella vista, quel locale, ogni pietra, ogni albero, ogni filo di
ragno, ogni pennellata di nebbia che si stendeva sulle colline. A
proposito di godersi ognuna della cose che si è rischiato di
perdere.
Un giorno prima
La mattinata di Castagna
era iniziata con un'ora e mezza di chiacchierata, mezza in italiano
mezza in francese, tra lei, due ragazzine straniere di cui una di
Mayotte (ma esistono veramente, allora, i famosi DOM e TOM!) e tutta
la prima dei Gini, che saranno anche Gini ma come ospiti sono
adorabili.
Ma poi ci fu la madre del
Presuntuoso. Cui il Presuntuoso non aveva mica detto di che natura
fosse l'insulto appioppato a Bidella di Burro. Toccò a Castagna (e
come ti sbagli) riferire le parole esatte e vedere la povera donna
scoppiare in lacrime per la vergogna. Fortuna che il Gigante, essendo
impegnato nell'organizzazione della seconda parte della mattinata per
i Francesini (gita a piedi in aperta campagna e picnic a base di
pizza calda servita sul prato di una chiesetta romanica), aveva
chiesto all'Orsone di accompagnarla. Non che di solito servisse
chiederlo. Quaranta minuti di ramanza al ragazzino, pianto della
signora e ragionamenti severi e pacati dopo, Castagna, stavolta da
sola, andò a convocare al telefono la madre di Quantoso'bono, di
nuovo!, e, ancora!, la madre di Riace. Tra la prima e la seconda
telefonata le era venuto un bel mal di stomaco e alla fine della
seconda una delle segretarie le disse: “Meglio se fai una pausa,
sei tutta rossa a chiazze in faccia”. La Castagna non intendeva
morire di problemi circolatori per la fatica somma di comunicare alle
madri succitate “Si ricorda signora che avevamo detto di sentirci
se c'era qualche problema? Ecco, dovrebbe venire a scuola a
parlarmi...”, ma oggettivamente si sentiva male. Nella stessa
mattinata, il vice aprì la porta della terza mentre lei interrogava
per chiederle dove fosse mai Belzebù. Assente, rispose lei, lui le
abbaiò “poi ti dico” e richiuse la porta. Gli alunni
esterrefatti le videro ingoiare un groppo di pianto: altre grane non
le avrebbe proprio rette... Lei cercò di dominarsi e disse con un
sorriso amaro una frase da registrare negli annali: “La vostra
classe è ...una cosa cardiaca.”
Al pomeriggio saggiamente
Castagna decise di non rimanere a scuola a preparare la festa di
addio, ma di passare un momento a casa a riprendersi. Pronti via,
siccome era sola a pranzo e nessuno le chiedeva niente, si addormentò
secca sul divano. Spaccare culi ai ragazzi è faticoso, dare notizie
di merda alle madri è molto peggio.
Al risveglio, il suo
cervello, che era andato a mille per parecchie ore, aveva rallentato
i giri, e all'improvviso ebbe un flash: cosa le aveva detto l'Orsone,
prendendo un caffè nello stanzino, tra una madre in lacrime e un
vicepreside dai denti sguainati? Che avrebbe chiesto a Preside Chic
se valeva per lui la pena fare domanda a Scuolina Rosa per i prossimi
anni, dato che la sua assunzione dipendeva dalla chiamata diretta. E
la Castagna era talmente suonata, dallo sforzo di far rispettare il
regolamento alla sua terza, che neppure gli aveva gettato le braccia
al collo.
Rinfrancata dalla
prospettiva di non essere mai più sola a fare fronte alle grane,
Castagna si mise un paio di comodi e freschi buddha pants, una
maglietta e i sandali e partì per scuola. Il bidello Guaglione, in
canottiera nera, appendeva festoni e palloncini. La Zuccherina di
Arte e l'Impeccabile preparavano cartelloni e bandierine con un
gruppo di Francesini. Gli altri giocavano a squadre in palestra, sul
prato e sul campo da beach volley (sì lo so, siamo troppo avanti ad
avere un campo da beach volley in mezzo ai vigneti, che volete farci,
è o non è la Valle delle Meraviglie?). Il Gigante preparava la
musica sulla LIM e ordinava pizze al telefono. Castagna e le altre
prof spacchettarono quintali di cibo, comprato o preparato dalle
famiglie, e disposero tutto in bella mostra nell'auditorium.
Arrivarono le famiglie ospitanti, i professori francesi, i colleghi,
e intanto Castagna scomparve in un bagno e ne uscì con vestitino
nero a fiorami, calze a rete e tacco medio, suscitando nel bidello
Guaglione il commento: “Eccallà, agge sbagliate tutte cose,
m'aviva a purtà nu frac”.
Poi ci fu la festa, e a
partire dalla famiglia di Fulminato, che voleva farsi la foto tutta
insieme con le due ragazzine francesi ospiti, tutti si fecero il
servizio fotografico, persino le prof con un gargantuesco carrello di
dolci, e poi sedute tutte in cerchio a finire la serata. Castagna
aveva supervisionato tutta la sera il pc della LIM, sul quale i
ragazzi francesi caricavano da Youtube brutti rap nordafricani,
canzoni semioscene in spagnolo e altra roba poco condivisibile (una
su tutte “Dame tu cosita” e annesso video con mosse trombatorie).
Poi i ragazzi erano quasi tutti usciti sul prato e lei aveva
iniziato a riordinare, mettendosi come soundtrack una più ascoltabile
“Love the way you lie”. Era allora comparso un ragazzino francese
con capelli disordinati e faccina sfigata, che educatamente chiesto
il permesso in italiano aveva digitato una sua scelta. “Revolution”.
Dei Beatles. La mandibola di Castagna si era sfracellata sul
pavimento della sala. Visto che questa prof pareva favorevole a un
po' di revival, il tipetto le aveva subito dopo proposto con mille
erre rotanti: “Questo è mio gRRRRupo pRRRefeRRRRito, eh?” e
aveva caricato i Police. “Message in a bottle”. Veramente. Lacrime. Commossa,
la prof gli aveva alzato il volume. Più tardi era passato ai Led
Zeppelin, ma a quel punto era definitivamente il suo mito.
La serata terminò con
professoresse stanche e felici, che avevano già mangiato la torta
panna pan di Spagna e semifreddo di fragole, ma mentre riordinavano
la cucina si sbafavano facendo le fusa i resti delle leggendarie
quiches della moglie del Gigante. Ore ventidue, cancelli chiusi,
scuola buia. Tutti soddisfatti.
A ciò si deve il fatto
che, la mattina dopo, mezz'ora prima di ripiombare nei casini
disciplinari, la Castagna chiedesse al Gigante un attimo di tregua, e
una meritata degustazione del sapore di cose ben fatte che aleggiava
per la scuola. E poco più tardi si attardasse un momento sulla
porta, insieme al Guaglione che fingeva di essere uscito per spazzare
il marciapiede, a guardare il pullman francese, che faceva manovra
nel piazzale e portava lontano, verso casa loro, trentacinque
ragazzini contenti. E, di nuovo, a pensare a quanto profonde fossero
ormai le sue radici in quella piccola sconosciuta fettina di Paradiso. Casa.
A Lhasa in provincia di Pisa, dove mi rifugio per la seconda volta in un mese, gli annunci mortuari sono come sempre rasserenanti. La gente di qui, prima dei 99, non si sogna di morire. E te credo: chi cazzo muore quando può stare a godersi 90 anni di aria buona, colline profumate, sorrisi e ironia toscana? Leggere il Vernacoliere ogni settimana secondo me mantiene in salute. E poi qui, se muori, male che ti vada ti reincarni in tre minuti, con i monaci tibetani che cantano mantra, il Dalai Lama che aleggia col suo sguardo gentile in ogni dove, e il rischio di incontrare Richard Gere da un momento all'altro. E se ti reincarni in un bacarozzo, in un lombrico, in un pidocchio delle piante, stai da Dio lo stesso, perché qui alle formiche fanno il sentierino, bordato di piccoli sassi neri, perché attraversino il cortile senza essere calpestate, e la lombricaia sta proprio sotto gli alberi da frutta e gli stupa della pace. Figurati se spruzzerebbero mai un anticrittogamico. Le formiche, che io sappia, attraversano da almeno 15 anni nello stesso punto, indisturbate. I lombrichi felici producono un concime talmente buono che ne basta un cucchiaino per avere ciclamini stupendi, e mia madre se lo fa portare su tutti gli anni.
E mentre al bar del circolo contemplo la sfogliatina holla hrema hotta, i biscotti bio e dei panini titanici, dall'aria succulenta, che sembrano appena fatti da una nonna amorevole per il nipote prediletto che gioca a rugby, dalla saletta tv non si sente un fiato. Mi affaccio e vedo i centenari nonnetti del paese che, in religioso silenzio, guardano la partita. Il derby Genoa - Samp.
Ecco.
Così, quando torno al monastero e attraverso di nuovo la zona del dormitorio maschile, per raggiungere la sola stanza libera che c'era rimasta quando, un mese fa, ho prenotato, ho fatto il giro completo della malinconia. Nonostante la bellissima giornata di corso sul pranayama, i pini marittimi alti dodici metri che vedo dal letto, le risate fatte coi compagni di corso e un cielo, ma un cielo, oggi così chiaro che vedevamo la Corsica coi monti innevati, e stasera così pieno di stelle che Galileo non doveva nemmeno sprecarsi a inventare niente per guardarle tutte... Eccoci di nuovo al punto di partenza. Non è come tre anni fa in quella cazzo di mansarda bianca dove non potevo chiudere occhio, e ogni visione della meravigliosa terra fuori dal villino mi straziava. Non è come l'estate scorsa, quando lo spettacolo dei ghiacciai spazzati dal vento di fine agosto mi faceva sanguinare gli occhi perché tu non eri seduto al mio fianco a guardare. Ma sempre allo stesso punto si ritorna.
Stamattina mi sono svegliata in un letto supercomodo, nel profumo di macchia mediterranea, nel canto di mille uccellini. E il primo pensiero cosciente è stato: "cosa ci faccio qui?".
Poi ho passato tutto il giorno a cercare un modo per farci parte delle vacanze estive, qui, a dire a tutti quanto vorrei starci un'intera stagione, a lavorare, seguire corsi, studiare, e passeggiare sotto gli stupa. Ho anche parlato per ore con gente che ha girato il mondo e aveva sul telefonino foto del salto Angel, di Bali, di Manaus, dell'Iguazu. Pensato a quanti posti magnifici bisogna che io veda ancora. A quante cose adesso avrei i mezzi di affrontare.
Ma alla sera, dopo una passeggiata al buio, una sigaretta sghignazzando fuori dalla sala di meditazione e un sacco di stronzatine divertenti condivise con gente che ha i miei stessi interessi, vado a comprare una bottiglietta di gassata e due biscotti al baretto, e i vecchini guardano il derby. E torno nella mia camera bianca e arancio con il cuore che piange. Posso andare ovunque, zavorrata da mille pensieri e rimpianti, o libera e leggera come in quest'ultimo mese. Posso sapere perfettamente che a casa mi aspettano diverse persone e situazioni che rendono la mia vita infinitamente più sopportabile di come era qualche tempo fa. Ma poi i vecchini guardano il derby. E io piango, perché anche in capo al mondo troverei sempre qualcosa che vorrei guardare con te.
Quantoso'bono, sempre nella sua fase animale strano, me la batteva da giorni, dopo che io avevo spiegato come bonus le ultime cose molto belle apprese nel mio Tibet, in provincia di Pisa.
"Facciamo meditazione?"
"Quando la facciamo, la meditazione?"
"Poi ce la finisce di spiegare, quella cosa della meditazione?"
Alla fine, dopo giorni di prove scritte a raffica, la Castagna ha trovato un momento adatto. Ma, ha specificato, meditazione è un'altra cosa. Ha detto che avrebbe spiegato solo un piccolo esercizio di concentrazione, in quanto utile ai fini del lavoro scolastico, e di scordarsi i mantra o il muro bianco degli zen. "Svuotate il banco."
Hanno fissato per 60 secondi un oggetto messo sul banco. La gomma, un astuccio, un pacchetto di fazzoletti, un evidenziatore, un portachiavi. Si sono impegnati sul serio. Io osservavo i volti. Mimosa a un certo guardava me, Wonder Woman si grattava la testa.
Poi hanno provato col banco vuoto. Occhi aperti. Occhi chiusi. Occhi aperti. Molto bello da vedere. Un gran silenzio. Visetti sereni. Anche il collega di sostegno ci si è messo. Pover'uomo. A volte, a forza di lavorare insieme, finisco a pensare che gli voglio anche bene.
Abbiamo commentato insieme le sensazioni fisiche, le distrazioni mentali, il flusso di pensieri. L'Avvocato: "Io veramente pensavo se la segreteria era aperta, per andare a chiamare per l'autorizzazione di oggi pomeriggio."
Erano affascinati. Ovviamente ne volevano ancora. Ho detto che non sono cose da prendere alla leggera e che non voglio trovarmi un genitore ad accusarmi di indottrinarli al buddhismo. Ma adesso, mentre scrivo, mi viene in mente che oltre ai mantra esistono i sankalpa e quelli, lo sanno bene anche nelle grandi aziende moderne, servono a motivarsi, a focalizzare, a essere efficaci. Proverò a proporne alcuni. Anzi, farò i bigliettini e ognuno si sceglierà il suo. Va beh. Fingiamo sempre di non sapere che ho passato metà delle vacanze di Pasqua a lavorare e che domani è l'ultimo giorno utile per esercitarsi prima delle maledette Invalsi online, e pensiamo al futuro. Per il momento ho detto loro che non ho niente contro il far vedere alcuni esercizi yoga utili al lavoro scolastico, così come anni fa ho fatto vedere l'albero a una classe che affrontava un momento di paura di tutto.
"E com'è l'albero prof?" sono scattati. "Eh, bisogna levarsi le scarpe, per farlo bene..." Voci maschili indignate: "Ah no no, allora no." "Ma non adesso, non oggi, veniamo una volta che ci siamo accordati, coi calzini puliti e i piedi appena lavati, uffa come siete anche voi però... dai, una volta ci mettiamo d'accordo e lo proviamo." "Ma non ce lo può far vedere lei intanto?" "Sì ma mi serve un..." "IO!!!!!" ha urlato Belzebù, e si è teletrasportato al mio fianco vicino alla cattedra. Non l'ho neanche visto, tanto s'è mosso in fretta. E ci siamo bilanciati, prima su un piede poi sull'altro, sotto lo sguardo attento dei suoi compagni. "Cosa fa la tua gamba, R.? Sta ferma?" "No, trema!" "E va bene così, altrimenti saresti già caduto..."
Ho spiegato loro che se vogliono capire cosa si intende per flusso mentale devono provare shavasana, che fa paura a un sacco di gente. Per il nome (e infatti i maestri spesso la chiamano, gentilmente, in sanscrito, o con una pseudotraduzione tipo "posizione del riposo" o "della quiete", quando i due nomi tradizionali sono "posizione della morte" e "posizione del cadavere", e io alle mie alunne lo dico: pensate a quando tutte le cose per cui vi incazzate oggi non saranno più affar vostro). E perché la mente non sta ferma un attimo. E ho detto loro che alcuni in shavasana si alzano, si agitano, si fanno venire l'ansia, o piangono, o dormono. Hanno capito benissimo.
"Se volete, la prossima volta che abbiamo tempo dopo un periodaccio di prove, ci portiamo un telo per sdraiarci, ci esercitiamo un po' sulla concentrazione e ve lo faccio anche fare, il cadavere, insieme ad altre piccole cose come l'albero, che ci insegnano qualcosa sulla fiducia in noi stessi."
"Sì ma prof" è spuntato Belzebù, tornato al banco, dove evidentemente stava rimuginando da un pezzo su un problema più estetico che igienico: "il pavimento è sporco, se mi metto in calzini poi mi fa schifo rimetterli nelle scarpe..." "E noi ci portiamo un paio di calzini apposta per fare yoga, no?" "Giusto, prof" mi ha detto, guardandomi come fossi una grande saggia.
Non siamo andati in montagna oggi, e neanche alla mostra, e neanche al cinema. Tu non avevi voglia di uscire né di camminare né di cucinare. E' stata una serata bellissima, però.
Oggi mi hai rimproverato perché non ho voluto assaggiare il pollo e per le cimici che ho trasportato in camera insieme allo stenditoio e per aver perso di nuovo la chiavetta del pc e per la mia macchina sporca e in disordine. E per le patate con la buccia. Il mio cuore cantava.
Ti sei addormentato subito. Hai addosso la maglia grigio chiaro a maniche lunghe con lo scollo a V che mi fa morire.
Sono tornata quatta quatta in salotto a scrivere, perché qualcosa nel cielo di oggi che cambiava di continuo, col vento che sbatteva tutto, e qualcosa nella nostra passeggiata del pomeriggio, e qualcosa nel film di stasera mi hanno spinto al bisogno di tirare un bilancio. Non sapevo se volevo parlare del passato, del presente, del futuro. Volevo scrivere un post per provare a spiegarti come sto, nel dubbio che a volte tu ancora legga questo blog. Immaginare che un giorno tu arriverai a saperlo, come sto. O meglio, a dirmi che lo sai. Perché lo sai.
Volevo scrivere un post su tutto quello che pensavo di diventare e non sono diventata, e tutto quello che credevo di non poter diventare mai e invece sono diventata. Volevo scrivere un post su quante cose che per altri sarebbero rimpianti per me sono meraviglie. Volevo provare a dire che la mia vita disastrata, in giorni come questi, non solo mi sembra dolcissima, ma mi sembra interessante, viva, mia. Che ogni tortura che tu mi infliggi e ogni delicatezza che un altro potrebbe usarmi spariscono quando svoltiamo nel parco, sotto un colonnato di alberi, e siamo io e te. Che sposare te è stato una follia come partecipare alle Olimpiadi senza essersi allenati, ed è a tutti gli effetti la cosa migliore che abbia fatto nella mia vita. Che volevo tre figli coi nostri stessi occhi ,e invece stasera guardavamo "Logan" e pensavo che in nostra figlia c'è tantissimo del nostro DNA e tu e lei siete perfetti, incredibili, la cosa più bella che abbia mai visto. Che è tutto giusto così, perché noi siamo NOI, non gli altri. E all'improvviso ho ricordato le parole di una scena che tutti, nella mia generazione, abbiamo visto.
"Il fatto di non sposarmi è una possibilità che in qualche modo potresti valutare? Voglio dire, per il resto della tua vita..."
Poiché mollare, è chiaro, non si molla neanche stavolta. E se ci vorrà un anno, ci metteremo un anno. E se ce ne vorranno due, ce ne metteremo due.
Ma le ferie, si sa, sono infide. Oggi perciò concentriamoci su quanto stiamo producendo, e evitiamo di piangerci addosso.
Tre piccole cose che mi fanno sorridere. Piangere, anche, quando gira male. Ma in generale, va bene riportarle qui, perché sono piccole cose, uno non è che possa sempre stare sotto le bombe come la Germania del '45, a pensare ai massimi sistemi causandosi una crisi di senso ogni 72 ore, e che cazzo, oltretutto adesso è iniziata una roba* per cui al mattino apro il telefono e ci trovo dentro materiale per non dormire per giorni. Poi dice trovare qualcuno con cui condividere lucidamente e senza atteggiamento giudicante, sì è bello, ma belin, la lucidità taglia come il vetro.
(* detta roba non riguarda solo me, quindi per ora manteniamo il silenzio stampa)
Quindi, le piccole cose.
1. La Castagna e la Caramella si attrezzano per partecipare alla straAsti. Dacché le seghe mentali, hanno scoperto gli studiosi nel 2017, possono essere fatte in due modi, nel letto ingrassando, o su strada dimagrendo, ed entrambe hanno optato per la seconda, con serietà, ormai da mesi. Quindi la Castagna sostiene sia il caso di esternare quanto si diventa fit quando si è incazzate col genere maschile.
2. L'ultima volta che ho fatto la prof di sostegno avevo 29 anni. Non pensavo di rifarlo, e men che meno di potermela prendere come una vacanza, ma da un semplice disguido organizzativo è uscita una roba inaspettatamente piacevole, sarà perché l'Orsone è davvero il collega con cui viene bene tutto, penso che solo con la Fraulein potrei avere una simile intesa. Beh no, ce l'avevo anche con la Compagna, cazzo come mi manca. Comunque ero sincera quando ho detto che l'esperienza mi aveva ringiovanito. Da qualche giorno si nota con chiarezza che anche lui si sta facendo due conti su dove la trova, un'altra con cui lavorare in assoluta simbiosi come con me. Bene, che se li faccia. Io, totalmente disillusa dalla vita, mi limito a pensare come se il mondo finisse anche quest'anno col trenta di giugno e dopo le colonne d'Ercole ci fosse il gran fiume Oceano con abissi e kraken. Sono stanca di cercare conforto in figure esterne, a tutti i livelli.
3. Ho sognato di nuovo il mare, e il piccolo chien che saltava e starnutiva all'idea di uscire con me. A causa degli incontri che faccio tra le cascine, con la Caramella, e della sua tendenza a mettere le mani in bocca a qualsiasi cane veda, o a farle mettere a me, come qui sotto è documentato, per poter scattare foto. Io all'inizio resistevo, ormai cedo, ed è impressionante quanti cani possano somigliare alla De come fratelli e quanto mi commuova ogni volta notarlo.
Poi, all'improvviso, eccoli. Tre settimane fa non prendevano sul serio niente. Adesso sono una terza.
La Castagna entra e ne mette cinque a recuperare il tema, sette a ripassare latino e gli altri sugli esercizi di grammatica, poi ne interroga due, passa a dettare il compito in classe di latino, ne manda quattro al pc, intanto che svolgono i vari lavori mette a posto i voti. Silenzio da chiesa. La Castagna entra e mette su il filmato sulla prima guerra mondiale e loro prendono gli appunti della volta prima, da soli. Tutti, anche Belzebù. La Castagna chiede due ricerche scritte a mano, una in Prezi o PowerPoint, e di sbattersi da soli a provare la seconda simulazione Invalsi a casa, e non battono ciglio.
E intanto li guarda. Sta per andarsene un'altra cucciolata. Erano minuscoli, e tantissimi, ventotto, ricorda che, al loro arrivo, sembravano più piccoli degli altri e facevano un casino inenarrabile. Giovedì scorso li ha divisi in due gruppi con l'Orsone, per il lavoro pomeridiano, e il gruppetto scrauso è finito a sedersi nell'aula che era la loro vecchia prima. "Si ricorda prof, io ero seduto là", "Io qua" "Io ero in banco con..."
E me lo ricordo sì. Mannaggia.
Ho avuto un frontale con Quantoso'bono, qualche tempo fa. Mi aggiro tra i banchi, inizio ora di Storia, facendo domandine di ripasso, chiedo una cosa a uno che non la sa, giro la domanda su di lui e mi sento rispondere: "Ma che ne so, io!"
Il resto della classe va in apnea. Si sentirebbe una piuma cadere a terra. "Vai fuori", dico io, a voce bassa. Tenta un "no", ma si sta già alzando. Esce, senza sbattere la porta per fortuna. Io allungo la mano verso il diario sul suo banco, lo prendo, ma resto un attimo lì. Sanno tutti esattamente cosa sto facendo. Sto pesando la sgarberia di A., e decidendo se la nota è da diario o da registro. Questo ragazzino lavora con me da due anni e mezzo e ha dato risposte del cazzo a tutti (famoso il settenario "ma io devo pisciare" con cui ha reagito al fatto che la Pallida non gli desse il permesso di andare in bagno); a tutti tranne che a me, che fa, comincia ora, a tre mesi dall'esame? Sarebbe da registro, sì. Il resto della classe ormai è in anossia. Ma nessuno sa che il giorno prima la mia mammografia è andata non bene, ma benissimo: Camilla, la mia cisti, è sparita. E questo mi predispone alla benevolenza universale. Quindi, la nota va sul diario. Anche se, insomma.
Quando, dopo un po', Quantoso'bono è di nuovo in classe, controllo le autorizzazioni per il pomeriggio di potenziamento di Storia, e lui si è scordato di farsela scrivere. "Telefona a casa, ma magari valuta se ha senso che ti fermi tre ore di più, per una materia che non ti interessa". "Ah, decide lei" mi fa. E io: "No, dovresti decidere tu, e valutare cosa decidere nel tuo interesse".
Più tardi, mentre sono in prima, il bidello Guaglione, che è un uomo di notevole spirito d'osservazione, si affaccia e con aria di totale scanzonata casualità e innocenza mi fa: "Professoressa scusate, è venuta una mamma, per un'autorizzazione, non ho capito". Io sto già per rispondere che dopo la guardo, poi realizzo che deve essere la genitrice di Quantoso'bono e faccio: "No... È già andata via?", al che il Guaglione si illumina di un sorriso birbante: "No, professore', ve l'ho fermata io, ho pensato che, va' a sapere, ci volevate parlare, nell'atrio sta". "Lei è un santo".
Mi sparo in corridoio e trovo il ragazzino che sta raccontando la sua versione dei fatti a mammina. Gliela servo riveduta e corretta. Mi aspetto scuse che il moretto non mi dà, mascella inchiodata, occhioni gonfi ma fissi sulla madre. Lo rispediamo a lezione, io e la mamma parliamo un po', poi quando lei se ne va io mi giro, e valuto se stampare un bacio al bidello trentenne verrebbe considerato adulterio. Lui mi guarda con aria goduta: "Nun m'è piaciuto proprio, a me, come gliela stava raccontando a sua madre." "Lei è bravissimo, Guaglione, sono davvero colpita".
Pausa pranzo. Torno dal bar e trovo Quantoso'bono con tre o quattro ragazze della classe, nell'auletta sostegno, a mangiare. Lui con quattro morsi ha spazzolato l'abbondante panino portato da mammà, e aspettiamo che le più delicate e raffinate compagne sbocconcellino, come miss Melania e miss Rossella, il loro pasto. Perché dò ordine di non alzarsi finché non hanno finito tutti, per dare agio a chi mastica di godersi il cibo. (Qualcuno mi dice, con aria incuriosita dalla propria disponibilità ad obbedire: "a casa non lo faccio mica".) Mi siedo su un banco e vengo coinvolta in non so più quale conversazione delle ragazze, e intanto il ragazzino poggia un gomito sul ginocchio, la guancia sulla mano e mi fissa dritto, per minuti interi, con un sacco di cose che gli passano sul viso. Penso che mi chiederà scusa. Invece non lo fa, ma al pomeriggio lavora bene. E anche tutti gli altri pomeriggi dopo.
Giovedì devono preparare un'esposizione orale in piccoli gruppi, io passo tra loro, commento, ascolto. Lui riparte con lo sguardo profondo, fisso, mentre parlo coi suoi compagni. Ma non sta attento a quel che dico. Mi guarda come se dovesse parlarmi, e so che non lo farà. Capisco due cose: che non mi mancherà più di rispetto, e che l'ultimo giorno di scuola mi abbraccerà in lacrime. Come già molti sbruffoncelli dal cuore di panna con cui ho avuto a che fare.
Venerdì sono chini su una tabella di geografia, di cui devono analizzare i dati per iscritto. Giro tra i banchi. Quantoso'bono è temporaneamente in banco con Belzebù, che non sarebbe una coppia di mio gusto, ma in effetti, pur essendosi messi vicini con la solita faccia da "e ora facciamo casino", sembra si stiano impegnando. Passo dietro di loro e li interpello: "Qua che si fa, si lavora? Sì, direi di sì." Quantoso'bono, al sentire la mia voce, immobilizza la schiena, inspira e, io, che sto allungando una mano per fargli una carezza sulla testa, colgo un lampo del suo sguardo buttato sopra la spalla, che aspetta di vedere cosa faccio, e allora dirotto la mano dai suoi capelli nerissimi a quelli biondi di Belzebù, e glieli scompiglio tutti. Belzebù è abituato alle coccole perché, con tutti i suoi problemi, è in cima alla lista delle mie preoccupazioni, e anche di quelle dei colleghi, più di quanto lui stesso sappia. Proseguo nel giro. E mi sento un po' stupida. Ma a quattordici anni anche io ero un animale strano. E il mio lavoro, in buona parte, si fa cogliendo sfumature e differenziando ogni occhiata, ogni gesto, ogni tono di voce, perché ognuno di loro trovi quello di cui ha realmente bisogno nella relazione col docente. E non è di una carezza sui capelli che A. ha bisogno adesso. Nemmeno di un calcio in culo, come invece sostengono i colleghi. Anche io avrei voglia di abbracciarlo, ma aspetterò l'ultimo giorno di scuola. Perché tra il bambino e l'adolescente, per qualche settimana, c'è l'animale strano, una creatura fragile e selvatica che pochi riescono a vedere, e praticamente nessuno a trattare nel modo giusto. Ma quando lo incontri, se riesci ad avere il cuore puro, per un attimo è come vedere un unicorno.
La Mater sta bene, ogni tanto le sto addosso per qualche piccola cosa medica, un controllo, una cataratta, un momento no con l'umore, la pressione, però nel complesso è tutto regolare. Sicuramente siamo usciti dal cupo tunnel di pensieri neri dell'anno scorso. Col bel tempo verrà di nuovo su a Asti. Adesso abbiamo in programma un pezzo di vacanze estive insieme, di nuovo in Valle, e poi un convegno a Roma, a settembre, e ci piace, parlare di quello. Nonostante ciò che l'estate negli ultimi anni ha significato. Il punto di vista su cui mi baso io è che, dopo l'estate 2015, posso immaginare di sopravvivere a tutte le altre, salvo il caso di decesso, o forse anche in quel caso, dato che non si può dire che io fossi viva, nel 2015.
A proposito di estate 2015: la settimana prossima torno dai buddhisti, per uscire un po' di qui e per sfatare il ricordo tremendo di quella settimana d'agosto. Non c'era quasi posto e mi hanno dato una camera in condivisione, ma io avrei preso anche una cuccetta in dormitorio comune, sempre per il principio se non sono morta allora, o, forse, essendo morta allora.
Sanguedelmiosangue lavora a Genova e pare aver trovato la sua futura professione, quella del counselor. Che dire. In fondo l'unica scuola superiore dove si sia mai trovato bene era il sociopsicopedagogico. Ora si è iscritto al master, e poi staremo a guardare. Non lo vedo male.
La Zia Buona non c'è più, ma io continuo a dimenticarmelo e a pensare di andarle a raccontare come sto e cosa fanno l'Uomo e la Princi.
Del resto della famiglia, a parte gli Psicozii su cui ho aggiornamento quotidiano dalla Mater, non so più niente. Cioè, a volte mi scrivo con la Cugina Bella dell'Uomo. Interrotto tutto il resto, l'ultima volta che mia cognata mi ha trattato normalmente era il mio compleanno, un paio di mesi fa, e credo proprio che non ci saranno altri contatti per un bel po'. Questo perché le ho fatto dare una sbirciatina dietro le quinte e devo averla messa ben bene in difficoltà. Cioè, non io. L'Uomo. Ma è ovvio che è più semplice interrompere i rapporti, del resto ormai solo whatsappici e sporadici, con me. Anche qui, vedremo. Sono molti i cadaveri che sto guardando passare dalle rive del fiume, o forse è il mio cadavere che, galleggiando portato dalla corrente, vede molte rive: ma prima che pensiate quanto è funereo questo post, vorrei dire che non parlo con dolore né con astio. Guardo l'acqua scorrere, con distacco, tutto lì. O il paesaggio cambiare, se quella che scorre sono io. Era fisiologico che, con tutte le bugie che l'Uomo seminava in giro, crescesse una giungla inabitabile. Ma io ancora mi sveglio con lui nella capanna sull'albero: quindi, sai quanto cazzo me ne frega di cosa ci sia a terra, o appeso alle liane tutt'intorno, alla fin fine che si fotta chi non capisce, chi non ci tiene, chi non cresce. E con questo ho sistemato in blocco quattro suoceri, anche se forse farei un'eccezione per la Suocera Aggiunta, ma non lo so. E diversi zii cugini e parenti minori. Va da sé che, quando dovessimo riprendere a frequentarci, io sarei così adorabile, gentile, disponibile e superiore alle provocazioni che tutti si domanderebbero come sia possibile aver sospeso i rapporti con me per tanto tempo. Figuratevi se potrei mai perdere del tempo a farmi le mie ragioni, o peggio a incazzarmi, nel momento in cui avessi appena fatto saltare il banco.
Io
sono sempre Castagna. Ma coi capelli più corti. La figlia era
preoccupata: “Questa non è una spuntata, eh, sei sicura, eh”.
Poi era entusiasta: tagliare vuol dire una cosa sola, lei lo sa, e
due giorni dopo se li è tagliati anche lei della stessa lunghezza,
mi ha buttato le braccia al collo e mi ha detto: “Così siamo
uguali!”. Cancellando di colpo, per sempre, circa dieci mesi di
merda, sui dodici del 2017 passati insieme. La Caramella sostiene che
sono dimagrita, che non mi ha mai vista così in forma. Io non passo
a salutare la bilancia da mesi, secondo me non ho dato via un grammo,
ma mi sento meglio, sì. A parte i postumi di San Valentino, ma
adesso posso gestirli, credo. Di sicuro non ho gestito un colpo basso
veramente gratuito, assestato con maestria nella navata del centro
commerciale, tre o quattro giorni prima di Natale, che è stato il
vero motivo del taglio di capelli. Ma lì non c'entrano né l'Uomo né
l'altro, quello per cui non cambiavo pettinatura da anni. La Princi
era presente, ma non ha colto, incredibile. Meglio così.
L'Uomo
è qui. Ecco. Forse me ne sto di dire solo questo. Che sia un bene o
un male, ai posteri.
La
Princi è sempre fidanzata col Padreterno, ha portato una pagella
senza nessuna insufficienza, visto per la prima volta la Valle
d'Aosta e comprato, sotto gli occhi di una Castagna deliziata, tutto
l'abbigliamento per la sua prima esperienza di sci, che è domani. Le
sono successe un milione di altre cose, di cui non parleremo qui. E'
più calma. E' cresciuta ancora. Sta andando a lezione di teoria per
prendere la patente. E' bellissima. Ogni volta che l'espressione
“l'Uomo è qui” assume una connotazione negativa, mi ritrovo a
pensare a come sta crescendo lei. Anche finisse malissimo, per noi,
valeva la pena, per lei.
Cavallino
e la Tipa avanzano a testa alta tra i marosi, senza perdere di vista
la meta. Tentiamo di pranzare insieme un po' più spesso, ma restiamo
comunque sempre indietro sul numero di discorsi da fare. I loro
bambini crescono in età, statura e intelligenza. Nipotina è alta due centimetri meno di me, e ha scelto il liceo per l'anno prossimo, santissimo Iddio, il LICEO, sì lo so che la Princi è in quarta superiore, ma lei è arrivata che era grande, Nipotina nelle foto del mio matrimonio è una polpetta rosa chiaro, che succhia dal biberon. Il Coccodrillo, peraltro, è preiscritto alle medie. L'Orsetto di Montagna anche. Non so quanto durerà questo blog ancora, ma ci sono forti dubbi sul poter continuare a chiamare Orsetto un ragazzo che guida la moto, e Coccodrillo poche settimane fa ha scoperto che lo chiamo così e si è incazzato. Nipotina sarà sempre Nipotina, senza problemi, anche quando si sposerà. Oddio. Perché un giorno si sposerà. Ma io allora sarò già stata stroncata da un infarto alle nozze della Princi... SOPRATTUTTO se sposa il Padreterno. (Sì lo so, sarò una suocera di merda. Scusate, ma io mi sono impegnata, con risultati tutti da valutare tra l'altro ,a essere una figlia responsabile, una buona nipote, una moglie amorevole e una madre almeno ai limiti della decenza, il prossimo obiettivo della mia vita se mai sarà fare la nonna, per la suocera non ricordo di aver mai promesso niente, oh.)
LA VERITA', NIENT'ALTRO CHE LA VERITA', SUL MESTIERE DELLA PROF. OVVIAMENTE DAL MIO PUNTO DI VISTA. E UNA VITA DA PROF TUTTO INTORNO.
Chiaro che questo blog è una roba mia personale e ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001 non costituisce attività di tipo giornalistico; non ho intenzione di violare gli altrui diritti al copyright usando links o foto prese dal web, e comunque, se continua questo andazzo, mi epureranno lo stesso, perchè insegno ai miei alunni a pensare con la propria testa.
Penso, parlo e agisco come la gente di mare, ma sto nascosta tra le colline, nella nebbia e nel ghiaccio, per scelta consapevole. Grazie alla convivenza quotidiana con una cinquantina di preadolescenti, resto giovane dentro e fuori, e sorrido molto. Piango di rado, almeno esternamente. Rido volentieri. Quando mi incazzo o devo farmi obbedire, supero i decibel del ruggito del leone. Nella vita sono innamorata di due cose: perdutamente, della scuola pubblica e di tutte le sue infinite disgrazie, e, burrascosamente, dell'Uomo. Alleviamo tra molte avventure una piccola tigre che qui è indicata come la Princi, essendo noi i suoi fedeli sudditi e lei la nostra implacabile e fascinosa regina dagli occhi d'Africa.