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sabato 31 luglio 2021

Nuovomondo

 Non ho proprio idea di come sia successo, ma siamo oltre la metà del 2021 e questo blog, per quanto molto anchilosato, ancora è qui a testimoniare della mia vita. Come prof e come persona. 

Solo che è passata la fase di detta vita in cui mi ci aggrappavo per non sentire la solitudine, per sfogare qualsiasi paturnia, e intanto i blog quelli belli, che seguivo sempre, sono diventati ad accesso controllato o si sono persi per strada. 

È anche passata la fase della vita in cui avevo tempo di scrivere ogni giorno. Ho iniziato a trentatré anni e, se oggi incontrassi la persona che ero in quel periodo, le darei due schiaffi e una bella svegliata, perché era una piccola idiota, bloccata da mille paure e cieca a ogni cosa che non fosse il suo bisogno immediato di sollievo. La signora che scrive oggi è una quarantacinquenne parecchio disillusa, ma molto più solida.

In comune, la Castagna versione 2009 e questa di adesso hanno solo la professione, la passione sviscerata per la professione e le grane della professione, pur se anche in quella l'atteggiamento è molto diverso. E se, certo, da matura si lavora meglio che da acerba, io però quella trentaequalcosenne che si faceva un mazzo così non la giudico affatto male, aveva altre risorse rispetto all'esperienza, comunque sapeva giocare duro, dire la sua e guardare lontano. Quest'anno, che ho lavorato gomito a gomito con l'Altissimo, poi ribattezzato Dottor Carter, che era mio alunno all'alba della mia scalata alle graduatorie e in questi mesi è stato il mio coordinatore in una prima, ho capito cosa vedevano in me all'epoca i docenti più esperti, quando decidevano di fidarsi nonostante la mia giovanissima età. Ci sono, semplicemente, quelli che per questo mestiere sono tagliati e punto. 

Ma andiamo con ordine.

Intanto per cominciare, questo blog è nato e si è sviluppato quando avevo appena finito il mio primo anno come titolare a Scuolina Rosa. Io da esattamente 12 mesi non appartengo più a Scuolina Rosa, e solo qualche giorno fa sono riuscita a tornare a Paesino di Sogno senza una stretta micidiale al petto. Però va detto che far parte di Scuola Vintage è come aver finalmente passato la selezione per i nazionali, dopo aver giocato per anni a livello locale. Credo anche di essere capitata lì in un anno in cui tra gli atleti nazionali venivano selezionati quelli da mandare ai mondiali, o almeno lo spero, perché se il ritmo dovesse essere sempre lo stesso, come giustamente diceva la Mater, io lì ci duro cinque anni. ("Ah, sicuro, non arrivo ai cinquanta, ma muoio felice", le ho risposto.)

Poi ci sono stati alcuni eventi maggiori nella mia vita. Su tutti diventare mamma della Princi, ma anche perdere tante persone per strada: chi ha svoltato per motivi più o meno chiari, chi è stato preso dalla Nera Signora, chi è andato a vivere lontano. Chi è andato via, lasciando la città a bruciare fino alle fondamenta, e poi è tornato e dorme qui sulle ceneri ancora tiepide. 

Però, anno Domini MMXXI, non è che io abbia solo croci da contare. Anzi. Sembra che, dalla parte di qua della pandemia, quella dopo la paura e prima del controllo totale delle menti, io ci sia arrivata in questa modalità: bionda, forte, piena di amici e relazioni significative, con tante "mie" persone attorno, abitudini più sane e palle decisamente più quadrate. Forse perché, se sbatti la faccia nel cemento un po' di volte, ma anche quando sei ridotto a una maschera di sangue continui a urlare "Però ho ragione!!!", e poi alla fine viene fuori che AVEVI DAVVERO ragione, gli altri finiscono per fare un passo indietro e guardarti fare. E tu, dopo un po' di chirurgia maxillofacciale ed estetica per poter di nuovo respirare, masticare, guardarti allo specchio, in questo spazio che gli altri ti lasciano ti ci muovi.

E quindi veniamo alle grandi notizie del 2021, che è un giro di calendario a dir poco interessante. Intanto si è visto che si poteva chiudere in discreta bellezza un primo anno assolutamente non facile a Scuola Vintage. E questo era fondamentale, ma assolutamente non scontato, in tempi di Covid e dopo una tempesta di cacca forza 9 che da febbraio ha sconquassato diverse classi (e ve ne parlerò, ma adesso c'è un'indagine della polizia, non è il momento). 

Poi la figlia è andata a stare da sola, o meglio, con il fidanzato BP. Che ha l'impressionante atout di piacere alla mamma, e che pare la faccia contenta. E ciò si svolge nella Città coi Due Fiumi, a poca distanza da qua, in pieno centro, dove i due, in pochi mesi, si sono integrati senza fatica in una piccola comunità di negozianti e impiegati di uffici.su strada, che ha  finito per adottare anche me e l'Uomo. Vivono in tre stanzine miserande con finestre su un solo lato, un caldo soffocante e evidenti segni di quella gioia che c'è solo all'inizio di una convivenza. La sola volta che, venendo via da lì, non ho singhiozzato, per il distacco dalla Princi e anche per l'invidia, è stata mercoledì scorso, quando anche l'Uomo è stato lì con me e gli ho visto passare emozioni varie sulla faccia.  

L'altra enorme, gigantesca notizia è che da esattamente tre giorni e quattordici ore siamo i proprietari della casa dove ci trasferiremo. Quindi, tra qualche mese, per fare colazione scenderò le scale e aprirò la porta finestra verso il portico, che a sua volta guarderà sul giardino. Per dare aria alle stanze aprirò la porta finestra sul terrazzo lungo, e girandomi a destra vedrò le montagne. Per stendere uscirò sul terrazzino dietro e sentirò le campane della chiesa barocca in cima al paese. D'inverno correggerò le prove nel tinello davanti al camino. Farò yoga sul mio prato. E perderò ore a rintracciare i gatti. Insomma, dopo vent'anni esatti di sistemazioni nate per essere provvisorie, ho comprato la casa dei miei sogni. Provvisoria pure quella, penso, perché non credo che ci invecchieremo, a Paesino da Cartolina, abitanti 387. Ma strappacuore. Sarà una delle grandi protagoniste di questo blog, la casa nuova. 

Ora voi direte: ma proprio adesso che la Princi si sposta (o magari pure si sposa)? Ma con l'Uomo che vive un po' dentro un po' fuori e non fa programmi oltre le 12 ore? Ma adesso che lavori in città, insegni yoga in città, tua madre ha una casa in affitto in città? Ma...

Ma, ma, ma. Guardate un breve filmato in cui la mia faccia, devastata dai colpi sul cemento grezzo, ruscella sangue ma io, anche coi denti rotti e gli occhi pesti, continuo a farfugliare "Però ho ragione!!!". Ecco, posso sempre sbagliarmi e avere torto, stavolta. Ma quella è la determinazione con cui si fanno le cose qui da me, mia madre è uguale, mia figlia è uguale, mio marito è uguale. Non siamo gente che si lascia dire da altri quali sogni (e quali incubi) deve avere. 

Sono assolutamente certa che passare da cinque vani urbani a una casa indipendente in paese, con il prato, il muraglione di confine coi vicini, la crota (non esiste un termine non piemontese per descrivere quel tipo di cantina), sarà un'avventura non da poco. Suderemo, spenderemo, ci metteremo anni a imparare a godercela e chissà quanti piccoli intoppi dovremo affrontare per far funzionare il tutto. I colleghi sono unanimi nell'affermare che la differenza la fa il giardino. Kim Rossi R. mi ha messo in guardia sulle proporzioni apparentemente ragionevoli di alberi che, visti così, sono piccoli, poi se decidi di tagliarli scopri che ci vogliono tre viaggi a portare via tutto. La Genovese mi ha detto "Il giardino diventa così importante che ti dimentichi dell'interno" (il che, a me che adesso ho le mani in mille riviste di arredamento e sto sudando per scegliere pezzi tra il country, l'elegante, il pratico e il moderno, sembra impossibile). Il segretario Gattopardo, rotolando o espungendo le erre nel suo spettacolare accento siciliano, mi ha detto "Quando hai la tua terra, me lo dici che ti porto le  fragole da trapiantare." Ma ovviamente è l'Orsone, orgogliosissimo proprietario del cocuzzolo di un colle oltre il fiume, che ha fatto centro: "È un sacco di lavoro. Vai fuori, decidi di regolare la siepe o sistemare il prato, e in un attimo ci sei stato cinque ore. Però va bene, perché ti dimentichi di tutto." Io e quell'uomo chiaramente abbiamo visto entrambi il cemento da molto vicino, e non una volta sola. Non c'è nemmeno stato bisogno di raccontarselo. Dice che è l'antidoto. Io gli credo. Guardo il mio, di Uomo, e me lo immagino in ciabatte di gomma che bagna il prato. Guardo la camera da letto che attrezzerò per i ragazzi e me li vedo arrivare in cucina al mattino della domenica per fare colazione. Mi immagino i nipotini sul prato. Ma soprattutto,  se chiudo gli occhi, vedo me in ogni anfratto della casa, che pulisco, che studio, che arredo, che riparo, che vivo. Che prendo l'auto e parto per Scuola Vintage attraversando le nebbie del mattino. Che torno a casa, sento il cancello chiudersi dietro di me e scendo in mezzo alle aiuole, dando inizio alla seconda parte della giornata, quella in cui mi coccolo la mia casa e le mie piante. "Vedrà che sarà contenta" ha detto, con semplicità ma con un bel sorriso sincero, la signora che mi ha venduto la casa, una che di cemento ne ha trovato intere scogliere su cui fratturarsi, ma si illumina parlando delle sue ortensie. 

Speriamo davvero. 










sabato 29 maggio 2021

Siamo adulti

 La Fräulein se n'è andata.

C'era un sole pazzesco la mattina del suo funerale, qui è tutto in fiore, tutto verdissimo, era azzurrissimo il cielo, con questo vento che fa girare le nuvole in cinque minuti da panna ad acciaio, o viceversa. E così, adesso io non so che dire. Mi tocca legare per sempre un grazioso paesino che non avevo mai visto al ricordo delle palpebre peste a forza di piangere.

Siamo adulti, e la sappiamo leggere una diagnosi. Siamo adulti, e sappiamo che una persona che non si cura per tempo è spacciata. Siamo adulti, e sappiamo che un altro adulto, tra l'altro con un QI fuori dal comune, non può essere costretto a fare quel che non si sente di fare.

Però. 

Non posso scrivere come si sta senza di lei. Non posso raccontare come si è svolto il suo funerale, bellissimo come sono bellissimi i funerali delle persone speciali. E tremendo.

Sembravamo tutti dei bambini a cui hanno ammazzato Babbo Natale, o la Fata Turchina. Persi. 

Non posso dire come ho passato i giorni successivi.

Siamo adulti, e sappiamo come vanno queste cose. Siamo adulti, e riconosciamo il momento di trasporto che spezza una corazza ben indurita, quando i sentimenti sono sconvolti da una perdita. Siamo adulti, e i problemi sono tanti; i desideri anche troppi, ma sappiamo lasciarli dove vanno lasciati, quando al mattino ci alziamo per andare al lavoro. 

Però. 

La Fräulein, se c'era una cosa che sapeva fare, era vivere con passione. Se potesse ascoltare adesso la mia voce, nella penombra del suo salotto, in mezzo a una nube di fumo, starebbe annuendo, con gli occhi seri. Poi farebbe il suo bellissimo sorriso da ragazzina impertinente e direbbe, con voce bassa e melodiosa, qualcosa di assolutamente tremendo. 

Nessuno mi ascolterà mai più così.



martedì 11 maggio 2021

Difficoltà di adattamento alle situazioni estreme

Quando guardo indietro alla mia vita,  certi periodi, durati mesi o anche anni, sono riassumibili in una singola immagine. Che affiora lenta dal bagno chimico di ricordi coscienti, emozioni mal digerite, cellule che hanno memoria di sensazioni muscolari. 

Da quando è arrivata mia figlia, per esempio.
Il 2013 è la foto di una donna che guarda, con gli occhi sgranati.  
Il 2014 è il buio dell'abitacolo della macchina, con la macchia di colore di uno schermo verdolino, piccolo, di un Nokia, che si illumina. 
Il 2015 è la stoffa del cuscino del divano, perennemente zuppa di lacrime. 
Il 2016 è un copriletto con le mele verdi. E le piastrelle del bagno. 
Il 2017 sono io che lavo i piatti in silenzio. Odiando tutti, credo. O venendo odiata. O entrambe. 
Il 2018 l'ho quasi cancellato. Deve esserci stato anche del bello. Ma dalla catinella della camera oscura escono solo foto prese storte, sfocate. I giorni si assomigliavano un po' tutti. L'estate non passava mai. È uno di quegli anni di cui non sai, pur sapendo che è stato importante, come hai fatto a esistere da un giorno all'altro, forse come fanno le piante. Pioveva e bevevi. Non pioveva e seccavi. Veniva giorno e veniva notte.
Il 2019, in compenso, è iniziato col botto e le foto sono tante e molto vivide. La mia vita ha preso una brusca accelerazione. E per certi aspetti non si potrà fermare più. 
Il 2020 è il terrazzo di casa, con la sdraio blu.

Adesso siamo qui e, se penso che un anno fa uscivamo dal lockdown duro, mi viene la chinetosi per lo choc temporale: ma come un anno fa? Ma sul serio manca un mese scarso alla fine della scuola? Ma adesso cosa faccio d'estate? Oddio: sto comprando una casa in un paesino di duecento abitanti? Ma DAVVERO? 

E lui? 
E lei? 
E tutti gli altri? 

E... ma ho finito quel che dovevo fare con la scuola? No.
Ho fatto finire quei lavori che avevo iniziato l'estate scorsa? No.
Ho finito di studiare per il diploma della Yoga Alliance? No. 

CAZZO!
MA NON HO FATTO NIENTE? 

Scusa??? Ancora oggi sei tornata dal lavoro che ti faceva male la vescica (non la pancia, che sarebbe più normale: la vescica. Neanche più pisciare) e avevi un webinar di lì a mezz'ora per il progetto estivo e non avevi ancora posato la borsa che vibrava il telefono,  era la scuola e hanno chiamato su ENTRAMBI i numeri CINQUE volte. Perché la dirigente, che entra a lavorare 9 e mezza  o 10 e alle 15.30 se ne va, non concepisce che tu, che entri alle 7 e mezza e esci alle 13 e 50, ma poi hai riunione online alle 2 e mezza o alle 16 o alle 18, o tutte e tre, non ti sia fermata ad aspettare di essere ricevuta per parlare dei corsi del prossimo anno. E tu saresti una che non fa NIENTE??? 

Eppure. Apri chiudi apri chiudi, la scuola quest'anno era un multiverso di dimensioni parallele, ed erano così i weekend, le code fuori dai negozi, i corsi online, tutto. E adesso il tempo si è riallineato e mi devo rimettere a pensare alle settimane con giorni feriali, giorni festivi, e notti che durano, per gli altri perlomeno, quanto le ore di buio. 

 Credo che di questi mesi mi resterà la vertigine di me che attraverso a passo spedito i corridoi di Scuola Vintage, passando sotto le vetrate che sembrano quelle delle sale da ballo di un palazzo austriaco, e intanto cerco di capire, nella luce grigia del cielo con la neve o la  pioggia o in quella chiara di una giornata azzurra, se è ancora mattina o già pomeriggio, e di quale giorno della settimana.

L'età degli eroi, l'assedio di Troia, la resistenza a oltranza. Abbiamo vinto, ma ora non ci scende l'adrenalina. 




lunedì 26 aprile 2021

Non è una brutta cosa

 È  andata così.  Siamo stati in zona gialla per pochi giorni. Ne abbiamo approfittato poco, perché il Gigante era appena mancato ed io avevo poca voglia di tutto. Ma un venerdì pomeriggio io e l'Uomo siamo andati a passeggiare a Paesino Cartolina. E c'era un cartello con scritto vendesi.  

In un punto irripetibile.

Ho insistito per vedere la casa. Irripetibile pure la casa.

La compro. 

E non so in quanti ci andremo a stare. 

Ma la compro. 

Porterò il mio cuore amputato lì. Con, o forse anche senza, l'Uomo. Non ci durerò due anni, ma la compro. Non posso più andare avanti dicendomi solo dei grandi no. Ho bisogno di prendermi cura di me stessa e questo lo capiscono tutte, tutte, le persone che in qualche modo, anche di striscio, anche nei ritagli di tempo, si occupano di me.

Le quattro passate, sala professori. Io non accenno ad andarmene.

"Ma ti diverte, stare qui?"

"No, è che se vado a casa dormo."

"Beh, non è una brutta cosa."

Come hai ragione. 

martedì 16 marzo 2021

"Gracie di quore"

Due brevissimi annunci.

Ho iniziato a vedere New Amsterdam. Che non è E.R., va bene. Ma nemmeno Grey's Anatomy, dopotutto.  
Qualcosa mi suonava familiare fin dal primo minuto. Il rapporto tra colleghi. Ho capito allora perché, quando sentivo la voce del Vicepreside Faina, pensavo a Robert "Missile" Romano. Quindi, a guardarmi in giro, ho trovato anche Kerry Weaver, Luka Kovac, Carter, Lizzie Corday. Manca un dottor Ross. Manca un bel po' di gente. E io non somiglio più da tanto tempo a quel groviglio di problemi con l'autostima e la figura materna di Abby Lockhart. 
Comunque è così. Anzi, il nostro non somiglia a un policlinico universitario.  Somiglia proprio a un ospedale pubblico. 
Mi è scappato detto con la mia consulente a Genova: "Non pare ma lavorare da casa (che fa schifo) invece che al reparto emergenze in cui mi sono trasferita (che adoro) lascia perlomeno il tempo di ragionare". Contestualmente, mentre si commentava che TUTTI i colleghi già vaccinati hanno preso in pieno O il lotto di Astrazeneca che ha fatto morti in Sicilia, OPPURE quello successivo che ha fatto morti in Piemonte, uno dei colleghi di strumento, che chiameremo il Gigione, ha scritto sul gruppo: "Diciamo comunque che io al momento non ho avuto nessun sintomo e neanche febbre. Siamo docenti di Scuola Vintage." Tutti d'accordo. 
 
Seconda cosa.
Lui è nato qui.  

Nello stramaledetto Peloponneso.  Di fronte a quel mare che io nomino ogni momento in letteratura. 
Parla solo albanese. Ha gli occhi grigi e sta attentissimo a tutto. Gli ho fatto un orario di 3 ore al giorno, per cominciare. Il secondo giorno si è schierato alle 8 e se ne è andato alle 13.30. Caparbiamente ha frequentato così gli altri 3 giorni tra il suo arrivo e il lockdown. E chi lo manda via. 

Tra venerdì e oggi a me e a Carter (l'Altissimo, giovane giovane e immensamente, mostruosamente, stupendamente bravo) è riuscito di piegare le resistenze del temibile dottor Romano e, in barba alle mille difficoltà, siamo riusciti a organizzare un mini orario per gli alfabetizzandi, tra cui questo piccolo Ulisse contemporaneo, e a far venire a scuola fisso il nostro Braccobaldo dell'altra prima, che meno sta a casa meglio è.  
È una settimana che sono al telefono con il padre o la madre di Ulisse, e mando vocali per spiegare come fare a iscriverlo, come fargli avere il tablet, come compilare i moduli. Oggi tra le mille volte in cui mi hanno ringraziato è uscito questo "Sei molto gentile gracie di quore"... e io mi sono perdonata di botto per essermi piegata a una cosa che non avevo ancora fatto in 20 anni, nemmeno da giovane giovane e indifesa Abby Lockhart, cioè farmi attivare una scheda telefonica solo per i genitori.  

A Scuola Vintage è così. O te ne vai, o diventi così.  O lo eri sempre stato, e ti senti finalmente a casa. 


mercoledì 3 marzo 2021

Cantami o Diva

È una stanza sempre mal illuminata dal neon. Imposte vecchissime di legno, finestre coperte da polverose tende rosse fisse. Per avere luce dalla strada bisognerebbe tenere aperta l'anta di  vetro, e fuori c'è ancora il ghiaccio. 

Il tavolo è spoglio. Le sedie sono cigolanti. I panchetti di legno e ferro traballano. L'armadio di metallo che contiene i tablet suona come una campana di bronzo ogni volta che lo si apre. Quello a fianco, dove mettiamo i compiti in classe, non chiude. 

L'altro giorno, il Jinn, il mio collega di matematica spiritato, ha schiacciato uno scarafaggio con una pedata secca, dopo che io, con proverbiale bon ton, avevo interrotto una conversazione con "no ma che cazzo è quello?"

Raramente ho visto un ambiente così squallido, così tristo, così statale. 

Sì. Però. 

Io arrivo per prima, quattro mattine su cinque. Anche cinque su cinque, certe settimane. 

Mi sfilo gli auricolari del telefono, spengo la musica, tiro fuori i miei oggetti simbolo: lo specchietto per controllare il trucco e la chiavetta elettronica del caffè.  

Poco dopo, alla spicciolata, arrivano gli altri, sempre in rigoroso ordine di materia: i matematici, le lingue straniere, quello di motoria, arte, per ultimi gli altri italiani e tecnologia, certe mattine la responsabile del sostegno. I religiosi non entrano in sala prof. I musicisti e i sostegni arrivano tutti dopo. 

E si parla, si ride, si decidono cose. Si fa tattica, politica, etica. Si fa, soprattutto, gruppo. 

Li guardo, ci guardo. Almeno metà di loro, di questi che arrivano presto al mattino, sono dei titani. Gente che lavora in mezzo a ricorsi, denunce, genitori zingari che alzano la voce, alunni disastrati da portare di peso ai servizi sociali, stranieri che non capiscono una parola, famiglie del tutto assenti, ragazzetti maneschi, casi umani. Gente che si vede lanciare addosso oggetti da ragazzini autistici, si sente insultare da principessine mafiose, gente che ha sollevato da terra adolescenti che davano in escandescenze, per toglierli di dosso ad altri adolescenti che stavano per prenderle. Gente che fa il mestiere più bello del mondo in condizioni di cui tanti avrebbero paura, adesso pure in mezzo a un'emergenza sanitaria mondiale. 

Quando partiamo al mattino, alle sette e cinquantanove, da quella misera e scomoda aula prof, sembriamo una stirpe di eroi, l'Amazzone responsabile del sostegno con il suo metro e cinquanta di pura autorevolezza, la collega Panzer di inglese che non ha paura di niente e nessuno, io che sono sempre più bionda, ormai vestita, truccata e taccata ogni giorno e impegnatissima a instaurare la mia reputazione da Crudelia De Mon, il Jinn magro come un chiodo e innervato dalla sua cattiveria leggendaria, l'Orsone con la sua stazza da vichingo, i capelli lunghi a metà schiena e la battuta feroce, l'Altissimo con i suoi occhi attenti e una prontezza da ninja nel cogliere i casini, Kim Rossi R. che sembra un monaco zen ma è a sua volta temibile, l'Ometto Buffo di tecnologia che è un po' la mascotte sfigata del gruppo, la Strawberry Shortcake con le sue strane gonne tipo tutù, la Gentile di matematica con le sue facce irresistibili. 

Verso le nove, dopo aver depositato a scuola i suoi minuscoli bellissimi bambini, compare il vicepreside, che al primo metro e mezzo lineare  di corridoio ha già risolto otto casini, sta facendo cenno a tre persone in fondo all'edificio che arriva subito e si sta scrollando di dosso sei o sette di noi che gli si posano sopra come piccioni impazziti in piazza San Marco, tutti a fare domande o sottoporre questioni. Il Pelide Achille, perennemente furente e sempre in testa all'esercito. 

Ci ho litigato, una decina di giorni fa, e ci siamo presi le misure. Ho ceduto io, per niente convinta, e dicendo che non ero convinta, e facendo in modo che si vedesse e pesasse che cedevo solo perché ho sette anni di più, non voglio minare la sua posizione, e capisco quando c'è qualcosa di più importante del mio orgoglio in ballo. Lui aveva torto su alcune cose e ragione su altre, ma non è indietreggiato di tanto così e non ha chiesto scusa. Settimana successiva, ha tentato di mettermi in mezzo, ho riconosciuto il test fatto per vedere se avevo davvero ceduto, l'ho sventato con assoluta padronanza dell'arte marziale e senza quasi sudare, ci siamo capiti, non ci riproverà mai più. Ora siamo a posto. 

Stiamo affrontando, in questi giorni, una grana madre, una Ur-grana, una gatta da pelare grossa come un orso polare e altrettanto incazzata. Una roba di quelle che ti tolgono la fiducia nel genere umano e la voglia di fare questo lavoro, se non stai attento alla curva che prendi. L'Orsone, di persona o al telefono, si sfoga con me un'ora al giorno. E se ha bisogno di sfogarsi lui, pensate come posso stare io che sono appena arrivata. Non è cosa di cui si possa parlare qua, ma è possente. Ci siamo sopra da tre settimane e le conseguenze, disciplinari e di altro genere, non solo dureranno fino a fine anno, ma resteranno a perenne monito su apposita colonna infame nel cortile. In tre, l'Orsone, l'Amazzone e la Melensa, mi hanno chiesto preoccupati se sono pentita di essermi trasferita, perché è chiaro che un merdone del genere a Scuolina Rosa non sarebbe mai scoppiato. Ho risposto che questa scuola è  adattissima a me, che mi sento al mio posto, protetta e in buona compagnia.  Nonostante il merdone che tutti ci avvolge.  

Anche in queste giornate pesantissime, sono più le volte che mi va di traverso il caffè per quanto sto ridendo, al mattino, delle volte che riesco a finirlo senza tossire. A me la polvere della battaglia piace, la lotta corpo a corpo si attaglia, la squadra di combattenti scelti fa sentire al sicuro e felice. Avevo bisogno di questo. Si stanno colmando molti vuoti e risolvendo molti dubbi. A scuola, e pure fuori. 




sabato 16 gennaio 2021

No. No.

Ha fatto lezione fino alle 10. Ha supervisionato gli operai, che tinteggiavano i corridoi di un magnifico verde chiaro e le aule di un delicato color lilla. Ha parlato con la BN delle cose da fare venerdì  e dell'open school di sabato. Lei gli ha chiesto di metterle a posto un tablet. Gli ha detto che non era urgente, che poteva portarselo a casa e farlo con calma.  Lui ha risposto "lo faccio subito". Un po' più tardi ha preso la sua Ford ed è uscito dal parcheggio.


E poi, a un dato momento della sera, non c'era più. 


Il Gigante non c'era più. 


Il Gigante non verrà più a insegnare musica, risolvere casini, dare scappellotti affettuosi, abbracciare adolescenti in lacrime, tuonare sgridate e fare scherzi a Scuolina Rosa. Il Gigante non sceglierà più, tra gli studentelli accaldati e nervosi, il ragazzo e la ragazza di terza che devono estrarre il numerino per le terne di prove d'esame. Non riceverà più i primini con gli occhioni sgranati, la prima mattina di scuola. Non risponderà più a centinaia di telefonate, sms, mail di docenti e genitori. Non ci manderà più le foto delle sue gigantesche padelle di paella cucinate alla proloco, o delle sue gite in moto. Non farà più i video con le foto delle uscite didattiche, dei gemellaggi e di tutte le manifestazioni. Non farà più il concerto di fine anno con gli alunni del corso pomeridiano. 

Scuolina Rosa è lì, piccola, vuota, come una foglia secca, senza volume. Sembra possa sbriciolarsi da un momento all'altro, o volare via con il primo refolo d'aria. Un'intera comunità, scolastica e non, è sotto choc. Continuo a scambiare messaggi con gente che mi dice che non riesce a respirare, che non riesce a dormire, che ha malesseri fisici. Che crederci è impossibile. I ragazzi hanno detto che nessuno può sostituirlo, e che nessuno deve toccare la sua tastiera e la sua chitarra. I colleghi annaspano cercando di capire come portare avanti un'attività minimamente sensata.  La sua faccia è su tutti i giornali, i biglietti colorati dei ragazzi con le loro parole per lui sono ovunque appesi nella scuola, ma lui non c'è.  Siamo tutti abituati che "quando arriva il Gigante, chiediamo a lui". Ma il Gigante non arriverà. 

Sono corsa su in macchina dopo le mie lezioni. I manifesti con gli orari delle funzioni erano ancora bagnati. Volevo scendere dalla macchina e strapparli. Voglio gridare che la piantino di scherzare e ci dicano dove si è nascosto. Voglio che salti fuori ridendo, una parte di me è ridotta a una bambina piccola che crede al gioco del cucù settete e ha la stessa paura di una bambina che, dietro le mani, non ci sia davvero più nessuno. Più di così per ora non riesco a metabolizzare. 

Scuolina Rosa è morta il 14 gennaio 2021. Qualunque cosa venga dopo, Scuolina Rosa se la porta via lui, in una delle sue grandi mani. 




martedì 5 gennaio 2021

Identità e appartenenza non te le vendono in piazza

Dieci dicembre, pomeriggio, tra una riunione online e l'altra.

Castagna: "Oggi comunque mi sono resa conto che mi sembrano 10 anni che sono lì da voi... in senso sia buono (possibilità di fare) che cattivo (impossibilità di fare qualsiasi altra cosa)."

L'Orsone: "In effetti hai ragione. Quest'anno è allucinante."

Non gliel'ho detto, ma credo che per me il passaggio da Scuolina Rosa a Scuola Vintage sarebbe stato un salto epocale anche in un altro momento storico.

Ho vissuto questa esperienza di cambiare  contesto, a metà dell'anno del Covid, dopo averci pensato per 24 mesi, aver inoltrato la domanda, ed essere stata con il cuore in bocca per altri 3. E a casa a domandarmi come sarebbe stato per altri 2. Poi dice che il mio difetto principale in passato era non saper aspettare. Se mai un tratto del carattere si può del tutto abolire, io ci sono riuscita. 

E poi all'improvviso era il primo settembre, io avevo i miei pantaloni estivi preferiti addosso e il cuore che faceva bum bum come quello di una scolaretta. Un vicepreside Faina con gli occhi fuori dalla testa per il milione e mezzo di cose da organizzare causa pandemia mi ha fatto fare un giro dell'edificio, così veloce e pieno di informazioni che alla fine mi girava la testa e non mi ero accorta di quanti chilometri avessi percorso. Sarebbe diventato assolutamente evidente che le passeggiate a scopo di fitness non servivano più, il primo giorno di effettiva lezione portato avanti coi tacchi. Quella scuola ha distanze considerevoli da percorrere e i tempi di spostamento incidono parecchio sulla durata di qualsiasi attività. Era necessario ottimizzare. Dopo un po' ho scoperto che, se, e sottolineo se, riesco ad andare alla stessa velocità del vice, che credo giochi a calcio da Dio perché sembra Quicksilver, o a tenere il passo con le lunghe gambe dell'Orsone, la percorrenza del corridoio da sala prof a II A è sufficiente a risolvere una grana, progettare un lavoro e/o farsi dare un buon numero di informazioni vitali. Quella tra sala prof e I C è ancora maggiore, e di solito la percorriamo io e il grosso orso tramando piani oscuri che riguardano cattedre, incarichi e linee didattiche dei prossimi anni. 

Il primo mese, non l'ho detto a nessuno, forse solo a mio marito in uno di quegli istanti a letto la sera tardi in cui sembra di poter confessare tutto, mi sono spaventata. Il mio cervello era immerso costantemente nella nebbia. Troppe cose da ricordare: e i registri totalmente elettronici con troppe funzioni. E i nomi assurdi da 4 continenti (vi prego, iscrivetemi un bambino neozelandese, non posso fare 4 e non 5, per l'Antartide pazienza). E chi è responsabile di cosa e a chi si può e non si può chiedere cosa.  E la segreteria. E i nomi di tutti i colleghi delle elementari che sono nelle 5 o 6 commissioni in cui l'Orsone mi ha messa d'ufficio. E le mille regole delle precauzioni sanitarie. E gente che conosci da una settimana che ti parla da dietro una mascherina, in un ambiente coi soffitti alti 4 metri e mezzo che fanno eco come una cattedrale tardogotica, magari con un difetto di pronuncia o un accento straniero, e tu ti senti scema perché devi farti ripetere le cose dodici volte. Certi giorni ero così confusa, e così agitata, che al ritorno facevo la strada verso casa ripetendomi, a giro, una di queste frasi: "sei troppo vecchia per ripartire da zero / ti credevi furba invece sei una ragazzina nevrotica, ti credevi brava invece eri solo in un ambiente protetto / cazzo, ma qua non sarà che il Covid mi ha bruciato dei pezzi di corteccia, oltre che togliermi l'olfatto per 15 giorni e mantenermelo sfalsato per altri 2 mesi?"

Insomma, era terrore allo stato solido. Mentre mi innamoravo della luce che entrava dai finestroni, mentre mi affezionavo al sapore del caffè della macchinetta, mentre imparavo a memoria il numero di passi tra la macchina e il cancello, mi ripetevo che avrei fallito e sarebbe stato un fiasco totale, e quel che è peggio sarei stata sola perché anche il mio pigmalione si sarebbe ricreduto sulla sua convinzione che impiantarmi nel sistema lo avrebbe sostenuto e migliorato. 

Poi in una delle molte deliranti giornate di lavoro con computer di qua, telefonino di là, libri sulle ginocchia e quaderni in bilico tra i cavi, ho guardato quel che stavo facendo. E cazzo, no, non lo stavo facendo male. 

Ieri a tavola ho detto ai miei che avevo passato la mattina a mettere a posto il calendario delle prossime prove e interrogazioni di recupero e, beh, potevo anche schiacciare un po' meno, se non altro su classi che si sono fatte un mese e mezzo a scuola e due a casa.  Perché alla fine arrivo a chiusura di quadrimestre con una bella fetta di programma svolto e quasi lo stesso numero di voti che avrei dato in un anno normale...

Ah già un attimo, devo ridirlo, non si sa mai. Io sono una docente di quelle che devo andare avanti col programma e mi serve ancora un giro di voti e studiate a memoria la definizione, a memoria non vuol dire con parole tue,  come si diceva in latino questo?  e i compiti ve li assegno perché li facciate e questo lo fate come dico io non come dice il libro. E se qualcuno non è ancora inorridito a sufficienza, a me la didattica per competenze, il byod e i compiti di realtà fanno cagare. Cagare. CA-GA-RE. Più tengo duro con la buona, sana, severa didattica tradizionale, più i miei ragazzi sono preparati e contenti di esserlo. Chiedere in giro. 

Comunque. Anche la più stronza professoressa TRADIZIONALE con il pelo sullo stomaco e 19 anni di insegnamento dietro, a cambiare ambiente, contesto, bioma, ha paura e fa fatica ad adattarsi. Questo ve lo dovevo dire. E adesso che riapriamo e ci sono 3 settimane per portare al traguardo il lavoro del primo quadrimestre del mio primo anno a Scuola Vintage, ho di nuovo un'ansia che non dormo. Dice che è il danno di essere una fanatica e una perfezionista.  Dice che è l'educazione cattoborghese e il complesso di Elettra e la personalità introversa e il disturbo ossessivo compulsivo. Ma tant'è. 

Dopodomani, caffè in sala prof e tutte e nove le classi a scuola. La mia idea del paradiso. 

giovedì 12 novembre 2020

Quelle sere in cui

Non so. Stasera la Princi, temporaneamente convivente con il fidanzato BP causa complicato protocollo di prevenzione del contagio, non ha mandato la buonanotte. 

E mia madre a Genova non si è fatta trovare al telefono. Ha risposto ai whatsapp ma non alle telefonate.

E io non sono andata a sistemarmi nel letto con l'Uomo. E ho le antenne su, per un problema serio di interferenze, sento qualcuno di quelli a cui tengo che ha un problema stasera, credo di sapere chi, ma non sono sicura. 

E adesso sono le 2 di notte e c'è un usignolo che canta, fortissimo, come sempre gli usignoli. E io ascolto e non dormo. Perché? 

Comunque, la prima settimana di didattica metà e metà è stata pesantissima. Ancora due giorni.  


sabato 7 novembre 2020

Il miglio verde, La capanna dello zio Tom, Il principe d'Egitto e minuti di incontestabile bellezza in un panorama di desolazione

Se l'anno scolastico scorso ha visto una chiusura repentina delle scuole, modello scossa sismica: un minuto prima era tutto normale e poi, di colpo, era un panorama di macerie che sembrava Guernica illustrata da Picasso, ora, invece, la ghigliottina è calata dopo attenta preparazione. Martedì,  mercoledì e giovedì, Il miglio verde: abbiamo consapevolmente accompagnato i ragazzi più grandi al patibolo. 

Martedì la terza C era in modalità tuttapposto prof: "Bene, allora, se domani non veniamo a scuola, con Lei abbiamo la terza ora di live, cosa portiamo, storia o geografia?" 

Mercoledì: Bello e Inutile piange di rabbia per un 4 dell'Orsone, seguito a ruota da mia nota perché mi ha risposto di merda. College Britannico  tossisce a raffica,  la sua è sempre stata tosse nervosa, ma oggi sembra stia per morire, ha mal di testa, lo mando a casa. Segue mattinata pseudonormale, un po' troppo silenziosa, con saluti, a me viene il magone, cazzo li conosco da un mese e mezzo e già vorrei scappare nelle grotte in montagna con tutti questi qua, a far lezione nel bosco, tipo partigiani. 

Mattina di giovedì,  siamo di nuovo a scuola, ma stavolta siamo sicuri che è l'ultimo giorno, due si sentono mancare l'aria, gli altri sono tesi, College Britannico è assente, l'Uomo delle Stelle che mi adora e mi sta sempre attaccato ha un crollo infantile, mi sento male prof,  io me ne sbatto dei regolamenti e gli tocco la fronte, è sudato come uno che sta per svenire, ha gli occhi pieni di lacrime. Vorrei coccolarlo, invece lo faccio mettere con la testa sul banco, ma è troppo nervoso, non riesce a starci. La Giunonica è attenta, come sarebbe a dire, la Giunonica ha ininterrottamente chiacchierato per sei settimane durante le mie lezioni, che ci fa tutta concentrata così? Chiede addirittura di leggere. Ho la pressione al soffitto. Quando arrivo a casa mi sento come avessi scalato il Ruwenzori, che, per chi non lo sapesse, ha il versante est pieno di colate di fango, vischioso, faticosissimo. 

Pomeriggio della riunione genitori della I A, qualche settimana fa. Un papà nigeriano si attacca come una cozza al mio collega (ed ex alunno) Altissimo. Testualmente: "Io nero africano povero, non ho soldi, compra tu i libri". Gli porta il foglietto dove il libraio dell'usato gli ha scritto la cifra che manca per ritirare i testi messi da parte per Birimbo Nero: 60 euro e 40 centesimi. Il povero Altissimo gli parla, gli spiega, gli scarica sul telefono l'app per la didattica a distanza, lo consola, ma i libri non glieli può pagare; la Castagna ha già pregato il Vicepreside Faina di concedere un posticipo della presentazione degli ISEE, il capo le ha pazientemente spiegato che papà di Birimbo non sarà probabilmente in grado di presentare alcun ISEE, mentre, se si offre a tutti una secobda possibilità di allungare in segreteria delle certificazioni fiscali oltre la scadenza, arriverà in Mercedes un quarto della comunità nomade della città, a sporgere con sicumera un foglio che li dichiara nullatenenti. Agitando un Rolex da 15.000 euro sul polso.

Castagna comprende,  ma dice in consiglio di classe che, se Birimbo non può guardare il libro di Geografia, non ce la faremo mai a insegnargli qualcosa, visto che non sa bene l'italiano e in più è dislessico, gli servono almeno le carte e le figure. Così, l'altroieri, Castagna, fingendo di sgridarlo, dà al Birimbo Nero un altro libro di Geografia di prima, diverso da quello dei compagni. Gli occhi profondissimi di questo bimbo spesso distratto si illuminano. Passerà due ore a cercare di capire se quello che segue a fatica nelle sue pagine è quello che stiamo facendo noi sul testo ufficiale. Nel primo giorno di lockdown, invece, gli segno tutte le parti che deve fare; sembra che gli abbia regalato chissà cosa. Passeggio tra i banchi (e per forza, questo mestiere non si può fare se non si guarda da vicino) mascherata come un rapinatore: in un raro momento di quiete in cui si sente solo la voce dell'alunno incaricato di leggere, un costante bisbiglio mi disturba. Arrivata all'altezza del banco del Birimbo, lo trovo che segue le parole del "suo" libro con il dito e cerca di leggerle sottovoce. Mi si muove istintivamente una mano per accarezzargli la testa, ma mi fermo, già sto violando 38 dpcm. Più tardi sono di nuovo alla cattedra e lui alza la mano: "Quale libro è per imparare a leggere? Sì, per imparare italiano?" Io, presa in contropiede: "Antologia? Grammatica?" "Sì... no... libro per preci...perci..." "Per principianti, Birimbo? Facilitato?" "Sì!!! Qual è?" "Te lo porto io, Birimbo, ti ho sentito che prima ti esercitavi, bravo, se ti impegni così diventerai bravissimo." 

Il Principe del Deserto, fratello della Regina del Deserto, mi guarda dall'altra fila, pensoso. Lui non spiccica quasi sillaba, non legge, capisce poco: a parte essere bellissimo, elegantissimo e molto gentile, come sua sorella in seconda, non fa molto. Il collega Altissimo che fa alfabetizzazione dice che lui è il più difficile da trattare, fa scarsi progressi, forse è troppo grande per memorizzare alla velocità dei bambini. Eppure, in classe è volenteroso, vuole tutti gli appunti, mi chiama se resta indietro, addirittura ieri giocavamo con l'alfabeto greco per distrarci un po' dopo due ore filate, e lui se lo copiava tutto bene, era contento, ha voluto il suo nome scritto in lettere greche alla lavagna. "Ok Principe, ma tu questo non lo devi studiare eh, stiamo solo giocando, tu devi imparare l'italiano!" Mi fulmina con un'occhiata che denuncia oltraggio: "Sua Altezza intende imparare il greco". È un principe anche perché noi siamo intimiditi dalle sue sopracciglia, che indicano innegabile superiorità. Poi va be', l'altro giorno ho fatto per togliergli un quaderno e appoggiarlo  nel sottobanco, ignara che il sottobanco fosse chiuso di lato e incastrandomi goffa, ci siamo messi a ridere, per un istante era un ragazzino come gli altri, solo infinitamente più bello. Sua sorella è umile e molto dolce, ma quando la vedi passare per i corridoi te la immagini sulle dune, semisvestita e coperta d'oro, con uno stuolo di schiavi, cammelli e cavalli che la segue e il popolo che la ammira a rispettosa distanza. 

Quando arrivo in sala professori dopo tre o quattro ore di nomi albanesi, egiziani, marocchini, tunisini, maliani, nigeriani, romeni, tamarri (abbiamo una Marissa e una Chanel) o totalmente privi di etimologia, dire ai colleghi "Buongiorno Roberto, ciao Annamaria" mi fa strano. E anche il silenzio,  dopo queste aule coi soffitti appesi metri e metri sopra di noi, che risuonano come cattedrali gotiche. Ieri poi la scuola era inquietante,  solo il corridoio delle prime era abitato, io e l'Orsone passeggiavamo nei corridoi immensi e vuoti, sentendoci un po' sovreccitati,  come due studenti di Hogwarts che si fossero persi appena arrivati nel castello. 

Dalla macchinetta del caffè, eccezionalmente tutta per noi due come quando eravamo a Scuolina Rosa,  io gli dico: "Sai, io cerco di mettere gli argomenti delle lezioni puntualmente sul registro" e lui, prendendo in prestito espressioni tipiche della mia regione, ride: "Io me ne batto o belin". "Boh, sai, penso che mi stiano un po' controllando e ci tengo a far vedere che lavoro" e lui si inalbera. "No, ma non farlo, non devi!" Lui mi ha prelevata da Scuolina Rosa,  ha personalmente trapiantato le lunghe radici che avevo sviluppato sotto la terra solforosa della Valle delle Meraviglie, e ci tiene che io mi trovi bene lì, mi toglie ogni fastidio se può, sono la sua creatura e si preoccupa che mi ambienti. Io rispondo: "Va beh, ma non scrivo dei poemi come la Melensa, cerco solo di far notare che ho un certo ritmo." Lui beve un sorso, abbassa di nuovo gli occhi su di me, e con aria seria: "Non lo fare, se ti pesa." "Adesso posso, ho tempo, se capiterà un periodo in cui sarò incasinata lascerò stare", mento con lo sguardo fermo, per rassicurarlo. 

Non so ancora se il monumento che voglio fargli lo preferisco in bronzo, in marmo di  Carrara, o criselefantino. Senza di lui sarei ancora a Scuolina Rosa a strapparmi le penne dalle ali per non farle crescere. Qui ho il Vicepreside Faina che, se volo troppo in alto, mi richiama giù prima che mi bruci come Icaro, ma poi, quando torno a terra, trovo sempre qualche regalo, un orario fatto bene, una proposta di lavoro allettante, un alleggerimento del carico, preparati in silenzio sotto il mio albero dal mio grosso amico della foresta, mentre io ero distratta. È un bel modo di lavorare, avere spazio e avere sponda al tempo stesso.