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martedì 6 novembre 2012

Un che di mistico

Suona la fine dell'intervallo del pomeriggio. Mi riavvio verso la terza.

Io controllo con aria malevola il Cinghiale, un bestioncello di prima A con il quale ho già avuto da dire nei corridoi. Non è mio alunno, ma è un sorvegliato speciale e lo sa:
"Cinghiale, io ti vedo. Anche quando tu pensi che non ti veda, io in realtà ti sto guardando."
Siamo quasi amici, a forza di alzare il sopracciglio della morte quando lo incontro, perchè regolarmente sta correndo o spintonando o facendo qualcosa di cinghialesco. Di solito lo afferro con uno sguardo critico, lo riduco all'impotenza con una frase tagliente e mi premuro di riaccompagnarlo personalmente sulla porta della sua classe.

Passando davanti alla II A ne butto dentro quattro o cinque che ciondolano in corridoio all'altezza della classe. "E vedete di non prendere la solita nota."
(Perchè sono tre volte che nell'ora di Religione prendono note. Oggi però ne avevano già presa una nell'ora di Francese: notare che era il primo giorno di rientro al lavoro della collega M. dopo l'improvvisa dipartita di sua madre, e avevamo TANTO raccomandato ai ragazzi di II A di non comportarsi come al solito malissimo con lei. Poi per carità: stamattina la lezione di Geografia mi ha preso un po' la mano e ho spiegato la Resistenza in Francia, De Gaulle, Radio Londra, i partigiani nelle nostre valli. Tutti attenti. E poi siamo passati al genere giallo e abbiamo passato mezz'ora a discettare del perchè, da Poe e Conan Doyle ai giorni nostri, dalla centralità del detective si è passati alla centralità del killer, anzi, del serial killer. Intanto avevano appreso affascinati che detective e detector derivano da detegere e che deduzione deriva da deducere. Non volava una mosca. Cioè, sostanzialmente, per tenerli buoni devi alzare l'asticella. Ad altezze da vertigine, qualche volta.)

Me ne vado in terza, finiamo un lavoro, in pochi minuti siamo pronti per trasferirci in aula computer. Riapro la porta e, in corridoio, baciato da un radioso sole autunnale che gli fa i riflessi chiari nei capelli castani, c'è Dylan McKay, appoggiato al muro nel punto dove stanno quelli buttati fuori dall'aula. E, appena si rende conto che lo sto osservando con gli occhi a fessura, si esibisce nel suo miglior sorriso timido - colpevole - sbruffone alla Tom Cruise dei tempi d'oro, mettendo le mani avanti: "No, guardi, posso spiegare."
"Cos'hai fatto?"
"Ho detto una par(sopracciglio mortale della sottoscritta)ABOLA."
Resto interdetta: ovviamente alla seconda sillaba io avevo pensato che la frase, come naturale, fosse "ho detto una parolaccia".
Apro la porta di seconda, c'è il collega che spiega:
"Orsetto Lavatore, scusa: qui fuori c'è Dylan che sostiene che lo hai sbattuto fuori perchè ha detto una parabola."
"E mi parla sopra mentre spiego, sì!"
"Aha. Beh, quando poi cammina anche sulle acque come facciamo?"

Mi giro. Il giovane Messia sta sorridendo trionfante. Stringo gli occhi a fessura. Riprende la faccetta contrita. Mi allontano sdegnosa. Incrocio lo sguardo di un paio di quelli di terza: ammirati dalla faccia di tolla del piccoletto. Siccome ormai gli ho girato le spalle, rido silenziosamente.

La terza cazzeggia, deconcentrata e superficiale. La seconda oscilla tra la miglior soddisfazione intellettuale della mia vita e un incubo di indisciplinati da riformatorio. Fuori l'autunno è incantevole. Io dormo appena mi siedo, ovunque. In classe infatti sto sempre in piedi.






2 commenti:

lanoisette ha detto...

giornataccia anche per me...

Cirano ha detto...

bello questo diario....io gli farei fare qualche settimana a Profumo così capisce cosa sono le 18 ore di insegnamento!!