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venerdì 17 agosto 2018
lunedì 11 maggio 2015
Scusate...
...ma che gliene può fregare a Renzi se la gente smette di votare PD per protesta contro la sua legge merdosa sulla scuola? E soprattutto: ma vi rendete conto che la parola assurda, nella frase precedente, è VOTARE???
...PERCHE', LO ABBIAMO VOTATO, RENZI? LO HA ELETTO QUALCUNO?
Vuol far passare il decreto nonostante uno sciopero con l'80% di adesioni.
Che c'entra il votare PD. Che c'entrano i precari. Qui parliamo di portare a termine il lavoro della Aprea (gentile signora cui gli insegnanti informati lanciano anatemi da anni, perché è lei che gestisce il lavoro del Ministero da anni, anche se la faccia ce la mettevano le varie Moratti, Gelmini etc... lei di moda non è mai passata) rendendo le scuole delle aziende con sponsor privati, chiamando i prof da una lista di amici del preside (e il preside chi lo sceglie? il politico? allora gli amici sono quelli del politico, non del preside... di bene in meglio, il preside magari di scuola capisce qualcosa, a volte)e continuando imperterriti a finanziare le scuole private, addirittura sgravando fiscalmente le famiglie che ne usufruiscono.
Mentre noi non abbiamo le sedie.
Non sto scherzando.
NOI.
ABBIAMO.
FINITO.
LE SEDIE.
E io non insegno su uno sperduto isolotto delle Eolie, a Barbiana, al quartiere Zen, o in un campo profughi. Insegno in una graziosa, e relativamente nuova, scuolina piemontese di una provincia fino a poco fa ricca. Devo lasciare l'insegnante di sostegno in piedi, quando sono tutti presenti.
Qui parliamo di un contratto nazionale non rispettato da anni, e di balzelli e controbalzelli da pagare per abilitarsi. Parliamo di persone che si sono spese a lavorare per anni in una regione lontanissima da casa, per poi chiedere il trasferimento appena possibile, e che ora scoprono che dovranno autocandidarsi e sperare che il preside della scuola dove vorrebbero andare non abbia amici. Ma chi lo conosce un preside senza amici (e un insegnante senza nemici?).
La buona scuola, un cazzo. La scuola che sta buona, invece. Quella che dovrebbe fare la rivoluzione, bloccare gli esami, far saltare le pagelle. Non obbedire. Non stavolta.
...PERCHE', LO ABBIAMO VOTATO, RENZI? LO HA ELETTO QUALCUNO?
Vuol far passare il decreto nonostante uno sciopero con l'80% di adesioni.
Che c'entra il votare PD. Che c'entrano i precari. Qui parliamo di portare a termine il lavoro della Aprea (gentile signora cui gli insegnanti informati lanciano anatemi da anni, perché è lei che gestisce il lavoro del Ministero da anni, anche se la faccia ce la mettevano le varie Moratti, Gelmini etc... lei di moda non è mai passata) rendendo le scuole delle aziende con sponsor privati, chiamando i prof da una lista di amici del preside (e il preside chi lo sceglie? il politico? allora gli amici sono quelli del politico, non del preside... di bene in meglio, il preside magari di scuola capisce qualcosa, a volte)e continuando imperterriti a finanziare le scuole private, addirittura sgravando fiscalmente le famiglie che ne usufruiscono.
Mentre noi non abbiamo le sedie.
Non sto scherzando.
NOI.
ABBIAMO.
FINITO.
LE SEDIE.
E io non insegno su uno sperduto isolotto delle Eolie, a Barbiana, al quartiere Zen, o in un campo profughi. Insegno in una graziosa, e relativamente nuova, scuolina piemontese di una provincia fino a poco fa ricca. Devo lasciare l'insegnante di sostegno in piedi, quando sono tutti presenti.
Qui parliamo di un contratto nazionale non rispettato da anni, e di balzelli e controbalzelli da pagare per abilitarsi. Parliamo di persone che si sono spese a lavorare per anni in una regione lontanissima da casa, per poi chiedere il trasferimento appena possibile, e che ora scoprono che dovranno autocandidarsi e sperare che il preside della scuola dove vorrebbero andare non abbia amici. Ma chi lo conosce un preside senza amici (e un insegnante senza nemici?).
La buona scuola, un cazzo. La scuola che sta buona, invece. Quella che dovrebbe fare la rivoluzione, bloccare gli esami, far saltare le pagelle. Non obbedire. Non stavolta.
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come la vedo io,
MInCulPop,
non ci sono parole,
poveri noi
mercoledì 22 ottobre 2014
Fino a noi
Ha attraversato il deserto a piedi.
E' alto, secco e legnoso come un albero bruciato.
Non ha ancora compiuto quindici anni.
Per questo è qui, e non con gli altri. E' il più piccolo del gruppo. E' solo.
Sto guardando un pezzo terribile della storia del XXI secolo, arrivato fino a noi, in un paesino della Valle delle Meraviglie. Non è il primo rifugiato che incontro, ma sicuramente è il più giovane. E il primo con cui avrò a che fare di persona.
Scusate se ve lo dico così come mi viene. Cercate di capire. Lo so che a Lampedusa e in parecchi altri posti lo sapevano da una vita. Ma io lavoro in mezzo alle colline in Piemonte.
La prima cosa che ho pensato guardando Wanaagsan è: DIO, ALLORA ESISTONO VERAMENTE.
Non sono solo un'immagine bidimensionale alla tv. Questo qua è vero. Ce l'ha davvero, la storia addosso. Ed è una storia di cui, anche fosse solo uno, solo lui, con quel buio negli occhi alla sua età, ci dovremmo vergognare tutti.
E' alto, secco e legnoso come un albero bruciato.
Non ha ancora compiuto quindici anni.
Per questo è qui, e non con gli altri. E' il più piccolo del gruppo. E' solo.
Sto guardando un pezzo terribile della storia del XXI secolo, arrivato fino a noi, in un paesino della Valle delle Meraviglie. Non è il primo rifugiato che incontro, ma sicuramente è il più giovane. E il primo con cui avrò a che fare di persona.
Scusate se ve lo dico così come mi viene. Cercate di capire. Lo so che a Lampedusa e in parecchi altri posti lo sapevano da una vita. Ma io lavoro in mezzo alle colline in Piemonte.
La prima cosa che ho pensato guardando Wanaagsan è: DIO, ALLORA ESISTONO VERAMENTE.
Non sono solo un'immagine bidimensionale alla tv. Questo qua è vero. Ce l'ha davvero, la storia addosso. Ed è una storia di cui, anche fosse solo uno, solo lui, con quel buio negli occhi alla sua età, ci dovremmo vergognare tutti.
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mi fa male tutto,
non ci sono parole,
pagine storiche
venerdì 19 settembre 2014
L'erba voglio
Adesso, la sera indosso il bite. Azzurrino e ingombrante. Ma utile, anche se la notte poi a un certo punto si perde sotto il cuscino.
E' che mettermelo, e poi magari scordare che l'ho indossato e dire cose tipo "shcusha domani a xhe hora essshhhi?" all'Uomo o "'l'hai shpentho il shellularhe?" alla Princi, mi fa sentire una ragazzina con l'apparecchio. E mi fa allegria.
Perché ci ho rinunciato. Più le mie amiche mi mettono in guardia, più le cose intorno a me si fanno pericolanti e complesse, più io semplifico.
Le parole le ascolto, i dubbi mi vengono, le domande me le faccio. Piango quando meno me lo aspetto. L'altro giorno ho mollato un pugno sulla scrivania della Psicofata.
Ma poi sopravvivo, e sorrido. Come un'idiota. Col bite celestino in bocca.
Mi metto il vestito più corto che ho per andare in ospedale da mia zia, non per fare la scema coi medici, ma solo perché nel loculo dove l'hanno spostata il sole picchia tutto il pomeriggio e perché poi quando torno a casa devo lavare tutto, essendoci in reparto ben due infezioni gravi che circolano. Meglio un singolo vestitino leggero che asciuga subito, piuttosto che due o tre pezzi.
Poi esco dall'ospedale per andare a comprarle il gelato panna e amarene e mi godo il sole sulle gambe.
Cerco ogni possibile tipo di conforto e non mi nego niente. Mi prendo tutto quello che posso.
Dico chiaro cosa voglio. Se l'Uomo non mi ascolta, glielo ripeto. Se il fato non mi ascolta, riprovo.
E' che voglio troppe cose diverse e le voglio tutte con un desiderio bruciante, un amore privo di logica e un istinto certo di non poter essere sopito. Sto cambiando e non ho intenzione di
reprimermi finchè non ho capito dove vado, a cosa portano queste ore di veglia nella notte.
Oggi poi.
Oggi sono andata a scuola e dovevo digerire una di quelle notizie che ti fanno desiderare la lobotomia immediata appena le incameri nel tuo incredulo comprendonio.
L'ennesimo incidente, sempre nello stesso punto della statale. Ma finire sotto un pullman di linea a diciassette anni, quando nelle foto su Facebook c'è quel sorriso, ci sono quelle braccia teneramente strette intorno alla fidanzatina, quell'espressione indifesa... Io ricordo di lui solo il bambinetto con gli occhi chiari che a volte ho visto per mano alla mia alunna, tanto tempo fa. Oggi ho cercato le sue foto e riconosciuto i lineamenti, lo sguardo. Due giorni fa era il re del mondo in sella alla sua moto.
Oggi i suoi amici si mettono d'accordo per vedersi in un parcheggio e portargli un fiore da lasciare su un guardrail. Sulla strada ha già piovuto e i segni non si vedono più.
E io vado a scuola: e li guardo uno per uno. E non mi sta bene il pensiero che si alzino dai banchi, escano un giorno mentre sono belli e forti e cazzari e affetti da ridarella congenita, e magari il giorno dopo qualcuno di loro possa non tornare. Anche il meno spiritoso, il più rompicoglioni, il più anonimo tra loro, quello che conosco da dieci giorni e di cui ancora non ho memorizzato il nome, sembra un tesoro inestimabile stamattina. Mi metto in cattedra e spiego la questione operaia, i fattori del clima, il romanzo di fantascienza. E intanto li guardo e sento la mia voce farsi più calda. Li avvolgo nelle mie parole come se fossero uno scudo. Consapevole che non serve a niente, che il fascino della velocità, la convinzione di essere immortali sono connaturati all'età più bella della vita, e che in qualche orribile ingiusto modo è anche sano che sia così.
In sala professori sul muro c'è la foto della Compagna Collega. Hanno disfatto il piccolo altarino alla memoria che si ergeva nell'atrio, riposto la coppa vinta dai ragazzi al torneo che le hanno intitolato, tolto la roba dal suo cassetto. Ma la foto è stata appesa lì, sopra i computer. Esattamente di fronte alla sedia su cui mi siedo io da anni quando metto in ordine il registro. E' impossibile spiegare che senso di presenza, di speranza, addirittura di felicità mi dia alzare gli occhi e trovarla lì, eppure come sia ancora atroce il dolore di non poter più parlare con lei, sentire la sua voce, vederla ridere.
Poi vado a prendere la Princi e, mentre penso a lei che mi aspetta sotto la pioggerella, mi sento sopraffatta fino a farmi venire le lacrime per quanto sono fortunata. Mi sembra così gigantesco che adesso ci lascino in pace e finalmente siamo noi tre senza comunità, senza servizi sociali, senza rotture di palle.
Poi passa da casa l'Uomo, e dopo pranzo ci assopiamo abbracciati per pochi minuti. E nel sonno lo stringo forte come ultimamente mi capita di fare, e sì, sogno ancora l'altro, ma intanto so, anche dormendo, intorno a chi sto tenendo le braccia, e non riesco a pentirmi di sognare uno e tenere l'altro così vicino, è tutto più forte di me, tutto irrinunciabile: chi di voi sa cosa si prova? solo io su tutto il pianeta? no, non credo. Ma anche fosse, è quel che ora provo, e tutto questo è essere vivi. E io voglio sentirmi così: con le emozioni che mi attraversano una dopo l'altra come grandi onde oppure, in una giornata come oggi, con la pelle che formicola appena, ma costantemente, per il passaggio di troppa vita, di troppa morte, di troppo amore, di troppo desiderio, di troppo dolore, tutto che mi passa a fianco, intorno, attraverso.
Le braccia spalancate di mia zia che mi saluta dal suo letto bianco.
Le risate dei ragazzi.
I fiori sulla statale.
Il pallino verde della chat che si illumina.
Il coraggio di ricominciare anche oggi.
Le piccole cose che rendono pieno di bellezza ogni istante in cui non mento a me stessa.
L'erba voglio non cresce neanche nel giardino del re.
Ma sono riuscita finalmente, in quattro mesi e mezzo, a riassumere in un senso compiuto quel che è successo, a trovare il perché. E ora comunque vada la freccia è scoccata e vuole volare.
E' che mettermelo, e poi magari scordare che l'ho indossato e dire cose tipo "shcusha domani a xhe hora essshhhi?" all'Uomo o "'l'hai shpentho il shellularhe?" alla Princi, mi fa sentire una ragazzina con l'apparecchio. E mi fa allegria.
Perché ci ho rinunciato. Più le mie amiche mi mettono in guardia, più le cose intorno a me si fanno pericolanti e complesse, più io semplifico.
Le parole le ascolto, i dubbi mi vengono, le domande me le faccio. Piango quando meno me lo aspetto. L'altro giorno ho mollato un pugno sulla scrivania della Psicofata.
Ma poi sopravvivo, e sorrido. Come un'idiota. Col bite celestino in bocca.
Mi metto il vestito più corto che ho per andare in ospedale da mia zia, non per fare la scema coi medici, ma solo perché nel loculo dove l'hanno spostata il sole picchia tutto il pomeriggio e perché poi quando torno a casa devo lavare tutto, essendoci in reparto ben due infezioni gravi che circolano. Meglio un singolo vestitino leggero che asciuga subito, piuttosto che due o tre pezzi.
Poi esco dall'ospedale per andare a comprarle il gelato panna e amarene e mi godo il sole sulle gambe.
Cerco ogni possibile tipo di conforto e non mi nego niente. Mi prendo tutto quello che posso.
Dico chiaro cosa voglio. Se l'Uomo non mi ascolta, glielo ripeto. Se il fato non mi ascolta, riprovo.
E' che voglio troppe cose diverse e le voglio tutte con un desiderio bruciante, un amore privo di logica e un istinto certo di non poter essere sopito. Sto cambiando e non ho intenzione di
reprimermi finchè non ho capito dove vado, a cosa portano queste ore di veglia nella notte.
Oggi poi.
Oggi sono andata a scuola e dovevo digerire una di quelle notizie che ti fanno desiderare la lobotomia immediata appena le incameri nel tuo incredulo comprendonio.
L'ennesimo incidente, sempre nello stesso punto della statale. Ma finire sotto un pullman di linea a diciassette anni, quando nelle foto su Facebook c'è quel sorriso, ci sono quelle braccia teneramente strette intorno alla fidanzatina, quell'espressione indifesa... Io ricordo di lui solo il bambinetto con gli occhi chiari che a volte ho visto per mano alla mia alunna, tanto tempo fa. Oggi ho cercato le sue foto e riconosciuto i lineamenti, lo sguardo. Due giorni fa era il re del mondo in sella alla sua moto.
Oggi i suoi amici si mettono d'accordo per vedersi in un parcheggio e portargli un fiore da lasciare su un guardrail. Sulla strada ha già piovuto e i segni non si vedono più.
E io vado a scuola: e li guardo uno per uno. E non mi sta bene il pensiero che si alzino dai banchi, escano un giorno mentre sono belli e forti e cazzari e affetti da ridarella congenita, e magari il giorno dopo qualcuno di loro possa non tornare. Anche il meno spiritoso, il più rompicoglioni, il più anonimo tra loro, quello che conosco da dieci giorni e di cui ancora non ho memorizzato il nome, sembra un tesoro inestimabile stamattina. Mi metto in cattedra e spiego la questione operaia, i fattori del clima, il romanzo di fantascienza. E intanto li guardo e sento la mia voce farsi più calda. Li avvolgo nelle mie parole come se fossero uno scudo. Consapevole che non serve a niente, che il fascino della velocità, la convinzione di essere immortali sono connaturati all'età più bella della vita, e che in qualche orribile ingiusto modo è anche sano che sia così.
In sala professori sul muro c'è la foto della Compagna Collega. Hanno disfatto il piccolo altarino alla memoria che si ergeva nell'atrio, riposto la coppa vinta dai ragazzi al torneo che le hanno intitolato, tolto la roba dal suo cassetto. Ma la foto è stata appesa lì, sopra i computer. Esattamente di fronte alla sedia su cui mi siedo io da anni quando metto in ordine il registro. E' impossibile spiegare che senso di presenza, di speranza, addirittura di felicità mi dia alzare gli occhi e trovarla lì, eppure come sia ancora atroce il dolore di non poter più parlare con lei, sentire la sua voce, vederla ridere.
Poi vado a prendere la Princi e, mentre penso a lei che mi aspetta sotto la pioggerella, mi sento sopraffatta fino a farmi venire le lacrime per quanto sono fortunata. Mi sembra così gigantesco che adesso ci lascino in pace e finalmente siamo noi tre senza comunità, senza servizi sociali, senza rotture di palle.
Poi passa da casa l'Uomo, e dopo pranzo ci assopiamo abbracciati per pochi minuti. E nel sonno lo stringo forte come ultimamente mi capita di fare, e sì, sogno ancora l'altro, ma intanto so, anche dormendo, intorno a chi sto tenendo le braccia, e non riesco a pentirmi di sognare uno e tenere l'altro così vicino, è tutto più forte di me, tutto irrinunciabile: chi di voi sa cosa si prova? solo io su tutto il pianeta? no, non credo. Ma anche fosse, è quel che ora provo, e tutto questo è essere vivi. E io voglio sentirmi così: con le emozioni che mi attraversano una dopo l'altra come grandi onde oppure, in una giornata come oggi, con la pelle che formicola appena, ma costantemente, per il passaggio di troppa vita, di troppa morte, di troppo amore, di troppo desiderio, di troppo dolore, tutto che mi passa a fianco, intorno, attraverso.
Le braccia spalancate di mia zia che mi saluta dal suo letto bianco.
Le risate dei ragazzi.
I fiori sulla statale.
Il pallino verde della chat che si illumina.
Il coraggio di ricominciare anche oggi.
Le piccole cose che rendono pieno di bellezza ogni istante in cui non mento a me stessa.
L'erba voglio non cresce neanche nel giardino del re.
Ma sono riuscita finalmente, in quattro mesi e mezzo, a riassumere in un senso compiuto quel che è successo, a trovare il perché. E ora comunque vada la freccia è scoccata e vuole volare.
venerdì 6 giugno 2014
And then they were gone
"Io a questo punto della cosa dovrei fare il mio discorso finale..."
Mi guardano.
"Mi sono accorta, scrivendovi le dediche sulle foto, che non c'era nessuno di cui non sapessi cosa dire. Siete una classe indimenticabile. Devo farvi le mie raccomandazioni e i miei saluti, ma mi rendo conto che mi viene il fiatone, ne abbiamo anche passate tante insieme... Mi raccomando, adesso. Andate avanti come i grandi. Pensate con la vostra testa. Non mettetevi nei guai. E cercate di essere felici, di volervi bene. Guardate, io sono quasi ai quaranta, oddio, non mi ci fate pensare. E vi dico che in questi anni ho imparato una cosa. Volersi bene è veramente importante. Perciò... seguite i vostri sogni. E adesso basta tutti in cucina che mi viene da piangere."
Mi giro sui tacchi e me ne vado.
Profumo di pizza fatta in casa.
Foto tutti insieme.
Le aule vuote e l'odore dell'erba del campo sportivo pestata da decine di scarpe da ginnastica.
La Dolcebionda (un genio) che dice al Gigante: puoi mettere due casse fuori?
Il Gigante che gira verso il prato le potenti casse dell'aula di musica.
Alegria macarena.
Moça, moça, assim voce me mata.
Tutti che ballano.
I'm blue dabadi dabadà.
Because I'm happy.
E questa la ballo anche io.
Con la Verace e Mascara Waterproof.
Il Gigante che mi si avvicina con la macchina fotografica in mano e mi dice: "Penso che resterà loro un bel ricordo, di questa giornata."
E io: "Sì."
"Sono tutti contenti, è stata una bella cosa."
"Avranno un bel ricordo di tutti e tre gli anni, sai."
"Sì, penso di sì."
E poi è l'ora.
Abbiamo scongiurato il gavettone, non le mie lacrime. Ma non le ha viste nessuno.
E i quattro pullmini si allontanano, sollevando una gran polvere. Io sto sulla porta e li guardo. Il fantasma pallido di Atreiu, in canottiera, mi saluta con la mano, a lungo, senza sorridere, da un lunotto posteriore.
Mi guardano.
"Mi sono accorta, scrivendovi le dediche sulle foto, che non c'era nessuno di cui non sapessi cosa dire. Siete una classe indimenticabile. Devo farvi le mie raccomandazioni e i miei saluti, ma mi rendo conto che mi viene il fiatone, ne abbiamo anche passate tante insieme... Mi raccomando, adesso. Andate avanti come i grandi. Pensate con la vostra testa. Non mettetevi nei guai. E cercate di essere felici, di volervi bene. Guardate, io sono quasi ai quaranta, oddio, non mi ci fate pensare. E vi dico che in questi anni ho imparato una cosa. Volersi bene è veramente importante. Perciò... seguite i vostri sogni. E adesso basta tutti in cucina che mi viene da piangere."
Mi giro sui tacchi e me ne vado.
Profumo di pizza fatta in casa.
Foto tutti insieme.
Le aule vuote e l'odore dell'erba del campo sportivo pestata da decine di scarpe da ginnastica.
La Dolcebionda (un genio) che dice al Gigante: puoi mettere due casse fuori?
Il Gigante che gira verso il prato le potenti casse dell'aula di musica.
Alegria macarena.
Moça, moça, assim voce me mata.
Tutti che ballano.
I'm blue dabadi dabadà.
Because I'm happy.
E questa la ballo anche io.
Con la Verace e Mascara Waterproof.
Il Gigante che mi si avvicina con la macchina fotografica in mano e mi dice: "Penso che resterà loro un bel ricordo, di questa giornata."
E io: "Sì."
"Sono tutti contenti, è stata una bella cosa."
"Avranno un bel ricordo di tutti e tre gli anni, sai."
"Sì, penso di sì."
E poi è l'ora.
Abbiamo scongiurato il gavettone, non le mie lacrime. Ma non le ha viste nessuno.
E i quattro pullmini si allontanano, sollevando una gran polvere. Io sto sulla porta e li guardo. Il fantasma pallido di Atreiu, in canottiera, mi saluta con la mano, a lungo, senza sorridere, da un lunotto posteriore.
martedì 8 aprile 2014
Non ci credo
No, dai, ma non puoi fare uno scherzo così. Che martedì arrivi a scuola e dici che non ti senti bene, e il lunedì dopo sei morta.
Non puoi mollarci così. Noi, tuo marito, i tuoi ragazzi, le tue classi.
Non puoi fare un numero del genere e lasciare la terribile terza andare all'esame senza le tue urla.
Non puoi.
Che cazzo ti è saltato in mente, Compagna Collega?
Avrò detto un milione di volte, quando i colleghi si lamentavano del tuo caratteraccio, che quando fossi andata in pensione tu avrebbero comunque avuto me, che invecchiando sarei diventata uguale identica.
Rompicoglioni uguale. Di sinistra uguale. Senza peli sulla lingua uguale.
Mai più avrei pensato che oggi pomeriggio avrei sentito la mia voce dire in consiglio di classe: "Ci vuole un coordinatore, adesso" e poi il silenzio pesante dei colleghi, mentre tutti guardavamo per terra.
Nè che avrei visto il Malinconelfo alzarsi dal banco, dove era rimasto immobile e senza lacrime per più di un'ora, per andare ad abbracciare Atreiu, che dopo un'ora ancora piangeva. O le mie ragazzine sedute per terra nel bagno, mentre telefonavano ai genitori singhiozzando.
Non avrei pensato di rimanere così senza parole da non sapere nemmeno cosa dire per consolare i miei ragazzi.
Ma si può?
Vi prego, qualcuno mi dica che è uno scherzo. Che non sono veramente rimasta a scuola per nove ore dopo la notizia, perchè avevamo due riunioni e i colloqui con le famiglie. Che domani non devo accompagnare il supplente in macchina. Che posso andare nei boschi a piangere e a prendere a calci qualcosa.
Non puoi mollarci così. Noi, tuo marito, i tuoi ragazzi, le tue classi.
Non puoi fare un numero del genere e lasciare la terribile terza andare all'esame senza le tue urla.
Non puoi.
Che cazzo ti è saltato in mente, Compagna Collega?
Avrò detto un milione di volte, quando i colleghi si lamentavano del tuo caratteraccio, che quando fossi andata in pensione tu avrebbero comunque avuto me, che invecchiando sarei diventata uguale identica.
Rompicoglioni uguale. Di sinistra uguale. Senza peli sulla lingua uguale.
Mai più avrei pensato che oggi pomeriggio avrei sentito la mia voce dire in consiglio di classe: "Ci vuole un coordinatore, adesso" e poi il silenzio pesante dei colleghi, mentre tutti guardavamo per terra.
Nè che avrei visto il Malinconelfo alzarsi dal banco, dove era rimasto immobile e senza lacrime per più di un'ora, per andare ad abbracciare Atreiu, che dopo un'ora ancora piangeva. O le mie ragazzine sedute per terra nel bagno, mentre telefonavano ai genitori singhiozzando.
Non avrei pensato di rimanere così senza parole da non sapere nemmeno cosa dire per consolare i miei ragazzi.
Ma si può?
Vi prego, qualcuno mi dica che è uno scherzo. Che non sono veramente rimasta a scuola per nove ore dopo la notizia, perchè avevamo due riunioni e i colloqui con le famiglie. Che domani non devo accompagnare il supplente in macchina. Che posso andare nei boschi a piangere e a prendere a calci qualcosa.
venerdì 10 gennaio 2014
venerdì 15 novembre 2013
Cose che mi invidierete di brutto
La prima: "Theseus reloaded"
Sottotitolo, trovato dalla Vagabionda: "La prima C nell'antica Grecia".
Il Minotauro bambino, all'inizio, non si vede, ma muggisce dalla culla. Idea congiunta di Vagabionda e Bambino Più Grasso che per il momento interpretano Pasifae e Minosse. Io ci vedo una spettacolare citazione di Rosemary's Baby e mi si allarga di molto il sorriso. I muggiti (terrificanti) sono gentilmente prodotti da Lentigginoso, nascosto sotto la cattedra.
Bambino Più Grasso interpreta uno splendido Dedalo che insegna a Icaro a rispettare le leggi sulla sicurezza in cantiere e poi lo sgrida perché si distrae, cade, inciampa e rovescia le cose. Incompreso-Icaro cade e cade, con scioltezza, però uscendo poi mi chiede per favore di non dover recitare quando mettiamo in scena lo spettacolo.
La seconda: non ci credo del tutto manco io
Sottotitolo, trovato dalla Vagabionda: "La prima C nell'antica Grecia".
Il pomeriggio di recupero stavolta non si è svolto come al solito, perché:
1) se vedo degli altri esercizi di grammatica vomito
2) la povera I C ha fatto 5 prove scritte in 8 giorni e si è impegnata tantissimo, ma sono stravolti
3) che ne so, avevo voglia di sperimentare, questa è una bella prima
4) Satana era assente e quindi, dopo due ore di smistamento compiti, tre di lezione e mezza di preparazione del lavoro pomeridiano, avevo ancora il cervello funzionante
5) mi ero incazzata a morte con la terza a fine mattinata e dovevo fare qualcosa per sentirmi bene
e allora... in tre ore, con il gruppo di recupero costituito da Lentigginoso, Bambino Più Grasso, Vagabionda, Bambolotto e Incompreso, abbiamo prodotto le prime scene di un mini spettacolo teatrale. Scansione delle scene. Battute fisse e scene di improvvisazione. Bozza di scenografia. Doppia prova di recitazione con studio attento degli spazi in cui muoversi. Autocorrezione degli sbagli.
Hanno.
Fatto.
TUTTO.
DA.
SOLI.
Penso che il mio giovedì di recupero di questa settimana entri di diritto nei dieci giorni di insegnamento più belli della mia vita finora.
E' di Bambino Più Grasso l'idea di inserire una voce narrante fuori campo. Sono sue molte scene assolutamente originali. L'altra che crea dal nulla battute e sketch bellissimi è Vagabionda, quella che non riesce mai a fissare lo sguardo in un punto per più di due secondi e che perde il filo di se stessa a metà frase. Del tutto trasfigurata: "No, questa è la mia battuta, non la tua, mettiti lì, fai così" ...e sentiste come interpreta. Questa in una vita precedente calcava le scene di sicuro.
Ma poi è Bambolotto che prende in mano la narrazione e elabora i brevi testi di raccordo tra una scena e l'altra, decide gli sfondi e dimostra una sorprendente profondità. Lui coi suoi occhialini da grande e i suoi occhioni azzurri imbambolati e quella faccina sempre con la bocca a forma di O come il Cicciobello senza ciuccio: alla fine della terza ora ha un sorriso spavaldo, il tono calmo e pratico del regista che vede la storia nel suo insieme, lo sguardo sicuro e attento.
Lentigginoso si agita e grida, ma è anche una fucina di cazzate divertentissime che vengono immediatamente inserite nelle scene perché fanno ridere, ed è instancabile, corre di qua, di là, e mentre corre e recita intanto sposta sedie e banchi che servono a fare le quinte e le scenografie, trova oggetti - una palla di carta, una bandana, un'agenda, uno zaino - nello spazio ristretto di un'aula quasi vuota, da lui trasformati in un battibaleno in mille altre cose per sostituire quel che manca alla miseranda scenografia.
Incompreso non ne ha voglia, è in imbarazzo, arrossisce, dice lo stretto indispensabile, ma in compenso è uno stuntman naturale. Cade così bene che gli viene data d'ufficio la parte di Icaro e muore in modo così credibile che mi spavento sul serio per un attimo, dopo che si è lasciato precipitare giù da un banco, vedendolo disteso come un Cristo deposto, con gli occhi castani vuoti di ogni espressione rivolti al soffitto. Alla seconda prova la caduta di Icaro è talmente suicida che gli proibisco di fratturarsi e lo faccio smettere.
4) Satana era assente e quindi, dopo due ore di smistamento compiti, tre di lezione e mezza di preparazione del lavoro pomeridiano, avevo ancora il cervello funzionante
5) mi ero incazzata a morte con la terza a fine mattinata e dovevo fare qualcosa per sentirmi bene
e allora... in tre ore, con il gruppo di recupero costituito da Lentigginoso, Bambino Più Grasso, Vagabionda, Bambolotto e Incompreso, abbiamo prodotto le prime scene di un mini spettacolo teatrale. Scansione delle scene. Battute fisse e scene di improvvisazione. Bozza di scenografia. Doppia prova di recitazione con studio attento degli spazi in cui muoversi. Autocorrezione degli sbagli.
Hanno.
Fatto.
TUTTO.
DA.
SOLI.
Penso che il mio giovedì di recupero di questa settimana entri di diritto nei dieci giorni di insegnamento più belli della mia vita finora.
E' di Bambino Più Grasso l'idea di inserire una voce narrante fuori campo. Sono sue molte scene assolutamente originali. L'altra che crea dal nulla battute e sketch bellissimi è Vagabionda, quella che non riesce mai a fissare lo sguardo in un punto per più di due secondi e che perde il filo di se stessa a metà frase. Del tutto trasfigurata: "No, questa è la mia battuta, non la tua, mettiti lì, fai così" ...e sentiste come interpreta. Questa in una vita precedente calcava le scene di sicuro.
Ma poi è Bambolotto che prende in mano la narrazione e elabora i brevi testi di raccordo tra una scena e l'altra, decide gli sfondi e dimostra una sorprendente profondità. Lui coi suoi occhialini da grande e i suoi occhioni azzurri imbambolati e quella faccina sempre con la bocca a forma di O come il Cicciobello senza ciuccio: alla fine della terza ora ha un sorriso spavaldo, il tono calmo e pratico del regista che vede la storia nel suo insieme, lo sguardo sicuro e attento.
Lentigginoso si agita e grida, ma è anche una fucina di cazzate divertentissime che vengono immediatamente inserite nelle scene perché fanno ridere, ed è instancabile, corre di qua, di là, e mentre corre e recita intanto sposta sedie e banchi che servono a fare le quinte e le scenografie, trova oggetti - una palla di carta, una bandana, un'agenda, uno zaino - nello spazio ristretto di un'aula quasi vuota, da lui trasformati in un battibaleno in mille altre cose per sostituire quel che manca alla miseranda scenografia.
Incompreso non ne ha voglia, è in imbarazzo, arrossisce, dice lo stretto indispensabile, ma in compenso è uno stuntman naturale. Cade così bene che gli viene data d'ufficio la parte di Icaro e muore in modo così credibile che mi spavento sul serio per un attimo, dopo che si è lasciato precipitare giù da un banco, vedendolo disteso come un Cristo deposto, con gli occhi castani vuoti di ogni espressione rivolti al soffitto. Alla seconda prova la caduta di Icaro è talmente suicida che gli proibisco di fratturarsi e lo faccio smettere.
Il Minotauro bambino, all'inizio, non si vede, ma muggisce dalla culla. Idea congiunta di Vagabionda e Bambino Più Grasso che per il momento interpretano Pasifae e Minosse. Io ci vedo una spettacolare citazione di Rosemary's Baby e mi si allarga di molto il sorriso. I muggiti (terrificanti) sono gentilmente prodotti da Lentigginoso, nascosto sotto la cattedra.
Non mi ricordo di chi sia l'idea di far combattere Ateniesi e Cretesi con le spade laser, né quella di far chiamare Dedalo con l'iphone di Pasifae, perché ero troppo impegnata a scrivere come una pazza gli spunti e le battute. Comunque è tutta farina del loro sacco.
Bambino Più Grasso interpreta uno splendido Dedalo che insegna a Icaro a rispettare le leggi sulla sicurezza in cantiere e poi lo sgrida perché si distrae, cade, inciampa e rovescia le cose. Incompreso-Icaro cade e cade, con scioltezza, però uscendo poi mi chiede per favore di non dover recitare quando mettiamo in scena lo spettacolo.
Lentigginoso e Bambolotto si presentano alla porta del labirinto terminato, in veste di scagnozzi mandati da Minosse, e restano per tutto il tempo indecisi se adottare la versione mafiosi, quella banditi del far West o quella di picchiatori professionisti dei bassifondi di Chicago. Ma sono in ogni caso cattivissimi, e cinici da morire (appena finito di ributtare dentro Dedalo e Icaro, condannandoli a morte certa, Lentigginoso telefona alla moglie chiedendole che cosa prepara per cena, e avvisandola che prima però va a farsi una birretta con il collega).
La seconda: non ci credo del tutto manco io
Quando ho finito ero senza voce, sudata, coi capelli appiccicati alla fronte tipo partoriente, le gambe tremanti per la fame e i troppi caffè bevuti, stavo una merda dalla stanchezza, ma sono andata lo stesso (dopo una spazzolata e una passata di rimmel, deodorante e Chanel) in radio a conoscere...
...il Libanese!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
... il vedovo di Saturno Contro!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
...l'anarchico Pinelli!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
...il chirurgo corrotto de La vita facile!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
SI' avete capito bene SI' SI' SI' PROPRIO LUI: LUIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Santiddio: devo ricredermi, ho detto e ridetto che non è il mio tipo e che lo adoro solo a livello cinematografico, beh donne ve lo dico, e lo so che i tre quinti di voi adesso stanno rosicando male: non è tuttora il mio tipo, ma che OCCHI!!!!!! Io credevo che per il grande schermo lo truccassero, beh dai la toccatina di matita classica per intensificare l'espressività... invece no c'ha proprio quello sguardo lì, mammamiaaaaaaaa non sapete cosa vuol dire l'espressione "fascino magnetico" finchè non v'ha guardato anche solo di striscio!!! e se esistessero più uomini che sorridono con tutte quelle fossette, il mondo sarebbe un posto quanto, quanto migliore???
E poi è scandalosamente bravo. Visto recitare per tre ore in teatro ieri sera, quindi ve lo dico: pagate la babysitter, sopportate la suocera, deludete il capufficio, piantate in asso il marito o la moglie ma tutti, di qualunque sesso e religione, dovete vedere il suo spettacolo (se l'è scritto lui con Sassanelli, che io già dall'anno scorso coi cortometraggi lo sapevo che è un genio) tratto da Goldoni, che sta girando adesso per il Nord Italia, perché merita veramente. Ma veramente.
E la terza cosa: ...signori e signore, Dylan McKay E' INNAMORATO!!!
Oh sì! E pure per vedere questo potrebbe venirvi voglia di pagare il biglietto, ve lo assicuro. giovedì 10 ottobre 2013
Ho fatto il salto
Oggi sono entrata nella scuola.
Ho salutato il segretario che usciva.
Ho fatto un cenno a una collega, che si è liberata di quel che stava facendo per venirmi a parlare.
E abbiamo parlato.
Di:
giustificazioni
firme
autorizzazioni alle uscite
spese per le uscite
orari di rientro
libri di testo
rendimento scolastico
Poi me ne sono andata, dicendo: "La ringrazio, professoressa" e pensavo che è strano: io non mi rivolgo a nessuno chiamandolo professore o professoressa.
Ma non posso dare del tu alla coordinatrice del corso di mia figlia, nemmeno se insegna la mia stessa materia ed è più giovane di me.
Ho salutato il segretario che usciva.
Ho fatto un cenno a una collega, che si è liberata di quel che stava facendo per venirmi a parlare.
E abbiamo parlato.
Di:
giustificazioni
firme
autorizzazioni alle uscite
spese per le uscite
orari di rientro
libri di testo
rendimento scolastico
Poi me ne sono andata, dicendo: "La ringrazio, professoressa" e pensavo che è strano: io non mi rivolgo a nessuno chiamandolo professore o professoressa.
Ma non posso dare del tu alla coordinatrice del corso di mia figlia, nemmeno se insegna la mia stessa materia ed è più giovane di me.
martedì 8 ottobre 2013
Les neiges d'antan
E poi, dopo che tu sei stata tutta la mattina a rabbrividire sul divano, per mettere insieme un esercizio un po’ stimolante di Geografia fatto con foto, quiz cartografici, curiosità in video, e sei andata a scuola, e nella pausa pranzo hai mangiato un pezzetto di focaccia in piedi mentre appendevi i fogli con la suddivisione in gruppi per lavorare su queste teste di piombo di III A che non studiano, e poi hai fatto lezione nel solito clima di casino, coi soliti interventi puerili, con le solite frasi che ormai ti escono a cantilena, con le solite domande in mente (“Sono io che non sono più capace? Cos’ALTRO potrei fare per farli lavorare? Ce la faranno mai ad arrivare alle superiori con una preparazione che non mi faccia passare per una poveretta?”)…
…bussano delicatamente, la porta si apre e in tutta la gloria dei suoi magnifici vent’anni compare Bel Ragazzo, col suo sorriso di sempre.
La classe si rilassa e parlotta a un volume normale, qualche ragazzina iperventila (“Bel Ragazzo” in effetti non è più un soprannome adatto a descrivere cotanto ventenne) e tu vieni proiettata al 2009. Quando a una terza di ragazzi né più né meno come gli altri, ma enormemente partecipi, raccontavi della Normale di Pisa e vedevi degli occhi brillare. Quando Giovane Lupo, Elfetto Femminista e Enfant Terrible si scontravano sui diritti dei gay. Quando le cose che non si potevano dire a voce si capivano a sguardi.
E a questo marcantonio dal sorriso dolce racconti che classi come la sua non ne fanno più, che ti mancano uno per uno tutti, che sei felice di vederlo. E di colpo sei lì che te ne esci con “ho grandi novità, sai, adesso abbiamo una figlia, una ragazza in affido, abita con noi esattamente da ieri sera, sono molto contenta”. Solo dopo ti accorgi che è la prima persona cui lo hai detto, qui a scuola.
Poi c’è l’intervallo, e una ragazzina dell’altra classe sviene, e tu stai lì a tenerle la mano, mentre la collega di Fisica le tiene su le gambe, e Bel Ragazzo sta lì con voi ad aspettare che la crisi passi, e il Cinghiale di II A sta lì anche lui a chiacchierare del più e del meno, invece di rientrare in classe a fare compito di Geometria.
Vai via, nella luce di un pomeriggio tiepido, sentendoti un po’ persa nel tuo presente così emozionante, un po’ travolta dal flusso di cose che potresti dire, se ne avessi l’occasione, a qualcuno di cui ti fidi, un po’ fortunata perchè alla tua età puoi permetterti di fidarti di ragazzi di vent’anni, e molto intenerita dal fatto che questi ragazzi di vent’anni, con cui hai passato una terza media irripetibile, vengano ancora da te a far due parole, quando hanno un po’ di tempo.
…bussano delicatamente, la porta si apre e in tutta la gloria dei suoi magnifici vent’anni compare Bel Ragazzo, col suo sorriso di sempre.
La classe si rilassa e parlotta a un volume normale, qualche ragazzina iperventila (“Bel Ragazzo” in effetti non è più un soprannome adatto a descrivere cotanto ventenne) e tu vieni proiettata al 2009. Quando a una terza di ragazzi né più né meno come gli altri, ma enormemente partecipi, raccontavi della Normale di Pisa e vedevi degli occhi brillare. Quando Giovane Lupo, Elfetto Femminista e Enfant Terrible si scontravano sui diritti dei gay. Quando le cose che non si potevano dire a voce si capivano a sguardi.
E a questo marcantonio dal sorriso dolce racconti che classi come la sua non ne fanno più, che ti mancano uno per uno tutti, che sei felice di vederlo. E di colpo sei lì che te ne esci con “ho grandi novità, sai, adesso abbiamo una figlia, una ragazza in affido, abita con noi esattamente da ieri sera, sono molto contenta”. Solo dopo ti accorgi che è la prima persona cui lo hai detto, qui a scuola.
Poi c’è l’intervallo, e una ragazzina dell’altra classe sviene, e tu stai lì a tenerle la mano, mentre la collega di Fisica le tiene su le gambe, e Bel Ragazzo sta lì con voi ad aspettare che la crisi passi, e il Cinghiale di II A sta lì anche lui a chiacchierare del più e del meno, invece di rientrare in classe a fare compito di Geometria.
Vai via, nella luce di un pomeriggio tiepido, sentendoti un po’ persa nel tuo presente così emozionante, un po’ travolta dal flusso di cose che potresti dire, se ne avessi l’occasione, a qualcuno di cui ti fidi, un po’ fortunata perchè alla tua età puoi permetterti di fidarti di ragazzi di vent’anni, e molto intenerita dal fatto che questi ragazzi di vent’anni, con cui hai passato una terza media irripetibile, vengano ancora da te a far due parole, quando hanno un po’ di tempo.
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domenica 15 settembre 2013
Un orribile, inutile scempio, ed è anche colpa di quelli come me
Ecco no, io sono molto stupida e incoerente.
Sono stupida, incoerente e sono anche un'assassina, come tutti quelli che dicono di amare gli animali e poi vanno a vedere (o seguono da casa) il Palio.
Che è magnifico e affascinante. Che è una cosa piena di vita e di colore. Che è una rievocazione storica di notevole serietà, fatta di passione e bellezza. Roba che alle prof di storia amanti del Medioevo fa venire l'acquolina in bocca.
Ma da oggi io del Palio mi ricorderò solo che è un gran giro di soldi.
Perchè se il fantino non avesse sforzato per causare la solita partenza falsa, per la quale ovviamente si accordano prima, come si accordano per la qualificazione nelle batterie e per la vittoria stessa, Mamuthones, nervosissimo, non sarebbe stato esattamente sopra il canapo. E che cazzo di fantino sei, che gli tiri le briglie mentre si sbilancia, impedendogli di girare la testa. E anche il mossiere: sei pagato come uno sceicco per stare a guardare che i cavalli siano messi bene, come hai fatto a non accorgerti che dovevi mollare la fune.
Risultato, una capriola mortale che ha ucciso uno splendido animale in perfetta salute: caduto praticamente da fermo, si è spezzato il collo con il peso del suo stesso corpo.
L'urlo di dolore del fantino non rimedia all'errore gravissimo che ha fatto. La velocità dell'intervento del veterinario, che ha risparmiato alla povera bestia ulteriore sofferenza e gli ha abbreviato soprattutto il terrore folle nel ritrovarsi paralizzato, non elimina il fatto che se fai il veterinario nell'ambiente delle gare sei complice di molte, troppe cose che dovrebbero andare contro la tua etica professionale di medico. Il silenzio atterrito del pubblico quando il cavallo non si è rialzato, e le grida, gli insulti, le maledizioni scagliate subito dopo, non rimediano al fatto che loro avevano pagato il biglietto, e altri come me erano davanti alla tv o su internet, a guardare una corsa in cui l'uomo mette a rischio non se stesso, come accade nel motociclismo o nella Formula Uno o in tantissimi altri sport, ma un essere vivente che se ne frega dei soldi, un miracolo di forza e di bellezza che, di suo, sa solo che ama correre.
Spero solo che papà non fosse davanti a un televisore oggi pomeriggio, lui che se la prende con gli organizzatori anche quando, nella sicurezza di una tranquilla sfilata a passo d'uomo, vede un cavallo stanco o innervosito dal rumore. Come tutti quelli che davvero amano gli animali e che nemmeno per un istante mettono in disparte il rispetto per la loro vita, a favore di un interesse umano, sia pure di stampo culturale.
E' una dolorosa lezione, ma è una lezione da imparare. Spero che oltre a me ne facciano tesoro tanti altri.
Sono stupida, incoerente e sono anche un'assassina, come tutti quelli che dicono di amare gli animali e poi vanno a vedere (o seguono da casa) il Palio.
Che è magnifico e affascinante. Che è una cosa piena di vita e di colore. Che è una rievocazione storica di notevole serietà, fatta di passione e bellezza. Roba che alle prof di storia amanti del Medioevo fa venire l'acquolina in bocca.
Ma da oggi io del Palio mi ricorderò solo che è un gran giro di soldi.
Perchè se il fantino non avesse sforzato per causare la solita partenza falsa, per la quale ovviamente si accordano prima, come si accordano per la qualificazione nelle batterie e per la vittoria stessa, Mamuthones, nervosissimo, non sarebbe stato esattamente sopra il canapo. E che cazzo di fantino sei, che gli tiri le briglie mentre si sbilancia, impedendogli di girare la testa. E anche il mossiere: sei pagato come uno sceicco per stare a guardare che i cavalli siano messi bene, come hai fatto a non accorgerti che dovevi mollare la fune.
Risultato, una capriola mortale che ha ucciso uno splendido animale in perfetta salute: caduto praticamente da fermo, si è spezzato il collo con il peso del suo stesso corpo.
L'urlo di dolore del fantino non rimedia all'errore gravissimo che ha fatto. La velocità dell'intervento del veterinario, che ha risparmiato alla povera bestia ulteriore sofferenza e gli ha abbreviato soprattutto il terrore folle nel ritrovarsi paralizzato, non elimina il fatto che se fai il veterinario nell'ambiente delle gare sei complice di molte, troppe cose che dovrebbero andare contro la tua etica professionale di medico. Il silenzio atterrito del pubblico quando il cavallo non si è rialzato, e le grida, gli insulti, le maledizioni scagliate subito dopo, non rimediano al fatto che loro avevano pagato il biglietto, e altri come me erano davanti alla tv o su internet, a guardare una corsa in cui l'uomo mette a rischio non se stesso, come accade nel motociclismo o nella Formula Uno o in tantissimi altri sport, ma un essere vivente che se ne frega dei soldi, un miracolo di forza e di bellezza che, di suo, sa solo che ama correre.
Spero solo che papà non fosse davanti a un televisore oggi pomeriggio, lui che se la prende con gli organizzatori anche quando, nella sicurezza di una tranquilla sfilata a passo d'uomo, vede un cavallo stanco o innervosito dal rumore. Come tutti quelli che davvero amano gli animali e che nemmeno per un istante mettono in disparte il rispetto per la loro vita, a favore di un interesse umano, sia pure di stampo culturale.
E' una dolorosa lezione, ma è una lezione da imparare. Spero che oltre a me ne facciano tesoro tanti altri.
giovedì 23 maggio 2013
domenica 21 aprile 2013
E intanto
Era martedì scorso e io arrivavo a casa di mia madre dopo il lavoro e i 110 km d'ordinanza e ovviamente senza aver pranzato, così quando lei cominciava a dirmi ahvienichetifacciovedere, io esalavo un maveramentedevoancoramangiare e finivamo in cucina, con me che sbocconcellavo di malavoglia della focaccia genovese buonissima e una schiacciata del supermercato di gomma, poi l'arancio, poi gli amaretti col caffè, e poi c'era questa breve sosta in poltrona e a me veniva un sonno, ma un sonno.
Però prestissimo era l'ora di andare da mio padre. E io mi sedevo sul gabinetto a fare pipì con la porta aperta (ormai siamo tra donne) e prima di rialzarmi dicevo a mia madre: "Ecco, adesso devo mettermi un po' nell'ordine di idee della casa di riposo". Non che mi faccia lo stesso effetto dell'ospedale. Ma è che il mio cervello si rifiutava di strutturarsi in una nuova forma. Di associare mio padre a un'altra, diversa, forma di dispiacere. Negli ultimi due anni e mezzo ho strapazzato il mio corpo e la mia mente recalcitranti in giro per studi medici, reparti emergenze, cliniche, corridoi verdolini azzurrini o giallognoli pieni di barelle, case che avevano odore di vecchiaia e di malattia. Ho fatto fronte malamente, come potevo.
Poi finalmente è iniziata questa pausa, in cui non ho più paura. Non ho paura perché c'è l'inserviente M. che ha gli occhi azzurri ed è gentile, c'è l'infermiera V. che parla senza gli articoli e ha il cuore pieno di pazienza e di coraggio stampato sulla faccia, c'è l'infermiera M. che chiama mio padre tesoro. Tesoro? Herr Direttore Sanitario che faceva filare un intero CPA senza mai dire un per favore e un grazie? Tesoro, sì. E gli sfila gli aghi con tanta delicatezza. E che dire dell'inserviente giovane, alta e bella che ha tipo un quarto dei suoi anni e gli dà del tu. Non ho paura perché dalla finestra della stanza di papà si vede il mare e in questi giorni col sole sembra di essere in Costa Azzurra. Non ho paura perché ha avuto la febbre alta e stavolta nessuno lo ha portato via con l'ambulanza: gli han dato le medicine, gli han preso i parametri tutto il tempo e poi lo hanno lasciato dormire un giorno intero per recuperare le forze, che è quello che avrei fatto io, a buon senso. Non ho paura perchè vedo che lì la maggior parte dei pazienti non ha lo sguardo triste, eppure molti non hanno gente che li viene a trovare ogni giorno e comunque chi viene non si ferma ore, come invece fa mia madre.
E ora che non ho paura, che non ho fretta, che non ho ansia, purtroppo ho tempo di pensare.
Così oggi quando sono arrivata e lui straparlava, forse perchè si era svegliato da un pisolino ed era confuso, forse perchè aveva un po' di agitazione da quando si era reso conto di non poter telefonare a nessuno, forse perchè stava meglio e le ore gli erano sembrate lunghe e lo avevano mandato in loop, io sono scesa al bar a prendergli una bibita pensando che eravamo in un bel guaio, ma poi sono risalita e l'ho trovato più calmo, e dopo un pochino che parlavamo si ricordava di nuovo tutto, chiedeva cose della vita di fuori e rispondeva a tono ai discorsi. E allora me la sono giocata, perchè non posso sapere quanto tempo ho a disposizione per vederlo e per vederlo quando ragiona bene, e gli ho detto dei nostri progetti di allargare la tribù. Che sono ancora top secret per quasi tutta la famiglia e guai se l'Uomo sapesse che ne ho detto parola. Ma insomma, oggi mi sono decisa a fare questa notevole eccezione, perchè davvero non lo so come andremo avanti.
Cercavo di non fare come faccio sempre con loro, quando ho paura di prendere un calcio in pancia mentre parlo di qualcosa che per me è importante. Cercavo di non abbassare lo sguardo sul mio lavoro all'uncinetto, di non farfugliare, di dire poche cose chiare perchè lui potesse seguirmi, senza però sembrare brusca o chiusa. E così ho guardato dritto negli occhi di mio padre. Ed è stato tremendo. Perché dentro il suo sguardo C'ERA effettivamente mio padre. L'uomo che mi ha ascoltato notti su notti, seduti insieme sul divano. L'uomo nel cui studio andavo a nascondermi quando non ne potevo più. Era lì, nel letto davanti a me. La stessa intelligenza di prima. La stessa attenzione di prima. Le stesse poche, caute parole ben soppesate.
Mio padre, che ultimamente è stato ripiegato sul proprio corpo cadente e sulla fatica di sopravvivere, che è stato spesso stronzo e intrattabile e più spesso sonnolento e smemorato, che per mesi è stato un problema in quanto non solo malato, ma anche testardo e ormai ridotto a fare i capricci come un bambino; mio padre, che venti minuti prima non sapeva dov'era e perchè, in quel momento mi stava ascoltando con tutto se stesso. Era tornato da chissà quali mondi, era con me di nuovo.
Ho sofferto più oggi, all'idea di perderlo, che in tutto l'ultimo anno.
Però prestissimo era l'ora di andare da mio padre. E io mi sedevo sul gabinetto a fare pipì con la porta aperta (ormai siamo tra donne) e prima di rialzarmi dicevo a mia madre: "Ecco, adesso devo mettermi un po' nell'ordine di idee della casa di riposo". Non che mi faccia lo stesso effetto dell'ospedale. Ma è che il mio cervello si rifiutava di strutturarsi in una nuova forma. Di associare mio padre a un'altra, diversa, forma di dispiacere. Negli ultimi due anni e mezzo ho strapazzato il mio corpo e la mia mente recalcitranti in giro per studi medici, reparti emergenze, cliniche, corridoi verdolini azzurrini o giallognoli pieni di barelle, case che avevano odore di vecchiaia e di malattia. Ho fatto fronte malamente, come potevo.
Poi finalmente è iniziata questa pausa, in cui non ho più paura. Non ho paura perché c'è l'inserviente M. che ha gli occhi azzurri ed è gentile, c'è l'infermiera V. che parla senza gli articoli e ha il cuore pieno di pazienza e di coraggio stampato sulla faccia, c'è l'infermiera M. che chiama mio padre tesoro. Tesoro? Herr Direttore Sanitario che faceva filare un intero CPA senza mai dire un per favore e un grazie? Tesoro, sì. E gli sfila gli aghi con tanta delicatezza. E che dire dell'inserviente giovane, alta e bella che ha tipo un quarto dei suoi anni e gli dà del tu. Non ho paura perché dalla finestra della stanza di papà si vede il mare e in questi giorni col sole sembra di essere in Costa Azzurra. Non ho paura perché ha avuto la febbre alta e stavolta nessuno lo ha portato via con l'ambulanza: gli han dato le medicine, gli han preso i parametri tutto il tempo e poi lo hanno lasciato dormire un giorno intero per recuperare le forze, che è quello che avrei fatto io, a buon senso. Non ho paura perchè vedo che lì la maggior parte dei pazienti non ha lo sguardo triste, eppure molti non hanno gente che li viene a trovare ogni giorno e comunque chi viene non si ferma ore, come invece fa mia madre.
E ora che non ho paura, che non ho fretta, che non ho ansia, purtroppo ho tempo di pensare.
Così oggi quando sono arrivata e lui straparlava, forse perchè si era svegliato da un pisolino ed era confuso, forse perchè aveva un po' di agitazione da quando si era reso conto di non poter telefonare a nessuno, forse perchè stava meglio e le ore gli erano sembrate lunghe e lo avevano mandato in loop, io sono scesa al bar a prendergli una bibita pensando che eravamo in un bel guaio, ma poi sono risalita e l'ho trovato più calmo, e dopo un pochino che parlavamo si ricordava di nuovo tutto, chiedeva cose della vita di fuori e rispondeva a tono ai discorsi. E allora me la sono giocata, perchè non posso sapere quanto tempo ho a disposizione per vederlo e per vederlo quando ragiona bene, e gli ho detto dei nostri progetti di allargare la tribù. Che sono ancora top secret per quasi tutta la famiglia e guai se l'Uomo sapesse che ne ho detto parola. Ma insomma, oggi mi sono decisa a fare questa notevole eccezione, perchè davvero non lo so come andremo avanti.
Cercavo di non fare come faccio sempre con loro, quando ho paura di prendere un calcio in pancia mentre parlo di qualcosa che per me è importante. Cercavo di non abbassare lo sguardo sul mio lavoro all'uncinetto, di non farfugliare, di dire poche cose chiare perchè lui potesse seguirmi, senza però sembrare brusca o chiusa. E così ho guardato dritto negli occhi di mio padre. Ed è stato tremendo. Perché dentro il suo sguardo C'ERA effettivamente mio padre. L'uomo che mi ha ascoltato notti su notti, seduti insieme sul divano. L'uomo nel cui studio andavo a nascondermi quando non ne potevo più. Era lì, nel letto davanti a me. La stessa intelligenza di prima. La stessa attenzione di prima. Le stesse poche, caute parole ben soppesate.
Mio padre, che ultimamente è stato ripiegato sul proprio corpo cadente e sulla fatica di sopravvivere, che è stato spesso stronzo e intrattabile e più spesso sonnolento e smemorato, che per mesi è stato un problema in quanto non solo malato, ma anche testardo e ormai ridotto a fare i capricci come un bambino; mio padre, che venti minuti prima non sapeva dov'era e perchè, in quel momento mi stava ascoltando con tutto se stesso. Era tornato da chissà quali mondi, era con me di nuovo.
Ho sofferto più oggi, all'idea di perderlo, che in tutto l'ultimo anno.
mercoledì 3 ottobre 2012
Un inizio spettacolare, proprio
Sì, lo so, la pausa non è durata molto. Ma ho i miei validi motivi
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ahia,
fatelo fare a qualcun altro,
fine pena mai,
non ci sono parole
venerdì 20 aprile 2012
E così
Siamo di nuovo a guardare il mondo attraverso quel vetro spesso di paura e sofferenza che è la finestra di un ospedale.
auleintempesta deve di nuovo parlare di cose tristi invece che di bellissime statue ellenistiche e di undici-tredicenni esagitati. I quali, dopo una settimana in cui ho interrogato a tappeto come se dovesse finire la scuola domani, non sentiranno nemmeno poi tanto la mia mancanza se mi occupo un po' di mio papà. O forse sì, ma se fosse preferisco se nessuno me lo dice. Oggi, se riesco a non piangere mentre lo faccio, preparo un po' di lavoro per la settimana prossima, non sia mai che venga un supplente.
Per il resto, vedremo. Non possiamo fare altro che aspettare, e vedere. Ieri sera sopra Genova c'era un arcobaleno immenso. Mi sentivo un po' presa per il culo, ma era bello lo stesso.
auleintempesta deve di nuovo parlare di cose tristi invece che di bellissime statue ellenistiche e di undici-tredicenni esagitati. I quali, dopo una settimana in cui ho interrogato a tappeto come se dovesse finire la scuola domani, non sentiranno nemmeno poi tanto la mia mancanza se mi occupo un po' di mio papà. O forse sì, ma se fosse preferisco se nessuno me lo dice. Oggi, se riesco a non piangere mentre lo faccio, preparo un po' di lavoro per la settimana prossima, non sia mai che venga un supplente.
Per il resto, vedremo. Non possiamo fare altro che aspettare, e vedere. Ieri sera sopra Genova c'era un arcobaleno immenso. Mi sentivo un po' presa per il culo, ma era bello lo stesso.
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non ci sono parole
giovedì 12 aprile 2012
Del prendere precauzioni
Ehi, tu.
Dico a te, bel ragazzone di ventisei anni.
Stai uscendo dal lavoro. Stai prendendo la macchina e andando a casa, dove ti aspetta la tua mogliettina fresca fresca di anello. Uno schianto, la tua mogliettina, eh. Te la invidiano, in paese, gli amici dell'adolescenza. Quando vi siete messi insieme e li avete lasciati a bocca asciutta contro ogni previsione, qualcuno te l'ha giurata, e qualcuna ti ha telefonato in lacrime, ma tu niente, avevi occhi solo per lei.
Stasera arriverai a casa e la troverai lì che si ingegna per elaborare una ricetta per cena, e ti sorriderà vedendoti arrivare, con quel suo visino giovane pieno di adorabili fossette, e magari, invece di buttarti sul divano ad aspettare che sia pronto, le farai spegnere i fornelli e te la porterai sotto la doccia, e poi in camera da letto.
Ecco.
Non farlo.
Non farlo, a meno che tu non sappia con certezza che tra dodici anni, quando lei avrà due o anche tre bambini coi tuoi stessi occhi, tu non farai lo stronzo che prende una sbandata per una collega, si fa beccare a mentire, poi fa scenate, poi va via di casa, poi ci torna, poi se ne va di nuovo, poi fa tira e molla con lei e con l'altra perchè ci sono di mezzo i bambini, e poi un giorno lei va a parlare con la professoressa di lettere di suo figlio e ingoia le lacrime come fossero ricci di mare vivi, decisa a non crollare, mentre si svolge il seguente dialogo:
"Sa, mi scusi se le ho telefonato a casa, ma volevo proprio vederla, perchè con Dylan, ultimamente, non ci siamo mica. Ha una nota ogni due giorni sul diario, io gliene ho messa anche una rossa sul registro, non scrive i compiti, non li fa, ieri gli ho ricordato che gli avrei preparato per oggi la prova di recupero di geografia e oggi non solo non aveva studiato, ma sosteneva di essersene dimenticato e in più non ha nemmeno provato a scrivere quattro cose, ha tentato di consegnare dopo un quarto d'ora, poi me l'ha riportata dopo altri dieci minuti praticamente in bianco, e gli ho messo due. E la cosa brutta è che non era per niente preoccupato."
"Sì, ha fatto bene, io ho notato che aveva preso questo andazzo, ho guardato il diario con regolarità, però, diciamo, in questo momento probabilmente non ho concentrato tanta attenzione sulla scuola, nel senso che, sa, si è creata una situazione difficile a casa..."
"Ora, io non voglio sapere i fatti vostri, per carità..."
"...e io non glieli dico..."
"...naturalmente, però sarò sincera, me lo ero immaginato, perchè vede, Dylan ha proprio fatto un'escalation nel comportamento, e siccome mi ricordavo che all'inizio dell'anno lei lo aveva ripreso e aveva funzionato benissimo, ho appunto pensato che dovesse esserci qualcos'altro. E volevo un po' confrontarmi per vedere come fare a irregimentarlo di nuovo."
Andiamo avanti a parlare di Dylan, del suo potenziale, del suo carattere, e a un certo punto cerca sua sponte di tornare sull'argomento situazione familiare, ed è lì che deglutisce il riccio di mare e batte le palpebre, e le si affievolisce la voce, ma non molla, mantiene la linea della mascella dura, la dizione accurata, il tono fermo. E la guardo. E' quel tipo di donna, bella senza essere appariscente, fine senza essere fredda, luminosa senza essere vacua, per la quale io perderei la testa se fossi un uomo. Emana energia, persino in una giornata come oggi. Ha sulle ginocchia la figlia piccola, una furfantella uguale precisa a suo fratello, che mi si mangia con gli occhi, curiosa, sparandomi dei sorrisoni. Le faccio ridere tutte e due, raccontando che Dylan si arreda ogni santo giorno il suo angolo di classe spargendo roba sul calorifero, per terra, sull'appendiabiti eccetera, e ora che l'ho allontanato dall'angolo tende a usare la compagna di banco come segretaria e donna di servizio perchè prima sparpagli la sua roba lungo la parete e poi gliela passi quando gli serve.
Poi passeggiamo per la scuola perchè sta per arrivare l'ora in cui i ragazzi escono e la piccolina vuol vedere tutto, la classe di suo fratello, che cos'è quella stanza piena di computer e da dov'è che viene quella bella musica, che poi è prodotta proprio da Dylan e dai compagni che fanno lezione col Gigante. E capisco di aver fatto un errore a non lasciar sfogare la mamma di Dylan, perchè torna sul discorso casa più e più volte, fino a dirmi: "E' che attraversiamo un momento così, capisce che io mantengo la stessa linea di sempre, ma dall'altra parte... c'è un mettere in discussione l'idea stessa di scuola... ci si fanno delle domande sulla reale utilità di far studiare i figli..."
"Beh, certo che Dylan, se ha un genitore che ci tiene e un altro che mette in discussione la scuola, seguirà più volentieri la strada che in questo momento gli pare più comoda... Ma posso chiedere a cosa si deve questa sfiducia nelle istituzioni?"
"E' una sfiducia generale. Non solo nei confronti della scuola. Anche della società, del lavoro."
Penso a un caso di disoccupazione, di depressione, forse. Ma lei mi riporta subito alla prima interpretazione della storica frase "c'è una situazione difficile a casa" che tante volte ho già sentito: "C'è sfiducia anche nell'istituzione della famiglia. Della coppia."
Ecco, mi era parso, infatti.
Mi ritrovo a gironzolare per la scuola con la bimba e questa mamma cui darei così volentieri del tu, e a raccontarle che pensiamo di adottare, che siamo stati torchiati durante i colloqui, io in particolare, e come è strano fare la prof pensando che uno qualsiasi di questi bambini potrebbe essere mio figlio. Cose che non ho mai detto a nessuno. Poi esce la mia classe dall'aula di musica e lei mi stringe la mano con un bellissimo sguardo diretto: "In bocca al lupo."
"In bocca al lupo, per tutto", rispondo.
E se ne vanno, lei con la bambina e con Dylan, e gli altri: siamo a sette figli di separati in una classe sola, e di questi ben quattro sono in pieno marasma proprio in questi mesi.
Perciò, bel ragazzo, vai a casa, rapisci tua moglie dalla cucina e fanne quello che vuoi, ma pensa bene al futuro prima di farci un figlio, perchè poi, se qualcosa va storto, non ci verrai mica tu, a parlare coi prof.
Dico a te, bel ragazzone di ventisei anni.
Stai uscendo dal lavoro. Stai prendendo la macchina e andando a casa, dove ti aspetta la tua mogliettina fresca fresca di anello. Uno schianto, la tua mogliettina, eh. Te la invidiano, in paese, gli amici dell'adolescenza. Quando vi siete messi insieme e li avete lasciati a bocca asciutta contro ogni previsione, qualcuno te l'ha giurata, e qualcuna ti ha telefonato in lacrime, ma tu niente, avevi occhi solo per lei.
Stasera arriverai a casa e la troverai lì che si ingegna per elaborare una ricetta per cena, e ti sorriderà vedendoti arrivare, con quel suo visino giovane pieno di adorabili fossette, e magari, invece di buttarti sul divano ad aspettare che sia pronto, le farai spegnere i fornelli e te la porterai sotto la doccia, e poi in camera da letto.
Ecco.
Non farlo.
Non farlo, a meno che tu non sappia con certezza che tra dodici anni, quando lei avrà due o anche tre bambini coi tuoi stessi occhi, tu non farai lo stronzo che prende una sbandata per una collega, si fa beccare a mentire, poi fa scenate, poi va via di casa, poi ci torna, poi se ne va di nuovo, poi fa tira e molla con lei e con l'altra perchè ci sono di mezzo i bambini, e poi un giorno lei va a parlare con la professoressa di lettere di suo figlio e ingoia le lacrime come fossero ricci di mare vivi, decisa a non crollare, mentre si svolge il seguente dialogo:
"Sa, mi scusi se le ho telefonato a casa, ma volevo proprio vederla, perchè con Dylan, ultimamente, non ci siamo mica. Ha una nota ogni due giorni sul diario, io gliene ho messa anche una rossa sul registro, non scrive i compiti, non li fa, ieri gli ho ricordato che gli avrei preparato per oggi la prova di recupero di geografia e oggi non solo non aveva studiato, ma sosteneva di essersene dimenticato e in più non ha nemmeno provato a scrivere quattro cose, ha tentato di consegnare dopo un quarto d'ora, poi me l'ha riportata dopo altri dieci minuti praticamente in bianco, e gli ho messo due. E la cosa brutta è che non era per niente preoccupato."
"Sì, ha fatto bene, io ho notato che aveva preso questo andazzo, ho guardato il diario con regolarità, però, diciamo, in questo momento probabilmente non ho concentrato tanta attenzione sulla scuola, nel senso che, sa, si è creata una situazione difficile a casa..."
"Ora, io non voglio sapere i fatti vostri, per carità..."
"...e io non glieli dico..."
"...naturalmente, però sarò sincera, me lo ero immaginato, perchè vede, Dylan ha proprio fatto un'escalation nel comportamento, e siccome mi ricordavo che all'inizio dell'anno lei lo aveva ripreso e aveva funzionato benissimo, ho appunto pensato che dovesse esserci qualcos'altro. E volevo un po' confrontarmi per vedere come fare a irregimentarlo di nuovo."
Andiamo avanti a parlare di Dylan, del suo potenziale, del suo carattere, e a un certo punto cerca sua sponte di tornare sull'argomento situazione familiare, ed è lì che deglutisce il riccio di mare e batte le palpebre, e le si affievolisce la voce, ma non molla, mantiene la linea della mascella dura, la dizione accurata, il tono fermo. E la guardo. E' quel tipo di donna, bella senza essere appariscente, fine senza essere fredda, luminosa senza essere vacua, per la quale io perderei la testa se fossi un uomo. Emana energia, persino in una giornata come oggi. Ha sulle ginocchia la figlia piccola, una furfantella uguale precisa a suo fratello, che mi si mangia con gli occhi, curiosa, sparandomi dei sorrisoni. Le faccio ridere tutte e due, raccontando che Dylan si arreda ogni santo giorno il suo angolo di classe spargendo roba sul calorifero, per terra, sull'appendiabiti eccetera, e ora che l'ho allontanato dall'angolo tende a usare la compagna di banco come segretaria e donna di servizio perchè prima sparpagli la sua roba lungo la parete e poi gliela passi quando gli serve.
Poi passeggiamo per la scuola perchè sta per arrivare l'ora in cui i ragazzi escono e la piccolina vuol vedere tutto, la classe di suo fratello, che cos'è quella stanza piena di computer e da dov'è che viene quella bella musica, che poi è prodotta proprio da Dylan e dai compagni che fanno lezione col Gigante. E capisco di aver fatto un errore a non lasciar sfogare la mamma di Dylan, perchè torna sul discorso casa più e più volte, fino a dirmi: "E' che attraversiamo un momento così, capisce che io mantengo la stessa linea di sempre, ma dall'altra parte... c'è un mettere in discussione l'idea stessa di scuola... ci si fanno delle domande sulla reale utilità di far studiare i figli..."
"Beh, certo che Dylan, se ha un genitore che ci tiene e un altro che mette in discussione la scuola, seguirà più volentieri la strada che in questo momento gli pare più comoda... Ma posso chiedere a cosa si deve questa sfiducia nelle istituzioni?"
"E' una sfiducia generale. Non solo nei confronti della scuola. Anche della società, del lavoro."
Penso a un caso di disoccupazione, di depressione, forse. Ma lei mi riporta subito alla prima interpretazione della storica frase "c'è una situazione difficile a casa" che tante volte ho già sentito: "C'è sfiducia anche nell'istituzione della famiglia. Della coppia."
Ecco, mi era parso, infatti.
Mi ritrovo a gironzolare per la scuola con la bimba e questa mamma cui darei così volentieri del tu, e a raccontarle che pensiamo di adottare, che siamo stati torchiati durante i colloqui, io in particolare, e come è strano fare la prof pensando che uno qualsiasi di questi bambini potrebbe essere mio figlio. Cose che non ho mai detto a nessuno. Poi esce la mia classe dall'aula di musica e lei mi stringe la mano con un bellissimo sguardo diretto: "In bocca al lupo."
"In bocca al lupo, per tutto", rispondo.
E se ne vanno, lei con la bambina e con Dylan, e gli altri: siamo a sette figli di separati in una classe sola, e di questi ben quattro sono in pieno marasma proprio in questi mesi.
Perciò, bel ragazzo, vai a casa, rapisci tua moglie dalla cucina e fanne quello che vuoi, ma pensa bene al futuro prima di farci un figlio, perchè poi, se qualcosa va storto, non ci verrai mica tu, a parlare coi prof.
mercoledì 11 aprile 2012
Professori
Fare il professore o la professoressa autorizza ad essere eccentrici almeno su qualcosa.
Io passerò senz'altro alla storia, nella memoria di alunni, genitori e colleghi, per la devastazione che regna nella mia macchina, dove libri, compiti, vestiti, materassini da yoga, scarpe, sacchetti vari e oggetti misteriosi si mescolano allegramente sui sedili (e sotto). Passano gli anni e temo che non si possa più dire che questa è la mia sola forma di eccentricità, ma è senz'altro un aspetto non trascurabile.
Mio marito è un professore di lettere come me e NON POSSIEDE PENNE ROSSE.
Cioè, non è che non le usa.
Non ce le ha.
Le uniche penne rosse che usa sono mie. E voi direte va bene, anche il letto in cui dormiamo l'ho pagato io, l'importante è che io non dorma sul pavimento. Invece con le penne la scena è una di queste due:
1)
"Mi dai una biro rossa?"
"No!"
"Ma come faccio, devo correggere!"
"Anch'io!"
"Ma ne hai quattro!"
"Questa non scrive, una te l'ho prestata l'altroieri, e una la sto usando io."
"E allora prendo l'altra, dai."
"Ma quella che ti ho dato l'altroieri?"
"Non so, sarà in macchina."
Prende la biro. Non la rivedrò mai più.
2)
"Uomo. Tieni."
"Uh, grazie!"
"Queste sono dieci. E sono TUTTE TUE. Io ne ho comprate altre dieci e SONO ESCLUSIVAMENTE PER ME."
Settimana dopo: "Mi dai una penna rossa?"
"MMMMMMRRRRRAAAAAGGGGGRRRRRRRRRHHH!!!"
Le penne rosse di mio marito sono in macchina. Nel cassettino della macchina. Ce ne sono decine.
Tranne che quando io salgo in macchina con la precisa intenzione di ficcare la mano nel cassettino, estrarre una dozzina di penne rosse e mettermele in borsa. Le ha addestrate a correre a nascondersi nella valigetta, nel bagagliaio, tra il recipiente dell'acqua per i vetri e quello dell'olio dei freni.
Ieri sera correggevamo tutti e due, ma alle dieci e mezza io sono crollata. Lui è rimasto in salotto a correggere temi con una biro (indovinate di chi era). Prima di andarmene, consapevole che al risveglio mi sarei ritrovata metà della pila di compiti di grammatica da finire, ho nascosto la biro rossa che stavo usando io con tanta cura che stamattina non la trovavo più.
Io passerò senz'altro alla storia, nella memoria di alunni, genitori e colleghi, per la devastazione che regna nella mia macchina, dove libri, compiti, vestiti, materassini da yoga, scarpe, sacchetti vari e oggetti misteriosi si mescolano allegramente sui sedili (e sotto). Passano gli anni e temo che non si possa più dire che questa è la mia sola forma di eccentricità, ma è senz'altro un aspetto non trascurabile.
Mio marito è un professore di lettere come me e NON POSSIEDE PENNE ROSSE.
Cioè, non è che non le usa.
Non ce le ha.
Le uniche penne rosse che usa sono mie. E voi direte va bene, anche il letto in cui dormiamo l'ho pagato io, l'importante è che io non dorma sul pavimento. Invece con le penne la scena è una di queste due:
1)
"Mi dai una biro rossa?"
"No!"
"Ma come faccio, devo correggere!"
"Anch'io!"
"Ma ne hai quattro!"
"Questa non scrive, una te l'ho prestata l'altroieri, e una la sto usando io."
"E allora prendo l'altra, dai."
"Ma quella che ti ho dato l'altroieri?"
"Non so, sarà in macchina."
Prende la biro. Non la rivedrò mai più.
2)
"Uomo. Tieni."
"Uh, grazie!"
"Queste sono dieci. E sono TUTTE TUE. Io ne ho comprate altre dieci e SONO ESCLUSIVAMENTE PER ME."
Settimana dopo: "Mi dai una penna rossa?"
"MMMMMMRRRRRAAAAAGGGGGRRRRRRRRRHHH!!!"
Le penne rosse di mio marito sono in macchina. Nel cassettino della macchina. Ce ne sono decine.
Tranne che quando io salgo in macchina con la precisa intenzione di ficcare la mano nel cassettino, estrarre una dozzina di penne rosse e mettermele in borsa. Le ha addestrate a correre a nascondersi nella valigetta, nel bagagliaio, tra il recipiente dell'acqua per i vetri e quello dell'olio dei freni.
Ieri sera correggevamo tutti e due, ma alle dieci e mezza io sono crollata. Lui è rimasto in salotto a correggere temi con una biro (indovinate di chi era). Prima di andarmene, consapevole che al risveglio mi sarei ritrovata metà della pila di compiti di grammatica da finire, ho nascosto la biro rossa che stavo usando io con tanta cura che stamattina non la trovavo più.
lunedì 2 aprile 2012
auleintempesta featuring quando ti cadono le braccia
Penso che il neretto parli chiaro senza che io commenti.
L'unico lato buono è che questa merda era sul sito news di Yahoo, non su un giornale.
Me l’ha detto la maestra” è sempre stata la frase tipica dello studente delle scuole di ogni ordine e grado, perché la professione dell’insegnante è da sempre caratterizzata da una prevalente presenza femminile. Le motivazioni storiche sono varie e vanno ricondotte schematicamente alla maggiore predisposizione delle donne a prendersi cura dei bambini e degli adolescenti, e al loro desiderio/necessità di un mestiere che non impieghi l’intera giornata, per poter occuparsi della propria famiglia, nel tempo rimanente.
Tuttavia se le società cambiano e mostrano modelli sempre più variegati di distribuzione dei carichi di lavoro e delle responsabilità, tra uomini e donne (basti notare che ricopre il ruolo di Ministro del lavoro, Segretario del maggior sindacato nazionale e Presidente di Confindustria, in Italia, a tutt’oggi) la percentuale di personale docente di sesso maschile rimane ridotta e, anzi, in certe aree, in via di diminuzione. È possibile calcolare, per esempio, che un bambino che faccia il suo ingresso nella scuola elementare oggi, abbia il 4,6 per cento delle le probabilità di avere un maestro. Il tutto deriva dalla scarsa partecipazione maschile ai corsi di laurea in Scienze della Formazione (ex Magistero) che è costantemente calata nell'ultimo decennio, fino a toccare, nel 2009, la quota del 12 per cento (dati Almalaurea).
Il rischio è che le nuove generazioni siano allevate da donne dalla culla all’università, con risvolti negativi sul fronte della necessaria “variabilità” di cui gli esseri umani “in formazione” necessitano, come dimostrano tutti gli studi del settore. L’area meno colpita è quella dell’insegnamento post diploma, forse perché garantisce maggiori rendite economiche e si coniuga con posizioni di maggior potere, che è sempre stata storicamente appannaggio degli uomini.
Ma nella scuola primaria (per non parlare della materna) l'estinzione del maestro maschio è quasi completa mentre nelle medie e in alcune materie al liceo è prossima. Difficile immaginare una controtendenza, con i dati sulle iscrizioni universitarie a disposizione. “La deriva è irreversibile” sostiene il prof. Duccio Demetrio “perché si tratta di professioni che subiscono un calo progressivo di prestigio sociale.”
L'unico lato buono è che questa merda era sul sito news di Yahoo, non su un giornale.
Me l’ha detto la maestra” è sempre stata la frase tipica dello studente delle scuole di ogni ordine e grado, perché la professione dell’insegnante è da sempre caratterizzata da una prevalente presenza femminile. Le motivazioni storiche sono varie e vanno ricondotte schematicamente alla maggiore predisposizione delle donne a prendersi cura dei bambini e degli adolescenti, e al loro desiderio/necessità di un mestiere che non impieghi l’intera giornata, per poter occuparsi della propria famiglia, nel tempo rimanente.
Tuttavia se le società cambiano e mostrano modelli sempre più variegati di distribuzione dei carichi di lavoro e delle responsabilità, tra uomini e donne (basti notare che ricopre il ruolo di Ministro del lavoro, Segretario del maggior sindacato nazionale e Presidente di Confindustria, in Italia, a tutt’oggi) la percentuale di personale docente di sesso maschile rimane ridotta e, anzi, in certe aree, in via di diminuzione. È possibile calcolare, per esempio, che un bambino che faccia il suo ingresso nella scuola elementare oggi, abbia il 4,6 per cento delle le probabilità di avere un maestro. Il tutto deriva dalla scarsa partecipazione maschile ai corsi di laurea in Scienze della Formazione (ex Magistero) che è costantemente calata nell'ultimo decennio, fino a toccare, nel 2009, la quota del 12 per cento (dati Almalaurea).
Il rischio è che le nuove generazioni siano allevate da donne dalla culla all’università, con risvolti negativi sul fronte della necessaria “variabilità” di cui gli esseri umani “in formazione” necessitano, come dimostrano tutti gli studi del settore. L’area meno colpita è quella dell’insegnamento post diploma, forse perché garantisce maggiori rendite economiche e si coniuga con posizioni di maggior potere, che è sempre stata storicamente appannaggio degli uomini.
Ma nella scuola primaria (per non parlare della materna) l'estinzione del maestro maschio è quasi completa mentre nelle medie e in alcune materie al liceo è prossima. Difficile immaginare una controtendenza, con i dati sulle iscrizioni universitarie a disposizione. “La deriva è irreversibile” sostiene il prof. Duccio Demetrio “perché si tratta di professioni che subiscono un calo progressivo di prestigio sociale.”
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ahia,
come la vedo io,
ma mi faccia il piacere,
non ci sono parole,
poveri noi
mercoledì 14 marzo 2012
Ciò di cui nessuno vorrebbe mai parlare
Okay.
Okay.
Sono calma, sono stata giustamente coccolata da marito e cugino, ho cenato, scherzato, riso e ora, mentre loro guardano lo svolgersi della gravidanza semivampiresca di Bella Swan Cullen, posso ricomporre le idee.
Allora, e con molta calma, affermerò che è VIOLENZA PSICOLOGICA sottoporre un'insegnante di lettere a un corso di aggiornamento sul maltrattamento e l'abuso sui minori e farle vedere LE DIAPOSITIVE degli esami medici. Credetemi, non vorreste proprio vedere gli organi genitali di una bambina di sei anni dopo uno stupro. Non volete neanche vedere i segni delle cinghiate su una schiena di otto anni. Preferireste davvero picchiare coi denti davanti in un gradino di marmo.
Oltre a questo, gli esempi fatti a voce. La più piccola vittima di abuso sessuale di cui ci ha parlato la pediatra era una bambina del NIDO. No, cioè, se stanotte mi sveglio urlando, è chiaro perchè.
Tre ore di questa roba. Volevo morire.
Per poi concludere che è dovere dell'insegnante in quanto pubblico ufficiale denunciare eventuali sospetti di violenze e chiarirci che NO, gli atti del tribunale dei minori NON sono secretati e quindi i genitori possono risalire a nome e cognome di chi ha testimoniato. Non subito, certo. Però poi possono.
E dirci che stanno cercando di costruire una rete tra assistenti sociali, insegnanti, educatori, medici, giudici e forze dell'ordine per intervenire in modo adeguato e tempestivo sui casi sospetti. E che, cucù, le segnalazioni arrivano QUASI ESCLUSIVAMENTE dagli insegnanti. Quasi mai dai pediatri di base (parole del medico del Regina Margherita che coordina il progetto).
Ho esposto all'inizio la mia condizione di insegnante e forse in futuro madre adottiva di bambino a rischio giuridico, e chiarito che io lì stavo ascoltando (e patendo) per più di un motivo. Ho detto quel che avevo da dire, visto che l'incontro di oggi aveva come scopo presentare la rete a noi insegnanti, e anche raccogliere le nostre esperienze. E magari non se ne parla sui blog, ma in dieci anni di lavoro di esperienze se ne fanno. Anche tristissime. Insomma, ero lì seduta e ho fatto la mia parte, poi quando mi sono alzata, dopo 180 minuti, ero sudata fradicia dallo sforzo di non uscire dalla stanza.
Credo che in tutto questo tempo, da quando faccio l'insegnante, questa sia stata in assoluto la cosa più faticosa che ho fatto per i miei ragazzi.
Okay.
Basta, per oggi.
Okay.
Sono calma, sono stata giustamente coccolata da marito e cugino, ho cenato, scherzato, riso e ora, mentre loro guardano lo svolgersi della gravidanza semivampiresca di Bella Swan Cullen, posso ricomporre le idee.
Allora, e con molta calma, affermerò che è VIOLENZA PSICOLOGICA sottoporre un'insegnante di lettere a un corso di aggiornamento sul maltrattamento e l'abuso sui minori e farle vedere LE DIAPOSITIVE degli esami medici. Credetemi, non vorreste proprio vedere gli organi genitali di una bambina di sei anni dopo uno stupro. Non volete neanche vedere i segni delle cinghiate su una schiena di otto anni. Preferireste davvero picchiare coi denti davanti in un gradino di marmo.
Oltre a questo, gli esempi fatti a voce. La più piccola vittima di abuso sessuale di cui ci ha parlato la pediatra era una bambina del NIDO. No, cioè, se stanotte mi sveglio urlando, è chiaro perchè.
Tre ore di questa roba. Volevo morire.
Per poi concludere che è dovere dell'insegnante in quanto pubblico ufficiale denunciare eventuali sospetti di violenze e chiarirci che NO, gli atti del tribunale dei minori NON sono secretati e quindi i genitori possono risalire a nome e cognome di chi ha testimoniato. Non subito, certo. Però poi possono.
E dirci che stanno cercando di costruire una rete tra assistenti sociali, insegnanti, educatori, medici, giudici e forze dell'ordine per intervenire in modo adeguato e tempestivo sui casi sospetti. E che, cucù, le segnalazioni arrivano QUASI ESCLUSIVAMENTE dagli insegnanti. Quasi mai dai pediatri di base (parole del medico del Regina Margherita che coordina il progetto).
Ho esposto all'inizio la mia condizione di insegnante e forse in futuro madre adottiva di bambino a rischio giuridico, e chiarito che io lì stavo ascoltando (e patendo) per più di un motivo. Ho detto quel che avevo da dire, visto che l'incontro di oggi aveva come scopo presentare la rete a noi insegnanti, e anche raccogliere le nostre esperienze. E magari non se ne parla sui blog, ma in dieci anni di lavoro di esperienze se ne fanno. Anche tristissime. Insomma, ero lì seduta e ho fatto la mia parte, poi quando mi sono alzata, dopo 180 minuti, ero sudata fradicia dallo sforzo di non uscire dalla stanza.
Credo che in tutto questo tempo, da quando faccio l'insegnante, questa sia stata in assoluto la cosa più faticosa che ho fatto per i miei ragazzi.
Okay.
Basta, per oggi.
giovedì 16 febbraio 2012
Gosh
In coda a quanto scritto sotto, vorrei aggiungere che sapevo delle critiche al governo fatte dall'Altissimo a Cannes, quando è stato premiato per quel capolavoro indiscusso che è "La nostra vita", ma non avevo mai visto la premiazione ex aequo di Iddio Elio con Javier Bardem.
E ve la metto qui perchè credo che guardare Colui Che E' e Bardem che sorridono contenti, tutti eleganti e posti su un palco a due metri di distanza l'uno dall'altro, sia qualcosa che ogni donna etero che ami il cinema dovrebbe vedere più e più volte nella vita. Se poi sei donna, sei etero, ami il cinema e non ne potevi più della politica in stile nano maschilista, beh, l'effetto godimento assoluto, con la bella frase di Germano, è assicurato.
E ve la metto qui perchè credo che guardare Colui Che E' e Bardem che sorridono contenti, tutti eleganti e posti su un palco a due metri di distanza l'uno dall'altro, sia qualcosa che ogni donna etero che ami il cinema dovrebbe vedere più e più volte nella vita. Se poi sei donna, sei etero, ami il cinema e non ne potevi più della politica in stile nano maschilista, beh, l'effetto godimento assoluto, con la bella frase di Germano, è assicurato.
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