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sabato 28 dicembre 2019

Babyface, farinata e Billy Elliot. Storia di una catarsi

Non torno mai volentieri nel quartiere dove vivevo coi miei genitori. Quel luogo ha smesso di appartenermi molto tempo prima che me ne andassi e mi è pesato gravemente addosso negli anni successivi. Prima di Natale sono capitata giù per un compromesso notarile, sto per vendere la casa dove sono andati a convivere i miei nel '74, quella dove sono nata. Poi sono andata alla ricerca di uno sportello bancomat della mia banca, e per non entrare in centro, nel traffico prenatalizio, sono tornata nella zona dove ho fatto base per vent'anni. La banca è proprio sulla curva che percorrevo a piedi per andare a prendere l'autobus e scendere al liceo, o all'università.  Però ci sono arrivata dal lato opposto, dalla Val Bisagno. E, proprio prima dell'incrocio in cui mi dovevo fermare, c'è un posto che ogni volta che lo vedo mi fa sorridere. È su una brutta strada molto trafficata, sotto il megastradone rumoroso che porta all'ospedale. Attraversato quello, ci si addentra nella zona residenziale elegante dove abitavamo all'epoca. Ora nelle vetrine su strada ci sono la sede di un franchising immobiliare e un posto che credo venda pollo fritto. Nell'ultimo periodo in cui ho abitato in quella zona,  coi miei e poi da sola, invece, lì c'era un piccolo ristorante pizzeria, che faceva una farinata sopportabile, anche se non buona come quella di altri posti a Genova. Aveva il vantaggio di essere vicinissimo a casa dei miei, ed era anche vicino a dove sono poi andata a stare, per qualche mese, per i fatti miei: altro cantuccio del quartiere in collina (il lato popolare della collina, non quello chic) che guardo con affetto. Di solito passo in auto, gettando uno sguardo alla scalinata che scendevo da casa mia per ricongiungermi con l'arteria di traffico che porta in centro. Ma lì spesso i pensieri sono misti, non sempre del tutto felici, a volte soprattutto malinconici pensieri di confronto tra la ragazza vivace in rosso e grigio, che scendeva le scale correndo per andare incontro al suo futuro  luminoso, e la donna stanca e angosciata in rosso e nero che sono adesso, ora che quel futuro è il mio passato.
Invece, quando, ormai di rado, mi capita di passare davanti a quella pizzeria, mi illumino come una stella, ogni volta. Quella brutta strada grigia, quel ristorantino senza pretese, sono  stati teatro di un grande cambiamento nella mia vita.
Un pomeriggio ero stata con mia madre a vedere "Billy Elliot", al cinemino d'essai del quartiere.  Mia madre, vera interprete del messaggio alleniano de "La rosa purpurea del Cairo", sostiene da sempre che un buon film curi da tanti dispiaceri, e quel giorno mi aveva raccolto, con scopa e paletta, dal pavimento dove ero crollata dopo la rottura con l'Ingegnere, e cercava di sottrarmi agli orrori di un pomeriggio festivo, consapevole che, al termine delle lezioni a frequenza obbligatoria e dello studio frenetico per gli esami della specializzazione, ogni fine settimana poteva essere un buco profondissimo in cui perdermi in un fiume di lacrime. Ma non era l'unica ad essere consapevole che il mio weekend rischiava di essere nero. Lo sapevano i miei amici storici, quelli con cui avevo preparato la tesi che frequentavo ancora, e alcuni aspiranti successori al posto dell'Ingegnere, tra cui due o tre miei compagni di corso. In particolare uno, con gli occhi di due verdi diversi, che, da prima di Natale, era onnipresente nelle mie giornate. Dal fatidico 8 marzo in cui l'Ingegnere mi aveva scaricata, "il collega bello", come lo chiamavano le mie coinquiline, non aveva lasciato passare mezza giornata senza propormi qualcosa per tenermi occupata. Anche quel venerdì ero invitata da lui, per il rientro di Babyface, un altro compagno di corso che suonava in un complesso musicale ed era appena arrivato da una tournée all'estero. Babyface abitava vicino a me, sul lato plebeo della collina. Mi aveva proposto di accompagnarmi lui, mi pare, nel quartiere, lontanissimo dal nostro, in cui abitava da solo, anche lui da pochi mesi, "il collega bello". Avevo declinato. Troppo triste, stanca, e imbarazzata dalla continua insistenza di questo ragazzo bellissimo, che lasciava indietro di varie lunghezze altri pretendenti  (a 24, 25 anni ho avuto, in effetti, una breve stagione di gloria in cui avrei potuto addirittura scegliere, tra il mio migliore amico, il mio partner di tirocinio, un trio di altri che studiavano con me, tra cui inizialmente figurava lo stesso Babyface, e questo qui, che mi annodava lo stomaco guardandomi fissa con quelle due iridi diverse, che camminava con me di notte nei vicoli, mi portava in libreria o a fare colazione, mi aspettava ore fuori dalle lezioni, insisteva per darmi passaggi in macchina e mi faceva ascoltare Michael Nyman sull'autoradio fino a ipnotizzarmi, e mi sorrideva sempre, sempre). Ero stata in giro con lui e col mio partner di tirocinio quasi tutta la settimana, e non me la sentivo di dire un altro sì. Avevo bisogno di elaborare la perdita, lo smarrimento, il vuoto, dopo sei anni di rapporto, e soprattutto l'incertezza sul futuro.
Così mi ero smarcata. Ma, al pomeriggio, ero al cinema con mia madre e, davanti a "Billy Elliot", precisamente alla scena in cui il padre e il fratello di Billy sono coinvolti negli scioperi e il padre decide di tornare al lavoro per garantire al figlio minore di poter studiare danza, mi si sono aperte le dighe. Sempre stata una che lacrimava molto, io, ma come quella volta ne annovero poche. Ricordo solo che mia madre continuava a passarmi fazzoletti uno via l'altro,  mentre versavo fuori, a spruzzo, come se invece di dotti lacrimali avessi delle arterie maggiori, tutto quel che ancora mi restava da piangere per quel lungo fidanzamento conclusosi così male. All'uscita dalla sala avevo gli occhi gonfi come prugne, la gola che scottava e la testa leggera come un palloncino, barcollavo quasi. Mia madre e mio padre quella sera avevano intenzione di cenare in quel ristorantino sfigato che faceva la farinata decente, e mi ci avevano ovviamente invitata. So di aver iniziato la cena con la schiena curva e i postumi di quel pianto ancora visibili. Poi ad un certo punto mi sono sentita di colpo più leggera. Mi è venuto in mente l'invito del pomeriggio. Mi è venuto in mente che avevo voglia di andarci, forse era la prima volta da giorni che avevo in testa di fare qualcosa di mia iniziativa. Mi sono sentita dire, come se non fossi io che parlavo, a mia madre: "Mi puoi dare la macchina stasera? Quasi quasi ci vado, a casa di C., a salutare quel collega che è rientrato." Ora che ho una figlia quasi della stessa età,  so cosa hanno provato i miei genitori in quel momento.
Di quella sera ricordo, più ancora del sorriso dell'Uomo, quello di Babyface. Un sorriso che diceva tante cose: che sapeva di aver involontariamente offerto all'Uomo l'ennesimo pretesto per passare una serata con me, che sapeva di non essere ancora di troppo tra noi due, ma al tempo stesso di reggerci la candela, però ci stava, perché era contento per il suo amico, e per me. Probabilmente avevo scritto in fronte che, dopo mesi di corteggiamento, quella sera era la prima vera possibilità che davo all'Uomo, anche se ero rinata da pochi minuti e non avevo fretta, mi muovevo come quando si impara a camminare, a andare in bici o a nuotare, ancora stupita di riuscirci, non del tutto padrona della tecnica, ma già contenta per quel mondo che intuivo mi si spalancasse davanti. Quando passo vicino al punto in cui allora c'era il ristorantino, sorrido ancora alla creatura nuova che si è alzata da dentro di me, lavata da tutte quelle lacrime, mentre cenavo coi miei, e ha chiesto le chiavi della macchina. Io sono ancora quella ragazza, non sono mai più tornata indietro.

lunedì 26 febbraio 2018

Di paranoie, seconde possibilità e buoni propositi

La Castagna ha iniziato il 2018 con alcuni serissimi propositi. Molti, motivati da autolesionismo/capacità infinita di sopportare umiliazioni/ mancanza di alternative, tutta roba che lei, in castagnese, chiama amore/essere diventata una persona migliore/avere fatto una scelta precisa e portarla coraggiosamente avanti. Alcuni dei bestfriendforever di Castagna parlano castagnese, altri no, altri ancora lo stanno studiando. Lei comunque va avanti a testa alta, nonostante il massacro di San Valentino che le ha minato mesi e mesi di progressi nel comportamento alimentare.

Tra i propositi del 2018 c'era il non rimandare più i controlli sulla salute. Anche perchè da dicembre a gennaio si erano fatti avanti alcuni simpatici araldi a suggerire che, nella fisiologia castagnesca, gli ultimi quattro anni sono valsi quanto quaranta. Ogni esame che le è stato fatto, quindi, ha rivelato qualcosa: e la pressione è alta, e il colesterolo è salito, e il seno, e l'utero, e il rene.
Lei l'ha presa con una certa sicumera, battezzando Camilla la cisti nel seno, Klaus il calcolo renale, e aggiungendoli a Timmy Tommy e Jimmy, i tre miomi uterini. Ma si è defecata parecchio sotto, e ha riflettuto amaramente su molti aspetti, tra cui a dire il vero la principale preoccupazione, in caso di notizie molto brutte, era per sua madre (vedi come la vita fa il giro...).
In sei settimane è passata da: “affronterò tutto senza dire niente a nessuno, finchè non sarà assolutamente indispensabile” a “non diciamo cazzate, ho una famiglia e so come usarla in caso di bisogno, ce la faranno ad aiutarmi e starmi vicino”. Così è passata dal mood cimiteriale primo Ottocento (“vedi raspar tra le macerie e i bronchi la derelitta cagna ramingando”.... che, diciamocelo, è l'unico verso di Foscolo veramente BRUTTO) al mood “diamo l'esempio di dignità ed equilibrio e evitiamo di dare al marito e alla figlia la sensazione che a casa si parli solo di salute come tra vecchi”. In mezzo aveva anche tentato la fase Queen, spaziando da “who wants to live forever, when love must die?” a “but my smile still stays on”, se capite cosa intendo(*).Insomma: era morta d'ansia, la prof. Però la scelta di dire le cose alla sua tribù di amici e famiglia è stata vincente. Molto ha gradito, infatti, la fifonazza di Castagna, non dover affrontare tutto da sola, ma passare alcune poco rassicuranti ore di attesa, e il ritiro referti, con l'Uomo al suo fianco. Che riconferma quanto detto sopra in castagnese: va bene tutto, ma con l'Uomo, mentre, senza l'Uomo, non va bene niente.

Però oggi, che era il giorno dello strizzamento tette e dell'ecografia bilaterale, Castagna iperventilava di brutto, anche se cercava di non darlo troppo a vedere. Uscita con in mano un referto che non solo è negativo, scevro di ogni complicanza, ma è addirittura meglio di quello dei fatidici quaranta, è stata colta da un momento di grazia assurdo:

  • adesso non tocco più un fritto un dolce un cioccolatino una sigaretta
  • vi amo tutti e sarò a disposizione di tutti per farvi felici
  • yoga tutti i giorni lo giuro
  • sane abitudini, a me
  • faccio lavare la macchina

...etc etc etc.

Quindi è rientrata e si è fatta una bouffée preoccupante di roba sana, poi mentre, tutta contenta, cercava di non domandarsi per l'ennesima sera come mai l'Uomo rientrasse tardi, o meglio, di non rispondersi alla domanda (**), ha pensato: e metto in ordine il blog.

Per metto in ordine intendeva: non ce la faremo mai a recuperare tutto quello che in questi mesi vi siete persi della mirabolante prima B, né della misteriosa terza B. O della situazione matrimoniale, per la quale un team di esperti sta cercando di tradurre dal castagnese un breve riassunto in centrotrentaquattro volumi.
Ma possiamo portare chiarezza su alcuni punti in generale. Da cui, il prossimo post.

(*) E guardate che io “The show must go on” non la cito MAI, perchè per me è come fare le fotocopie del testamento spirituale di un parente, è una cosa che mi fa stare male, come un affronto al pudore.

(**) Stasera è stato facile, poiché uscendo dall'ospedale l'Uomo ha detto in una stessa frase le parole “U2” “Assago” “terza fila” e “ottobre”. Purtroppo ha anche detto il prezzo di ogni posto in terza fila al concerto. Ma in fondo chi cazzo se ne frega, ha pensato Castagna. Sono gli U2, è la seconda possibilità che mi sta offrendo l'Uomo, non ho un cancro al seno, e poi, poi, lui ha detto a ottobre. Che, pensandoci, mi fa più felice di tutto il resto. Sì, anche di sentir cantare “One” dal vivo. E, pensandoci ora, le sono stati nominati gli U2 e Castagna non ha risentito nelle ossa il caldo rovente del maggio 2014 e in testa le note galeotte di “Where the streets have no name”. Ha solo guardato l'Uomo, pensato che non sa nemmeno se se la merita, lei, una seconda possibilità, e gli ha detto che sì, nel 2009 i biglietti sono stati rivenduti, ma lei è molto cambiata dal 2009. E gli ha sorriso. Pregando gli dei di ogni culto conosciuto nella storia umana che davvero lui gliela desse, una seconda possibilità.

martedì 5 dicembre 2017

I regali

Tu sei una persona di quelle che si incontrano quando la vita decide di farti un regalo”, scrisse, stando a Pinterest, niente po' po' di meno che Dickens. Non ho idea dove, come e perchè Dickens possa avere detto una cosa così da Bacio Perugina. Estrapolata dal contesto, è poco più di “Nessuno può mettere Baby in un angolo” (lo so, che vi viene quel luccichio negli occhi, anche a voi: povero Patrick), o di una frase scritta con la colla glitterata sullo zaino, tipo “Vorrei essere una lacrima, per nascere dai tuoi occhi, vivere sulla tua guancia e morire sulla tua bocca” (che in realtà, pensandoci, è bellissima, ma è veramente abusata, sugli zaini, le Smemorande, i diari col lucchetto a forma di cuore e le cartelline di tecnica).

Comunque, di regali io nella mia vita ne ho incontrati tanti, tanti: amici, amiche, qualche raro collega, gente che incrocia la tua vita durante una vacanza o un viaggio, uomini, alunni e alunne, maestri di vita a scuola, all'università, a yoga. Qua e là forse sono stata un regalo anche io per qualcuno, se, dopo mille milioni di anni che abbiamo smesso di vederci in giro per Genova, la mia compagna di banco delle medie mi scrive alle cinque e mezzo di mattina che sua madre è morta, e in una sera gelida, col cielo rosso e viola, piange tra i miei capelli, e poi ancora il giorno dopo mi ripete quanto è contenta che io abbia potuto essere lì con lei. Poi esistono quelle persone che non sono regali, sono pietre preziose, pietre miliari, e a volte pietre che pesano, pietre che tagliano, pietre comunque su cui fondare te stesso e tutta la tua vita. Quelli che capitano in banco con te, su un aereo con te, ad un corso con te, e che non perderai più.

Per una curiosa posizione delle costellazioni, preannunciata da una delle mie solite botte di malinconia telepatica, mi tocca venire a conoscenza di questa frase di Dickens (ma sul serio sarà Dickens? Che faccio, mi rileggo il buon vecchio Charles, o chiedo alla 'povna o a qualcun altro che ce l'ha presente?) giusto giusto la sera di un giorno che non è stato, a livello sentimentale, precisamente il meglio del 2017.

Lo vedo arrivare e so che lo sapevo, già qualche giorno prima. Il mio istinto di sopravvivenza di base mi suggerisce subito la risposta combatti o fuggi, e faccio entrambe le cose. Perchè ormai è così: mi lancio a capofitto verso quel che mi farà sanguinare, per abbreviare l'attesa, per sfidare me stessa, o semplicemente perchè so che, se corro nella direzione opposta, mi ritroverò nello stesso punto, o comunque verrò presa. Così penso: eccoci, e intanto penso anche: cazzo menomale che tra tre ore pranzo con Cavallino, proprio oggi dopo trentamila volte che non riusciamo a organizzare.

E non mi tengo, vado dritta verso di lui. Il pianeta, tutto intorno, non si dissolve, resto lucida, presente. Ma completamente naturale. Infatti più tardi lui mi scriverà: “ti ho percepito turbata... spero di essermi sbagliato.” Vaffanculo tu e le tue percezioni. “Ovvio che non ti sbagli”, rispondo, senza problemi. E' passata la fase dell'incertezza, del detto ma non detto, qua ci si è capiti benissimo.

Alla sera c'è questa frase. Subito la collego a lui, alla sua energia piena di luce, al suo bacio schietto, che mi si è affondato forte forte nella guancia, come quelli dei bambini. Poi ci ripenso nei giorni successivi. Non è un regalo, avere a che fare con lui. E' stato un problema, per tutto l'anno scorso, e sarebbe peggio adesso, per molti motivi. E' stato un tormento, quando cercava a tutti i costi di estrarmi dal guscio, di bucarmi la corazza. Non è nemmeno stato, come sappiamo chi, un rapimento irresistibile, una vertigine, un'intossicazione. I piedi sono rimasti inchiodati al suolo tutto il tempo, niente luci o suoni dal cielo o scosse di terremoto, solo due esseri umani che si incontrano, ognuno con la sua vita, e senza la minima intenzione di cambiarla. Non è stato doloroso, ma nemmeno semplice.

E non è così che deve essere un regalo.

A una settimana, tra l'altro particolarmente grigia e solitaria, dal fatto, registro che sto passando in uno di quei periodi in cui, più che lavorare a Scuolina Rosa, io sono Scuolina Rosa. Un'entità unica, un composto chimico di professoressa e cemento. E allora mi accorgo della verità: i regali sono gratuiti. I regali azzeccati sono quelli adatti a te, per come sei in questo momento. I regali non ti tormentano, non ti chiedono di dire come stai davvero per poi lasciarti nuda e inerme e non darti in cambio niente, non ti parlano del profumo dei tuoi capelli senza poi cercare di baciarti. I regali, se gli dici di smetterla di farti male, la smettono

I regali sono l'Orsone, che è la mia metà perfetta professionalmente parlando, e la sua lucidissima intelligenza che scavalca tutte le menate, e il fatto che mi riempia di caffè, mi faccia ridere con il suo linguaggio più sboccato del mio, e mi consulti su come regolarsi per le questioni disciplinari anche nell'altra classe, quella che non divide con me. I regali sono la Pallida che mi manda i messaggi vocali appena uscita da scuola, sui casi umani di cui condividiamo il peso, e non dice mai no quando può dare una mano. I regali sono il Gigante che mi dice che conta su di me, per una riunione in cui c'è da litigare con le maestre. I regali sono la collega M. che sa chiedere e dare supporto, ogni volta che ci vuole. I regali sono la Fraulein che deve riassaggiare tutti i cioccolatini due volte per stabilire con me qual è il più buono della scatola, e non si vergogna di continuare a mangiarne quando persino io ho smesso da un pezzo.

Io sono fortunata, e lo so benissimo: anche se spesso scrivo di malinconie, rabbie, rimpianti, rimorsi e dolori veri e propri, se morissi domani non potrei certo lamentarmi, e ci penso spesso, perchè cose magnifiche, nella mia vita, ne ho avute di continuo. E le ho apprezzate davvero. Ma i regali veri sono più rari delle cose magnifiche, perchè molte di quelle le ho pagate col mio sangue, ho sudato anche io per costruirle. I regali gratuiti, che non lasciano in bocca il sapore della polvere, che non lasciano cicatrici, non ti scrivono che ti hanno percepito turbata. Ti sollevano dal turbamento. O ti ci portano attraverso, ma tenendoti stretta forte, e arrivati dall'altra parte non chiedono neanche un grazie.

(Ma l'avrà davvero scritto Dickens?)