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venerdì 4 marzo 2022

Quando gli dei vogliono punirci, esaudiscono i nostri desideri

 Non ero a favore dell'obbligo vaccinale, perlomeno come pensato e realizzato, col sistema della garrota, qua in Italia. Ma di per sé nel mio sangue scorre il DNA di molti medici, farmacisti, pediatri e specialisti vari, a casa mia le figure da considerare sacre erano il medico e l'insegnante. Quindi, una volta piazzati i miei mesi di protesta politica nelle statistiche, sono andata a chiedere qualche informazione e, quando il mio dottore, che è un essere umano amorevole e non massificato,  oltre che un medico accurato e in gamba, mi ha detto che il vaccino valeva la pena farlo anche con la mia anamnesi, ho smesso di pensarci e mi sono concentrata solo sul quando farlo. 

Masticando sempre molto amaro, per la questione di dover presentare un certificato per svolgere il mio lavoro e esercitare i miei diritti.  

Poi sono tornata al lavoro e, come descritto, sono stata avvolta nelle prime 48 ore (nei primi 48 secondi, sarebbe meglio dire) dal flusso frenetico e dalle miriadi di grane di Scuola Vintage. 

E subito dopo, sbabam, la omicron. Sintomatica, pure.

Ci abbiamo tutti riso sopra per non piangere, poi io ho avuto un momento di dubbio: no, ma se la prima volta ho detto "e su, è un'influenza, non facciamo tante storie" e poi, un anno e mezzo dopo, la mia membrana cardiaca ne portava ancora traccia, forse sarà meglio che non faccia la spaccona, nevvero. Prima vediamo almeno quanto ci mette a passare. Per fortuna sembra si stia risolvendo nei termini di un raffreddore di quelli brutti. 

Intanto mi sono trasferita in fretta e furia nell'appartamento di mia madre, che lei occupa solamente in mesi in cui il clima di qui è meno infido. Io, il termometro, l'apparecchio per la pressione,  tachipirina e cardioaspirina, cibo, roba per la scuola, roba dello yoga e un po' di lavoro a maglia. L'Uomo passa una volta al giorno, mascherato come Diabolik, con la spesa. È incredibile quanto ti senti assurdamente limitato, nel dipendere da altri per comprare la carta igienica. 

Sono alla quarta notte da sola. Gli incubi che faccio sono da campionato, sarà la febbre. Ieri notte ero convinta di avere gli zombie in corridoio. Stanotte non so cosa potrei sognare, data la performance in tre atti che mi hanno regalato poco fa i vicini di mia madre, beati loro. 

Ora tutto tace. Io veglio. Pensando che mi mancano tante, troppe cose, anche se questi giorni da sola sono più sopportabili di quanto avrei creduto, perché praticamente inizio a lavorare aprendo gli occhi e smetto verso le 23. Non sono io, tra l'altro, che mi tengo impegnata. È che ogni 35 minuti scrive un collega con una cosa diversa da chiedere, riferire o farmi fare. 

È tornato il Supplente Nerd,  menomale così non è una persona nuova cui rispiegare tutto. Gli ho detto che, se non gli scocciava farsi manovrare come un avatar della Wii, sarei andata avanti io col lavoro tramite lui (avevo uno scadenziario giorno per giorno, quasi ora per ora). Se ne è stato. Così, per bocca sua, detto paragrafi sui re di Francia assassinati in vario modo nel Seicento alla seconda, faccio ripassare Letteratura all'altra seconda e ...niente,  i primini sono in balia dei flutti. 

Devo guarire (ma soprattutto devo avere il tampone negativo) al più presto. Si capisce dal fatto che i colleghi mi hanno fatto lavorare fino alle otto di sera anche da malata, ieri ho partecipato a un dipartimento, che avrei dovuto dirigere, via messaggini, e poi la Valchiria ha organizzato una chiamata su Google Meet per pranzare con me, e l'Orsone mi ha scritto per dirmi che deve avere un chiarimento con la Melensa, per volere della Dirigente Borbonica, e non ne ha voglia. Devono mangiare le brioches che porto il venerdì e i cioccolatini ripieni che metto nella biscottiera in sala prof. Devono dirmi stronzate da morir dal ridere, vicino alla macchinetta del caffè, e profonde verità sul nostro mestiere nella società odierna. Dobbiamo fare cose, smazzare casini, risolvere guai, costruire futuro. Non ho tempo per un secondo giro di valzer con il virus. È marzo, porca vacca. È già marzo. Prima di quanto si creda, sarò di nuovo a casa per le ferie estive, con la prospettiva di due terze da finire di istruire recuperando tonnellate di roba. 

Ma pare che, adesso, sia praticamente finita per me l'era delle code nel cortiletto grigio dietro la farmacia, per fare i tamponi. E mia figlia,  che è stata malata a gennaio, ha detto che viene a trovarmi, lo ha detto con sollievo, credo che il pensiero di contagiarci lei stessa le avesse tolto la pace mentale per parecchio tempo, data la paura nera che si è sparata nel 2020, quando era l'unica sana in casa e noi arrivavamo a stento al divano dalla camera da letto. 

Chissà se prima o poi potremo dire la parola fine a questa penosa ordalia. Quante cose, persone, esperienze perse in questi mesi. Io forse diventerò come quei reduci che non vogliono parlare mai di quel che hanno visto in guerra, come mi succede per il 2001, che appena sento nominare le Torri o il G8 mi rannuvolo e taccio. Persino con le classi. Forse farò uno sforzo per i nipotini. E chi può dirlo. Adesso proviamo a dormire, senza incontrare zombie. 



sabato 26 febbraio 2022

Guerra e pace (parte prima)

Giovedì. Sono le sette e trenta e sono seduta in macchina, parcheggiata sotto il Platano della Felicità. Truccata. Pronta. Ho 89 pulsazioni al minuto (da sana, ne ho 58). Una nausea da piangere.

Alle sette e quaranta sono in segreteria, in panico. La malnata app che controlla le nostre vite non riconosce il mio pass. Io voglio rivedere i colleghi e andare a lavorare, perdio. Il mio stomaco intravede la remota possibilità che io faccia dietrofront e me ne vada e decide che è un'opzione di gran lunga preferibile. Ma poi il segretario mi legge il pass dalla piattaforma, e viene fuori che la bidella stava cercando di leggere il codice che corrisponde al mio diritto di andare a lavorare con l'app sbagliata. Non strozzo la bidella. Prima grande vittoria della giornata. La seconda è non aver ancora vomitato nonostante il picco di frustrazione, raggiunto in un nanosecondo, all'idea di essere considerata crocetta rossa invece che spunta verde, nell'unico giorno della mia vita in cui ho contemporaneamente la vaccinazione e il tampone appena fatti. 

Ma si può vivere così?  No, non si può. 

I miei colleghi. I MIEI COLLEGHI!!! Casa! Famiglia! Giornata di grandi sorrisi. Di "come stai?" e di "bentornata!" più e meno sentiti, ma con un generico senso di accoglienza sparso ovunque. Uno Carino, il collega di tecnica: "come stai?" Io: "veramente ho avuto la febbre a 38 e ho una nausea assurda". Lui: "ed è per questo che sei arrivata alle 7 e mezza?".  Rido. 

L'Amazzone compare sulla mia porta mentre sto parlando con la seconda: mi affaccio in corridoio e, fuori portata delle orecchie dei ragazzi, mi fa: "Cazzo, Castagna", con gli occhi che splendono. Ottima sintesi di quanto accaduto in Italia e nella pubblica istruzione dall'ultima volta che ci siamo viste. Rido.

Rido, sorrido e respiro. Nonostante la mascherina. Nonostante tutto. Per 2 mattine di fila non sentirò il bisogno di far pipì, o di tirarmi giù la museruola, o di mangiare, o di bere. Giuro, nemmeno il caffè. Arrivo a rifiutare il caffè dalle mani della Valchiria e, prima volta in cinque anni, da quelle dell'Orsone. Mi cibo del senso di appartenenza. Casa. Famiglia. I titani. Quanto mi sono mancati.

Alcuni non fanno mistero di essere davvero sollevati di rivedermi sul pezzo. I miei "come stai?" sono tutti sinceri, sentiti e calorosi: mentre ero via, questi qui hanno chiuso un quadrimestre e ne hanno iniziato un altro, in mezzo a decreti deliranti, con alunni in Dad e  casini di ogni tipo, molti sono stati malati, alcuni hanno appena saputo le date del concorso. Anche il meno titanico, il meno gradevole dei colleghi, o il più inutile dei collaboratori scolastici, per me, oggi, è una figura eroica. 

Le tre classi hanno reazioni totalmente diverse. Tre galassie proprio, e non confinanti.

Faccio due ore con la mia seconda: piccini, affettuosi, ammettono di non essersi impegnati per niente, sono dispiaciuti di non vedere più il supplente, sono contenti di rivedere me, sanno che da qui in poi si lavora. Me li coccolo, il primo giorno. Il secondo, verifica di grammatica. Non si lamentano.

Faccio due ore con la prima: urla e applausi quando varco la porta, dopo, però, cerco di riprendere le fila delle mie materie in mezzo a una masnada di cuccioli impazziti con dei miniciccioli attaccati alla coda. Sono l'unica classe che col supplente ha lavorato. Ma sono da reimpostare completamente quanto a comportamento. Dicono anche minchiate a raffica su tutto, sul Covid, sulla guerra, su di me, sul supplente, sull'Odissea. 

Vado in seconda, in quella tremenda in cui faccio Storia e Geografia. Ovazione quando mi vedono, poi si accasciano. È scoppiata la guerra, e quella classe ha una coscienza politica.  E ha la pandemia, come tutti, ma anche il lutto per la perdita di un coetaneo, sulla schiena. Non ne possono più di tragedie. In più, il supplente gli ha confuso le idee. Ho lasciato dei galletti presuntuosi e trovo dei gattini col raffreddore (per chi non lo sapesse, un gatto col raffreddore è un gatto che si sente malissimo, e difficilmente riesce a difendersi). Accettano con sollievo la proposta di riprendere un pezzo alla volta le cose lasciate in sospeso e riorganizzare il lavoro. Si sentono persino rassicurati all'idea che inizi di nuovo a dettare capitolazzi di storia. 

La mia ora buca del primo giorno dovrebbe essere un debriefing con Quella Cattiva, la temibile docente di sostegno che mi ha sostituito come coordinatrice. In realtà, quando arrivo in sala prof c'è l'Orsone con le chiavi della macchina in mano, il cappotto e lo zaino già indossati. "Io vado", enuncia. 45 minuti dopo, io e Quella Cattiva stiamo ancora ascoltando una fiumana di lagnanze, rimostranze, doléances, brontolii e ruggiti. Cazzo, il ragazzo aveva bisogno di sfogarsi. Io me lo aspettavo, da alcuni scambi di messaggi, ma non a questi punti. L'Orsone mi guarda come mi guardava mia figlia, quando la sua frustrazione era tale da urlare contro a chiunque cercasse di aiutarla e, intanto, supplicarlo con gli occhi di far cessare la sofferenza.  Solo nel pomeriggio realizzo che proprio lui, il mio amico, il mio Pigmalione, il mio rifugio nelle tempeste, non mi ha detto né "come stai?" né "bentornata". 

Il secondo giorno lo aspetto io al varco, nella sua ora buca. "Dobbiamo parlare". Seguono 55 minuti nei quali si sviscera il suo disagio e si cerca, da parte della Castagna al momento riconvertita in scialuppa di salvataggio della nave pirata, di mettere seduto e tranquillo a ragionare un titano esaurito. Conclusione: stanno venendo al pettine cose dello scorso anno, cose di questo, fatiche, iniziate prima ancora di conoscermi, per rialzare una scuola sfigata a livelli di decenza, un lungo periodo di malattia, e forse anche l'assenza di un buon numero di caffè con gente con cui sfogarsi. Se sei un punto di riferimento per tutti, ti servono quei 30 minuti di minchiate o di sfiato, qua e là. Io lo capisco e sono sempre a disposizione, altri meno. Alla fine della seduta di "dobbiamo parlare", ride di nuovo, il che certo non risolve, ma aiuta. Confido che si riprenda, anche perché, se ci molla lui, francamente, non so dove andiamo. 

Credo di aver visto una macchia di colore e sentito uno spostamento d'aria che dipendevano dal passaggio in Mach3 del Vicepreside Faina. Ho chiesto "Come stai?" anche a lui, non fosse altro perché è stato positivo quasi un mese. (Pensandoci, l'Orsone deve aver patito pure questo, un mese in cui, oltre alla sua scialuppa, mancava anche il suo gemello diverso. Chissà quante cazzo di tonnellate di grane, che normalmente smazza il Faina, si è dovuto gestire lui.) Credo che un satellite della NASA a migliaia di chilometri dall'atmosfera terrestre abbia captato la risposta al mio "Come stai?", ma io già non vedevo neanche più la scia di fumo del passaggio del vice. 

"Prof? Ma lo sa che il Burino ha preso una nota perchè guardava un sito di quelli in laboratorio?"

"Le vogliamo bene."

"Prof, ma lo sa che non ho preso neanche una nota?"

"Ma poi torna il supplente?" 

"Prof? Dove è meglio andare se scoppia la guerra?"

"Prof? Noi le siamo mancati?"



mercoledì 23 febbraio 2022

Giorno 65, ultimo a casa, primo geneticamente modificato

Santissimo Iddio, sono passata davanti alla foto del matrimonio, in cui una Castagna brunette sorrideva raggiante, al fianco di un Uomo così bello da levare il fiato (a tutti. A me lo leva ancora adesso) e ho pensato "ma poverini, pensa te se ce lo avessero raccontato allora". 

Sono un ogm da ieri, della roba grassa con filamenti genici sta prendendo a sberle i miei ribosomi: "Muta, coglione! Produci la proteina che ti ho chiesto, sì o no? Ti decidi?"* in tutto il mio corpo, ma in particolare nel braccio destro, nella mucosa gastrica e in testa. 

[*Se questa descrizione del funzionamento del vaccino a mRNA non è scientificamente corretta, se sono i mitocondri invece dei ribosomi, sapete che cosa, me ne sbatto. Mi sento male e fino a ieri ero negativa, da settembre, e stavo benone. Io la scena me la immagino così quindi, sul mio blog, è così. E mi sento male per obbedire a un decreto contro il quale continuerò a protestare e tornare a scuola a insegnare ai vostri figli, quindi zitti, e rispetto, per cortesia.]

È uscito il concorso. 

È scoppiata una guerra. 

Credo abbiano fatto un dipartimento di lettere senza di me, che sono il referente. E va benissimo, ma magari dirlo. Non prima e non durante, ma tipo oggi, per messaggio, in risposta al mio "se mi passa la nausea ci vediamo domani". 

Devo chiedere a un collega di reinstaurare la condivisione del calendario scolastico con il mio account, e poiché il modo con cui me l'ha tolta senza avvisare mi lima i nervi, glielo chiederò domani di persona, cosicché veda dove arriva il mio sopracciglio mentre gli parlo. 

La regina Elisabetta ha il Covid e, giuro, sono preoccupata come fosse mia nonna. Sebbene sia certa che non solo lo sconfiggerà, ma metterà seduto e zitto anche Putin, e niente missili until I say so

Domani vedo i ragazzi. La mia classe l'ho intravista ieri mentre passavo in macchina, facevano col prof di tecnica dei rilievi nella piazzetta di fianco alla scuola, quella con le mura duecentesche. Inutile dire che sono cresciuti. Non mi sono palesata. Contavo su un ingressone ad effetto domani alle 8, ma il Supplente Nerd voleva dire addio e gliel'ho lasciato fare, anche perché ha molto rispettosamente chiesto prima il mio parere. Lo avesse chiesto anche prima di usare 3 preziosissime ore di storia per la lettura integrale delle 95 tesi di Lutero e di un brano di Erasmo, magari, ma glielo scuso. Quantomeno, così non ha toccato la guerra dei Tre Enrichi, che spetta a me. 

La Lega, Forza Italia e un partitello sgalfo che comprende un mio ex compagno di scuola stanno lottando per far abolire il maledetto pass, guarda te se devo contare su Salvini, sui berlusconiani e su uno a cui passavo le versioni di latino a quindici anni (per carità, è un ragazzo in gamba, ma insomma, io sto altrove politicamente). 

I colleghi, per quanto attiene al mio ritorno, sono divisi in partes tres: quelli che sapevo mi aspettassero a braccia aperte, quelli che non sapevo mi aspettassero a braccia aperte, e quelli che tacciono. Io in ogni caso resto contentissima di aver di nuovo a che fare con la nostra sala prof scalcinata e chiunque passi di lì.  Ho due colleghi nuovi da conoscere, poi, perché gli altri due fra color che son sospesi sono fuggiti sulle alture senza alcuna intenzione di ridiscendere. Una ha un curioso nome dell'Est, più russo o bielorusso che romeno, quindi sono curiosa di sentire cosa dice della situazione.  

Ora se gentilmente mi scendesse la febbre e passasse la nausea, vero. Ché sono qui spiaggiata e la casa ormai è un centro sociale per riccioli di polvere. Per non parlare dei piatti che tra poco, con la fossilizzazione e polverizzazione degli avanzi esposti agli elementi, saranno di nuovo puliti. 

Ma ce la faremo. Con le buone, perché di cattive ne stiamo vedendo fin troppe. 

domenica 30 gennaio 2022

Navigando a vista in un mare di colline dorate

Dice che, se fa caldo nei giorni della merla,non è una buona cosa, ci sarà una primavera fredda e umida. 

Intanto quello che dico io è che mia figlia è stata chiusa in casa settimane tra influenza e Covid e va benissimo che ci sia un po' di sole quando finalmente ha una domenica libera per farsi due passi, considerando che la vitamina D la vendono sì al supermercato, ma nella Città coi Due Fiumi, a questa stagione, il sole sorge una volta ogni 25 giorni (leggasi il poetico "Elogio della nebbia" a firma dell'indimenticato Umberto Eco). 

Per quanto riguarda me navigo a vista, il mio organismo pare si opponga all'idea di vaccinarsi facendosi venire un bellissimo raffreddore proprio sulla fine di gennaio, che era la deadline oltre la quale avrei iniziato tutte le mie procedure per poter tornare a scuola. (La ratio di tutto questo, per chi la volesse capire, è che al mio ritorno avrò accumulato due mesi di sospensione dello stipendio, basandomi sui quali porterò avanti ricorso sindacale e causa collettiva contro il green pass, ma avrò anche il tempo di mettere in salvo le mie tre classi e la mia salute mentale; no, non sono mai stata una no vax, solo e sempre una no pass).

Nel frattempo, c'è un notevole bulesumme*: i sindacati della scuola, della polizia e i siti più e meno seri si agitano, attaccandosi allo spunto 536/2014 del Regolamento Europeo, che però in Italia, come tutte le delibere dell'Europa, verrà messo in pratica soltanto quando farà comodo, e quindi verrà rimandato con una proroga o l'altra per almeno 15 anni. Già così l'applicazione della norma è prevista in un tempo che va dal 2023 al 2025 e, no, non penso di stare a casa fino ad allora, quindi tanto vale. Fagliela capire ai miei amici sul serio no vax, questa. 

Ma lasciamo queste beghe disgustose e restiamo centrati: si era detto che il 31 gennaio sarebbe stato l'inizio della fine di questo periodo a casa e lo sarà, raffreddore permettendo. Perciò sto prendendo in esame la situazione e la situazione è che, al posto mio, sta lavorando il Supplente Nerd, 29 anni e un'abilitazione in Storia e Filosofia per le superiori, che è quanto di meglio si potesse desiderare in un contesto in cui a coprire le cattedre ci mettono il fruttivendolo e i ragazzini delle superiori.

[Breve madeleine: "oggi a scuola c'erano le ticinanti!" esclamava nei lontani anni Ottanta una piccola prof. Castagna, facendo scompisciare dal ridere una Mater giovane giovane e pettinata come lady D. Quelle veramente erano ragazzine delle superiori, visto che andavano a fare il tirocinio durante le scuole magistrali, che allora duravano solo 4 anni. Delle minorenni in una classe da 25 creature con una maestra sola per tutte le materie. Uno scenario che, visto oggi, può sconcertare. Eppure.]

Il problema sta nel fatto che il Supplente Nerd, avendo diligentemente ottemperato agli obblighi vaccinali, si è positivizzato e ammalato dopo sei giorni esatti dall'aver messo piede a scuola. Non credo a causa dei ragazzi, visto che i contatti dei contatti dei cugini dei contatti erano già a casa. Comunque è stato assente lui, è stato assente il vicepreside Faina, è stata assente la dirigente, non sono ancora rientrati tutti e tre. La nave era quindi nelle capaci mani dell'Orsone, di Jane Eyre e dell'Amazzone, credo supportati dal Gattopardo della segreteria. La scuola non è crollata, ma solo Dio sa cosa troverò al ritorno. La Valchiria pranza con me ogni 15 giorni, lei e Carter mi tengono informata con cura. Quella Cattiva,  che mi ha sostituito come coordinatrice di classe, sta lavorando benissimo. Ma sono i ragazzi che non so come saranno. Non per la mia assenza, cioè, anche, ma in generale per lo sconvolgimento. Il programma è indietro da morire ovunque e di qualunque cosa. La sala prof me la immagino come un luogo di disperate strida (alle 7.35, quando si definiscono le sostituzioni del giorno) e di cupi silenzi nelle ore buche. Ho fatto arrivare sul tavolo cioccolatini e biscottini di meliga tramite la Valchiria e qualcuno mi ha scritto con lacrimuccia grata. Mi mancano in modo esagerato i colleghi,  i titani e anche i meno titanici. 

Intanto che sono a casa tiro le somme del 2021 e, porca troccola, mi accorgo che sono un rottame. Sono così un rottame a livello emotivo che gli altri non sanno nemmeno quanto sono un rottame, perché ho iniziato a nascondermi sempre meglio. Ormai funziono anche quando non ho più sangue nelle vene. Ovviamente almeno una persona lo sa, come sto. E che lui sia una delle cause, se non la principale, di tale stato, sa anche questo, certo. 

Mi ritiro spesso nella Casa dei Sogni a Paesino da Cartolina. Con i giorni della merla sballati e trasformati in una specie di primavera, mi ritrovo a pranzare a base di crackers e barrette seduta fuori, al sole, anche se col cappotto. L'altro giorno c'era un pettirosso. 

Non ho alcuna intenzione di darmi per vinta. Questo, almeno, è chiaro. 


(Bulesumme*: termine genovese per indicare il mare quando ribolle inquieto e infido, prima di alzare proprio le onde in tempesta)

venerdì 21 gennaio 2022

Di quella volta che finii per sbaglio a un corso che non era di yoga

Finiva il 2018, anno chiaramente da annoverare tra quelli di merda. Di lì a poco la Princi, che mi rivolgeva di nuovo la parola dopo mesi e mesi di monosillabi e sguardi sprezzanti (DIECI mesi. Giuro. Continuativi) avrebbe rotto in modo plateale con il Tipello, fatto in poche settimane una riga di cazzate di proporzioni ciclopiche e dato il via ad altri dieci mesi, stavolta di anoressia. 

Un giorno ero in ufficio e, aprendo le email, ne trovo una dell'associazione sportiva che mi aveva vidimato il patentino da insegnante di yoga alla fine del 2016. Mi avvisano che, essendo passati 24 mesi, devo per forza caricare 40 ore di formazione svolte, o il patentino non sarà rinnovato. Propongono anche un loro corso, in caso io non abbia provveduto a svolgere le ore. 

Io considero brevemente la situazione: sono reduce da un 2017 in cui mio marito era quasi interamente fuori di testa, e da un 2018 di merda. Chi poteva mai ricordare che ci fossero da fare 40 ore di formazione? Ho iniziato a insegnare yoga, e ancora grazie che ci sono arrivata. Come un sol uomo, quindi, scatto e compilo la mia iscrizione a questo corso,  che si svolgerà in due weekend tra gennaio e febbraio 2019. Si tratta di un corso sulla comunicazione. Alzo le spalle: con tutte le ore di formazione inutili che ho fatto per la scuola, non mi ucciderà. Mi siederò in fondo, con un pacco di temi da correggere sulle ginocchia, e aspetterò che finisca.

La prima sera la ricordo vagamente,  a parte il momento dell'arrivo, in cui un uomo francamente stupendo attraversa la sala per stringermi la mano con forza studiata, presentandosi solo col nome. La seconda cosa che ricordo è che, quando iniziano le attività,  l'uomo attraente si rivela essere il formatore, e parte con un suo monologo. Dopo la prima ora penso ancora che sia un fico astronomico, ma la mia mente ipercritica ha già sgamato in lui tecniche di PNL, tra cui la citata stretta di mano, spunti di filosofia spicciola, doti istrioniche di livello, un notevole grado di cultura generale e un uso assolutamente criminoso e sfacciato del fascino che innegabilmente possiede, e quindi ha classificato il bell'uomo nella categoria paraculi.

Nel corso del weekend capirò di essermi sbagliata, su due cose.  

Uno, il formatore non è un paraculo. È l'Imperatore di tutti i paraculi, e mi riferisco all'imperatore delle galassie di Star Wars, non a quello sacro romano germanico, giapponese o bizantino. Per fortuna, il suo paraculismo è orientato a fin di bene, e il suo fascino è pari alla sua serietà professionale. Crede veramente in quel che fa, e lo sa davvero fare.

Due, questo non è un corso sulla comunicazione, tantomeno un monologo di un istrione. È la presentazione,  che nel corso del weekend diventa estremamente applicativa, di un metodo. Un signor metodo. Che CAMBIA la vita delle persone. Sissignore. Perché, il sabato ancora no, la domenica a mezzogiorno ancora no, ma la domenica alle 17 e 30 circa, di colpo, cambia anche la mia. Con una frase. Del resto, se sono dove sono, se sono chi sono, è tutto per una frase della mia prof di lettere quando ero in seconda media. Quindi lo sapevo, che poteva succedere. 

Nel 2019 vado a tutti gli incontri che il gruppo tiene in Piemonte, non me ne perdo uno. Mi trasformo inesorabilmente, a partire dall'abbigliamento e dal modo di pormi. Mi rinforzo sempre di più. Nel gruppo mi faccio anche una, poi due amiche, El e Red. A maggio "tocca a me" provare sulla mia pelle una parte del lavoro che si fa, collettivamente, per scardinare schemi mentali stantii e aiutare le persone a dirsi e dire le cose. Esco tritata, talmente fusa che il sabato sera, guidando, prendo una rotonda al contrario, per fortuna era molto tardi e non c'era nessuno. La domenica "sto sotto" più di tre ore. Alla sera sono stanca come se avessi partorito. Ho mosso così tante energie che mi hanno sentito fin dallo spazio: il rapitore alieno, che era sparito, si schianta su di me come un meteorite la notte stessa e, senza inviti, richieste o preamboli, attacca a dire la verità che stava lì da anni: io non aspettavo altro, e ci scriviamo tutta la notte. Ma questo, per quanto eclatante e denso di conseguenze, è solo uno dei molti eventi incredibili, collaterali o direttamente collegabili al corso, che si sono scatenati da quando la metodologia dell'Imperatore Paraculo ha messo piede nella mia vita.

Dopo qualche mese sono talmente diversa che la Princi stessa decide, senza che glielo abbia proposto io, di provare. Prova e ne esce totalmente diversa anche lei. Il nostro rapporto non sarà più lo stesso, e lentamente lei raddrizzerà tutta una serie di cose nella sua vita. Mentre io le raddrizzo nella mia. E porto al corso Caracas, in un momento della sua vita in cui ne ha veramente bisogno, e a sua volta lei ci porterà lo Scienziato, e poi ci porto anche l'Ingegnere. Tutta gente che non molla più e collabora a sua volta bene col gruppo. E continuerò a portarci gente, senza se e senza ma, considerato quanto funziona. Mi diplomo anche nel metodo stesso, di cui sono quindi utente e operatrice. Persino durante i vari lockdown il gruppo resiste, e resiste fuori dal gruppo anche l'amicizia con El e Red. L'unico che non si farà coinvolgere, udite udite, sarà l'Uomo. Il quale però,  in periodo di lockdown e coprifuochi vari, ascolterà senza parere tutte le serate online. E si metterà a parlare con tono assolutamente rispettoso del corso e a difendere i miei weekend fuori per seguirlo, come difende da eventuali interferenze o imprevisti i miei ritiri o i miei orari settimanali di yoga. Chissà. 

Ad oggi quello che è successo in me è descritto, solo embrionalmente, qui e qui. Ma fate conto che da quando ho scritto quei post si è potenziato moltissimo. Non posso raccontarvi esattamente in cosa consista tutta la magia, ma, adesso che vi ho spiegato, posso almeno farvi riferimento. 


domenica 9 gennaio 2022

Ma tu guarda quante cose - episodio 2

Questo in realtà è un post vecchio, che era rimasto in bozza. Ma ieri sono andata a camminare con la Bottadicoca, che non vedevo da mesi, e alle sue lagnanze per il fatto di vivere con due figli nella tarda adolescenza mi sono scoperta a invidiarla molto. Quindi l'ho riletto (cosa che avevo fatto spesso) e lo metto qui.

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Del vivere di nuovo in due. 

Si notano le differenze, soprattutto in bagno. 

Il cesto della biancheria non deve più essere vagliato per togliere dalle tasche fazzoletti, bustine di Oki, accendini e orecchini. Al massimo, lavo per sbaglio una o due mascherine che stavano imboscate in una tasca dei miei pantaloni, o un bottone dell'Uomo.

Lo struccante dura in eterno. Anche il cotone. Mi manca da morire ogni sera quando mi strucco la faccia, infatti. 

Ho sbagliato spazzolino una volta. Poi di nuovo. Poi ancora. La Princi aveva questa cosa di averne tipo sei alla volta. L'Uomo nasconde da anni il suo nell'armadietto, per questo motivo. Pian pianino ho iniziato a lavarmi i denti, a rotazione, con cinque diversi spazzolini, che ormai sono tutti miei. Mi manca da morire tre volte al giorno quando mi lavo i denti, quindi.

Sul muro della doccia non ci sono più strani schizzi di roba gelatinosa verde o nerastra (maschere per il viso) o appiccicosa rosa brillantinato (lo scrub per il corpo). La prima volta che sono andata a casa della Princi e del BP con qualcun altro, approfittando del fatto che lei chiacchierava in salotto, ho usato il bagno e fatto un velocissimo check della situazione: in venticinque secondi, e senza produrre alcun rumore, neanche mi avessero addestrato nei servizi segreti, ho controllato spazzolone del gabinetto, fondo della doccia e odore del cestello della lavatrice. Tutto assolutamente ineccepibile. Menomale. La volta dopo, mentre l'Uomo teneva impegnati figlia e fidanzato, ho controllato il frigo. Me lo avessero raccontato, che diventavo una madre così. Madonnina come mi sarei indignata. 

Partiamo per la montagna quando cazzo ci pare, basta aver lasciato le gatte in condizioni di sicurezza. 

Abbiamo mangiato per tre mesi in modo totalmente casuale, frutta al posto della colazione, torta salata per merenda, gelato per cena, e soprattutto non si sono più visti i quintali di proteine animali con cui tenevo in vita la piccola cannibale. Sparita la corvée quotidiana di cucinare pesce pollo carne, e di non vedere uno spaghetto neanche col binocolo: a un certo punto di questa fase totalmente lattoovovegetariana, persino io, che ho perso di vista la carne rossa da anni, mi sono sbranata due etti di bresaola a manate, in piedi, direttamente dalla carta, una scena tipo Rosemary's Baby, si vede che il mio organismo richiedeva del ferro. Adesso a me è passata la fase di rigetto, l'Uomo è a dieta e sono tornati in scena gli hamburger e diminuite le pastasciutte. Al mattino non devo più inventarmi ogni giorno qualcosa di diverso, uova strapazzate, pancakes o frutta tagliata sottile per lei, quindi inizia a mancarmi quando, fatta colazione io, preparo tazza e piattino per l'Uomo. 

Praticamente mi manca sempre, quando sono a casa, tranne in quella meravigliosa prima ora della giornata che, da oltre vent'anni, è solo mia. E di notte. Di notte dormo come un ghiro, confortata dal fatto che adesso è il BP ad avere il sonno leggerissimo e aggiornarmi con la massima precisione su quando lei ha avuto un incubo, ha parlato nel sonno o aveva due linee di febbre. 

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Aggiungo l'aggiornamento. Hanno retto, fin qui, a notevoli difficoltà su entrambi i posti di lavoro, a numerosi guasti della macchina, a due traslochi, a coliche renali di lui e febbre alta con delirio di lei. 

Si sono fatti un albero di Natale alto 2 metri che a disfarlo ci vorrà un team di operai. 

La casa sembra uscita da una rivista di arredamento.

E lei mangia verdura e frutta anche se lui non le vuole. E insiste perché lui impari a mangiarne.

Ho riguadagnato un pezzettino di armadio e qualche cassetto in camera della Princi, ma sono comunque svuotata. Anche e soprattutto perché di questo fidanzato non ci si può lamentare, si nota proprio che mi manca lei, non è che sono preoccupata o che non condivido le loro scelte, è proprio che volevo fare la madre ancora un po'. Si è  visto soprattutto da quando ha avuto zero giorni liberi sul lavoro, perché in negozio era rimasta sola e c'era l'apertura domenicale del periodo prenatalizio. Ha smesso di venire a dormire qua una volta a settimana, e ho perso le domeniche mattina che mi rendevano tutta trillante già il venerdì. 

E però io sono qui sola con l'Uomo. Adesso sono passati sei mesi e sempre qui siamo, e, posso essere sincera? Non stava scritto da nessuna parte. Invece.

Sarebbe lunga la riflessione in merito. 

Nel dubbio, due giorni fa ho battezzato i tre ulivi del giardino della Casa dei Sogni. Ovviamente Penelope quello più solido e ombroso sotto cui mi siedo, un ulivo pensato per fare ombra a una panchina rotonda di pietra non se ne va tanto facilmente. Telemaco il più giovane, addossato alla casa. E Ulisse quello più vicino alla via di fuga, quello che, a detta dei giardinieri, ha meno radici. Eppure sta lì anche lui. Io gli parlo, perché voglio convincerlo a mettere su una chioma bella frondosa come quella degli altri due. E a non andarsene dal cancello.

Due giorni fa l'Uomo ha guardato i frutti del melograno spaccati, caduti nel giardino roccioso, e ha detto: "Tutti i melograni rotolati giù". Ho risposto:"È vero, è un casino", e lui fa: "Avremo altri alberi di melograno". 

Ecco. Avremo altri alberi di melograno. Questo, voglio sentirmi dire. 



 

  







mercoledì 5 gennaio 2022

Ma tu guarda quante cose - episodio 1



Prima di tutto. A Paesino da Cartolina, se uno vuole dei lavori in una casa, non chiama i muratori. Chiama IL muratore. Lui, il solo, l'unico, il Michelangelo della Valle Segreta.

Detto così, perché è Colui Il Quale ristruttura in stile ineccepibile ogni angolino del paese, con passione maniacale. Fa anche un'altra cosa con passione, da 4 anni, e la fa rendendo molto felice la Caramella. Ragion per cui, io so di lui molte cose che preferirei non sapere di un uomo che circolerà per casa mia. Ma, a prescindere dal fatto che sia l'uomo di una mia amica, e che di michelangiolesco abbia anche il fisico, avrei comunque chiamato lui. Perché in questi anni in cui la Caramella e io andavamo a camminare e lei fingeva di non conoscerlo, o lo salutava distrattamente, ma le brillavano gli occhi e le scappava un sorriso tutto fossette tipo fidanzatina ventenne, lui ha ristrutturato esternamente in modo impeccabile un terzo delle case di Paesino da Cartolina. E anche perché la precedente proprietaria aveva fatto fare i lavori a lui e suo padre, e quindi conosce già la casa. 

Il problema di volere Michelangelo è che i tempi di attesa sono a dir poco rinascimentali. In agosto, gli ho chiesto un sopralluogo e, giuro, meno di 6 minuti dopo ha frenato davanti al mio cancello e mi ha dedicato un'ora. Poi mi ha detto: prima del 2022 non ho un momento libero. E allora io la mattina del giorno 3, primo giorno feriale del 2022, alle ore 9.20 ho mandato il primo Whatsapp. Mi scusi egregio Buonarroti, etc etc, ma si era detto gennaio, ecco, è gennaio. Ha risposto solare e gentile come sempre che mi scrive appena può.  E ora io palpito.

Intanto ho conosciuto i giardinieri. Che, anche loro, già sanno della casa, e parecchio stimano la proprietaria di prima che si è disegnata da sola il giardino dei sogni. In negozio, avevo conosciuto il più vecchio dei due: barba da boscaiolo e camicia a quadri, diciamo prevedibile. In giardino,  per il preventivo,  si sono presentati entrambi i fratelli: il taglialegna e l'artista, abbigliamento e occhiali da dandy, parlantina ipnotica e chiaramente il creativo di famiglia. Anche i prezzi sono quelli di uno stilista di Milano. Mi sa che imparerò a gestirmi da sola molti attrezzi che ora guardo con sospetto.

Per ora ho acquisito la padronanza di uno strumento fondamentale,  la bellissima gatta nera della vicina. Ho strategicamente posizionato sotto il portico una cuccia di plastica con copertura e cuscinetto morbidissimo e pelliccioso all'interno. Orientata in modo tatticissimo per ricevere tutto il sole del pomeriggio, pur rimanendo al riparo. Ce la trovo dentro, accucciata comoda, a volte quando arrivo, altre volte dopo che ho finito di pulire o decorare, quando esco,  perché non si lascia toccare, ma chiaramente sta appostata sotto la finestra del salotto a farsi i fatti miei, ascolta tutte le lezioni di yoga, la mia voce quando canto e le telefonate. Sì eh, ho detto che canto. Perché io sono morta nel maggio del 2015, e ho lasciato cadere come una pelle di serpente la persona che ero, ma lì, com'è come non è, canto. Soprattutto quando l'Uomo è già passato a fare cose con me o sta per arrivare. Quindi, dicevo, la gatta della vicina col suo manto total black gironzola in giardino, e ciò tiene lontani gli animali innominabili che appunto non definiremo.

Del resto della fauna, bisogna farsi una ragione.  Ho deciso che devo per forza passare dallo stato precedente di paralisi e gola secca alla vista di un ragno, a un approccio scientifico ed etologico di impianto strettamente darwiniano. Traduco. I ragni ci sono e ci saranno. Sempre. Ovunque. Sotto le mensole del camino.  Nelle finestre. In giardino. Clamorosamente, ma questo si deve al fatto che la casa non è ancora abitata: nell'annaffiatoio, e nel portacarta in bagno (sì, ho urlato e sono partita via dalla tazza con un salto verticale da ferma, come uno shuttle). Quindi adesso io sono una grande lettrice di un sito che si chiama aracnofilia.qualcosa, e ho imparato come si chiama quello veramente grosso che ho trovato morto in salotto. Ho imparato  a distinguere chi c'è dietro l'angolo dal tipo di tela che fa. E ho imparato a stimare molto i cosiddetti ragni zampelunghe, che, poverini, esteticamente sono così banali e sfigati, e invece no: sono estremamente aggressivi nei confronti di altri ragni più grossi e pericolosi di loro. Quindi sono la guardia reale che mi difenderà da altre presenze. 

Tuttavia persiste un problema non piccolo. La cantina. E in particolare l'infernot, cioè il cunicolo stretto e basso che faceva anticamente da frigo naturale per i vini. Lì vivono Cose. Una delle Cose è stata parzialmente mangiata (eviscerata sarebbe il termine tecnico) da Altra Cosa, chiaramente più feroce. Siamo sempre nel mondo degli insetti, credo, ma come sia fatta l'Altra Cosa io preferirei non saperlo mai, dato il risultato raccapricciante del suo pasto. Che non ho avuto la forza di raccogliere. Resta lì per ora,  e si mummifica nel clima immutabile della crota. Ma io prima o poi ci dovrò tornare. E studiando sul sito degli aracnofili ho capito che, se al piano superiore mi bastano gli esili ragni zampalunga, sotto devo schierare la Wehrmacht.

Ora. Esiste un tipo di ragno che ADORA mangiare le Cose e vivere in cantina, soprattutto nel legno vecchio. Se è femmina, sceglie una fessura, ci costruisce un tunnel di ragnatela che può arrivare a due metri (DUE. METRI.) di lunghezza e ci resta. Per tutta la vita. Tre anni garantiti. Esce solo per prendere le Cose, e spolparle. E le vuole grosse, le Cose. Come quella che ho trovato mezza mangiata. Magari proprio da uno di loro. Parentesi: la femmina sta tutta la vita nella stessa fessura, se nessuno la manda via. Il problema è il maschio, che, essendo maschio, va a figa, e quindi girerebbe per la cantina. Io non so se ce ne siano già.  So però che sarebbero talmente utili che dovrei procacciarmeli in un negozio specializzato, portarli a casa, liberarli in cantina e sperare che si trovino bene. C'è un dettaglio, però, e mi spiace passare per razzista, e mi spiace passare il messaggio che l'estetica conti più della professionalità... però...




...diciamo che se io mi paralizzavo fino a un mese e mezzo fa di fronte a un ragnetto marrone di 4 mm, adesso qui potrei non farcela. 











Tra color che son sospesi

 Sì. Beh, diciamo che questa non me la sarei mai immaginata, ma pare che da una quindicina di giorni io sia a casa, sospesa dal lavoro, per aver voluto esercitare quello che, secondo me, è il mio diritto di scelta tra vaccino e tampone.

Ora, chiaramente questo non è il luogo dove mettersi a disquisire dell'incubo che tutti patiamo da due anni e, senz'altro, questo blog NON è un posto per teorie pro o contro vaccinazione, soprattutto considerando che la mia è una scelta strettamente politica e che della medicina ho il massimo rispetto.

Infatti, se non fosse che sono già stata malata, mi sarei vaccinata eccome. A questo punto, e qui finiscono le mie spiegazioni per quanto riguarda la mia decisione, sotto potete scrivere qualunque cosa, ma non reagirò, al massimo eliminerò i commenti troppo offensivi.

Il punto non è tanto cosa penso o non penso della situazione, tanto più che voglio solo essere lasciata libera di pensare a modo mio, non catechizzare o convincere gli altri. E infatti nella mia famiglia abbiamo dimostrato tutti il massimo rispetto l'uno per le scrlte degli altri, ed è andata così anche con molti amici e la maggior parte dei colleghi.

Il punto, se mai, è come farò io,  poveretta, che a momenti esco di testa per la Dad, a starmene a casa cinque settimane o sei mentre le mie classi vanno avanti senza di me, i miei colleghi vanno avanti senza di me, Scuola Vintage va avanti senza di me.

Non che io non abbia cose da fare: infatti questo post è l'inizio di una serie di avventure, se avrete voglia di seguirle, il cui titolo è probabilmente "Ma tu guarda quante cose si potevano fare di mattina, a parte barcollare tra una cattedra e una macchinetta del caffè".  

[Per il momento, piccola anticipazione. Cavallino,  la Tipa, mio marito, mia figlia e mia madre, cioè le 5 persone che mi conoscono meglio, hanno tutti espresso serie preoccupazioni sulla mia tenuta psicologica, e credo che abbiano ragione, per cui sto cercando di pensare molto attentamente a darmi una routine sensata che mi permetta di non rimanere fuori dalla scuola, nell'angolino della strada pisciato dai cani, a uggiolare perché non posso entrare a far lezione ai ragazzi. Ma vi dico già che sono a casa dal 21 dicembre e non ho avuto letteralmente un attimo per fare mezzo programma sensato, dice che è il Natale, dice che è la famiglia a casa in ferie, va' a sapere, comunque di routine non se ne sente neanche il bisogno,  se mai di dormire.]

Parimenti, questo post è l'avviso per tutti quelli che hanno voglia di litigare, che non ci provino neanche, perché non darò alcuna soddisfazione. Per gli altri, mi limiterò a dire che vedremo se vinceremo uno dei ricorsi, e poi eventualmente deciderò cosa fare alla fine di gennaio.

Si dia inizio a questa fase della mia vita, che potrei chiamare: caos. 


domenica 21 novembre 2021

Immaginati

Quesito. 

Immaginati una ragazza che inizia a fare il suo mestiere, fa sbagli come tutti, a volte deve scusarsi, sicuramente deve imparare, spesso deve inghiottire cucchiaiate di merda come tutti i precari.

Immaginati che questa ragazza abbia un'enorme volontà di fare quello che fa, e lo faccia veramente con passione, e lo faccia volentieri anche quando nessuno le riconosce niente, perché il suo carattere, assolutamente non facile, ammettiamolo, e le sue capacità piuttosto sviluppate hanno dato fastidio, la sua voglia di sperimentare ha fatto sentire alcuni altri delle mezze seghe, e le mezze seghe vogliono continuare a essere mezze seghe, ma senza che glielo facciano notare, che sono delle mezze seghe.

Immaginati adesso che questa ragazza non sia più una ragazza, che siano 20 anni che fa questo mestiere e che un giorno si sia traferita in una nuova scuola, dove finalmente usano le sue capacità per far funzionare le cose.

Adesso immaginati che un collega faccia una cosa veramente scorretta a questa che continuiamo a chiamare ragazza, e che una preside ed altri due colleghi, invece di raddrizzare il tiro, alimentino la scorrettezza e la amplifichino, continuando a parlare dietro la schiena di quella che non è, ormai, più una ragazza, ma fa sempre le cose con tutta l'anima, anche se a volte, per carità,  fa le sue brave minchiate; ma non stavolta.

Ora immaginati che questa ragazza abbia trascorso gli ultimi tre anni della sua vita a fare un corso dietro l'altro per potenziare le sue capacità, e smettere di avere paura anche della sua stessa bravura, e imparare a chiedere scusa solo quando necessario e non sempre, tutte le sante volte, come se fosse lei quella a cui si devono tutti i mali dell'umanità.

Immaginati che questa ragazza si sia rafforzata dopo tante, tantissime facciate nel cemento, sul lavoro e fuori, e abbia deciso che d'ora in poi, quando ha ragione, non si sposterà di un millimetro dal punto in cui si trova e saranno gli altri, eventualmente, che dovranno imparare a fare un passo verso di lei, per evitare di mettersi ancora di più dalla parte del torto. 

Immaginati, comunque, che quando questa ragazza si fa le sue ragioni e non cede di un millimetro, questa cosa le costi ancora uno sforzo terribile, non solo per essere lucida e assolutamente professionale, ma anche per non lasciare andare a ruota libera il suo carattere che è notoriamente tutto fuoco e fiamme, quindi torni a casa con i muscoli completamente distrutti dalla fatica di contenere la respirazione, la voce, la gestualità e di restare assolutamente impassibile di fronte a qualunque forma di pressione e provocazione.

Immaginati che questa ragazza smetta di dormire decentemente e inizi a sognarsi cose orribili come stragi o delitti pieni di sangue e a svegliarsi alle 5 di mattina con le palpitazioni.

E immaginati anche che questa ragazza, che aveva già le sue belle cosucce da digerire quest'anno, tra cui tre lutti, il distacco da una figlia e diverse delusioni a casa e fuori, faccia finta di farcela, e continui ad andare a lavorare senza perdere un minuto, e perseverando anche nell'essere il più possibile sorridente,  ironica e gentile con gli altri nonostante una mezza jdea di mandare tutti a cagare e restarsene sotto il piumino a gemere.

Hai visto tutta la sequenza? Ti sei fatto un'idea di come possa stare dentro di sé questa ragazza, mentre fa la dura, la spessa, quella che una volta tenuto il punto non si guarda indietro e va avanti tranquilla come se niente fosse? Perfetto.

Ora che ti sei immaginato tutto questo aggiungici il dottor Carter, che la guarda con i suoi occhi castani così giovani e così buoni, mentre lei mette a nudo esattamente come si sente, per chiarirgli che anche lui, che è un professore straordinario, un giorno, dovrà farsi le sue ragioni proprio come lei, e starà malissimo, ma stare malissimo non sarà un motivo sufficiente per non farlo. 

Adesso aggiungici anche una Valchiria bionda, che in qualche modo ha capito dove sta il cuore ferito sotto tutta questa corazza da lottatrice, e interviene la sera con questi messaggi: "Domani ti porto una torta. A che ora stacchi? Andiamo a pranzo insieme così parliamo." (Cosa a cui la lottatrice risponde: "Ah sarà meglio che parliamo d'altro... cibo, vacanze, bei progetti e maschi con un bel culo direi che sono gli argomenti adatti")

E quando ci hai aggiunto tutto questo, fai entrare in sala professori un grosso orso con il cappotto nero, che non ha nessuna intenzione di toccare l'argomento ma sa esattamente tutto quello che è successo, e trova la ragazza che parla con la maestrina del progetto di recupero. E immaginati che questo orso si fermi a parlare di cose in cui apparentemente non è per nulla coinvolto con la maestra, restando in piedi accanto alla ragazza, senza quasi guardarla,  senza dirle niente, semplicemente dandole la sua titanica presenza come appoggio. 

E così,  dal nulla, immaginati anche che la maestra e il grande orso, casualmente, si mettano a parlare di un alunno che, dicendolo con affetto, è oggettivamente un po' strano, e il grande orso colga l'occasione per imitarne il  comportamento, afferrando il cancellino della lavagna della sala professori e mettendosi a ballare e sculettare nel cappotto nero mentre cancella, mentre la maestra, la ragazza e tutti gli altri presenti si scassano dal ridere.

Ora ti chiedo: questa settimana, alla, chiamiamola, ragazza, è andata male o è andata bene? 

sabato 6 novembre 2021

Ci fa un freddo disperato in quel cortile, ma noi facciamo splendere il sole

Ed è arrivato novembre. Sono quattordici mesi che lavoro a Scuola Vintage. Dieci mesi pieni di 2021, e il 2021 da solo per me conta tanti lutti atroci quanti ne contano gli ultimi dieci anni. L'ultimo è stato tanto agghiacciante che, per la seconda volta da quando mi sono trasferita, non ho potuto parlare di un fatto importantissimo per me qui, a causa di indagini in corso, e anche ora, che l'aspetto poliziesco è risolto, grazie, ma non è il caso.

Da un paio di giorni il cielo è pulito come un bicchiere di cristallo appena lavato, ci sono tramonti ad effetto, stellate senza fine. Fino a qualche giorno fa era tutto una nebbietta bagnata e un clima semicaldo privo di senso. I capelli impazzivano e bisognava cambiarsi due volte al giorno perché, coi termosifoni in modalità bistecchiera, ci si infradiciava. Soprattutto in prima, dove la camminata in mezzo ai banchi è cruciale per far lavorare i topini, e batte sempre luce, a qualsiasi ora (deve essere l'unica stanza del mondo orientata contemporaneamente su tre punti cardinali, che non comprendono il nord).

Quest'anno "ho" cinque classi. Nel senso che ci sono i miei, quelli della seconda B, dove io sono l'autorità somma che coordina; poi, ci sono quelli della seconda del dottor Carter in cui faccio storia e geografia; poi, mi hanno dato questa ventina di topini freschi di primaria, che adorano essere alle medie; poi, ho un'ora a settimana in una terza che è un film dell'orrore per tutti; poi, mi hanno tolto i Bimbi Sperduti che ora sono stati dati alla Bella Statuina, ma incautamente me li hanno lasciati come vicini di casa. 

Capita quindi, mentre sto spiegando ai topini, che entri, non troppo furtivamente, la mia Palestinese in Fuga e mi avvolga in un abbraccio direttamente alla cattedra. Capita che i topini facciano l'intervallo in classe mentre in corridoio i Bimbi Sperduti, quasi tutti più alti di me ormai, mi trascinano nelle loro vite. Inizialmente erano lamentosi: "Prof noooooo deve tornare da noiiiii perchééé ci ha lasciaaaaatoooo" o rivendicativi: "Questa prof non ci piace, è cattiva" ("Ma starete scherzando, io vi sgridavo di continuo!!!" "Sì, ma lei ci faceva anche ridere!"). 

In un paio di mesi sembrano aver deciso che è bello non avermi come docente perché ora possono starmi addosso, abbracciarmi (le regole antiCovid e l'affetto non sono compatibili) e venirmi a raccontare i fatti loro: "Non piango più quando mi interrogano!" ("Era l'ora!!!"), "Ho fatto un casino con la prova di matematica!", "Ho preso 9 di storia!". Salvo poi restarci malissimo quando scoprono che io so parecchie cose di loro: "Ricciolone, tu vedi di stare fuori dai casini, non fare il pazzesco con quelli pericolosi qua in giro". "Ma prof..." "E te li tagli 'sti capelli, santiddio???" 

Poi suona la campanella e se ne vanno: "Ti voglio bene prof" mi dice il marocchino più dislessico e tenero del mondo, andando via. Io rientro dai primini, che osservano senza osare commenti il mio sorriso emozionato, per loro le creature di terza e i loro comportamenti sono ancora un impressionante mistero.

Con la terza che è un film dell'orrore vado molto d'accordo perché il poliziotto cattivo lì lo fa l'Artista, io faccio solo compresenza, non do voti e tengo mezza classe per volta, li porto in mensa e li incontro nei corridoi, dove ancora confondo i nomi di tre ragazze che secondo me sono uguali, in compenso mi ricordo la pronuncia precisa dell'unico cognome moldavo, credo di essere la sola in tutto l'istituto. Stiamo sviluppando insieme i contenuti di un sito internet. È un lavoro nuovo anche per me, non mi annoio.

Sono un po' stanca delle seconde medie, che quest'anno sembrano quinte elementari,  e molto contenta di come impostiamo il lavoro con i primini. Ci sono, come al solito, arrivate dai maestri delle segnalazioni di disturbi dell'apprendimento, certificati e non, che non corrispondono a realtà,  in compenso ne abbiamo alcuni, sulla carta normalissimi, che sembrano fuori come balconi. Ma è una classe dove si fa tanto e si fa in allegria. 

In sala prof mangiamo come al solito troppi dolci, beviamo quantità di caffè che fanno paura ai cardiologi e diciamo talmente tante parolacce che a volte io vado a chiudere la porta.

 Quest'anno è tornata la Valchiria, che è esattamente come me nel modo di fare, infatti ci siamo trovate subito, e poi ci sono un po' di gradevoli facce nuove per tutti. Tra cui la Coscialunga di Mate, che io detesto solo perché è bella e l'Orsone ci va molto d'accordo, scatenando la mia feroce possessività nei confronti del mio personale rifugio antiatomico a due ante. 

Sembra abbiamo acquistato bene per quanto riguarda Tecnologia (Uno Carino) e Spagnolo (Minnie). La Sirena di Francese adesso insegna Inglese, e improvvisamente parla, anche parecchio, dopo un intero anno in cui aveva tre scuole e da noi veniva solo due giorni a settimana, senza quasi salutare. Francese lo fa la Gnoma Simpatica, che è l'ultima che saluto a fine settimana (sì, ho di nuovo il prolungato al venerdì, l'orrore e l'abisso). 

Poi c'è il Pezzodignocco che potenzia matematica, dimostrazione spettacolare di come un maschio sulla trentina possa essere contemporaneamente fico e imbranato come una dodicenne, perdipiù palestrato e laureato. Un enigma alto un metro e novanta, sempre sorridente peraltro, che noi trattiamo istintivamente da amico, perché è contagiosamente allegro e molto semplice, salvo poi ricordarci all'improvviso che lui non è  Carter, non sa molti intrighi di palazzo. Io, sono già due volte che gli dico che dovremo ucciderlo al termine della conversazione, perché per sua sfiga gli capita l'ora buca del venerdì con me,  l'Orsone e la Valchiria, in cui l'ultima cosa che si fa è avere peli sulla lingua. 

Carter arriva dal corso di alfabetizzazione sul finire dell'ora e trova sempre uno spettacolo poco edificante, la Valchiria che gesticola come la tipica donna di colore che non ha paura di nessuno, me con le guance rosse per il fervore dei discorsi o per le risate, l'Orsone che spara cazzate a raffica, un po' brontolando un po' ridendo, il Pezzodignocco che si sbriciola con la brioche, seduto curvo perché nessuno gli ha detto che quando uno è alto come un palazzo deve muoversi come un Lacedemone alle Termopili, non come un bambino timido... Quattro pessimi soggetti. I bidelli non osano affacciarsi in sala prof in quell'ora del venerdì,  sembriamo quattro migliori amici in gita scolastica, quelli seduti nell'ultima fila del pullman a fare cagnara. 

Tranne oggi: l'Orsone era a casa in permesso, la Valchiria sudava sangue sulla compilazione di un foglio ferie con le settanta procedure burocratiche annesse, così io ho preso il Pezzodignocco e ho biecamente sfruttato i suoi definitissimi muscoli per scaricare uno scatolone con venti copie della Divina Commedia dalla mia auto, dato che mi sono distrutta una spalla in non so quale pratica yoga. Poi l'ho portato al bar a sbriciolarsi la brioche addosso e ho ascoltato le sue vicende sportive per un po', per risarcirlo della manovalanza. Ma non mi sono divertita come al solito. Tranne quando mi ha detto che, al suo esordio da noi come insegnante che fa lezione invece che come figura di potenziamento, era entrato in classe con la frase "Voi l'avete visto V per Vendetta?". Allora ho riso, e ho pensato che, se gli diamo ancora qualche anno, forse non dovremo più ucciderlo al termine delle conversazioni proibite del venerdì.