Non ero a favore dell'obbligo vaccinale, perlomeno come pensato e realizzato, col sistema della garrota, qua in Italia. Ma di per sé nel mio sangue scorre il DNA di molti medici, farmacisti, pediatri e specialisti vari, a casa mia le figure da considerare sacre erano il medico e l'insegnante. Quindi, una volta piazzati i miei mesi di protesta politica nelle statistiche, sono andata a chiedere qualche informazione e, quando il mio dottore, che è un essere umano amorevole e non massificato, oltre che un medico accurato e in gamba, mi ha detto che il vaccino valeva la pena farlo anche con la mia anamnesi, ho smesso di pensarci e mi sono concentrata solo sul quando farlo.
Masticando sempre molto amaro, per la questione di dover presentare un certificato per svolgere il mio lavoro e esercitare i miei diritti.
Poi sono tornata al lavoro e, come descritto, sono stata avvolta nelle prime 48 ore (nei primi 48 secondi, sarebbe meglio dire) dal flusso frenetico e dalle miriadi di grane di Scuola Vintage.
E subito dopo, sbabam, la omicron. Sintomatica, pure.
Ci abbiamo tutti riso sopra per non piangere, poi io ho avuto un momento di dubbio: no, ma se la prima volta ho detto "e su, è un'influenza, non facciamo tante storie" e poi, un anno e mezzo dopo, la mia membrana cardiaca ne portava ancora traccia, forse sarà meglio che non faccia la spaccona, nevvero. Prima vediamo almeno quanto ci mette a passare. Per fortuna sembra si stia risolvendo nei termini di un raffreddore di quelli brutti.
Intanto mi sono trasferita in fretta e furia nell'appartamento di mia madre, che lei occupa solamente in mesi in cui il clima di qui è meno infido. Io, il termometro, l'apparecchio per la pressione, tachipirina e cardioaspirina, cibo, roba per la scuola, roba dello yoga e un po' di lavoro a maglia. L'Uomo passa una volta al giorno, mascherato come Diabolik, con la spesa. È incredibile quanto ti senti assurdamente limitato, nel dipendere da altri per comprare la carta igienica.
Sono alla quarta notte da sola. Gli incubi che faccio sono da campionato, sarà la febbre. Ieri notte ero convinta di avere gli zombie in corridoio. Stanotte non so cosa potrei sognare, data la performance in tre atti che mi hanno regalato poco fa i vicini di mia madre, beati loro.
Ora tutto tace. Io veglio. Pensando che mi mancano tante, troppe cose, anche se questi giorni da sola sono più sopportabili di quanto avrei creduto, perché praticamente inizio a lavorare aprendo gli occhi e smetto verso le 23. Non sono io, tra l'altro, che mi tengo impegnata. È che ogni 35 minuti scrive un collega con una cosa diversa da chiedere, riferire o farmi fare.
È tornato il Supplente Nerd, menomale così non è una persona nuova cui rispiegare tutto. Gli ho detto che, se non gli scocciava farsi manovrare come un avatar della Wii, sarei andata avanti io col lavoro tramite lui (avevo uno scadenziario giorno per giorno, quasi ora per ora). Se ne è stato. Così, per bocca sua, detto paragrafi sui re di Francia assassinati in vario modo nel Seicento alla seconda, faccio ripassare Letteratura all'altra seconda e ...niente, i primini sono in balia dei flutti.
Devo guarire (ma soprattutto devo avere il tampone negativo) al più presto. Si capisce dal fatto che i colleghi mi hanno fatto lavorare fino alle otto di sera anche da malata, ieri ho partecipato a un dipartimento, che avrei dovuto dirigere, via messaggini, e poi la Valchiria ha organizzato una chiamata su Google Meet per pranzare con me, e l'Orsone mi ha scritto per dirmi che deve avere un chiarimento con la Melensa, per volere della Dirigente Borbonica, e non ne ha voglia. Devono mangiare le brioches che porto il venerdì e i cioccolatini ripieni che metto nella biscottiera in sala prof. Devono dirmi stronzate da morir dal ridere, vicino alla macchinetta del caffè, e profonde verità sul nostro mestiere nella società odierna. Dobbiamo fare cose, smazzare casini, risolvere guai, costruire futuro. Non ho tempo per un secondo giro di valzer con il virus. È marzo, porca vacca. È già marzo. Prima di quanto si creda, sarò di nuovo a casa per le ferie estive, con la prospettiva di due terze da finire di istruire recuperando tonnellate di roba.
Ma pare che, adesso, sia praticamente finita per me l'era delle code nel cortiletto grigio dietro la farmacia, per fare i tamponi. E mia figlia, che è stata malata a gennaio, ha detto che viene a trovarmi, lo ha detto con sollievo, credo che il pensiero di contagiarci lei stessa le avesse tolto la pace mentale per parecchio tempo, data la paura nera che si è sparata nel 2020, quando era l'unica sana in casa e noi arrivavamo a stento al divano dalla camera da letto.
Chissà se prima o poi potremo dire la parola fine a questa penosa ordalia. Quante cose, persone, esperienze perse in questi mesi. Io forse diventerò come quei reduci che non vogliono parlare mai di quel che hanno visto in guerra, come mi succede per il 2001, che appena sento nominare le Torri o il G8 mi rannuvolo e taccio. Persino con le classi. Forse farò uno sforzo per i nipotini. E chi può dirlo. Adesso proviamo a dormire, senza incontrare zombie.


