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lunedì 25 novembre 2019

Tra distruzione e meraviglia

L'Italia si sta sciogliendo sotto litri di pioggia, come una zolletta gigantesca.

La Princi è in fondo in fondo alla Liguria di Ponente, ospite da gente cui abbiamo mandato in omaggio l'ultima annata di produzione di barbera e moscato, ultima nel senso che non lo so se esisteranno ancora le cantine, domani mattina.
Non si sa se da qui a domani esisteranno ancora strade e ferrovie in grado di riportarla a casa, di sicuro comunque nel suo bellissimo campus sulla Dora non ci sarebbe andata, domani.
Sprofondano le strade e cadono le montagne: buon peso, a Città dei Savoia sono anche alle prese con il disinnescare un ordigno sganciato dalla RAF settantacinque anni fa e saltato fuori, settimana scorsa, dal cantiere della metro, proprio dietro a Porta Nuova. Poi dice che era una bella idea mandare la figlia a studiare a Torino.

Ho passato il quarto weekend di fila a correggere prove, anche se ieri sono uscita se Dio vuole quelle 4 o 5 ore, prima a Paesino di Sogno con la Bottadicoca, poi a cena con lo Zio Granduca. Poi oggi, dopo aver visto la fiumana di fango che si è portata via un pezzo di viadotto, non sono più riuscita a concentrarmi su niente.

L'Uomo pesta sui tasti del pc al mio fianco, presissimo dal festival imminente. Io rimugino su tante faccende.
Devo decidere cosa fare di alcune cose e alcune case. Sta diventando impellente partire con alcuni progetti e credo di volermi prima di tutto garantire un grande spazio dove conservare dei mobili, certo sarà da scegliere bene perché sarà a Genova, quindi non deve essere:
- sotto un viadotto
- sotto un muraglione
- lungo un torrente
- troppo vicino al mare
- troppo vicino al monte.
Quindi, o metto i mobili al centro di piazza De Ferrari, o forse il primo posto utile potrebbe essere, che so, verso Piacenza.

Ieri mattina mi sono svegliata e ho confessato all'Uomo di avere, come avrebbe scritto il mai abbastanza pianto Maestro Camilleri, un core d'asino e un core di lione.

Da un lato, sono convinta che se io, cappottino rosso e palle in mano, inizio il Grande Rivoluzionamento delle Case di qui e di giù, la famiglia mi terrà dietro. E una fatidica sera io e l'Uomo ci siederemo nel grande salotto al buio a guardar passare i traghetti illuminati. E dormiremo abbracciati nella stanza in cui la Zia Buona mi raccontava le avventure  di Gulliver, e la Zia Bella compariva, col suo passo felino, in mano un piatto con due mele e un coltello, dicendo con voce sorniona: "Picnic di mezzanotte?" La Princi avrà la stanza gigantesca della Zia Bella. Con lo spazio per un matrimoniale, la zona studio E un angolo da mettere a salottino.
E qui, invece, forse troveremo una bella casa con due bagni, una grande cucina e la vista sui monti. Chi lo sa. L'ho sognata tante volte.

Dall'altro lato ho paura, una paura nera, di ficcarmi in una serie di cose di cui devo occuparmi prevalentemente da sola, e soprattutto di essere sola quando  il lavoro sarà finito. Per chi, per cosa lo faccio? Con chi? Chi è questo tizio un po' trasandato qui a fianco, che cosa pensa, sarà ancora qui tra due anni, quando presumibilmente si vedranno i risultati di tutta una lunga fatica organizzativa,  di tante spese?

E inoltre: ma allora lascio Scuolina Rosa e vado a Scuola Vintage? Davvero? Anche se ci sono gli alberi di melo cotogno e le montagne là in fondo e la cucina, e quel profumo di casa?

E la Princi, va davvero via?

E noi?

E...

...ma ha senso tutto questo, mentre la terra si sfalda?

Ecco, mi sentivo così ieri mattina. E mentre mi preparavo per la giornata, pensavo: te lo dovresti ricordare che, anche se stai lavorando duro per arrivare a un altro livello di evoluzione, tu in realtà sei già morta. Sei morta quasi cinque anni fa e lo sai, solo che per far contenti gli altri ci costruisci sopra una vita, e boh, alla fin fine funziona. Non ti lamenti più. Spesso sei davvero allegra, non è una finta. Quando ti sembra che niente abbia senso, è ovvio, devi sapere come mai sei arrivata qui ora, e a fare cosa. Per tutto il resto del tempo, recitare è diventato quasi come essere. Ce la fai, ormai. E cosa ti ha detto Sua Maestà il Formatore Paraculo (di cui non ho ancora parlato, ma prima o poi vi tocca)? "Adesso non è il momento di mollare, ma di premere sull'acceleratore." Così sono uscita dal bagno convinta di poter iniziare capitoli nuovi, lunghi e faticosi, e determinata a non arrendermi, come al solito.

Mi chiedevo dove prendere le forze,  però. Perché va bene, ce la faccio, ma siamo  realistici, non si può tirare soltanto carri di pietre, a volte sarebbe bello essere sollevati un po' di peso. Alzati su in un abbraccio forte e felice, di qualcuno che veramente avesse voglia di vederci arrivare. Le amiche, metaforicamente, lo sanno fare, a volte la Princi, a volte, rigorosamente senza toccarmi, lo fa anche mia madre. Ma. Ovviamente, c'è un ma. Perché lui non lo fa più.

Poi all'improvviso un lampo colorato nell'aria, tra me e quel che stavo guardando. Un fotogramma di un istante appena, ma con dentro il profumo violento dell'estate. Fa male e fa bene, è medicina e veleno. In entrambi i casi, è nel mio bicchiere, e io ci bevo, lì. 

Tanto, io non mi sarei arresa comunque. Che ve lo dico a fare. 

    








martedì 20 agosto 2019

The big M

Stasera l'amica, mezza collega, Maestrana, parlando del più e del meno dice: "no, bisogna prepararsi, che poi con la menopausa si ingrassa."

"Con la?" chiedo io. "Con...?"

CosacavolostaidicendoWillis?

Vi descrivo prima la scena, poi la sensazione.

Scena: sono seduta in piena luce sotto il porticato del castello a Paesino di Sogno, sì proprio lì,  in piena Piazza del Peccato, laddove la sventurata eccetera, laddove ancora un mese fa ho avuto le vertigini nel vedere una ben nota figura stagliarsi sopra tutte le altre in mezzo a una festa, e fermarsi immobile a fissarmi con il bicchiere in mano e quello sguardo pensoso, anche se ne sono uscita in piedi stavolta, con un pezzetto storto di bacio rubato e pochi rimpianti, forse solo quello di non aver preso un tiro dalla sua sigaretta guardandolo con l'aria di dire: peggio per te, cocco.
Sono seduta praticamente sotto i riflettori, rido ad alta voce, sono poco truccata, ho una camicetta scollata senza pietà con il minor numero di bottoni chiusi possibile, un paio di pantaloni morbidi ma tagliati in un modo che secondo me sono proprio fichi, e uno dei tacchi più assassini del mio repertorio, a spillo e luccicante, col piede quasi nudo. 
Sto passando una bellissima serata in cui, scoprirò rientrando, non ho sentito la mancanza di nessuno. Perché con questa amica, che strana è strana, ma di recente sta davvero molto meglio di testa, ci sto bene senza un perché.  E senza pretese. E sono proprio lì perché me la sento di essere lì, adesso. Rido di cuore e mi sento bene. Finalmente. Succede per brevi sprazzi,  ma sempre più spesso.

Così, quando lei nomina the big M, a me vengono gli occhi tondi come quelli di un cartone animato, ma soprattutto una nuvola passa per un attimo davanti al sole di tanta serenità. Cioè.  Non è che io pensi ad avere figli (non ho proprio sotterrato il follicolo di guerra, ma, insomma, mi sa che ormai). Non è che io voglia essere forever young, anzi ripeto spesso che sto molto meglio a 40 e oltre che a trentatre, trentacinque e forse anche ventisette,  lo dico da quando ne ho fatti 41 e non ho ancora cambiato idea. Non è che io viva col terrore di ingrassare, ma figuriamoci, poi non esiste questa cosa dopo quel che mi è successo nel 2019, e dopo che finalmente ho scoperto che esiste almeno un uomo abile e arruolato,  sul pianeta,  che alla mia frase "sto molto meglio col mio corpo da quando sono più grossa, mi sento bene" sorride beato e mi guarda come dire "oh Dio, non ci credo, ho trovato il santo Graal, la fenice, l'unicorno: una donna che non spaturnia sulla linea!".
Però... sono qui col mio piede affusolato nelle scarpine gnagne, il seno che mi scoppia via dalla camicetta, i capelli anni Ottanta perché fa umido, questa risata senza peso, questa nuova capacità di incedere per le piazze pericolose a testa alta... insomma, la menopausa non mi pare affatto un concetto che mi riguardi!

Sensazione: ecco, mi sento un po' come quella volta, sotto il campogiochi grande, quando tra una chiacchiera e l'altra la cugina di Musica, allora un'adolescente un po' cavallona, oggi un pezzo di figa che neanche in televisione, ci confessò, a me e Musica,  che lei aveva già baciato un ragazzo con la lingua. E io e Musica, prese come larve tra il bozzolo delle medie e lo spiegare le ali del ginnasio, entrambe ci schifammo. Lei insisteva: invece è  bello, vedrete che poi. Potrei dirvi esattamente come eravamo vestite, che luce e che temperatura c'erano, e il mio tono di voce mentre, un po' in disparte,  dicevo a Musica: non so, a me, sinceramente, il pensiero non è che proprio mi ispiri...
Beh chiaro, ero piccina, non avevo ancora  incontrato né quello di Spezia che baciava da Dio, né quello di Roma, che mi faceva così morire che come baciasse neanche lo riesco a ricostruire, perché ricordo solo che perdevo i sensi appena mi si avvicinava. E nessuno degli uomini veramente importanti della mia vita, tra i quali la palma del bacio perfetto va all'Uomo, come sbagliarsi.
Ma per dire che il pensiero della grande M è così remoto da me, adesso, come lo era, allora, quello dei baci veri.

Non so che ne sarà di me, confido nello yoga e nel bere ettolitri d'acqua. Mia madre è stata malissimo. Ma io fisicamente ho preso dalla famiglia di papà.

Comunque, mi resta il dubbio che una cosa come la menopausa possa essere anche solo lontanamente imparentata con me come sono ora, con questa specie di seconda giovinezza che mi sto, in qualche modo stranissimo, godendo adesso, nonostante tutto.

lunedì 26 febbraio 2018

Di paranoie, seconde possibilità e buoni propositi

La Castagna ha iniziato il 2018 con alcuni serissimi propositi. Molti, motivati da autolesionismo/capacità infinita di sopportare umiliazioni/ mancanza di alternative, tutta roba che lei, in castagnese, chiama amore/essere diventata una persona migliore/avere fatto una scelta precisa e portarla coraggiosamente avanti. Alcuni dei bestfriendforever di Castagna parlano castagnese, altri no, altri ancora lo stanno studiando. Lei comunque va avanti a testa alta, nonostante il massacro di San Valentino che le ha minato mesi e mesi di progressi nel comportamento alimentare.

Tra i propositi del 2018 c'era il non rimandare più i controlli sulla salute. Anche perchè da dicembre a gennaio si erano fatti avanti alcuni simpatici araldi a suggerire che, nella fisiologia castagnesca, gli ultimi quattro anni sono valsi quanto quaranta. Ogni esame che le è stato fatto, quindi, ha rivelato qualcosa: e la pressione è alta, e il colesterolo è salito, e il seno, e l'utero, e il rene.
Lei l'ha presa con una certa sicumera, battezzando Camilla la cisti nel seno, Klaus il calcolo renale, e aggiungendoli a Timmy Tommy e Jimmy, i tre miomi uterini. Ma si è defecata parecchio sotto, e ha riflettuto amaramente su molti aspetti, tra cui a dire il vero la principale preoccupazione, in caso di notizie molto brutte, era per sua madre (vedi come la vita fa il giro...).
In sei settimane è passata da: “affronterò tutto senza dire niente a nessuno, finchè non sarà assolutamente indispensabile” a “non diciamo cazzate, ho una famiglia e so come usarla in caso di bisogno, ce la faranno ad aiutarmi e starmi vicino”. Così è passata dal mood cimiteriale primo Ottocento (“vedi raspar tra le macerie e i bronchi la derelitta cagna ramingando”.... che, diciamocelo, è l'unico verso di Foscolo veramente BRUTTO) al mood “diamo l'esempio di dignità ed equilibrio e evitiamo di dare al marito e alla figlia la sensazione che a casa si parli solo di salute come tra vecchi”. In mezzo aveva anche tentato la fase Queen, spaziando da “who wants to live forever, when love must die?” a “but my smile still stays on”, se capite cosa intendo(*).Insomma: era morta d'ansia, la prof. Però la scelta di dire le cose alla sua tribù di amici e famiglia è stata vincente. Molto ha gradito, infatti, la fifonazza di Castagna, non dover affrontare tutto da sola, ma passare alcune poco rassicuranti ore di attesa, e il ritiro referti, con l'Uomo al suo fianco. Che riconferma quanto detto sopra in castagnese: va bene tutto, ma con l'Uomo, mentre, senza l'Uomo, non va bene niente.

Però oggi, che era il giorno dello strizzamento tette e dell'ecografia bilaterale, Castagna iperventilava di brutto, anche se cercava di non darlo troppo a vedere. Uscita con in mano un referto che non solo è negativo, scevro di ogni complicanza, ma è addirittura meglio di quello dei fatidici quaranta, è stata colta da un momento di grazia assurdo:

  • adesso non tocco più un fritto un dolce un cioccolatino una sigaretta
  • vi amo tutti e sarò a disposizione di tutti per farvi felici
  • yoga tutti i giorni lo giuro
  • sane abitudini, a me
  • faccio lavare la macchina

...etc etc etc.

Quindi è rientrata e si è fatta una bouffée preoccupante di roba sana, poi mentre, tutta contenta, cercava di non domandarsi per l'ennesima sera come mai l'Uomo rientrasse tardi, o meglio, di non rispondersi alla domanda (**), ha pensato: e metto in ordine il blog.

Per metto in ordine intendeva: non ce la faremo mai a recuperare tutto quello che in questi mesi vi siete persi della mirabolante prima B, né della misteriosa terza B. O della situazione matrimoniale, per la quale un team di esperti sta cercando di tradurre dal castagnese un breve riassunto in centrotrentaquattro volumi.
Ma possiamo portare chiarezza su alcuni punti in generale. Da cui, il prossimo post.

(*) E guardate che io “The show must go on” non la cito MAI, perchè per me è come fare le fotocopie del testamento spirituale di un parente, è una cosa che mi fa stare male, come un affronto al pudore.

(**) Stasera è stato facile, poiché uscendo dall'ospedale l'Uomo ha detto in una stessa frase le parole “U2” “Assago” “terza fila” e “ottobre”. Purtroppo ha anche detto il prezzo di ogni posto in terza fila al concerto. Ma in fondo chi cazzo se ne frega, ha pensato Castagna. Sono gli U2, è la seconda possibilità che mi sta offrendo l'Uomo, non ho un cancro al seno, e poi, poi, lui ha detto a ottobre. Che, pensandoci, mi fa più felice di tutto il resto. Sì, anche di sentir cantare “One” dal vivo. E, pensandoci ora, le sono stati nominati gli U2 e Castagna non ha risentito nelle ossa il caldo rovente del maggio 2014 e in testa le note galeotte di “Where the streets have no name”. Ha solo guardato l'Uomo, pensato che non sa nemmeno se se la merita, lei, una seconda possibilità, e gli ha detto che sì, nel 2009 i biglietti sono stati rivenduti, ma lei è molto cambiata dal 2009. E gli ha sorriso. Pregando gli dei di ogni culto conosciuto nella storia umana che davvero lui gliela desse, una seconda possibilità.

domenica 26 novembre 2017

Psicologhe, carte degli angeli, cuscini e straccetti di tacchino

Dice che devo farla uscire, la rabbia. Lo dico anche io: lo dicevo l'altra sera nell'antro magico di Guru Cri, mentre commentavamo la carta degli angeli che avevo estratto a metà lezione ("Condivisione") e quella presa alla fine ("Progresso"). Dicevo che io mi sento in progresso, e senz'altro condivido molto più ora di me stessa di quanto fossi mai stata capace di fare in passato. Ma che ho queste bolle di rabbia repressa che a volte mi devastano. In forme varie: una sensazione di cadere improvvisa a metà della corsia ortofrutta, la gola che si chiude, un bisogno spasmodico di urlare, una spossatezza rassegnata prima ancora di arrabbiarmi per qualcosa che pure richiederebbe un mio intervento energico.
Ho pensato per diverse settimane alle soluzioni e alla fine ne ho parlato con la psicofata, che come tutte le fate buone mi lascia andare, se ne ho bisogno, ma mi dà un bacio profumato e un consiglio magico. E io, come tutti i protagonisti di avventure fiabesche, le prometto solennemente di ricordarmene. E sono anche diventata una che le mantiene, le promesse. Svolgo come una solerte piccola Dorothy tutti i passaggi sulla stradina lastricata per arrivare alla Città di Smeraldo, e mi ritrovo a crocettare sul frigorifero i giorni in cui eseguo gli esercizi prescritti. E a pensare a come mi sento eseguendoli.
Tipo che ieri ho preso a pugni una pila di cuscini e ansimato contro i medesimi almeno trenta volte "troia puttana, puttana puttana puttana". E se anche ero partita credendo di prendermela con l'Uomo, poi era inequivocabile che stessi insultando me stessa, e molte altre che conosco. Diciamo che era un troiaputtana universale: se anche solo per un nanosecondo avete mai nella vita fatto qualcosa che arrecava danno dolore inganno e offesa a vostro marito, o alla moglie di un altro, sentitevi pure chiamate in causa. E ringraziate che i pugni li mollavo nei cuscini, visto che adesso a forza di chaturanga dandasana e cane a faccia in su e a faccia in giù ce li ho ridefiniti, i muscoli nelle braccia.
Comunque oggi l'ho rifatto ma con meno impegno, e i pugnazzi, non accompagnati da litania di insulti ma solo da un senso di svuotamento, erano per una tizia dalla pelle ambrata che mi fa masticare chiodi ogni volta che papino ci lascia sole, per quanto ciò avvenga sempre meno. Tizia dalla pelle ambrata che oggi tra l'altro ha salutato il mio guizzo di haute cuisine, straccetti di tacchino alle nocciole, con l'ennesima dimostrazione di totale disinteresse per quel che mangia, ma scartando amorevolmente una per una tutte le nocciole. Che bello.
Domani di nuovo scuola: come si diceva oggi con un amico al telefono, benediciamo i lunedì, che almeno il lavoro distrae.

mercoledì 8 novembre 2017

Quattro giorni presi a caso - Prima parte

Venerdì ore 08.30

Dovevo entrare alle 10,45 al lavoro ma sono entrata alle 08,15. Sono andata prima perchè doveva venire la zia – madre affidataria di Deboroh con la certificazione della neuropsichiatria infantile sull'handicap di Deboroh medesimo. Certificazione che la zia possiede da LUGLIO ma che arriva venerdì tre novembre, quando è un po' tardino per chiamare un insegnante di sostegno eh.
Zia cerca di dare buca.
Impeccabile si agita.
Io prendo telefono.
Zia alza culo di fronte al mio imperioso “sono entrata due ore e mezzo prima apposta per incontrarla signora”.
Zia arriva con cuginetta di Deboroh, duenne, sporca come un animale e completamente piena di croste di varicella. Bimba tocca ovunque, corre ovunque, tende le mani verso il barattolo delle caramelle della sala prof, prendo io una caramella per lei prima che lo scagli in terra, gliela do, la succhia e la SPUTA sul pavimento.
Il foglio della certificazione è incompleto, gli altri fogli cui fa riferimento zia non li ha portati, manca una visita all'ASL col medico competente, Impeccabile mentre zia porta via bimba zozza si agita, io la fulmino e scandisco: “ser-vi-zi”, lei si agita “eh magari sentiamo l'assistente sociale dopo che la zia ha portato Deboroh al controllo”, io la rifulmino e abbaio “no no PRIMA, e poi chiamiamo la NPI per segnalare che manca un pezzo, e poi richiamiamo la zia per verificare che ci vada, al controllo”.
Impeccabile annuisce, mortificata.
Bidella lava pavimento dove bimba zozza ha sputato caramella.
Io mi allontano saettando maledizioni.

Venerdì ore 12,00 circa

Quando posso recuperare?”
Mai, direi, visto che oggi era l'ultimo giorno.”
Ma prof...”
Non do spago.
Quantoso'bono non insiste. Sono ventisei, e venticinque di loro (anche Diddle, che è totalmente spastico e non parla) hanno portato, come da programma, il loro frammento di presentazione in Word, in .ppt, o in qualsivoglia altro formato, contribuendo almeno con un pezzettino alla megaricerca collettiva sul vulcanesimo. Lui ha dichiarato che non c'era, il suo pezzo, nella cartella organizzata dall'Impeccabile sul pc della classe.
Lo abbiamo cercato nelle altre cartelle, se per caso un trascina e incolla avesse scombinato i file. No eh, non c'è da nessuna parte. Boh. Quattro. Non faccio in tempo a mettere i voti sui diari, ma è chiaro che è un'insufficienza, a essere onesti sarebbe un due, ma poi è la prima volta che non sento ragioni e non accetto posticipi. Quattro può bastare.

Venerdì ore 14,40

Sono seduta in bagno a casa mia, sto facendo la seconda pipì della giornata. Il mio cellulare prende a squillare a raffica: sei chiamate di fila da un numero sconosciuto. Tra la quinta e la sesta chiedo di identificarsi. E' la mamma di Quantoso'bono che vuole capire come mai il figlio ha preso quattro, se la ricerca l'ha portata.
La informo via messaggio che i materiali non sono stati presentati dal suo bellissimo quanto rognosisssimo figlio. E suggerisco di parlarne lunedì (e che cazzo sono pur sempre le tre meno un quarto di venerdì, io sono a scuola ogni mattina e vari pomeriggi, anche fuori dal mio orario). Si scusa e specifica che i materiali erano sulla chiavetta. Quale chiavetta, rispondo io, in termini un po' più articolati. No chiavetta no party, il bel bambino si tiene il quattro.

Lunedì ore 07.45

L'Orsone, che in meno di un mese è diventato la mia non dolce ma perfida metà, mi sta caricando come al solito di caffeina senza rimorsi. Morirò di orrendi problemi circolatori, perchè ogni volta che mi vede andiamo a prendere un caffè, non so quanti ne assuma lui in un giorno, però è alto e pesa il doppio di me. Scrivendo ciò, formulo inevitabilmente un pensiero (a dire il vero con un senso di sollievo) su come mi sentirei se fosse il Magnifico che, ogni volta che mi vede, mi toglie praticamente di peso da quel che sto facendo per portarmi nello stanzino. Quasi al buio, tra l'altro, perchè è presto e piove. Ma io e l'Orsone nella semioscurità tramiamo meglio piani malefici, vendette trasversali, punizioni da manuale, trappole di morte.
Parentesi: ieri Missile Coreano (suona meglio di Testata Nucleare, e il concetto è lo stesso) mi ha accolto, mentre tornavo dal bagno, con due dita messe a croce davanti a sé, in stile “vade retro Satana”. Io l'ho guardato senza sorridere e gli ho detto “Missile, la mia oscura potenza non viene fermata da questi mezzucci, io entrerò ugualmente”. E' fuggito verso il suo banco.
Comunque, io e l'Orsone siamo lì che ci affiliamo le zanne per sbranare bambini, e arrivano Quantoso'bono e madre. Accolti sulla porta del tenebroso stanzino, con spiegazione mia su quanto accaduto venerdì, e aggiunta del collega: “Settimana scorsa ho dato delle domande di scienze, da fare scritte, è stato a braccia incrociate e ha consegnato in bianco”. Madre: “A.? Cos'hai da dire?”
Quantoso'bono abbassa le lunghe ciglia e tace. La chiavetta con la ricerca c'era, ok, la madre giura di avergliela messa lei personalmente nell'astuccio. “Però signora, se lui non lo dice...” “Certo, capisco...” “Perchè ti opponi così, A.?” Ciglia. Occhi lucidi. Mascella contratta. Silenzio.
Torchiato un po' il bello e inutile, senza risultato, io affermo che ora lui può andare, lui va, la mamma resta. Poi guardo l'Orsone, gli invio il messaggio subliminale “mo' je faccio er cucchiaio”, e entro secca:
Signora, scusi se chiedo, ma la ragazzina la vede ancora?”
La ragazzina è l'Orientale. Con la quale Quantoso'bono limonava furiosamente da mesi, quando l'abbiamo bocciata. E che si è trasferita in città.
Uh non me lo dica, no che non la vede più, li abbiamo allontanati, sa com'è, E. aveva preso dei brutti giri... Poi due o tre volte si è fatto accompagnare a Piccola Svizzera per vederla e lei non c'era nemmeno. Allora gli abbiamo detto di lasciarla perdere.”
Mmm e questo quando è successo?”
Da poco, due settimane fa.”
Ecco vede, non sarebbero fatti miei eh, però in effetti più o meno due settimane fa A. era talmente fuori che CAMMINAVA SUI SOFFITTI, invece di stare fermo nel banco.”
Madre annuisce, capendo benissimo cosa intendo. Collega assiste al mio goal assestato con precisione chirurgica e annuisce. Annuisco pure io e dico che magari proverò a parlare a Quantoso'bono.

...continua... 

domenica 29 ottobre 2017

Posa la zavorra, capitolo terzo. Telemenù!

Mia madre lavorava, statale, ma statale che la prendeva sul serio, con l'incubo del cartellino. Al mattino molto presto, poi però finiva nel pomeriggio in tempo per un sacco di altre cose, quindi correvamo sempre.


Il pranzo lo preparava la tata, ma la sera, appena rientrava, lei si fiondava ai fornelli e, devo dire, soprattutto quando ero bambina, e quindi la sua giornata, dopo il lavoro, era dedicata a stare con me, si prodigava parecchio. Ma era stata una ragazza che studiava, poi una donna che lavorava, e nessuno le aveva insegnato il ragù da quattro ore, le lasagne tirate a mano, la torta della nonna e tutte quelle cose lì. Quindi aveva due numi tutelari: Elena Spagnol, autrice del best seller pluriristampato “Il Contaminuti”, che già la dice lunga sul tipo di ricette che io stessa ho imparato (“se ci vogliono più di venti minuti a prepararlo, non ci penso nemmeno” è stato il mio motto per tanto tempo...) e poi lei: la Julia Child de noantri.


Con la sua messa in piega anni Cinquanta, rotondetta, calma e sorridente, era tutto quello che mia madre non sarebbe mai stata, soprattutto in cucina. Diciamo che mia madre era senz'altro meglio in fatto di messa in piega e di girovita. Ma in fatto di calma e sorrisi... Però io ho questo ricordo bellissimo delle sere invernali: fuori buio, compiti finiti, papà che ancora doveva arrivare dal lavoro, lei concentratissima che si scriveva sui foglietti le ricette in brutta, poi le provava e dopo, se avevano dato buon esito, erano ammesse nel quaderno storico, quello che per anni e anni ci ha tenuto compagnia sulle mensole in cucina, e penso che ce l'abbia ancora. Era più giovane della mia età di ora, si faceva un culo a capanna, non si godeva niente, e a riguardarla da qui mi fa così tanta tenerezza.


Io in seguito sono andata oltre, sono passata al timone della mia cucina e da magra sono passata a grossa e grassa, senza la fase rotondetta, anche perchè alla Wilma credo di darle venti centimetri di statura. Messa in piega: nah, direi di nah. E quanto alla calma... Sorrisi, sì.  E baci, fino a un po' di tempo fa, tanti. Io e l'Uomo abbracciati con la schiena di uno dei due appoggiata al bancone di cucina ci stiamo ancora, a volte. Ma calma, all'ora di cucinare...


A me piacerebbe davvero, davvero tanto, essere un garzone di cucina. Uno che deve pelare patate e arricciare bucce di mela, creare fiorellini di zucchero o farcire bignè. A nastro. Tipo compito zen. Obbedendo a indicazioni. Oppure essere il direttore d'orchestra, come faccio a scuola con il laboratorio dei ragazzi: pelate, sbucciate, datemi l'olio extravergine, passate una spolverata di cannella qua, sbattete le uova. Ma NON essere CONTEMPORANEAMENTE colei che pensa, decide, vede il quadro d'insieme, e anche quella che esegue. Non sono mai stata brava. Perdo il filo, perdo tempo, sporco, esagero, ci do giù di piatto, sbaglio le dosi, mi stanco e mi affanno. Poi alle volte esce una cosa buona, eh. E in generale nel piatto ce n'è, due volte al giorno, con ragionevole capacità di variare, sebbene io abbia moltissimi limiti perchè non maneggio pesce né carni troppo complesse. Datemi quintali di verdura da pulire, del riso, un po' di uova e della farina, ma non fatemi mai vedere un pezzo di coniglio che ancora somiglia a un coniglio vivo, o togliere interiora a chicchessia, mi sono sempre sentita male. Poi, diventata buddhista e mezza vegetariana, praticamente non posso più neanche immaginare altri che lo fanno al posto mio.


Però. C'è un però.


Ho imparato, da nomade, zingara, disordinata cronica e pigra atavica che ero, a tenere in ordine la casa (parzialmente e con aiuti), me stessa (abbastanza bene), i miei abiti e accessori (decentemente), la mia auto (ok, non sbrodoliamo: quella è una merda. Si ripulisce solo periodicamente, due settimane all'anno, diciamo) e più in generale a fare un trilione e mezzo di cose con cui non osavo cimentarmi, soprattutto negli ultimi quattro anni. Cosa può fare la povera Penelope, nella speranza di sentire di nuovo il passo di Ulisse sulla soglia. Ma anche cosa si fa per cercare, almeno pateticamente, di dare un esempio coerente alla figlia. Che pigra è pigra, ma è più ordinata di me e mi disprezza senza pudore. Comunque, da quando c'è lei, stare a casa a riordinare, cucinare e organizzare mi pesa infinitamente meno, è diventato una specie di secondo lavoro. E poi forse non far più almeno seicento chilometri la settimana aiuta, eh, a godersi casa propria, intendendo tutta la casa e non solo il cuscino del divano in cui perdere conoscenza la sera e la domenica. E poi, ancora: se sono riuscita a fare uscire dalla mia pancia flaccida degli addominali, a far finire le medie a Satana e a diventare maestra di yoga, posso anche volare, trasformare le pietre in oro e civilizzare il terzo figlio che la famiglia di Bambino di Formaggio mi manda (e ce n'è ancora uno... a riprova che lavarsi non è fondamentale per avere una vita sessuale). Dirò di più: posso portare fino in terza la Testata Nucleare, il mio amatodiato biondino pestifero della classe dei Gini. Senza spezzargli un braccino. 

Comunque, il però era questo: non basta. Adesso voglio aggiungere alle competenze acquisite, male e tardi sì, ma comunque abbastanza acquisite da farmi sentire contenta, e da farmi desiderare di non tornare più indietro, anche il superamento del senso di profonda impotenza che mi ha sempre dato il fatto di mettermi ai fornelli. Sono anni che preparo questo cambiamento, prima nella teoria come tutte le secchione che si rispettano, e quindi con una capillare organizzazione delle ricette in quadernoni divisi per settimane (cinque diverse di fila) e per stagioni, in modo da non dover PENSARE al menu, ma solo procurarmi diligentemente gli ingredienti. Adesso sono pronta all'azione. Avevo già iniziato, cazzo avevo PERSINO fatto i muffin, la quiche e la pasta fresca tirata col mattarello: poi la Princi, porca vacca, si fa venire l'appendicite, l'Uomo decide che è sovrappeso, fa caldo per sei mesi di fila... e insomma un sabotaggio dietro l'altro arriviamo alla torta ricotta, limoncello e gocce di cioccolata. Che ho provato qualche settimana fa, e che l'Uomo ha festeggiato come un popolo oppresso la liberazione dallo straniero. Allora ho raccolto le forze e deciso che Wilma de Angelis, Elena Spagnol, lo strudel di mia madre, il polpettone di patate e fagiolini di mia zia, i friscieu di mia nonna dovevano incrociare i flussi e la Forza doveva essere con me. Ma soprattutto, che posare la zavorra non è, ormai lo sappiamo da anni, fare meno cose, è farne tante, tantissime di più, ma meglio, e volentieri. Non secondario, il pensiero che l'Uomo mi risposi. Altre sei o sette volte, diciamo: e magari mi porti in braccio oltre una soglia nuova, di una casa con una cucina grande e luminosa come quella di Sestri. Già che stiamo sognando, diciamo pure quella di Sestri.

Per il momento, dalla cucina viene un delizioso profumo di soffritto, vino che svapora, chiodi di garofano: e infatti io, la neoWilma, sono dall'altra parte della casa ed è lui che stasera prepara il manzo in umido alla romana. Il che, a me, fa stare bene... come a una donna fa stare una vacanza di venti giorni su un'isola tropicale, senza nessun altro che Jake Gyllenhaal, a cui la compagnia di volo ha purtroppo smarrito le valigie, mentre una scimmia dispettosa gli ha rubato l'unica maglietta che aveva. Tanto per rendere la sensazione.   

giovedì 17 agosto 2017

Siediti sulla sponda del fiume e aspetta

"Se hai un nemico, non ucciderlo. Siediti sulla sponda del fiume e aspetta. Prima o poi vedrai passare il suo cadavere".

Questa utilissima massima (di chi? Confucio? Lao Tzu? Un Coelho di mille anni fa? Se lo cerco in internet troverò stronzate, tipo siti che la attribuiscono a J-Ax, a Rosy Bindi, a Tyrion Lannister? Ormai non mi fido più di nessuno, online e sulla carta stampata), questa utilissima massima, dicevo, me l'ha trasmessa mia madre quando ero piccola. Ed è buffo, perché mia madre, se parliamo di arte della guercra, è ben lontana dal guerriero della luce, dal samurai zen e anche da Kung fu Panda. È una che quando c'è da agire o si blocca o parte in quarta, lascia i segni dei pneumatici fusi sull'asfalto, salvo poi pentirsene spesse volte. Io ero come lei. Peggio anzi: con la sua furia di agire SUBITO unita alla sicumera di mio padre. Salvo poi non essere in gamba come mio padre, e sfracellarmi abbestia.

Ma se guardo la mia vita, mi pare che dai venticinque anni in poi non abbia fatto altro che ripensare a questa massima e sforzarmi di applicarla. Con notevoli scivoloni. Ma con costanza.
Poi beh, sono diventata mamma io. E ho imparato a mordere fortissimo il freno. E poi sono morta. E da morti, si sa, non si ha più fretta.

Sia come sia, Confucio, Lao Coso, il Buddha, insomma, quegli orientali là c'avevano proprio ragione.

Sto qui sulla riva. Fiduciosa. Ho già visto passare cadaveri di gente impensabile. E situazioni incredibili. Quindi credo nella massima di cui sopra. Attendo.

Sulla riva mi sono seduta con un certo agio. Non mi faccio mancare niente. Mi sono arredata il mio nido di ragno con cura meticolosa.

Ci sono ore e ore passate a stendere sul terrazzino, chiacchierate in notturna e gite di sightseeing selvaggio con la Fraulein, degustazioni, yoga, sigarette, maschere per il viso, uno studio sistematico del mio guardaroba con l'aiuto di quella gran figata dei Vivienne Files, se non conoscete digitate immediatamente, ci vediamo tra un mese, quando ne uscirete.

Ci sono pochi ma ottimi romanzi e racconti gialli e un noir angosciante di Patrick McGrath. Non riesco praticamente mai a finire un romanzo, io che da viva non saltavo una riga, però ce l'ho fatta con Camilleri e Manzini, e con qualche racconto.

Si sente l'arrivo dell'autunno, l'odore delle immissioni in ruolo e delle chiamate annuali, e io sono seduta qui à déjeuner sur l'herbe tutta nuda, con lui tutto vestito, e sto sulla sponda fingendo abilmente di aver organizzato un fantastico picnic.

Che poi non so quanto stia davvero fingendo, e quanto sia invece lungimirante nell'aspettare con espressione placida, come la ragazza del quadro, che anche lui si denudi. In fondo lo ha già fatto, ha smesso di fingersi ben nascosto dietro il suo risibile filo d'erba, ed è stato un sollievo. Sono io. È lui. Siamo noi. E ce ne siamo andati a cena in uno dei posti più nostri, quello che abbiamo scelto per dire ai miei che ci sposavamo.

Chi ci capisce è bravo.

Esiste un prato oltre questo fiume, solitario e silenzioso, davanti alla nostra montagna, io e te ci siamo stati insieme, e possiamo tornarci, rimanerci, se lo vogliamo. Esiste un materasso alto e sodo su cui dormire messi a cucchiaio. Esiste cenare con due fette di strudel guardando i monti cambiare colore. Esiste guardarsi negli occhi fino a dove si riesce a scendere, e io l'ho fatto di rado perché era pericoloso, per me che resto presa ogni volta come un pesce all'amo e mi riempio la bocca, lo stomaco, i polmoni di sangue. Ma adesso lo voglio fare molto di più, lo voglio fare continuamente.

Esiste tutto questo, io l'ho appena visto, me lo hai di nuovo fatto vedere tu. E se era un gioco di specchi per farmi rimanere sulla sponda, invece che volare via, non lo so. Forse mi renderò conto che era questo, e arriverà il momento di quel volo solo andata. Io lo so, che può anche andare così.

E quasi sicuramente sarà il B, il piano da attuare, e ci vorrà dell'altra pazienza. Quella cosa che io NON HO, in dotazione, per cui devo rubarla, prenderla a prestito ipotecando il mio vero essere, cercare uno spaccino di quartiere che me ne venda una dose alla volta.

D'altra parte, mi sono preparata tutta la vita per essere all'altezza di non fuggire davanti al dolore. Che senso avrebbe, proprio ora, lasciarsi scivolare nel fiume, e essere io quel cadavere. Che passino pian piano quelli degli altri. Uno alla volta, cortesemente, che devo guardarli bene.



mercoledì 7 giugno 2017

E si dia inizio alla riflessione sulla scuola, come promesso

Li sto per salutare.

Qualcuno ciondola in classe durante l'intervallo, o mi si appiccica in corridoio. Sanno che sono le ultime ore in cui sarò la loro prof. Lo so anche io, li ho sgridati fino a perdere la voglia di sentire la mia stessa voce, li ho brutalizzati con prove a sorpresa, ho fatto ramanzine di 45 minuti, ho detto di loro che erano regrediti invece di migliorare, li ho minacciati di cose orrende che succederanno alla maggior parte di loro appena metteranno piede alle superiori... e poi gli ho regalato la tripletta di lezioni Freud-Nietzsche, Pascoli-D'Annunzio,  Pirandello-Svevo, che con classi intelligenti non fallisce mai, e infatti loro, a me, hanno regalato una decina di ore di attenzione rapita, inesausta, di osservazioni intelligenti, di domande sensate, di commenti entusiasti.
"Prof, ho la pelle d'oca!!!" ha detto Mammina capendo il problema dell'identità in Pirandello. "Oddio, ma è orrendo!!!" ha detto qualcun altro. "Figata!!!" sui lapsus di Freud. L'Albarino mi ha fatto notare che oggi, invece di dire una parola per un'altra, si invia un sms o si condivide una cosa su WhatsApp alla persona sbagliata... e gli ho risposto che è verissimo, e che io sono campionessa nazionale di figuracce fatte così. L'ultima con il Magnifico, e scusate se è poco, io se mi smerdo mi smerdo dalla testa ai piedi, è un talento naturale.
Ho detto loro di chiudere gli occhi, mentre facevo notare come ne "La sera fiesolana" il cielo al tramonto si trasforma nel viso di una donna con grandi occhi scuri. Brad Pitt non li ha riaperti per alcuni minuti. Si sono bevuti "La pioggia nel pineto" (mannaggia, aveva appena smesso di piovere, stavolta), il caso di Miss Lucy, "Rosso Malpelo" integrale, senza saltare una riga (persino quelli della comunità, che di bambini maltrattati ne sanno qualcosa, ma non avevano mai seguito un'ora e un quarto di letteratura senza neanche il testo davanti).

Quest'anno ero talmente concentrata sul sopravvivere, in bilico tra un matrimonio governato da leggi assurde, una famiglia con mille casini, troppe cose da seguire e la costante, testarda ricerca della felicità, che vedevo solo la fine del programma, delle valutazioni, delle burocrazie sempre più devastanti, sia cartacee che elettroniche... e solo una volta finito di interrogare mi sono finalmente goduta questi momenti, in cui all'improvviso una terza che ha cazzeggiato per otto mesi ha recuperato lo smalto, l'acume, la voglia di capire, che caratterizzava lo stesso gruppo classe in seconda.

Ora me li terrei ancora due settimane solo per coccolarli, parlare con loro uno per uno, gestire le loro ansie nel lasciare il nido. Invece parlerò solo con l'Adorabile, perché ne ha bisogno, e con l'Orientale, perché la bocciamo.

Comunque, stanno per arrivare le mie sudate riflessioni sul modo di insegnare le materie, almeno le mie, a quindici anni dalla mia prima classe e dieci anni dal passaggio in ruolo.

Parto mettendo qui i presupposti su cui baso quanto dirò, e intanto vediamo che dite di quelli, poi io proseguo. Non subito, perché ho finito gli scrutini oggi, e sono sfinita. Ma a breve, in questi venti giorni che mi separano dalle ferie, e da un nuovo importante traguardo: insegnare (finalmente!!!) yoga.

Ecco qua:

Dato di fatto n. 1

I RAGAZZI NON FANNO PIU' I COMPITI A CASA.

Dato di fatto n. 2

I RAGAZZI NON LEGGONO PIU'.

Dato di fatto n. 3

I RAGAZZI, IN COMPENSO, SCRIVONO DI NUOVO.

Dato di fatto n. 4

I RAGAZZI SANNO ANCORA COME SI STUDIA, MA NON SONO PIU' CAPACI DI SPIEGARSI A VOCE.

Dato di fatto n. 5

NON E' CON LA LIM, LE SLIDE E LE PIATTAFORME ONLINE CHE RISOLVEREMO IL PROBLEMA.

Dato di fatto n. 6

I RAGAZZI SONO ANCORA CURIOSI DI COSE BELLE E DIFFICILI



lunedì 22 febbraio 2016

Bollettino (di guerra) dalla Valle delle Meraviglie - parte prima

Che dire. Sono dispiaciuta, perché le mie questioni personali sono talmente brutte, intricate, dolorose e, anche logisticamente, incasinate, che sta passando l'anno senza che io vi racconti quasi niente della Valle delle Meraviglie, di Scuolina Rosa, degli exalunni grandi e piccoli, del fott fantomatico ministero (che Satana l'abbia in gloria, possibilmente masticando le anime dei sottosegretari all'istruzione e di parecchi altri politicanti come fossero noccioline, diciamo come intermezzo tra un morso di Bruto e uno di Cassio). Insomma, non vi dico più niente della scuola.

E vi dico poco anche della famiglia, degli amici, addirittura degli animali di famiglia.

Che forse sarebbero i più facili da raccontare. Il cane è sempre senza un occhio. La gatta è sempre più obesa, cinghiala, balenottera, vacca. Stanno benone, le ragazze.
Il gatto, come prognosi, doveva morire. Più o meno un mese fa.
Invece esce dal bagno sparato al mattino, mrrrrrah mrrrrahhh mrrrr mrrr mrrrah. Mangia. Gioca. Fa le fusa. Oppone fiera resistenza alla vista del trasportino, perché andiamo avanti da settimane così, che ogni tre giorni siamo dal veterinario, per iniezione di antibiotico, disinfezione e simpatico (conato) nettoyage professionale (altro conato) della (doppio conato con tosse) piaga (sudori freddi e occhi voltati) sul fianco. Ora. Lui è un signore. E a casa, alla vista del batuffolo di cotone e della bottiglietta dell'etere, corre via, ma poi se lo segui dice: mrh, e si posiziona sul fianco giusto, per farsi disinfettare. Sta anche fermo mentre lo disinfettiamo. Ma adesso di tutti questi medici che lo tocchignano e gli piantano aghi nella schiena si è giustamente rotto le palle. Anche perché lo visitano in tre o quattro alla volta, il nostro miracolato. Che non si capisce come (o meglio, io lo so, come: con l'amore infinito di Castagna, dell'Uomo e della Princi) sta combattendo da solo, senza chirurgia, contro un sarcoma. Per ora Ciccio-sarcoma 3-0, due interventi riusciti e un ciclo di antibiotico/disinfettante andati bene. Poi vedremo.
Fa tutto l'Uomo, a dire il vero. Io mi limito a cambiare dozzine di volte la sabbietta e gli asciugamani nella cuccia, a lavare dei pavimenti, a piangere come una fontana quando la ferita peggiora e a cercare scuse patetiche per non andare mai dal veterinario. Perché mi viene da vomitare o anche da svenire, con quel cazzo di tavolo di metallo e il gatto da tener fermo. A casa, invece, sono più coraggiosa, medicare lo medico anche io, siamo drogati dall'etere tutti e due a pari merito io e l'Uomo, sembriamo Michael Caine ne Le regole della casa del sidro. Forse è merito dell'etere se io di notte a volte dormo addirittura.

Ma  dicevamo della Valle delle Meraviglie. La statale è sempre lì, il campanile anche, Scuolina Rosa regge con le sue crepe nei muri, i suoi alberelli, la magnolia e la panchina dedicate alla Compagna Collega nel cortile interno. Castagna, a sua volta, regge. Sul lavoro, almeno.

I piccini di prima sono già un po' meno piccini. Ma sono un bagaglio umano disperante tra hc, dsa, ees, non certificati, certificati per tutt'altro genere di problemi, nevrotici, mettici poi quelli infantili quelli distratti quelli un po' stranieri quelli un po' arrivati ora dal Sud quelli con le famiglie ai limiti della sopravvivenza e quelli che non sanno come sono girati... e avrai la Bottadicoca che viene a dirmi, scoraggiatissima: "ehm io giovedì faccio un recupero a gruppi ma avrei bisogno di spaccare la classe in due... perché ho convocato solo quelli che avevano bisogno, ma sono ventidue su ventisei... puoi aiutarmi?"
E beh.
A me piacciono, i piccini. Non so perché, ma con una singola ora a settimana riesco meglio in quella classe che in terza. Certo, devo mio malgrado fare le interrogazioni programmate, perché per interrogarli li porto fuori nell'ora di Storia (aggratis, of course). Ma mi rifaccio coi giri di domandine e con gli scritti. Insomma, a fine quadrimestre i registri di seconda e terza erano un macello. Quello di prima, immacolato, 4 voti a testa in perfetto ordine. Loro mi apprezzano. Io me li coccolo con lo sguardo perché so che l'anno prossimo me li prendo per almeno due materie. Sono piccoli, sono troppi, e uno da solo (Belzebù, non a caso) basta per farci sudare tutti, anche la Generala, la Bottadicoca e la Secca. Ma mi stanno istintivamente simpatici.

La terza si trascina. Non hanno mai avuto voglia di fare un cazzo. Ma sono un po' come una banda di amici che ciondolano sul muretto in piazza. Vengono a scuola se e quando gli va. Ne mancano cinque o sei ogni giorno, poi uno o due si fanno portare a casa per malesseri non ben diagnosticati, uno o due arrivano dopo per decine di prelievi /visite dentistiche / vaccinazioni, vai a sapere. Hanno l'apparecchio, le tette, gli ormoni, una vaga paura dell'esame, qualche idea sulle superiori. Insomma, sono una terza. Non la mia terza migliore. Ma sono lì.

L'amore, quello tormentato, viscerale, morboso, pieno di liti, gelosie, ripicche, botte di ti lascio e ti riprendo e non ti lascerò mai, è scoppiato per la seconda.
La seconda è epocale.
La seconda mi farà morire. Ma morirò felice.

Una lezione in seconda C dovrebbero farla tutti durante il tirocinio. Quattro quinti degli specializzandi lascerebbero di colpo l'insegnamento. Il restante quinto  si immolerebbe in una fiammata di gloria, in un'estasi mistica da fachiro.

Esco con i vestiti da strizzare, fasciata nel mio sudore, a meno che non ci sia il riscaldamento rotto. Sono faticosissimi.

A sinistra c'è Diddl, che sta sulla sua poltronissima a rotelle. E parla col prof di sostegno: "Nnnhaaa aaah nnn nnnnnn aaaa" (traduzione: mi sto divertendo un sacco, dai fammi ancora il solletico con la matita). Stiamo faticosamente imparando, noi adulti e i compagni, a coinvolgerlo nelle lezioni. Non è semplice e ci vuole tempo. Lui capisce. Siamo noi che abbiamo poco tempo, poca pazienza e scarsa immaginazione e non sappiamo fargli le domande. Sua madre, donna splendida, ha altri due figli, sani per fortuna. Quella di mezzo si chiama come la mia.

Di fianco a Diddl un banco solo, per semplicità di movimento, con un compagno di banco che ruoterà ogni settimana, quando lui rientrerà a scuola dopo un intervento. Per ora, in banco con lui c'è Deboroh (chi legge Ratman capirà).

Di fronte a me ci sono l'Albarino, Orsetta Marrone, Carotina, Tarzan.
Una prima fila d'eccellenza, in cui i due più nevrotici della classe sono faticosamente tenuti a bada dai due più gentili e tonni al tempo stesso. Carotina, che tra parentesi fa coppia fissa con quel figo blasé di Attimo Fuggente, è talmente agitata che all'Albarino stava per venire l'esaurimento nervoso, a forza di cercare di tenerla ferma e attenta. Allora ho messo Orsetta in mezzo e lui sta meglio.

L'Albarino, che mi venera come fossi la Madonna della Guardia, per la verità io potrei metterlo anche in una comoda fila dietro. Nel senso che nelle mie materie si prepara come un pazzo e prende dei bei voti. Ma la Bottadicoca è disperata perché la sua matematica ha delle falle che sembrano la Fossa delle Marianne. Quindi sta davanti. Poi va beh, è anche vero che vive in trasferta dietro alla squadra di calcio in cui gioca, fa i compiti in macchina e in pullman, con una mamma tremendamente drastica. Per dire, lei viene al colloquio una mattina e: "AH GUARDI IO NON NE POSSO PIU' EH!!!!!!!! A. MI DISTRUGGE, MA POSSO IO STARGLI DIETRO TUTTO IL GIORNO COSI', E LO PRENDI E LO RIPORTI E LA PARTITA E L'ALLENAMENTO E POI NON TI FA I COMPITI SE NON GLI STAI ADDOSSO ORE, E INSOMMA!!!!!!!!!!!! LEI CAPISCE VERO CARA???"
"Sì, effettivamente, signora, in quanto coordinatrice devo dirle che le colleghe si lamentano, ha delle lacune e deve recuperare... anche se devo dire che le mie materie, salvo qualche volta che l'ho beccato a bruciapelo, di solito le sa, anzi, si è già fatto interrogare di tutto..."
"E PER FORZA EH!!! MA CARA MA IO LO AMMAZZO SE NON SI ORGANIZZA EH!!!!! NO VOGLIO DIRE!!!!!"
"Senta, se lei crede lo farei venire un attimo di qua, perché l'altro giorno ha fatto il furbo con la collega e ha sostenuto di non avere il libro con gli esercizi, poi però gliel'ho chiesto io (la Madonna della Guardia ndr) ed è saltato fuori, allora vorrei fargli un po' di predica... così vi capite un attimo anche voi due..."
Arriva l'Albarino (jeansino firmato, polina firmata con il collettino su, felpina tinta unita firmata, scarpine firmate, taglio di capelli firmato, scommetto che sono firmati anche i fazzoletti di carta in cui soffia l'aristocratico nasino) e appena entrato dalla porta in sala prof saluta sua madre, sembrando al mille per cento un cadetto di una scuola militare del 1930: "Buongiorno mamma".
No dico, l'ultimo che ho sentito salutare così maman era il principe Franz, in "Sissi". Pensavo sbattesse i tacchi e le baciasse la mano.
"Riposo, A. No, scusa, voglio dire, parliamo un attimo del tuo lavoro scolastico..."
Io parlo con calma. Mi è simpatico da morire, bacia la terra su cui cammino, cerca sempre di migliorarsi e non gli posso rimproverare di perdersi fosse solo una sillaba delle mie lezioni. Alla fin fine invece di sgridare lui tento di rabbonire la terribile genitrice. Ci riesco, eh. Ma circa un'ora dopo l'Albarino accusa malessere, si fa venire a prendere (dal papà) e va a casa a rimettere l'anima. Oh ma tu guarda, un giovane cadetto emotivo.
Da questo colloquio resto traumatizzata anche io. Quando la settimana scorsa il piccoletto si è fatto venire un'epistassi grandiosa, mi sono molto innervosita: è rientrato in classe dopo un quarto d'ora abbondante di sciacqui nel lavandino (con schizzi di sangue modello American Horror Story, me che - cercando di mascherare la nausea e il giramento di testa - gli premevo un fazzoletto bagnato sul collo e Riace che, con le sue mani come pale, nude, in pieno rispetto delle norme igieniche, gli levava di torno pile di fazzoletti sporchi e gli dava quelli puliti), si è molto educatamente seduto, ripiegando in modo impeccabile le maniche della maglia che si erano un po' macchiate, e poi ha iniziato a diventare biaaaaaaaaaaanco biaaaaaaaanco, nonostante la carnagione scura. Al che io: "Albarino, scusa, ma ti senti bene?"
Gesto virile della manina: tutto sotto controllo. Poi appoggia con studiatissima nonchalance un braccio sul banco e, fingendo la massima attenzione al testo che stiamo leggendo, si puntella la fronte. Io inizio a immaginare la madre che arriva, chiamata perché il pargolo ha sbattuto la fronte sul banco perdendo i sensi di colpo: "AHHH MA IO NON SO, MA MI DICA LEI CARA, MA CHE VITA E' QUESTA EH????? ADESSO ANCHE LO SVENIMENTO A SCUOLA, MA SIAMO IMPAZZITI???? HA ANCHE MACCHIATO LA RALPH LAUREN, NO, DICO!!!!!!!!!!!!!!!"
Per fortuna dopo un po' il povero gagnetto riprende colore. Io, invece, che il mal di stomaco da vista del sangue me lo faccio immancabilmente venire a emergenza finita, sono sempre più verdastra. E se svenissi io? "AAAH CARA, MA E' TUTTA COLPA DI A.!!!!!! MA INSOMMA, COME SI PERMETTE DI IMPRESSIONARLA SANGUINANDO COME UN MAIALE????? IO QUEL RAGAZZINO LO AMMAZZO!!!!!!"

Sì lo so. Ho descritto solo la prima fila di centro. Anzi, mi sono dilungata solo su uno dei cocchi, e non è nemmeno il mio prediletto, lì dentro. Ecco, diciamo che per ognuno di loro potrei scrivervi un romanzo così. Capito cosa dico, quando sostengo che la seconda è una roba da batticuore costante?

Alla prossima puntata.

Nella fila dietro:
Satana, lo Stuonato, Peter Pan, Attimo Fuggente.
Ancora dietro: Sorrisona e Brad Pitt.

Laterale alla mia destra:
davanti, Nosferatu, Sveglia, Stringa.
Dietro, la Gnocca e l'Adorabile.
Dietro ancora, Mickey Mouse e Mammina.
In fondo, Riace e Paperino.






sabato 5 dicembre 2015

The Immaculate Connection

Sapete quando le situazioni stagnano. Stagnano come i piatti da lavare nel lavandino, il maglione slandrato che non vuoi buttare, i giornali vecchi, il bianco da dare.

E un giorno alzi gli occhi e dici: ma sul serio noi viviamo così? No, dai.

A quel punto, se fosse un film si vedrebbe un mutamento radicale nel giro di due giorni. Lei va e si taglia i capelli e li tinge, e va all'attacco del mondo esterno, o lui va e si fa fare un abito su misura e trova lavoro. O lei bussa finalmente alla porta, con le guance e gli occhi accesi, o lui si fa finalmente trovare sotto l'ufficio, con la rosa rossa.
Eccetera. Al cinema l'abbiamo visto tutti.

Ma non siamo al cinema. Se qualcuno decide davvero di cambiare, ci può essere un lento slittamento, o un terremoto subitaneo, ma la fatica, quella che serve veramente, durerà mesi e mesi. Anni e anni. Sarà uno stillicidio. Una tortura della fossa. Un processo di mitridatizzazione. Se acceleri, se aumenti le dosi all'improvviso, muori.

La Fata New Age: Lei quanto resisterà così?
Castagna: Quanto tempo lo ha aspettato, Ulisse, Penelope?

La Bidella di Burro: Può venire un momento?
Castagna: Sì. Oh! Ciao! È successo qualcosa?
L'Uomo: No, ero in giro, ti ho riportato il bancomat.
Castagna, rientrata in classe: ...
I ragazzi: ...Prof? Ma chi era?
Castagna: Mio marito.
I ragazzi: ...
Castagna: ...
I ragazzi: ...
Castagna: Beh, no, è che fa sempre piacere quando ti restituiscono il bancomat.

Castagna: Sono passi avanti. Alla stessa velocità della deriva dei continenti. Ma sono passi avanti
Grande Pagliaccio: Sì, avvisami quando l'India si stacca dal Madagascar.

Poi però vengono giornate come queste. Dicembre. Il mese crudele del fottuto Natale, sì, non riponevamo alcuna speranza in questo mese, noi, nessuno di noi. Invece, qualcosa forse si muove. Sapete quei momenti in cui non solo a una persona, ma a molte, si sblocca la vita. Cigolando, tossendo, sputacchiando come una locomotiva d'epoca. Ma si muove.

Ed è come quando si mette a nevicare.
Piano piano. Senza rumore. Un fiocco, due, dieci. Poi i suoni  che si smorzano. Il delicato zucchero a velo che ricopre tutto. E a un certo punto, sta succedendo. È diventato tutto bianco, è inverno, e l'orrore che hai vissuto l'estate scorsa è finito.

Lunedì, Cavallino: È tornato, ora lavoro tutta la settimana, poi nel ponte dell'Immacolata andiamo via.
Castagna: E come stai?
Cavallino: Non lo so.
Venerdì, Cavallino: Allora andiamo.
Castagna: Sviluppi?
Cavallino: No. Sì. No. Non saprei.
Castagna: Partite...
Cavallino: Sì, partiamo. L'hotel è un 4 stelle.
Castagna: Bene. Okay.
Cavallino: ...
Castagna: Okay.
(Oh guarda, Cavallino: fuori è tutto bianco, adesso, lì da te)

Due settimane fa, Sanguedelmiosangue: Torna. Irish Twin torna. In Italia. Mi ha scritto.
Castagna: !!!!!!!!!
SDMS: Non sono agitato.
Castagna: No no.
SDMS: E comunque non ne voglio parlare.
Castagna: Di cosa?
SMDS: Ecco. Vedo che hai capito.
Ieri, SDMS: Non ci sono per nessuno fino a lunedì okay?
Castagna: Certo. Posso solo chiederti se ha scritto ancora?
SDMS: Sì, ieri.
Castagna: ...
SMDS: Ma io sono anche tranquillo, alla fine.
Castagna: ...
SDMS: E comunque non ne voglio parlare.
Castagna: No.
(Oh guarda, Sanguedelmiosangue: fuori è tutto bianco, adesso, anche lì da te)

Tre giorni fa, la Tipa: E dice che ci dobbiamo riprovare. E che lui se la sente.
Castagna: Bene!
Tipa: Sì. No. Cioè, è che io sono negativa. Non cambierà niente e ormai è così che sarà la nostra vita, basta. Adesso comunque partiamo, per il ponte dell'Immacolata.
(Tipa, guarda, è un fiocco di neve quello?)
Stanotte, Tipa: Da oggi è una storia diversa, ci riproviamo.
(Tipa, guarda quanta neve!!! È tutto bianco anche da te!)

Tre giorni fa, Castagna: Ho tentato di far organizzare la cena in un momento in cui lui era via per lavoro. Ma non ci sono riuscita.
Cavallino, Sanguedelmiosangue, Grande Pagliaccio, Tipa,  Agatha, Fata Bionda: ...
Castagna: Eh lo so.
Cavallino, Sanguedelmiosangue, Grande Pagliaccio, Tipa,  Agatha, Fata Bionda: E l'Uomo? Glielo dici, all'Uomo?
Castagna: No. Non credo. Non lo so.
Cavallino, Sanguedelmiosangue, Grande Pagliaccio, Tipa, Agatha: SÌ, INVECE!
Castagna: Sì, glielo dico. È meglio. Credo. Non lo so.
Fata Bionda: NO, INVECE!
Castagna: ...
Cavallino, Sanguedelmiosangue, Grande Pagliaccio, Tipa, Agatha, Fata Bionda: Ma non andarci proprio, a 'sta cena?
Castagna: Posso spostare, rimandare, ma non cancellarla: la fanno per rivedere me, tra le altre cose.
Cavallino, Sanguedelmiosangue, Grande Pagliaccio, Tipa, Agatha, Fata Bionda: Ah.
Castagna: Eh. Va bene ci vado, me la levo, dai. E glielo dico, all'Uomo.
Cavallino, Sanguedelmiosangue, Grande Pagliaccio, Tipa, Agatha, Fata Bionda: ...
Castagna: Che poi alla fin fine quella sera lui arriva tardi, ha un impegno prima, quindi posso anche salutarlo di striscio.
Cavallino, Sanguedelmiosangue, Grande Pagliaccio, Tipa, Agatha: ...
Fata Bionda: Lo annulla, l'impegno, lo sai?
Castagna: Aaaaaaagh. Non dire così. Non dirlo.
(Che cazzo ci fanno dei papaveri in fiore a dicembre? No scusate va bene il surriscaldamento globale, ma qui si esagera. Quel periodo è finito. Basta. Fanculo. E poi, non era autunno per sempre, da questo ottobre in poi, nella mia vita?)
L'Uomo, oggi:  Ciao, io svegliato ora
Castagna: Ciao.  Io sto asciugando capelli
L'Uomo: Tra una mezz'ora arrivo. Hai fatto colazione?
Castagna: ...
Castagna, dopo, a Cavallino, Sanguedelmiosangue, Grande Pagliaccio, Tipa, Agatha, Fata Bionda: Se avevo bisogno di risposte su quella cena, ora ce le ho.
(Ehi, guardate!!! Un fiocco di neve!!!)





domenica 1 novembre 2015

Would you please get the fuck out of my silence

Come disse mio cugino (e pensava di metterlo sullo stemma della sua casata nobiliare): "Voglio quietare, cazzo".

Traduco.

Ho ripreso chili, 3 e mezzo sui 4 e mezzo persi, e già questo sarebbe triste. Li ho ripresi in gonfiore in punti assurdi, tra l'altro. Le cosce le braccia etc. La vita no. Il collo sì. Con sopra la faccia che, invece, sembra patita.

Bene. Tutto questo sta per finire, lagne comprese, perché a) non me ne fregherebbe un cazzo di non essere repellente se non fosse che b) devo assolutamente farcela a essere gradevole agli occhi dell'Uomo e c) devo mettere in bolla la pressione arteriosa perché mi hanno trovato la pressione dell'occhio alta e d) devo anche fare un po' caso al discorso zuccheri caffè sale etc perché sto somatizzando di brutto e mi ammalo a nastro. Sono al terzo virus preso in un mese e ora anche basta.

Comunque era per dire che se mi guardo vedo un rottame, a parte per due dettagli, i capelli che oggettivamente sono belli e adesso ben tenuti grazie alle sapienti forbici della Princi, e gli occhi che sembrano più grandi e più verdi che mai, forse a causa del continuo processo di autolavaggio cui sono sottoposti.

Oltre a ciò, la legge non scritta che vige ormai da aprile è
costituita da tre comandamenti: i primi due sono "Donna, tu non vedrai gente", e "Donna, tu metterai la tuta ogni volta che puoi e cioè non quando vai a scuola, non quando esci col marito, non quando vai in giro per lavoro. Ma in tutto il resto del tempo sì". L'altro comandamento è "Donna, tu, salvo impegni di lavoro e uscite col marito, vedrai la luce del sole solo per andare a camminare (quindi in tuta), a yoga (quindi in tuta) o al mattino prestissimo e alla sera tardi nel weekend (quindi in tuta)".

Capite quindi il mio disagio quando, due volte la settimana, devo comparire sugli spalti della piscina comunale vestita come un essere umano di sesso femminile che torna dal lavoro. In pantaloni, perché io la gonna la metto quando non vado a lavorare.

Già, andare alla comunale rappresentava un problema l'anno scorso. Prendi una donna, trattala male, lascia che ti aspetti per ore, ma non mandarla ANCHE ad aspettare la figlia costringendola, per 45 minuti due volte la settimana, a vedere la corsia di agonistica degli adulti, Dio buono.

Quest'anno poi mio marito ha scelto l'atrio della piscina come luogo di tortura, dato che è lì, nei 15 minuti in cui aspettiamo la Princi mentre si asciuga, che mi spiattella cose, mi butta fuori frasi, mi sega le gambe con proposte.

La corsia agonistica della prima fascia oraria serale merita meno dell'anno scorso, grazie al cielo. In compenso, ho discusso al bar di Memole Follettodeifiori la presenza inquietante, nella seconda corsia nuoto libero, di due, a volte tre manzi, che fanno due vasche con stile sciolto, poi si piazzano statuariamente al bordo con braccia conserte, e passano dai 20 ai 30 minuti a mollo come antichi Romani alle terme, parlando fitto. Dalla faccia serissima si capisce inequivocabilmente che parlano dell'origine del mondo, che Dio la benedica, tutto il resto, come dicevano i colleghi di mia madre, non è che mistificazione.
Sono gradevoli da guardare, ma io più che altro li ho studiati perché mi faccio domande profonde. È evidente che non sono lì per il rimorchio. Altrimenti ciondolerebbero altrettanto statuariamente in palestra, a quell'ora. Lì ci sono pochissime persone, i corsi dei bimbi sono finiti, quindi niente nugolo di madri panterose (quelle si eclissano appena va via il Perfido Lucian, l'istruttore gnocco), non è un'ora da ragazze, ma da exatleti che si mantengono in forma e grosse signore che tentano di fare aquazumba sfidando il ridicolo. Non si guardano in giro, i manzi, parlano secco, deve essere un po' come quando io e la Frenci andavamo all'Ikea e ci stavamo tre ore senza comprare niente, solo per parlarci. È una cosa carina, si vede che sono amici, soprattutto due, il terzo ogni tanto nuota anche. E io mi chiedo quand'è che si fanno la fisicata, se lì non muovono muscolo. E mi chiedo perché non vanno a farsi un aperitivo, che costa quanto un ingresso in corsia nuoto libero, se tanto devono solo parlare.

Comunque. Una sera della settimana scorsa si verifica invece uno scenario del tutto diverso. Io poso la Princi ma invece di stare a vedere corro a fare la spesa e preparare cena, ché sono stata in giro tutto il santo giorno. L'Uomo non c'è (...). Ma è la settimana del nostro anniversario di matrimonio (...) e io ho dedicato 4 giorni a ristrutturarmi, pulizia viso depilazione fatta bene e anche nuovo taglio di capelli. Insomma, ricompaio in piscina per prendere la Princi che sono ancora vestita e truccata da lavoro e eccezionalmente ho la piega in perfetto ordine.
Entro correndo e sono già in preda ad un preoccupante giramento di testa, poiché appunto corro da ore, ma anche perché ho il cappotto e in piscina c'è il clima dell'isola di Giava.
Mi abbatto sulla balaustra e guardo se la Princi è ancora in vasca.
Oh.
Ah.
ECCO dove era finito il corso agonistica adulti come Dio comanda, santa Madonna. Questi non stanno a bordo vasca a parlare, no no.
Ma soprattutto. Ecco dove stanno quelli che alle parole preferiscono i fatti.
Il tempo di realizzare che la Princi non è in vasca e neanche a bordo vasca, quindi deve essere uscita da pochi secondi, e in quattro, in due corsie diverse, mi hanno radiografata bene. Addirittura colgo un labiale: "La conosci?" rivolto al miglior pezzo della corsia cinque, che dopo un "No", comunque, si volta di nuovo, forse per stabilire se è il caso di.
Bene, prendo nota. Corsie ad alto impatto ormonale solo dopo le 20,30, è gradito il cappottino sciancrato, astenersi perditempo. Infatti mi asterrò, da ora in poi.

Mi torna in mente una conversazione con SDMS di qualche settimana fa, sull'opportunità di considerare un corso universitario denso di venticinquenni.

Come se questo potesse risolvere qualcosa.

(Il video che segue me lo fece notare su Mtv anni fa l'Uomo, come del resto "My Immortal" del post precedente. Sconsiglio caldamente la visione a chi non ha in corso una relazione sentimentale più che felice. E anche a chi ce l'ha. Io allora ce l'avevo, e adesso é ancora peggio rivederlo.)











mercoledì 14 ottobre 2015

Cioccolato fuso

Una delle due nuove colleghe di Inglese, la Caramella, sta sororizzando con me. Non è niente male, a dire il vero, è una che non gira con un palo nel chiulo come altre colleghe, questa dice "ohccheppalle, oggi devo interrogare!!! Dai ma l'intervallo non può durare così poco, su!" E non disdegna di arrivare a piedi fino al bar per farsi un caffè. Però poi lavora, eh. Si muove bene, ha esperienza.
Solo che ha sororizzato così bene da passarmi la simpatica gastrointestinale che i suoi figli hanno avuto la settimana scorsa.
 
E qui si vede che le cose sono cambiate di brutto, perché, a parte infilarmi sotto il piumino sabato alle cinque e mezza di pomeriggio e dormire fino alle sette di sera, in realtà me la sono fatta tutta in piedi. Imbottita di antiemetici, sono andata a lavorare, a yoga e anche a cena fuori con il Borbone Gentiluomo e due sue colleghe. E ho portato e riportato la figlia in e da mille posti senza mai chiedere il cambio al marito. 
Arrivata a lunedì con al mio attivo 80 ore circa di malessere abbastanza atroce, e le gambe molle, avevo qualche dubbio sul fatto di poter gestire il laboratorio di cucina, da me stessa medesima previsto per martedì.
Essendo, oltretutto, martedì, il giorno in cui due terzi della scuola partivano per l'Expo di Milano, portandosi via quasi tutti i prof, e alla domanda "ma tu per esempio potresti coprire parte del pomeriggio?" io avevo risposto sì, per poi ritrovarmi a firmare tre ore di supplenza di fila e essere l'unico docente presente nell'edificio dopo le ore 15 e 30, con una pluriclasse da trenta persone. Che stranissima sensazione, tra l'altro. Come fosse casa mia, e come fossi persa su una montagna del Bhutan, al tempo stesso. Boh. Arrivando a casa ho avuto una botta di magone. Che sentimentale del cazzo che sto diventando.

Comunque. Ieri mattina, grazie a Dio appena guarita, arrivo con dieci sacchi del supermercato e prendo possesso della cucina. Per due giorni di fila, solo perché io sono la veterana del laboratorio che sa dove mettere le mani e loro invece sono nuove, scattano ai miei ordini prima la Bottadicoca, poi l'Impeccabile, e perfino Fraulein Hitler, oltre a un numero imprecisato di bambinetti più e meno imbranati. Risultato: due quiches di zucchine e crescenza, due crostate, un'enorme torta ebraica al cioccolato e arancia (ricetta veramente spaziale della Bottadicoca), crepes dolci e salate, pere Belle Hélène, muffin cioccolato e banane.
Sarebbe a dire spuntino dolce e salato per tutti i presenti, comprese bidelle e segretarie, ieri mattina; "colazione" di stamattina, intesa come assaggino di crostata e torta al cioccolato, per la mia terza rientrata zuppa dalla tirata milanese sotto la pioggia, e per i prof; altro spuntino per tutta la scuola stamattina; e ce n'è ancora per la "colazione" di domani. Cioè, presi dal sacro fuoco, abbiamo cucinato in tempi e dosi così generosi che è avanzata roba da mangiare, in un edificio pieno di bambini: un record. Satana, che in occasione della preparazione delle crepes sfodera un talento divino, è stato due ore d'orologio davanti ai fornelli, a gestire due padelle insieme. Alcuni non hanno la manualità di sbucciare una pera o fare a rondelle delle zucchine, per non parlare del servire le mie elegantissime pere con cioccolato fuso, panna e gelato dopo averle spatasciate, maltrattate e sbattute nel piatto così tanto da farle assomigliare a un budino dell'ospedale vomitato. Ho detto cose irripetibili su come sarebbero stati espulsi da qualsiasi scuola alberghiera, e invocato lo spirito di Simone Rugiati, che venisse a sfotterli per la loro magra abominevole alla prova di presentazione.
Si sono lasciati maltrattare felici.

Ora. Nella lista dei motivi per cui non me ne posso andare da Scuolina Rosa figurano: il fatto di attraversare i corridoi con addosso un grembiule, in mano un vassoio di muffin caldi, della farina su una guancia, attorniata dai ragazzini che hanno il cioccolato fuso fin sulle sopracciglia; il momento splendido in cui chiedendo educatamente permesso ("se lo dite in giro, vi faccio sospendere") mi ficco in bocca il cucchiaio con cui abbiamo spalmato la marmellata di pesche o la Nutella e vedo le faccine illuminarsi di simpatia; la mezz'oretta di calma in cui restano in pochi a pulire e magari si parla a cuore aperto del più e del meno, senza ruoli, senza cattedra; la scoperta di un alunno che in classe si agita come un posseduto o si distrae di niente, e in cucina invece è preciso, sereno, a suo agio. Sono giornate di felicità intensa e innocente. Il massimo dei massimi è ricevere nel frattempo la visita di un prof in pensione, o di un exalunno grande: che, regolarmente, alla vista della cucina inondata di marmocchietti imbranati e al riempirsi le narici del profumo di crostata e biscotti, ha un momento proustiano e si commuove.

Di stamattina mi resterà la prima mezz'ora. Quando sono arrivata in seconda, ho visto che erano in pochi perché, dopo le dodici ore di file, visita in piedi, e pioggia battente, molti stamattina erano a pezzi e non si sono alzati. Allora ho annullato il tema in classe e preferito continuare con le ricette tutti insieme.
"Prima però voglio sapere una cosa. Brad, l'hai tirata tu la matita che è finita in faccia a Orsetta, vero?"
Ecco, Brad Pitt quello vero, da piccolo, quando lo sgridavano e si vergognava tanto che gli veniva da piangere, ve lo figurate quanto poteva essere da mangiare di baci? Questo qua appunto era così. Occhi azzurri pieni di lacrime, deglutizione faticosa, pallore mortale. Annuisce muto e attende il destino che, sicuramente, a giudicare dalla sua espressione disperata, sta per polverizzargli la famiglia, la casa, la vita.
Il destino in questo caso sono io, e detesto iniziare la giornata facendo piangere un dodicenne. Ma dura lex etc. Quindi dico in termini semplificati al ragazzino che credo che sia poco furbo, dopo che i tuoi ti hanno spostato da ScuolaFiga dei Quartieri Alti, dove morivi d'ansia, in una scuola tranquilla dove stai bene con la tua classe, portare a casa una nota che dice chiaro che te ne approfitti e esageri.
Posso vedere, come se avesse la fronte di cristallo, che Brad Pitt pensa a una punizione esemplare tipo accademia militare e si chiede se sia il caso di fare testamento. Invece faccio una cosa strana e gli chiedo di scriversi la nota da solo, cosa che fa, in calligrafia ordinata, riuscendo a non bagnare la pagina di lacrime, perché tiene i denti stretti e risponde solo a cenni, ma guardandomi con un'espressione che dice "oh no ti prego mi sento una merda, mi stavi anche simpatica e non volevo deluderti, oddio scusa, come ho potuto". Roba che io mi devo allontanare di corsa dal suo banco, altrimenti gli stamperei un bacio secco in fronte e gli comprerei le caramelle.
"Informo i miei genitori che l'altro giorno durante la lezione ho tirato una matita che è arrivata in faccia alla mia compagna F. Non ho detto che ero stato io e così ho fatto prendere una nota sul registro a tutta la classe." Gliela firmo, gli chiedo di portarla controfirmata, andiamo in cucina.

"Adesso qualcuno porta le crostate alla mia terza" dico.
"VADO IOOOO" strillano.
"Ah no, vado io" rispondo, "altrimenti finisce come ieri, che alcune crepes sono partite ma non sono mai arrivate..."
Poi ci ripenso: "No anzi, ci mando Brad Pitt. Che ne ha già combinata una e adesso non si sognerebbe mai di farmene un'altra, vero?"
Che bello, vedere le nuvole sparire dagli occhi azzurri. Parte come un soldatino. Per il resto della mattinata, ce l'avrò attaccato al fianco destro come un'ombra, al bancone della cucina, in mezzo a dieci ragazzini ululanti che si fanno dire le cose sei volte eseguirà, in un silenzio trappista, qualsiasi mia richiesta nell'attimo in cui la formulerò, e non lo sentirò mai nemmeno respirare.

Vado a omaggiare di persona la terza, durante la distribuzione della crostata. La Boscaiola ha già fatto capolino in cucina per salutare, sorridendo. La Vagabionda, quando arrivo in classe, mi viene incontro a braccia tese. "Bisogno di coccole?" chiedo sorpresa. "Sììì." E mi ritrovo così sollevata di vederle lì tutte e due, contente di essere a scuola, che la abbraccio davvero.

Stasera, in salotto da noi asciugano sullo stenditoio una dozzina di grembiuli. Domani lezione, ora basta giocare col Dolceforno, cazzo siamo indietro, scattare, fuori i quaderni. Pomeriggio coi genitori in riunione e, mannaggia, non ho scritto i Pdp e neanche i progetti, scadenza per la presentazione: domani, vacca maiala.  Eh. Qualcuno vuole un muffin?

Ah scusate. Guardate con che grembiule si è presentato Satana, per la serie: paraculi fin da piccoli. Ma, in effetti, è il Michelangelo delle crepes, per cui gli abbiamo perdonato il full frontal.












 

giovedì 8 ottobre 2015

Then I will love what (s)he becomes

E adesso è ottobre.
Ho le gambe di legno e questa strada che tanto amo, che fa il giro delle colline a nordovest della città, mi pare un calvario, pur con le sue ville di mattoni rossi, le sue staccionate all'inglese che dividono i paddock, le foglie gialle che punteggiano i rami ancora verdi.

In questa magnifica giornata di tiepido sole, la Princi smaltisce con una bella dormita le fatiche del nuovo corso di nuoto e dei giochi matematici del progetto Diderot. Sanguedelmiosangue, dopo aver superato brillantemente il periodo di prova, nel suo caso durato circa 40 minuti, è stato ufficialmente assunto, a un anno da che ho licenziato Tuttapanna che non mi dava sufficiente continuità, quindi ora è nel mio ufficio a smazzare faldoni.

Io ho lavorato alle sudate carte martedì, poi ho avuto una di quelle serate in cui l'Uomo, la mia personale fetta di sole in questa vita, mi sbatte in faccia le cose che, finchè vivremo qui quantomeno, dovremo pagare. E mi ributta giù nel buio.
Stavolta, dalle pagine locali di un quotidiano, un ben noto viso ci fissava e lui prima me lo schiaffa davanti e poi, con raffinato sadismo, si alza per fare una telefonata, serafico, mentre io sto lì impietrita con le guance ustionate dal rimorso. Scenario: la zona bar delle piscine. Temporaneamente trasfiguratasi nel grigio New England di Hawthorne.

Poi beh, diciamo che gli ultimi mesi, e le conversazioni delle sei di mattina con Agatha, la mia amica whatsappica del lontanissimo Nord Europa, mi hanno insegnato tanto. Così sollevo i miei molti chili di tristezza, colpa e smarrimento dalla panca e mi sfilo le scarpe per entrare nello spogliatoio, dove la Princi sta asciugando i suoi bellissimi capelli ormai lunghetti e vaporosi.
Diciamo che ormai sono addestrata a piangere solo lo stretto indispensabile, e di certo non più perchè ho subito un rapimento da parte di quella creatura ultraterrena. Piuttosto piango per tutto quel che assolutamente non sono più in grado di capire, evitare o quantomeno attutire nella mia, ora terrenissima, per non dire ctonia, esistenza attuale.
Comunque, quando arrivo a piedi nudi, buongiorno verruche, dalla Princi, le due lacrime di numero che mi hanno scottato le palpebre nel breve spostamento si sono già asciutte, come direbbe mia figlia.
E il resto della serata passa senza intoppi davanti a una pizza, il che, dice Agatha, dimostra molte cose. E, secondo il resto dell'universo creato, dimostra una cosa sola, e incontestabilmente: che sono una povera scema.

Ma io tengo duro. E anche mercoledì, dopo un po' che cammino sentendomi da schifo, totalizzo i miei 45' di aria aperta e attività fisica. E al ritorno si sa che ci sono i capelli da lavare e tante cose da finire, e anche a stasera dai che ci siam quasi arrivati anche se è ottobre.

Questo penso. Ma c'è una sorpresa, la sera. Non al cinema, dove arriviamo in ritardo per vedere "Inside out" e l'Uomo è molto scocciato, perché abbiamo perso il cortometraggio iniziale, che lui ha già visto. Io gli chiedo di cosa parlasse, mi risponde "di due vulcani, ma bisogna vederlo, non si può raccontare". Allora gli prometto che tornerò a vederlo e sento che è contento. La sorpresa ce l'ho quando, rientrando, ne trovo una versione parziale su Youtube.

(Che stai facendo, esattamente, Uomo? Va beh. Io, comunque, ti amo.)

lunedì 31 agosto 2015

Il campanile è sempre lì

Quest'anno saranno 70.

Tre classi. Nella più numerosa, ovviamente quella dei primini, Castagna avrà un'ora sola a settimana.

E 3, forse 4 insegnanti di sostegno. L'Inutile, lo Stronzo, il Terrore dei Sette Mari, di sicuro. Poi magari, se rimane un ciccinin di compassione al Buddha Manjushri, l'Impeccabile.

Un bel pacchettino mi hanno confezionato. Poi vi esplico perché me lo aspettavo. Diciamo che agli orali ho avuto una bella sorpresa, del genere candelotto di dinamite "anonimamente" recapitato nel posteriore, da parte di due esimie colleghe. Per cui mi sono presa platealmente a cornate in sede d'esame con la commissaria che, ovviamente, era la neotrasferita preside C.
E indovinate chi ha preso la reggenza quest'anno...

Eh già.

Paesino di Sogno fa la festa patronale con sagra, marcia non competitiva, orchestrine e fuochi d'artificio. Castagna ha spiegato alla Princi il motivo per cui, soprattutto assente l'Uomo, non ci può andare. Ripiegheranno, presente l'Uomo, sulla festa di Piccola Svizzera dove Punta di Diamante le ha caldamente invitate.

Il campanile barocco è sempre stupendamente lì che si staglia in cima alla collina e Castagna lo vedrà di nuovo dalla sua aula, cioè da una delle tre. Che si trovano, con assoluta coerenza, in tre diversi corridoi.

Sarà un anno molto lungo.


martedì 23 giugno 2015

Io viaggio da sola

Questa riflessione andrebbe forse su Spazio abbastanza, ma preferisco metterla qui dove posso ascoltare più pareri.

La riflessione si sviluppa sulla base di alcune recenti conversazioni.

1. La nave all’ancora e il mare aperto.

Telefonata della Tipa dalla Sardegna, porto di Cagliari, qualche giorno fa. Tipa affranta, perché la sua vacanza in crociera con la famiglia, per la prima metà, non è andata molto bene. Tutti troppo stressati (e la capiamo: più andiamo avanti con gli anni, più ci rendiamo conto che per andare veramente in vacanza bisogna prima staccare dalla vita che si fa a casa, e bisogna calcolare tre giorni solo per quello). Ma in particolare la descrizione dei bambini (11 e 8 anni) mi colpisce: Nipotina ha l’incubo di perdere la nave ogni volta che scendono, e domanda compulsivamente che ore siano, per tutto il tempo passato a terra. Coccodrillo critica tutto perché farebbe diverso qui, non gli piace là, etc.
Aggiungici che non è che una coppia di quarantenni stanchi del lavoro, in vacanza per una settimana in cabina in quattro, propriamente si rigeneri. Per fortuna la seconda parte del viaggio, sapientemente organizzata scegliendo con cura tra le diverse proposte di escursione, va meglio. I posti sono belli, si parlano altre lingue, insomma, ci si allontana finalmente dal molo e si prende il largo nella vacanza. Chissà se fossero andati fino all’oceano.

I bambini, però: stressati non dall’assenza di compagnucci con cui giocare, non dal caldo o dall’inevitabile noia da museo, come sarebbe ragionevole aspettarsi da due bimbi, bensì dagli orari e dalla gestione delle giornate. Due piccoli adulti in pausa pranzo dall‘ufficio, insomma. Che invece, a vederli, lei è una principessina elfica uscita da una campanula, che spalanca due estasiati occhi verdi davanti a tutto, lui un adorabile minion, di buon carattere tra l’altro, più lui della sorellina. Due bambini bambini, che non si atteggiano. Che non bullizzano. Che non civettano. Due bambini genuini, di quelli che guardano in tv quel che la mamma e papà approvano, che leggono bei libri insieme la sera prima di dormire, che fanno sport sani. Però questa vacanza, all'inizio, l’hanno presa così. Il che mi ha fatto pensare.

2. Sei così mia amica che ti spacco il mazzo prima ancora di andare a lavorare.

Mattina di preparativi per l’ufficio nella Valle Molto a Ovest dove vive Cavallino, e di preparativi per la scuola qui da me. Scambio di messaggi, scritti facendo equilibrismi mentre ci si lavano i denti, si infila la biancheria pulita, si beve un caffè in piedi davanti allo specchio del bagno aspettando che la piastra per i capelli si scaldi.
Tema: donne/mogli/madri, sottotitolo: gestione della Princi in mezzo alla bufera coniugale, vista da me e dall’altra mezza mela (che non è l’Uomo, per quanto sappiate chi e cosa è lui per me, ma è indiscutibilmente la mia compagna di banco: la definizione è sua).
Scambio di serie considerazioni, un paio di volte anche di atrocità reciproche, prese bene da entrambe perché entrambe ricordiamo cosa voleva dire avere 14 anni e una madre in crisi e tra l'altro, all'epoca eravamo già testimoni l'una della vita dell'altra.
Frase mia: voglio insegnare a mia figlia a lottare per quel che vuole, a essere fedele a se stessa e ad avere una dignità.
Frase sua: e allora devi essere quella donna.
Ciumbia.
Che poi la gente pensa che noi, al mattino, in bagno ci aggiustiamo le sopracciglia, facciamo la cacca, o al limite carichiamo la lavatrice.

3. Sei l’orgoglio della mia vita, la cosa più bella di tutte e l’unica persona da cui voglio essere sempre e solo superata in ogni cosa che faccio.

Ieri la Princi, in macchina, parlando di non saprei cosa, e con tono lapidario:
“Io voglio, un giorno, fare un viaggio da sola! In un posto caldo!”
Deglutisco. Dovete capire che la Princi è in un momento in cui, se attraversa una piazza, cattura gli occhi di tutti i maschi presenti, di età dai tre ai trecento anni. Vestita o in costume. Credo di aver capito che i fratelli piccoli dei suoi amici, quelli in piena pubertà, pur di essere portati in piscina quando c’è anche lei, sono disposti a essere schiavizzati dai più grandi per 365 giorni (Me li figuro proprio: "Ahmed/Luca/Dennis ti prego, ti prego, sto zitto non parlo te lo prometto, ti giuro che rifaccio il letto di tutti e due, porto la spazzatura tutte le volte che tocca a te, ti lucido le sospensioni del motorino con la mia maglietta preferita, ti faccio anche vincere alla playstation, te lo giuro, ma posso venire con voi per favore?"). Quando mi accompagnava a scuola di pomeriggio questa primavera, persino Sgamo e Svampo rimanevano in soggezione, di fronte alla sua femminilità dispiegata al massimo della potenza.

Alcune a caso tra le immagini che mi sono venute in mente all’idea di lei che viaggia per il mondo da sola: stupratori nordafricani, signori della guerra sudamericani, rapitori dell‘Est, negozianti dalla mano morta e vecchi bavosi di ogni Stato del pianeta compresi quelli non riconosciuti dall’ONU, assassini, ladri, truffatori, trafficanti di carne umana, turisti in cerca di sesso facile con una scorta di Rohypnol nel borsello. Oltre alle rivolte in Paesi politicamente instabili, ai disastri ambientali, alle malattie tropicali, a rischi anche minori come perdere un aereo o il bagaglio o trovarsi con una prenotazione sbagliata, che però, a immaginarmi lontano da casa senza nessuno dei miei con cui consultarmi, a me un po’ di paura la farebbero.

Tutto questo è durato lo stesso minuscolo numero di centesimi di secondo in cui, contemporaneamente, ero inondata dalla fierezza e mi sentivo assolutamente orgogliosa di lei e della sua voglia di fare.Mai e poi mai le confesserei che mi è scesa una goccia di sudore gelato lungo la schiena.
Ho aperto la bocca e, mentre nel mio foro interiore una voce da mamma sensata diceva: “Amore, l’altro giorno hai sbagliato DI NUOVO autobus per andare in centro” (il centro di Asti, non di Città del Messico), all’esterno di me una mamma altrettanto sensata ha detto: “E’ bello che tu lo pensi e spero che tu ci riesca… certo ci sono dei rischi per una donna nel viaggiare da sola, ma ormai se giri su Internet ci sono le guide ai Paesi più sicuri, ci sono tutte le dritte per non mettersi in pericolo e non farsi fregare… e mi piace proprio come idea, tu sei più coraggiosa di me, io non l’ho mai fatto, anzi, pensandoci, il primo viaggio lungo da sola che farò, se mi riesce, sarà quest’estate.” (E in Nord Europa, non in Belize, eh.) Poi ci penso e aggiungo che mi rende ESTREMAMENTE felice il pensiero che lei farà più cose di quante me ne sia mai sognate io. Lei sa quando la colonnina del mio termometro dell'orgoglio materno arriva così in alto che rischia di scoppiare, ma dirglielo è anche meglio che godersi la sua espressione quando lo capisce.


Da cui la riflessione, che si potrebbe così articolare: che razza di esempio stiamo dando, o vogliamo dare, ai nostri ragazzi? Quello di adulti in gamba, padroni delle loro vite, o almeno capaci di usare le loro risorse per affrontare l'ignoto? O di gente stressata marcia, che si lamenta e ha paura di tutto persino in vacanza? (E io, che spero la Tipa non me ne voglia se ho qui usato i suoi dubbi sulla riuscita della crociera come esempio, indipendentemente da quel che dico alla Princi per sostenere i suoi desideri di autonomia, sono senz’altro appartenente alla seconda categoria. O lo ero finchè non dovevo pensare a far stare bene lei.)

(Momento: non è che se domani la Princi mi dice parto per l’Indonesia ce la lascio andare, eh. Incoraggiarli non vuol dire mandarli allo sbaraglio; e essere genitori, quindi adulti spesso stanchi e in difficoltà, alle prese con la gestione delle vacanze o dei viaggi o delle banali ma pesanti incombenze quotidiane, come anche di problemi più gravi, non vuol dire essere sempre perfetti; solo perché ci sono dei minorenni che ti guardano, non diventi migliore di te stesso neanche volendo, al massimo potenzi le tue capacità preesistenti. Però bisogna pensare all‘immagine della vita adulta che diamo: quello sì. Che, detto da me dopo i casini degli ultimi tredici mesi, è sufficiente per tirarmi addosso manate di sterco di cavallo, verdura marcia e sputi, in effetti, e ne sono consapevole, ma tant'è.) 

Proposte/risposte/commenti? Da genitori, da educatori, da osservatori?
Tra l'altro, per una di quelle strane blogtelepatie, Tuttotace mentre io pensavo a questo post aveva scritto questo. Che fa riflettere, a sua volta.