Quando hai un figlio che ha tra i 20 e i 30 anni rivedi la tua vita, nelle sue parti più intense, quei momenti in cui hai fatto il salto, ha svoltato, hai sbagliato, hai trionfato. Mia figlia fa 25 anni tra qualche mese e non potrebbe essere più diversa da me, eppure è così evidente da chi ha preso pregi e difetti, almeno negli ultimi anni, che a volte con lei adesso mi succede quella cosa pazzesca che mi succede da sempre con l'Uomo, cioè guardare una persona ed avere con nettezza la sensazione che in qualche modo sia una parte di me che si è staccata dal mio corpo e, per motivi che mi sfuggono, sta sulla poltrona di fronte o sul cuscino a fianco, invece che collegata a me da tendini, nervi, arterie e altro.
Però, quando sei tra i 40 e i 50, tu ti rendi conto di quali altri bivi, comunque epocali, la gente incontri in quella fascia di mezzo. Per carità, uno scappa con la collega anche dopo i 50, le donne oltre i 40 possono anche avere il primo figlio, la gente si lascia, si prende, cambia lavoro, insomma, decisioni grosse e repentine se ne prendono eccome. Ma io qui parlo di quegli altri bivi, quello che non prendi inchiodando e sterzando, quelli che non sono giganteschi raccordi autostradali a un solo senso di percorrenza, quelli che non saltano in aria dietro di te, impedendoti il ritorno sui tuoi passi.
Bivi più sereni, meno appariscenti, come sentieri erbosi in un bosco rado, che continui a vedere entrambi, anche se uno lo costeggi e sull'altro ci cammini. Bivi silenziosi.
Come la telefonata che partiva ogni sera verso il mio numero, quando una persona usciva dal lavoro, a tantissimi chilometri da me. Su quel sentiero senza rovi, senza sassi aguzzi, ci si raccontava la giornata, qualche bel ricordo dell'adolescenza, poi due cose da adulti, l'economia, i posti di lavoro, i figli. E poi, una sera, non è partita più nessuna telefonata, altro bivio, sempre poco evidente, non doloroso, che poi cos'era in fondo, si poteva chiamare una relazione? Ma no. Eppure era tra due semisconosciuti, non tra due amici. Sulle prime sembrava fuori luogo. Poi era diventato piacevole, un momento della giornata che si attendeva con un mezzo sorriso in faccia. Poi era finito, e non se ne sentiva neanche la mancanza.
Come i progetti delle case nuove, che le coppie stanche di amarsi fanno insieme. È lasciare che la poesia, il sesso, il romanticismo vadano a perdersi, e concentrarsi ormai su planimetrie, laminati, porte scorrevoli e interruttori? È ricominciare a fare il nido, quando ormai di figli non ne arrivano più? E chi lo sa. Ci si entusiasma per un caminetto e ci si incazza per un gradino. A lui piace un terrazzo a tetto che lei detesta, mentre lei si commuove alla vista del pergolato, di cui a lui non importa niente. Tutti e due respirano un'atmosfera in quella casa, che è quella, che deve essere quella, la casa che se non lo facciamo adesso poi non lo facciamo più.
Come quel non detto, non scritto, non deciso che regola il tuo rapporto con te stesso dopo che i figli sono andati via di casa. Certe cose, che prima facevi per dare il buon esempio, sono diventate parte della tua natura e continui a farle. Certe altre le abbandoni la prima settimana. Certi gesti li ritrovi solo quando sai che devono venire a casa, e pensi come ti pesava farli tutti i giorni, tipo condanna ai lavori forzati, e come invece ti fa piacere quando ti ci dedichi davvero solo per amore.
Come quella sensazione, orrenda e dolcissima, che certe cose finiscono perché devono finire e quello che credevi ti avrebbe spezzato il cuore, quando poi succede, non fa così male. Se ne va come un pezzo di legno, preso e lasciato mille volte sulla sabbia dalla marea, che poi una volta, per un colpo di pinna di un pesce, per lo sbadiglio di una conchiglia, con un'onda che cambia appena appena intensità, ruota su se stesso e si allontana su una corrente, senza tornare più.
Come quelle persone che hanno così tanto in comune da non voler stare troppo vicini per non compromettersi, e resistono ma si cercano, e poi, mentre uno dei due si predispone con la maggiore equanimità possibile a lasciar stare, perché questa ambiguità confonde, un giorno qualsiasi l'altro si lascia cadere senza rete, perché a tagliare, e far finta di non essersi mai incontrati, si rende tutto un po' più triste e un po' più grigio.
Come quelle amicizie che iniziano quando dagli amici hai preso tante delusioni, e ti sei detto che non ti fiderai più, ma, senza volere, al primo pranzo tra un impegno di lavoro e l'altro, racconti un sacco di roba personale e l'interlocutore, che non sai nemmeno perché ti ha ispirato tanta confidenza, capisce perfettamente, dandoti anche la sensazione che custodirà i tuoi segreti.
Come quegli amanti che una sera, tornando ognuno a casa propria, realizzano che le speranze travolgenti dell'inizio, quella sensazione di avere trovato qualcosa di proibito, difficile ma esclusivo e bellissimo, sono ormai soppiantate da discorsi triti e ritriti, dubbi, pretese, falsità, e si guardano per un attimo nello specchietto, dove il loro stesso sguardo dice chiaro che lo sapevano fin da subito. Eppure ci avevano creduto, come alla cosa più certa della loro vita.
Forse non sono bivi, sono gradini. Come il bordo di un marciapiede. Perché, poi, non è neanche che si vada per forza in un'altra direzione o in un posto diverso, come accade per altre svolte. Semplicemente fai la strada che avevi già preso, continui a svegliarti nello stesso letto e a fare le cose che avresti sempre fatto, solo un po' più in basso, o un po' più in alto, perché qualcosa di te è rimasto sull'altro livello, perché hai fatto un leggerissimo aggiustamento di prospettiva e vedi le cose da pochi centimetri più in su, perché zoppicherai per sempre sul piede che ti sei rotto, perché se tieni le spalle più dritte tutti i vestiti ti cadono meglio addosso, e pure i capelli.


