martedì 21 maggio 2024
Risposta dovuta da tempo
Per davvero
domenica 3 marzo 2024
La critica della ragion pratica
"Il ministro ha detto che vuol fare le classi separate per gli stranieri."
Sono scoppiati a ridere.
E io, di nuovo, ho pensato: a posto così.
[Non volevo dirlo in classe, ma la collega ha postato la citazione di Valditara sulla chat docenti nell'attimo in cui abbassavo gli occhi sul telefono per andare al registro elettronico e fare l'appello. La mia lingua è andata da sola.
Dopo, ho spiegato che normalmente noi non facciamo politica in classe, che, certo, spieghiamo la storia, le interpretazioni letterarie e culturali dei fatti, parliamo di legalità e di diritti e di Costituzione. Ma che non è nostro compito dire a dei quattordicenni come devono pensarla, bensì dare loro gli strumenti per sapere come la pensano (e saperlo dire). Mi guardavano, presissimi. Qualcuno sorrideva.
Mi spiace per quelli che parlano di scuola senza entrare mai in un'aula. Davanti a occhi come quelli, a quel silenzio, a quell'attenzione, in quei momenti in cui si sente il rumore del germoglio del pensiero che fa capolino dalla terra, il senso della decenza, se non ce l'hai, ti viene.]
lunedì 26 febbraio 2024
Pisa resiste
Oggi ho usato gli ultimi minuti della lezione in terza per chiedere se qualcuno aveva sentito cosa fosse accaduto a Pisa. Una mano sola, una ragazzina.
Ho spiegato, in modo asciutto: le manganellate ai ragazzi, il raduno spontaneo della gente alla sera, il diritto a manifestare, il dovere di essere identificabili (dei cittadini, quindi, sarebbe opportuno, anche dei poliziotti). Le parole del presidente e il suo ruolo di guida morale, più che politica.
Concludendo con: "...poi si è liberi di pensarla come si vuole, su Israele e Palestina, sulla polizia, sulle manifestazioni, sul presidente. Io ve l'ho detto solo perché tra qualche anno potreste esserci voi a manifestare, si spera per allora certe cose siano cambiate."
Campanella di fine mattinata. Apro la porta. Immediatamente dietro l'anta, c'è un exalunno, un ragazzo di quindici anni, a braccia aperte e con un sorriso così.
"Prof!!!"
"Oh ciao A., come stai?" E subito, con la supervista da docente, leggo il vero contenuto del sorriso: "Hai sentito il mio intervento su Pisa?"
"Ho ascoltato tutto, ogni parola."
"Potevi entrare."
"No, non volevo distrarli, stavate facendo un discorso importante."
A posto così. Il mio, l'ho fatto.
sabato 10 febbraio 2024
Allora - risposta ai commenti
1) Esatto, Pellegrina, è così. Poi, non è che alfabetizzazione non sia una cosa buona e giusta. Io la faccio se me la chiedono, nella mia scuola è fondamentale, ma magari un po' meno, magari non tutta a me, magari non al posto di. Magari, non ridendomi in faccia e dandomi come motivazione "non sono tanto convinta di come lei si rapporta coi colleghi", quando sono andata a chiedere perché tutte quelle ore a me. Motivazione soggettiva quindi impalpabile e inoppugnabile, perché gli attacchi tecnici sul mio lavoro li avevo sventati uno a uno, disposizioni ministeriali alla mano, dato che io le leggi le conosco e le applico nel mio lavoro.
2) Ayla: le restanti 4 ore sono fuori a fumare e rubo soldi allo Stato, chiaramente, come tutti i docenti.
Seriamente: le ore di alfabetizzazione sono a tutti gli effetti equiparate alla docenza in classe, quindi completano cattedra. Peraltro la reale docenza è di 12 ore, perché, nel prolungato, sono 8 ore di lettere e una di mensa, e nel normale sono 4 tra storia e geografia. Le altre 5 sono alfabetizzazione. Poi mi hanno fatto fare anche il Pnrr, quindi un'altra assistenza pasti e due ore con un altro mini gruppetto. Fa 21, e, con la diciannovesima ora di compresenza su una materia non mia che devo dare per il recupero dei minuti, sono 22 unità orarie di cui 10 non sono fare lezione in classe.
C'è chi non farebbe una piega, anzi. Lavorare in piccolo gruppo, non portarsi a casa roba da correggere moltiplicato 3 o 4 classi, una pacchia. Io mi sento in castigo, ed era esattamente la sensazione che si voleva che provassi. Voilà. Sto lavorando lo stesso, sto lavorando volentieri, mi sto divertendo e impegnando (vedasi prossimo post) coi colleghi, coi quali a detta della dirigente ho "rapporti non sereni", e coi ragazzi sto benissimo. Credo che mi sia anche stato accordato il perdono, perché ho sentito all'improvviso un cambio di registro e dei complimenti ripetuti dalla dirigente.
Ma io non voglio il perdono con bolla pontificia, non voglio l'ammissione di torto, non voglio né scuse né complimenti, io voglio le mie classi.
sabato 3 febbraio 2024
Sconfitte e rivincite - L'autunno di sangue
Beh.
La frase del mese di novembre, se non dell'anno 2023 per la quasi totalità, è "Grazie, perché mi insegnate come non mi devo comportare".
Il penultimo post su questo blog, riguardante una situazione di serio burn out, è stato scritto due giorni prima che ci assegnassero le classi per il nuovo anno scolastico.
Di lì a 48 ore, ho saputo che il mio orario prevedeva l'elemosina di finire Italiano con la mia terza, poi 4 ore in una prima, e tutto il resto fuori aula. 5 ore di alfabetizzazione. Una di compresenza su una materia non mia. Una di mensa. Poi si sono aggiunti il pasto e le due ore pomeridiane con il gruppo dei disperati del recupero competenze di base del PNRR.
Totale, 22 ore di cui 10 a non fare lezione.
Per carità: la mia terza è la mia terza ed è una delle due classi decenti dell'istituto. La prima è la zattera della Medusa degli sfigati, non hanno ancora iniziato a mangiarsi tra di loro, ma solo perché sono talmente piccoli e inadeguati che stan cercando di bere l'acqua salata, però sono simpatici e non mi hanno presa male, anzi prendo una riga di sorrisoni ogni volta che li incontro. E faccio storia e geografia, che mi danno parecchia soddisfazione.
E, sempre per carità: le ore di ABC sono affascinanti, dopotutto. Da uno a quattro creature alla volta, ma parlando 4 lingue e imparando cose sul mondo (ma lo sapevate voi, che Priština si pronuncia Prishtìna? E quanto sono buoni i brigadeiros brasiliani, che non sono degli ufficiali a cavallo ma dei dolcetti al cacao? E che nel centro di Dakar c'è la gelateria "Mamma mia"? E quanto vale un franco della Comunità Finanziaria Africana?). Certo però che passo cinque ore a settimana a mettere a posto le doppie e cercare di spiegare gli articoli indeterminativi, mentre supplico la ragazzina kosovara di mettersi una maglia che copra l'ombelico almeno adesso che al mattino ci sono tre gradi, cerco di tenere attento il ragazzino senegalese con disturbo della concentrazione, zittisco il ragazzone peruviano che parla costantemente in spagnolo convinto che sia italiano, e cerco di capire se la statua di Venere che arriva dalla Nigeria sta bene di salute, visto che è impenetrabile e non sorride quasi mai.
Più o meno lo stesso si può dire del lavoro pomeridiano con quelli del PNRR, con l'aggravante che mi tocca mangiare la pizza a pranzo (uguale botta di sonno senza speranza alle 2 e mezza) e con un collega di Matematica noioso come Totti (questa la capisce solo l'Uomo) che conta ad alta voce i lunedì che mancano alla fine.
Comunque. Il giorno in cui mi hanno dato l'orario ho schiumato in presenza di tutto il dipartimento di Lettere, quasi pianto in faccia al vicepreside, ingoiato chiodi davanti alla dirigente; se non fosse per i 20 minuti in cui, come sempre, è comparso dal nulla il mio barbuto, gigantesco amico Orsone a sentire il mio sfogo e lenire in parte la mia umiliazione con pazienza e sarcasmo, sarebbe stata una giornata di merda da mettere tra le prime 20 della mia esistenza. Poi ce n'è stata una, in novembre, che l'ha persino battuta, una di quelle volte in cui torni a casa, cerchi di calmarti, cerchi di razionalizzare, cerchi di gestire le emozioni, ma la sola cosa che vuoi davvero fare è ANDATEVENE TUTTI A FARE NEL CULO, GENTE MIGRAGNOSA VENDICATIVA E MESCHINA, IO LÌ DENTRO NON CI METTO PIEDE MAI PIÙ, CHE CAZZO VI CREDETE, NON SONO CERTO LÌ PER LO STIPENDIO E MEN CHE MENO PER DARVI LA SODDISFAZIONE DI CALPESTARMI, IO DOMANI MATTINA MI METTO IN MALATTIA, DOPODOMANI IN ASPETTATIVA E LA PROSSIMA VOLTA CHE METTO PIEDE IN UNA SCUOLA NON SARÀ LA VOSTRA, E RINGRAZIATE CHE NON VI FACCIO CAUSA PER MOBBING E VI SBATTO SUL GIORNALE, STRONZI.
Quella mattina nel torace dell'Orsone ci ho sbattuto per caso sulla porta della sala prof, 20 secondi dopo essermi sentita negare un permesso di un'ora che mi serviva come il pane, da un addetto della segreteria che tremava nel riferirmelo, in un corridoio molto lontano dalla porta della presidenza, dove credo lo avessero mandato apposta, invece di convocare me, forse temendo che sfasciassi l'ufficio. Me ne sono fottuta di chi sentiva e di chi c'era e non c'era e ho metaforicamente vomitato sul maglione dell'Orsone lo sdegno e la chiarissima intenzione di non lasciarmi mai più trattare in modo simile. Lui, con la solita voce pacata, ha detto: "Vedi come va l'anno prossimo" e io imperterrita: "Un anno e mezzo è lungo".
Ho convocato d'urgenza il Principe dei Paraculi e gli altri membri del gruppo con cui studio comunicazione interpersonale e crescita personale dal 2019. Mi hanno dedicato una serata e siamo usciti con uno spunto utile da un lavoro di gruppo, in cui una persona ha interpretato l'animosità del vicepreside nei miei confronti, in modo così realistico da mettere in ansia anche gli altri, figurarsi me. Lo spunto era posare l'armatura e disarmare gli altri con l'amore e la dolcezza. La vichinga in me ha detto, forte e chiaro: "See, 'sto cazzo, passatemi un'ascia, di quelle pesanti". Ma la professoressa umiliata e maltrattata degli ultimi mesi non ce la faceva davvero più a trascinarsi a scuola con il cuore pesante. Quindi ha ascoltato il suggerimento. La mattina dopo, stranamente fiduciosa e disponibile a cambiare, sono tornata a scuola sorridendo, respirando, cercando di guardare solo il bello. Che ovviamente esiste, perché il mio lavoro non ha assolutamente paragoni, a dispetto del Maledetto Ministero e delle persone che credono, per il mero fatto di avere un incarico, di poter fare il bello e il cattivo tempo nella vita degli insegnanti. Beh: ho passato novembre in stato di convalescenza. Ma ha funzionato, per quanto si capisce ora. Almeno per me e, in effetti, era della mia insoddisfazione e frustrazione che si parlava, non certo dei begli occhi della dirigente o dell'ego del vicepreside. Quindi.
Di ciò, e della fantastica scoperta di un sentiero che porta alla foresta di Sherwood, nel prossimo post.
(Ah: e grazie, davvero, a chi legge con pazienza e commenta con gentilezza. Non riesco a inserirlo qua sotto senza fare casino con gli account, quindi lo metto in calce al post medesimo.)
venerdì 5 gennaio 2024
L'anno in cui sono diventata io
Aggiorniamo un po' i miei nemmeno venticinque lettori.
Sorge il sole (no, beh, piove, e finalmente, dopo questi due anni bisogna festeggiare quando succede) sul primo weekend del 2024 e la situazione è riassumibile nella frase: "Scusate? Sentite? Potrei per favore rivedere al rallentatore il filmato del 2023? Credo di essermi persa dei passaggi, era troppo veloce..."
Domani mattina arrivano i mobili nella casa nuova. Che tanto nuova mica è più, tra non molto saranno tre anni dalla prima volta che ci ho messo piede. Ma non abbiamo finito di sistemarla. Nè traslocato definitivamente. E quindi è nuova. Ed è nuova la nostra vita.
La figlia è andata via, e noi siamo rimasti. La felicità per il trasferimento è andata via, e io rimango a Scuola Vintage. La gattina nera pazza e irresistibile è andata via, e non l'abbiamo sostituita. La Mater ha detto che voleva fare determinate cose, io le ho risposto di no, e lei se ne è stata. La base di Genova, dopo diciassette anni, è stata svuotata ieri di tutte le nostre cose, e non mi volto indietro. Credo nemmeno l'Uomo.
Credo che il 2023 sia l'anno in cui sono diventata adulta. Era l'ora, certo. Ma proprio nel senso migliore del termine, sono cresciuta, non solo nel senso anagrafico o del prendersi responsabilità o del portare pesi o dello scegliere. Nel senso di percepire quella cosa bellissima che è il giusto distacco da ogni cosa. Quel tipo di distacco che ti fa dire "niente va come volevo, okay, ma io ci arrivo lo stesso, dove volevo, e non mi rovino la salute, nel mentre". Quel tipo di distacco per cui puoi ammettere cose senza soffrire, sorridendo leggera alle voragini di dolore su cui cammini sospesa. Tanto, dal filo su cui cammini, finora, non sei caduta, quindi perché non godersi il panorama? Quel tipo di distacco per cui, quando ti fanno un complimento, pensi che non ne avevi bisogno perché lo sapevi, e dici con fierezza grazie, invece di schermirti.
Alcune frasi del 2023 che ho avuto il privilegio di sentire, leggere o pronunciare:
"La sua famiglia sei tu"
"Sei diventata il mio punto di riferimento"
"La prof. Castagna capisce cosa pensa una persona anche se non parla"
"La aiuto io, mi dia fiducia"
"Nel mio immaginario 'la professoressa' sei tu"
"Mi dia un abbraccio, su"
"Guardami: qui non ci sono sensi di colpa. Hai capito?"
"Io sto sul cazzo alle persone, sono nata così, lo so"
"Sapere di averti creato problemi mi avrebbe fatto soffrire"
"Perché sei ancora qui?" - "Perché mi fido di te"
Ho fissato un fotogramma del filmato del mio ultimo esame da maestra di yoga. Rendendomi conto che, nel 2023, sono diventata la versione di me che volevo essere.
Questa sono io, a 47 anni e 10 mesi. Finalmente, sono io.
sabato 2 settembre 2023
Burn out. Anzi burn in. Capitolo tre.
Castagna. Siediti davanti allo specchio e ripetiti la seguente sequenza di frasi.
Il primo anno che eri a Scuola Vintage, tu e altri quindici colleghi siete andati dall'avvocato e vi siete presentati in questura con un esposto, contro i ragazzi di una terza che vi avevano diffamato e calunniato sul web usando le vostre foto.
Il secondo anno, è morto un tuo alunno all'improvviso.
Il terzo anno, hai subito un mobbing feroce.
Nel frattempo sono mancate due persone che per te erano punti di riferimento maiuscoli sul lavoro e nella vita.
Accidentalmente, tutto questo è accaduto tra il 2021 e il 2023, mentre l'intero Paese usciva (?) da una pandemia e entrava (?) in una crisi sociale, culturale, economica e politica.
Volutamente non considerando tutto il resto delle vicende personali e familiari, ma concentrandosi solo sulla scuola, Castagna, seriamente, puoi adesso tu per favore guardarti allo specchio e dirti a voce alta due cosine?
Tipo che sei traumatizzata in modo oggettivo, indipendentemente dal tuo carattere, dalla tua intelligenza, dalle risorse che hai?
Tipo che le avresti probabilmente rette tutte, dato che sei una guerriera, ma entrare per due anni nell'aula dove non avresti mai più messo piede per non vedere il banco vuoto, o peggio entrarci il secondo anno e scoprire che il banco era stato tolto, quello no, non lo hai retto?
Okay. E adesso che (con ventitre mesi di ritardo) sei capace di dirti a voce alta queste cose, possiamo parlare del fatto che non si può sempre vivere sul chi va là? Che col cervello che ti ritrovi sai benissimo come fare per non lasciarti inquinare dall'ipocrisia e dalla bambinaggine di certi comportamenti, ma a livello emotivo devi trovare nuove fonti di forza e serenità, o finirai per farti male?
Quindi. Guarda negli occhi quella tipa che c'è lì di fronte riflessa. E dille quello che le ripeterai ogni santo giorno.
Va bene essere ancora sotto choc. Va bene essere in lutto. Va bene avere dei sentimenti di smarrimento di fronte a tanti comportamenti che non si possono capire né accettare, da parte di colleghi o dirigenti o alunni. Va bene essere demotivati dalle porcherie del sistema. Va bene restare soli pur di non piegarsi. Va bene sotterrare l'ego e dargli dei colpi di pala in testa quando cerca di riemergere.
Ora però, se non vuoi essere un'adolescente umorale e poco professionale, come purtroppo sono molti dei tuoi colleghi, serve uno scatto in avanti. Devi trovare la capacità di non farti scalfire. Di avanzare con grazia e imperturbabilità. Di traghettare i tuoi ragazzi attraverso parecchie brutture del mondo, incluse quelle del sistema scolastico.
Hai passato tutta l'estate, la più lunga della tua vita dopo quella tra medie e superiori e quella tra superiori e università, a studiare yoga a livelli non solo fisici, ma anche psicologici e filosofici. Hai fatto scelte precise, limitando persone e situazioni che ti sottraessero energia e investendo tanto in progetti pieni di felicità per te stessa e per gli altri.
Non puoi, NON PUOI, essere già con lo stomaco sverso e gli attacchi d'ansia alle sei di mattina, dopo neanche due ore di collegio docenti a distanza. Così non ci fai neanche la prima decina di giorni senza ammalarti.
Aggrappati. Sai benissimo dove. Non ti piace pensare di avere appigli solo fuori, va bene, lo capiamo, tu non sarai mai una di quelle che aspettano la campanella con le chiavi della macchina in mano. Ma fuori c'è comunque roba buona, sappilo. E trova dove tenerti salda lungo la parete anche quando sei dentro.
Aggrappati alle persone che sai che sanno. Aggrappati alla macchinetta del caffè. Al brontolio basso dell'Orsone. Alla risata della tua bidella preferita. Alla mitologia greca, alla filosofia del Settecento, al complemento di termine, alle gare di congiuntivi, alla sfida sulle capitali del mondo.
Aggrappati (ma senza pesare, solo come quando si gioca in piscina usando lo stesso materassino) al ragazzino che vuole sapere le cose, a quello che fa la battuta giusta, a quello che fa la domanda profonda, a quello che come al solito era girato e non ha sentito, a quello che ha capito Roma per toma, a quello che ha paura di essere bocciato, a quello che piange. Al gessetto, alla carta geografica sulla LIM, agli evidenziatori colorati. Al rumore dell'orda che si precipita giù dalle scale. Alle urla di "Buongiorno prof!!!" che segnalano alla popolazione che stai svoltando l'angolo della strada pedonale. E (sommo balsamo per l'anima) agli abbracci di quelli che tornano a trovare i prof, che non sempre erano i migliori della classe,anzi, spesso erano il ribelle, l'agitata, lo sfigato.
Queste cose non te le porta via nessuno. E gli rode, di non potertele togliere. Ma non possono. Nessuno può, se tu ti pulisci gli zigomi dal trucco colato e alzi gli occhi su quel che hai davanti. Possono farti male solo se guardi a terra, ma se tu fossi una che guarda a terra, non saresti lì. Perciò guarda. Guarda cosa c'è dopo.
Non andrà tutto bene. Ma neppure tutto male. Non è yes we can. È yes noi andiamo avanti anche se non tutto ci riesce. Non è just do it, è one love, one blood, one life you get to do what you should. Così possiamo farcela.
domenica 20 agosto 2023
Burn out. Anzi burn in. Capitolo due
I pattinatori, quelli del pattinaggio artistico, quelli delle Olimpiadi invernali. Quelli che tutti i giorni stanno undici ore sul ghiaccio. A provare piroette e salti che devono essere perfetti al millimetro, che a noi comuni mortali sembrano ineccepibili, e invece i giudici alzano le palette e per un quarto di punto non ti fanno passare le qualifiche. Gente che alla sera ha lividi sulle chiappe come fosse caduta dal motorino e che non smette mai di allenarsi, né quando mangia né quando dorme.
Sì, lo so che tutti gli atleti di un certo livello vivono praticando la loro disciplina, mangiano bevono dormono scopano solo in una certa misura e maniera, per essere i migliori in gara. Ma, a me, questa cosa delle undici ore quotidiane di allenamento su una pista gelata mi è rimasta impressa da ragazzina. Undici ore. Al freddo. Con le lame al posto dei piedi. E la perfezione degli avvitamenti, dei salti provati milioni di volte.
I pattinatori olimpionici mi sono tornati in mente due o tre giorni fa, dopo che ho sfogato con Grande Pagliaccio e con l'Inflessibile il senso di angoscia che mi dà quest'anno l'idea di tornare a lavorare.
Perché Grande Pagliaccio, uomo pratico, ma che dopo moltissimi anni di amicizia ancora fraintende cose madornali su di me, ha chiesto se non posso lasciar stare tutto e fare la maestra di yoga full time. Risposta mentale: "Ma. Che. Cazzo. Dici. Non solo mi rovinerei la vita, ma lo yoga che è una gioia costante diventerebbe un peso." Risposta verbale: "No, mi mancherebbe insegnare." E intanto ho avuto una folata di sensazioni, il rumore delle venti e più personcine che si agitano nei banchi, il loro odore, i colori dei loro astucci. Ma giammai. Lui non lo sa, fa un altro mestiere.
Con l'Inflessibile, invece, lo scambio era prendere atto della situazione, per cui lei diceva: "Penso che ci debbano essere condizioni per poter lavorare bene: quando non è così, la scuola è veramente logorante. Non ho mai pensato di lavorare per qualcuno o contro qualcun altro, ma ho sempre cercato di lavorare con qualcuno. Non parliamo di soldi: 4 spiccioli e guardata male come se li avessi rubati. Lavoro quadruplicato ed estenuanti e inutili discussioni. Ma perché?"
Come darle torto? È una grande insegnante, instancabile, integerrima, preparatissima. E sta così.
Io, di mio: "Dobbiamo riprometterci di coltivare il maggior livello possibile di benessere nonostante. Io ho lavorato per, soprattutto, e anche con e contro. Sono sempre stata motivata. Al mattino non mi ferma nessuno. Sono le riunioni viperine, i messaggi subliminali, le notti a pensare come pararmi che mi logorano."
Parliamo di come difenderci, per non andare in burn out. Di tutte le altre cose che coltiviamo, interessi, relazioni, sport, la famiglia, la salute. Dico che dobbiamo comportarci come i diabetici: devi sapere a quanto hai la glicemia, avere dietro l'insulina, sempre. Allo stesso modo, noi dobbiamo riposarci prima di essere distrutte, curare il benessere in ogni piccola cosa, non farci sopraffare.
Lei, per sopravvivere tra mille grane, scolastiche e non, ha svoltato qualche anno fa: "Cerco di fare onestamente il mio mestiere. Per il resto, nulla da aggiungere. Non un minuto di più."
Su questa immagine, penso quanti colleghi, anche bravissimi, ho visto chiudere la borsa e prendere il cappotto nell'esatto attimo in cui la lancetta segnava l'inizio dell'ora successiva. Gente super organizzata che fa bene il suo, ma poi va. E non sa cosa succede in una scuola, al di fuori delle sue ore e delle riunioni obbligatorie. Gente che si fa fare il briefing il mattino dopo da quelli come me, che in sala professori ci vivono. Allora metto a fuoco il punto. Rispondo, senza doverci pensare: "Non sarei io se mi togliessi tutto il lavoro dietro le quinte, sia didattico che relazionale. Quindi, o mi finisco di sfasciare le corna facendo come ho sempre fatto, o mi snaturo e poi mollo per schifo di vivere. Chiaramente preferisco la prima, muoio a modo mio."
Ed è mentre scrivo questo che lo sento, il sibilo della lama sul ghiaccio, l'urto del peso che atterra dopo il salto. Doppio flip. Triplo toe loop. La stoffa del costume che sbatte come una vela, i colori delle tribune sfocati in una macchia indistinta, lo spruzzo gelido delle schegge di ghiaccio staccate dal metallo e alzate in aria, come il blizzard, dalla spinta bestiale di ogni muscolo che fa il suo movimento preciso. La coordinazione. La velocità. Il cuore che pompa come il motore di una gigantesca nave.
Non posso stare a casa a fare la maestra di yoga. Non posso andare via quando suona la campanella. Non posso passare le serate senza i miei evidenziatori, i cerchi e le righe tracciati nervosamente sull'agenda con la biro, la ruga di preoccupazione che mi increspa la bocca, il cervello che viaggia a mille. Non posso non aprire la bocca in riunione.
Mi calmo, all'improvviso. Angoscia sparita. Familiare senso di prontezza fisica al risveglio. Tutto torna come non si fosse mai interrotto, a cominciare dal rumore delle monetine nella macchina del caffè, dal ritmo dei tacchi lungo gli interminabili corridoi con le vetrate. Mi farò del nervoso, non c'è dubbio. Sì, sono pentita, in senso lato, a Scuolina Rosa le mie coronarie avrebbero avuto più chances di arrivare all'età pensionabile. Eppure no, non ho sbagliato a spostarmi, no, non hanno vinto loro, no, non penserò solo a proteggermi e arrivare alle ferie.
Allaccerò i pattini e mi allenerò, al freddo, per undici ore. Dormirò berrò mangerò scoperò senza smettere di tener presente il mio obiettivo. Perché è questo che fanno quelli come me. E lo farò lì, finché l'andazzo di Scuola Vintage sarà quello, perché è il posto dove ho visto la maggior concentrazione di gente fatta così. E io voglio lavorare coi titani, con quelli che ho descritto qui, sempre, perché niente batte la soddisfazione che abbiamo quando ci riesce bene il nostro lavoro in condizioni estreme. Qualcuno deve pur farlo, dopotutto, e se posso essere anche io tra chi quantomeno ci prova con tutte le sue forze, non sarà l'invidia di alcuni o il mobbing di altri a fermarmi.
Buon inizio di anno scolastico, Castagna, mi ripeto, rendendomi conto che l'estate è finita per me, che le prossime settimane saranno solo preparativi, fisici e psicologici. Allenati duro, e ti qualificherai anche stavolta coi migliori, e non è il punteggio sulla paletta del giudice quel che devi guardare. Tu sai quando un salto è perfetto per te.
sabato 5 agosto 2023
Burn out. Anzi. Burn in. Capitolo uno.
Okay.
Parliamo.
Sono sopravvissuta 3 anni a Scuola Vintage.
No, non sono contenta. Sì, ora sono pentita.
No, non tornerei indietro. Assolutamente. Scuolina Rosa è parte della mia vita come lo è la mia città di origine, ma non potrei più lavorarci. Indietro non si torna. Ma andare avanti pone dei problemi.
Da quando sono arrivata, bionda, luminosa e piena di idee, ad oggi, la mia luce è stata fatta splendere fino ai livelli di una stella maggiore e poi coperta di cenere, sabbia e merda fino a spegnersi quasi del tutto.
In questa scuola, per la prima volta in vita mia, ho subito del vero e proprio mobbing con umiliazione pubblica, controllo costante del mio operato, contestazione dei miei metodi, e, in una indimenticabile occasione, anche un richiamo verbale per essermene andata (avvisando ovviamente sia i colleghi, sia la dirigente, sia la segreteria) perché mi sentivo male. Questo alle tre di pomeriggio, dopo aver iniziato a star male alle dieci di mattina.
Preside: "Si rende conto che venerdì abbiamo dovuto chiamare un'insegnante da casa per sostituirla? Sono persino andata in classe io, il che ha comportato di uscire dal lavoro dopo il mio orario."
[C'erano i colleghi di strumento, con un alunno a testa, per le lezioni pomeridiane individuali. Nessuno ha pensato di disturbarli, eppure sono pagati quanto noi. E comunque, sai quante volte sia io che i colleghi non guardiamo l'orologio quando c'è da far qualcosa?]
Castagna: "Scusi, ma anche se io resto a scuola e sono a quattro zampe in bagno che vomito qualcuno deve coprire la classe, non le pare?"
Preside: "Sì, ma lei dopo ha ancora preso la macchina per andare a casa".
[Sono 6 minuti di auto. E che ne sa lei di cosa ho fatto una volta uscita, magari sono collassata sul sedile per mezz'ora.]
Castagna: "Oh mi scusi, allora la prossima volta resto, e aspetto di sbattere per terra. Così vi creo sicuramente meno problemi."
Ora, io alle invidie e alle pugnalate alle spalle ero abituata. Mi spiace averle ritrovate qua, perché i colleghi che lavorano a Scuola Vintage, lo dico sempre, sono praticamente tutti dei mostri sacri, degli eroi e dei fenomeni. Alcuni di loro, davvero, sono nella categoria semidèi. Non è una scuola per gente che non se la sente, che non ne ha voglia o che non ha i riflessi di un tiratore scelto. Poi però, umanamente, siamo Tizio che è innamorato di Caia, Sempronia che detesta Tipa, Tizia che non si rapporta bene con Coso, Uno che fa squadra con Altro, e via dicendo. E amen, siamo persone, non androidi. Io ho diverse qualità, e molti amici sinceramente fedeli che probabilmente in qualche modo mi sono anche meritata, ma essere simpatica non è mai stato il mio punto di forza, quindi non importa se non piaccio a tutti (oh, a me non piace Brad Pitt. Giuro.) Però cerco di essere molto professionale. Faccio le mie vaccate, ovviamente, ma insomma, posso farcela a lavorare in parecchi contesti.
Qui, comunque, il problema credo sia di altro genere. Non dico di non aver contribuito a causarlo. Però, va detto, credevo di aver a che fare con altro tipo di persone, proprio.
Vi racconterò. Al momento, il pensiero di rientrare al lavoro è pesante. Molto pesante. Se alcune delle cose accadute si fossero verificate a metà anno, invece che in primavera, ci sarebbe stato margine per pensare a un trasferimento, nel periodo a ciò deputato. Ma, onestamente, non avrei saputo dove andare. E poi ci sono molti solidi motivi per rimanere, in primis il più importante, quello che li scavalca tutti, al di sopra del quale c'è solo la famiglia: i ragazzi. La particolare tipologia di alunni e di problemi. Io sono predisposta nel DNA a lavorare con quel tipo di persone, di situazioni, è la mia borghesissima e laureatissima stirpe che mi ha dato questi geni e questa educazione, e poi è anche il mio carattere. E quello di mio marito. E di nostra figlia. E del suo fidanzato. Insomma, è questo che facciamo, in vari modi, da sempre, e pare che la generazione successiva continui sullo stesso tracciato.
Comunque a fine marzo e per tutto aprile ho sperimentato una cosa che nemmeno il periodo del Covid e della fottutissima dad mi aveva causato, un vero e proprio burn out. C'entra, ovviamente, il periodo 2020-2022, che sulle spalle di insegnanti e studenti ancora pesa. Ma questa roba è successa dopo, forse anche perché io ho scelto di pesare dal lato della popolazione che non voleva essere costretta a vaccinarsi, forse anche perché conoscendomi da vicino si deve essere chiarito molto bene che a me le puttanate paracattoliche danno fastidio (e quindi? Che pensavate, in una scuola pubblica col 70% di stranieri, di metterci le suore a convertire il buon selvaggio?)
Concludendo, ci sono vari aspetti di cui mi posso assumere la responsabilità, ce ne sono altri su cui mi sono fatta le mie ragioni con una potenza di fuoco ragguardevole, ci sono porcherie che non accetterò e altre che annuserò prudentemente finché non ne capisco la vera origine.
Ma ora voglio dirvi una cosa. La vita di una persona come me non è mai casuale, nemmeno nei dettagli. Con l'Uomo, abbiamo abitato prima in una via intitolata a uno che era stato un benefattore dei giovani in un quartiere operaio di Genova. Poi in via Giovanni Amendola. Poi in corso Giacomo Matteotti. Poi in una piazza intitolata a un giovane partigiano delle colline di qui. Adesso in via Cavour, e Cavour chiaramente non era Marx né Gandhi, ma era un politico che avercene, adesso, tra l'altro uno incorruttibile. Ora, lo so che vie intitolate a Mussolini non ce ne sono, ma per dire non è che abitassimo in luoghi dedicati a artisti, scienziati o scrittori (che sarebbero comunque stati coerenti col nostro lavoro) o a concetti astratti tipo Europa Unita. È stato un caso, ok, ma un bel caso. A seguire, in questo filo di pensiero un po' ozioso: la scuola dove lavoravo prima è intitolata a un prete, uno che si è fatto impiccare a 21 anni per le sue idee rivoluzionarie. Sulle quali, poi, si è basato tutto il Risorgimento. La scuola attuale è intitolata a un altro religioso, un educatore, uno che a un certo punto della sua vita è finito oltre Manica in mezzo all'Illuminismo inglese (che, come i miei alunni sanno, nasce prima di quello francese e non finisce con il Terrore) ed è stato tra i primi a sostenere che la scuola dovesse essere pubblica e gratuita. Per dire.
Se sono qui c'è un motivo e il motivo è che io sono io, che questo mestiere è questo mestiere e questi ragazzi, con nomi e cognomi di mezzo pianeta, sono questi ragazzi, non altri.
E chi molla, se non ha un motivo ancora più degno e più coerente con il proprio destino. Che, sul serio, adesso mi riesce difficile immaginare. Ma chissà.
Comunque, poi ve la racconto meglio.


