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martedì 5 dicembre 2017

I regali

Tu sei una persona di quelle che si incontrano quando la vita decide di farti un regalo”, scrisse, stando a Pinterest, niente po' po' di meno che Dickens. Non ho idea dove, come e perchè Dickens possa avere detto una cosa così da Bacio Perugina. Estrapolata dal contesto, è poco più di “Nessuno può mettere Baby in un angolo” (lo so, che vi viene quel luccichio negli occhi, anche a voi: povero Patrick), o di una frase scritta con la colla glitterata sullo zaino, tipo “Vorrei essere una lacrima, per nascere dai tuoi occhi, vivere sulla tua guancia e morire sulla tua bocca” (che in realtà, pensandoci, è bellissima, ma è veramente abusata, sugli zaini, le Smemorande, i diari col lucchetto a forma di cuore e le cartelline di tecnica).

Comunque, di regali io nella mia vita ne ho incontrati tanti, tanti: amici, amiche, qualche raro collega, gente che incrocia la tua vita durante una vacanza o un viaggio, uomini, alunni e alunne, maestri di vita a scuola, all'università, a yoga. Qua e là forse sono stata un regalo anche io per qualcuno, se, dopo mille milioni di anni che abbiamo smesso di vederci in giro per Genova, la mia compagna di banco delle medie mi scrive alle cinque e mezzo di mattina che sua madre è morta, e in una sera gelida, col cielo rosso e viola, piange tra i miei capelli, e poi ancora il giorno dopo mi ripete quanto è contenta che io abbia potuto essere lì con lei. Poi esistono quelle persone che non sono regali, sono pietre preziose, pietre miliari, e a volte pietre che pesano, pietre che tagliano, pietre comunque su cui fondare te stesso e tutta la tua vita. Quelli che capitano in banco con te, su un aereo con te, ad un corso con te, e che non perderai più.

Per una curiosa posizione delle costellazioni, preannunciata da una delle mie solite botte di malinconia telepatica, mi tocca venire a conoscenza di questa frase di Dickens (ma sul serio sarà Dickens? Che faccio, mi rileggo il buon vecchio Charles, o chiedo alla 'povna o a qualcun altro che ce l'ha presente?) giusto giusto la sera di un giorno che non è stato, a livello sentimentale, precisamente il meglio del 2017.

Lo vedo arrivare e so che lo sapevo, già qualche giorno prima. Il mio istinto di sopravvivenza di base mi suggerisce subito la risposta combatti o fuggi, e faccio entrambe le cose. Perchè ormai è così: mi lancio a capofitto verso quel che mi farà sanguinare, per abbreviare l'attesa, per sfidare me stessa, o semplicemente perchè so che, se corro nella direzione opposta, mi ritroverò nello stesso punto, o comunque verrò presa. Così penso: eccoci, e intanto penso anche: cazzo menomale che tra tre ore pranzo con Cavallino, proprio oggi dopo trentamila volte che non riusciamo a organizzare.

E non mi tengo, vado dritta verso di lui. Il pianeta, tutto intorno, non si dissolve, resto lucida, presente. Ma completamente naturale. Infatti più tardi lui mi scriverà: “ti ho percepito turbata... spero di essermi sbagliato.” Vaffanculo tu e le tue percezioni. “Ovvio che non ti sbagli”, rispondo, senza problemi. E' passata la fase dell'incertezza, del detto ma non detto, qua ci si è capiti benissimo.

Alla sera c'è questa frase. Subito la collego a lui, alla sua energia piena di luce, al suo bacio schietto, che mi si è affondato forte forte nella guancia, come quelli dei bambini. Poi ci ripenso nei giorni successivi. Non è un regalo, avere a che fare con lui. E' stato un problema, per tutto l'anno scorso, e sarebbe peggio adesso, per molti motivi. E' stato un tormento, quando cercava a tutti i costi di estrarmi dal guscio, di bucarmi la corazza. Non è nemmeno stato, come sappiamo chi, un rapimento irresistibile, una vertigine, un'intossicazione. I piedi sono rimasti inchiodati al suolo tutto il tempo, niente luci o suoni dal cielo o scosse di terremoto, solo due esseri umani che si incontrano, ognuno con la sua vita, e senza la minima intenzione di cambiarla. Non è stato doloroso, ma nemmeno semplice.

E non è così che deve essere un regalo.

A una settimana, tra l'altro particolarmente grigia e solitaria, dal fatto, registro che sto passando in uno di quei periodi in cui, più che lavorare a Scuolina Rosa, io sono Scuolina Rosa. Un'entità unica, un composto chimico di professoressa e cemento. E allora mi accorgo della verità: i regali sono gratuiti. I regali azzeccati sono quelli adatti a te, per come sei in questo momento. I regali non ti tormentano, non ti chiedono di dire come stai davvero per poi lasciarti nuda e inerme e non darti in cambio niente, non ti parlano del profumo dei tuoi capelli senza poi cercare di baciarti. I regali, se gli dici di smetterla di farti male, la smettono

I regali sono l'Orsone, che è la mia metà perfetta professionalmente parlando, e la sua lucidissima intelligenza che scavalca tutte le menate, e il fatto che mi riempia di caffè, mi faccia ridere con il suo linguaggio più sboccato del mio, e mi consulti su come regolarsi per le questioni disciplinari anche nell'altra classe, quella che non divide con me. I regali sono la Pallida che mi manda i messaggi vocali appena uscita da scuola, sui casi umani di cui condividiamo il peso, e non dice mai no quando può dare una mano. I regali sono il Gigante che mi dice che conta su di me, per una riunione in cui c'è da litigare con le maestre. I regali sono la collega M. che sa chiedere e dare supporto, ogni volta che ci vuole. I regali sono la Fraulein che deve riassaggiare tutti i cioccolatini due volte per stabilire con me qual è il più buono della scatola, e non si vergogna di continuare a mangiarne quando persino io ho smesso da un pezzo.

Io sono fortunata, e lo so benissimo: anche se spesso scrivo di malinconie, rabbie, rimpianti, rimorsi e dolori veri e propri, se morissi domani non potrei certo lamentarmi, e ci penso spesso, perchè cose magnifiche, nella mia vita, ne ho avute di continuo. E le ho apprezzate davvero. Ma i regali veri sono più rari delle cose magnifiche, perchè molte di quelle le ho pagate col mio sangue, ho sudato anche io per costruirle. I regali gratuiti, che non lasciano in bocca il sapore della polvere, che non lasciano cicatrici, non ti scrivono che ti hanno percepito turbata. Ti sollevano dal turbamento. O ti ci portano attraverso, ma tenendoti stretta forte, e arrivati dall'altra parte non chiedono neanche un grazie.

(Ma l'avrà davvero scritto Dickens?)

giovedì 17 agosto 2017

Siediti sulla sponda del fiume e aspetta

"Se hai un nemico, non ucciderlo. Siediti sulla sponda del fiume e aspetta. Prima o poi vedrai passare il suo cadavere".

Questa utilissima massima (di chi? Confucio? Lao Tzu? Un Coelho di mille anni fa? Se lo cerco in internet troverò stronzate, tipo siti che la attribuiscono a J-Ax, a Rosy Bindi, a Tyrion Lannister? Ormai non mi fido più di nessuno, online e sulla carta stampata), questa utilissima massima, dicevo, me l'ha trasmessa mia madre quando ero piccola. Ed è buffo, perché mia madre, se parliamo di arte della guercra, è ben lontana dal guerriero della luce, dal samurai zen e anche da Kung fu Panda. È una che quando c'è da agire o si blocca o parte in quarta, lascia i segni dei pneumatici fusi sull'asfalto, salvo poi pentirsene spesse volte. Io ero come lei. Peggio anzi: con la sua furia di agire SUBITO unita alla sicumera di mio padre. Salvo poi non essere in gamba come mio padre, e sfracellarmi abbestia.

Ma se guardo la mia vita, mi pare che dai venticinque anni in poi non abbia fatto altro che ripensare a questa massima e sforzarmi di applicarla. Con notevoli scivoloni. Ma con costanza.
Poi beh, sono diventata mamma io. E ho imparato a mordere fortissimo il freno. E poi sono morta. E da morti, si sa, non si ha più fretta.

Sia come sia, Confucio, Lao Coso, il Buddha, insomma, quegli orientali là c'avevano proprio ragione.

Sto qui sulla riva. Fiduciosa. Ho già visto passare cadaveri di gente impensabile. E situazioni incredibili. Quindi credo nella massima di cui sopra. Attendo.

Sulla riva mi sono seduta con un certo agio. Non mi faccio mancare niente. Mi sono arredata il mio nido di ragno con cura meticolosa.

Ci sono ore e ore passate a stendere sul terrazzino, chiacchierate in notturna e gite di sightseeing selvaggio con la Fraulein, degustazioni, yoga, sigarette, maschere per il viso, uno studio sistematico del mio guardaroba con l'aiuto di quella gran figata dei Vivienne Files, se non conoscete digitate immediatamente, ci vediamo tra un mese, quando ne uscirete.

Ci sono pochi ma ottimi romanzi e racconti gialli e un noir angosciante di Patrick McGrath. Non riesco praticamente mai a finire un romanzo, io che da viva non saltavo una riga, però ce l'ho fatta con Camilleri e Manzini, e con qualche racconto.

Si sente l'arrivo dell'autunno, l'odore delle immissioni in ruolo e delle chiamate annuali, e io sono seduta qui à déjeuner sur l'herbe tutta nuda, con lui tutto vestito, e sto sulla sponda fingendo abilmente di aver organizzato un fantastico picnic.

Che poi non so quanto stia davvero fingendo, e quanto sia invece lungimirante nell'aspettare con espressione placida, come la ragazza del quadro, che anche lui si denudi. In fondo lo ha già fatto, ha smesso di fingersi ben nascosto dietro il suo risibile filo d'erba, ed è stato un sollievo. Sono io. È lui. Siamo noi. E ce ne siamo andati a cena in uno dei posti più nostri, quello che abbiamo scelto per dire ai miei che ci sposavamo.

Chi ci capisce è bravo.

Esiste un prato oltre questo fiume, solitario e silenzioso, davanti alla nostra montagna, io e te ci siamo stati insieme, e possiamo tornarci, rimanerci, se lo vogliamo. Esiste un materasso alto e sodo su cui dormire messi a cucchiaio. Esiste cenare con due fette di strudel guardando i monti cambiare colore. Esiste guardarsi negli occhi fino a dove si riesce a scendere, e io l'ho fatto di rado perché era pericoloso, per me che resto presa ogni volta come un pesce all'amo e mi riempio la bocca, lo stomaco, i polmoni di sangue. Ma adesso lo voglio fare molto di più, lo voglio fare continuamente.

Esiste tutto questo, io l'ho appena visto, me lo hai di nuovo fatto vedere tu. E se era un gioco di specchi per farmi rimanere sulla sponda, invece che volare via, non lo so. Forse mi renderò conto che era questo, e arriverà il momento di quel volo solo andata. Io lo so, che può anche andare così.

E quasi sicuramente sarà il B, il piano da attuare, e ci vorrà dell'altra pazienza. Quella cosa che io NON HO, in dotazione, per cui devo rubarla, prenderla a prestito ipotecando il mio vero essere, cercare uno spaccino di quartiere che me ne venda una dose alla volta.

D'altra parte, mi sono preparata tutta la vita per essere all'altezza di non fuggire davanti al dolore. Che senso avrebbe, proprio ora, lasciarsi scivolare nel fiume, e essere io quel cadavere. Che passino pian piano quelli degli altri. Uno alla volta, cortesemente, che devo guardarli bene.



lunedì 15 giugno 2015

Unsullied

Mi becca che lo guardo sorridendo. Siccome l'ho maltrattato, sgridato. minacciato e scrollato via con aria di sufficienza tutto l'anno, oltre ad averlo sospeso, ricambia il sorriso per un istante, ma poi abbassa prudentemente gli occhi. Li rialza: sto ancora sorridendo, lo sto ancora guardando e visibilmente sto parlando di lui con la collega di sostegno. Si scioglie come un cioccolatino in forno e mi fa una faccetta interrogativa, molto dolce, senza l'ombra dell'abituale sicumera.

Stavo appunto dicendo alla collega che lui, come altri suoi compagni, è straniero ma scrive bene, in italiano, e soprattutto, mentre gli altri fanno evidenti sforzi di attenzione, per comporre le frasi, lui come tutto il resto anche scrivere lo fa di getto, senza pensare; senti, scorrendo i suoi testi, la naturalezza del suo modo di esprimersi, leggero ma efficace. Le dico che ha dei buoni risultati in tante cose, che per lui sarebbe tutto facile, se ne avesse voglia, ma non riesco a dirlo con tono scocciato, ormai la mia missione con lui e con gli altri è finita, li guardo andare via e auguro a ciascuno di tirare fuori il meglio che ha, alla prossima occasione. Col cuore, glielo auguro. E poi a lui, che sta passando un momento tanto delicato, mi verrebbe voglia di fare tanti discorsi, ho paura di aver fatto male, poco, troppo, non lo so.

Così, per una volta, consapevole di aver avuto i nervi tesi a lungo, nelle ultime settimane, per la questione tra la collega e lui, e di averlo forse tenuto a distanza per un nervosismo che avrei dovuto rivolgere a lei, decido di dedicargli attenzione, affetto, un momento tutto per lui. Parlargli, a bordo campo, l'ultimo giorno di scuola, è stato una buona cosa, per me soprattutto, che non riuscivo più a guardarlo, attanagliata dall'imbarazzo. Oggi posso sorridergli dal posto giusto, quello che anche la collega avrebbe dovuto mantenere.

Di lì a poco,  viene a consegnarmi il tema d'esame.

"Ha visto la frase sul mio profilo, prof?"
"No, quale? Whatsapp?"
"Sì. Ci ho messo la frase che mi ha detto lei."
"Quale?" chiedo, ma lo so già.
"Quella della Ferrari. Che io ho una Ferrari..."
"...in garage, sì, è vero..."
"...ma che devo imparare a guidarla."
Allora mi hai sentito. Questa frase gliel'ho detta a settembre.
Sguardo di reciproca stima. Attimo di pace in un visetto di solito molto tormentato.

Posa il tema, firma, io metto l'ora di consegna, si sporge dietro la cattedra come per salutare la collega di sostegno che è oltre la mia sedia. E invece si china e mi avvolge appena, per un nanosecondo, in un abbraccio rispettoso, tenerissimo.
"...LEVATI.", gli ringhio. Ridacchia e se ne va.

Non riesco più a spiccicare una sillaba, né a mettere a fuoco i fogli che ho davanti, per diversi minuti.
La collega non deve avergli fatto troppo danno, se sa ancora essere così. Speriamo. Speriamo. Quest'ultimo periodo me lo porterò addosso tutta la vita, come un tatuaggio.



mercoledì 22 ottobre 2014

Swarovski

Quel cristallo Swarovski che ti avevano regalato: lo guardavi ogni mattina al risveglio, fedele, sul tavolino. Tornavi a casa, e la luce del pomeriggio lo faceva scintillare di sette colori. Era lì per te, quando volevi posare gli occhi su qualcosa di bello.

L'hai urtato con l'orlo di una giacca, una sola volta, e la magia è finita. Hai preso scopa e paletta e mentre spazzavi via le briciole iridescenti di un piccolo, inutile sogno, hai pensato che lo avevi sempre saputo, che non era eterno. E ti sei accorta di essere più vecchia della ragazzina che aveva ricevuto in dono il cristallo anni prima: ormai capace di relativizzare, di assorbire le delusioni, di accettare, in nome di un gradino di consapevolezza in più.

Nella mia vita nascosta tra le colline, da anni ormai c'erano delle certezze, dei perni su cui giravano le giornate: quelle di sole, quelle di neve, quelle piene di fatica e incertezza, quelle gloriose di grandi soddisfazioni. C'erano persone che, a incontrarle un attimo in un corridoio, o all'incrocio, o sulla piazzetta del paese, mi riempivano gli occhi di luce, e credevo che sarebbe stato per sempre così.

Poi un giorno lo Swarovski è caduto. Da un comodino basso, con un urto prevedibile. Crash.
Una frazione di secondo, e non c'era più.

Il 2014 è una caduta continua di cristalli che, solo ora, vedo così fragili.

Il giorno in cui l'amica che in sala prof da anni chiacchierava con me di Genova, di politica e di cani e gatti raccolti per strada ha detto "non sto mica bene": e non sapevo che era l'ultima volta che la vedevo.

Il giorno in cui Bel Ragazzo Pacato è venuto a trovarmi durante l'intervallo del pomeriggio: e ho realizzato che non parlavo più con un ragazzino impacciato, che non mi guardava più come un adolescente affettuoso, che io stessa a questo punto stavo guardando un uomo, e che qualcosa di dolce e innocente, dopo quei silenzi e mezzi sorrisi imbarazzati, era finito e non sarebbe ricominciato.

Il giorno in cui Giovane Lupo è partito per cercare lavoro all'estero, e io l'ho saputo da un tag in una foto di terzi su Facebook: e non è che non abbia capito come mai non è venuto di persona a salutare, perché lo so che si vergogna di non aver studiato e di non aver trovato lavoro, perché lo sappiamo tutti e due che sarebbe stato difficile salutarsi senza farsi venire il magone, perché lo sa che ho paura per lui, come ne ho sempre avuta, e che ho anche questa cieca, folle speranza che una volta per tutte ce la faccia a salvarsi. Ma, ora che il suo aereo è decollato, il cielo sopra Paesino di Sogno è più vuoto, io sono un po' più vecchia e un po' più sola, e ho paura di perderli tutti uno dopo l'altro.

Passando davanti alla solita pizzeria all'angolo della strada, ho visto la Mia Cocca che lavorava. Ho pensato che per adesso lei è ancora lì, a scintillare, con il suo sorriso pieno di luce, l'affetto di sempre negli occhi, che hanno lo stesso identico colore dei miei. Che quando esco da scuola posso trovarla sulla porta del locale,  o seduta sulla panca fuori, e lei, sua madre e sua sorella mi saluteranno sempre con lo stesso calore. Eppure la prima ad andarsene avrebbe potuto essere lei, quando due anni fa, appena maggiorenne, ha fatto il numero di mollare scuola e famiglia e andare a vivere con il primo tamarro che sembrava darle un'idea di partenza per la vita da grandi. Poi lui stava a casa a cazzeggiare con il computer e il telefonino, e lei doveva pulire cessi per dargli da mangiare, e beh, dopo qualche mese s'è data della scema da sola ed è tornata a casa. Ricordo che con Bel Ragazzo, allora ancora in zona alunno, mentre lei era via per questo colpo di testa, avevamo commentato "se non resta incinta, non c'è niente di irreparabile, dopo tutto". Con lo stesso tono, un po' preoccupato ma non giudicante, con cui io e la Mia Cocca, tante altre volte, avevamo parlato di Giovane Lupo, del suo futuro incerto e delle sue discutibili compagnie. E ugualmente io e Giovane Lupo, al festival dell'anno scorso, avevamo parlato di Bel Ragazzo e della sua incrollabile monogamia, persino un po' eccessiva per uno della sua età.

Ragazzi. Ex alunni. Amici. Belle persone. Anime gemelle di età diverse dalla mia. Sono cresciuti insieme, sotto il mio naso, all'ombra della Scuolina Rosa, sbracciandosi a salutare quando mi vedevano passare in auto, e facendomi il dono inestimabile della loro confidenza. E ora vanno ognuno per la sua strada di uomo e di donna, mentre io resto, e ogni mattina prendo la curva della strada e alzo gli occhi verso il campanile, con lo stesso gesto da anni.

Mi sento come se voltassi gli occhi verso il tavolino, per abitudine, senza nemmeno esserne conscia, alla ricerca dei colori confortanti del mio Swarovski attraversato dal sole, e ricordassi che non c'è più, e che è giusto così, che le cose fragili e bellissime non possono e non devono durare in eterno. Quel che deve durare è la rifrazione dell'arcobaleno, quella che splende nello sguardo che poso sulle cose. Perché io ho visto il cristallo puro, dove altri hanno visto solo tre ragazzi di paese, ognuno a suo modo incasinato, e loro hanno visto l'arcobaleno, dove gli altri hanno visto solo una prof delle medie con la testa tra le nuvole.




venerdì 19 settembre 2014

L'erba voglio

Adesso, la sera indosso il bite. Azzurrino e ingombrante. Ma utile, anche se la notte poi a un certo punto si perde sotto il cuscino.
E' che mettermelo, e poi magari scordare che l'ho indossato e dire cose tipo "shcusha domani a xhe hora essshhhi?" all'Uomo o "'l'hai shpentho il shellularhe?" alla Princi, mi fa sentire una ragazzina con l'apparecchio. E mi fa allegria.

Perché ci ho rinunciato. Più le mie amiche mi mettono in guardia, più le cose intorno a me si fanno pericolanti e complesse, più io semplifico.

Le parole le ascolto, i dubbi mi vengono, le domande me le faccio. Piango quando meno me lo aspetto. L'altro giorno ho mollato un pugno sulla scrivania della Psicofata.
Ma poi sopravvivo, e sorrido. Come un'idiota. Col bite celestino in bocca.

Mi metto il vestito più corto che ho per andare in ospedale da mia zia, non per fare la scema coi medici, ma solo perché nel loculo dove l'hanno spostata il sole picchia tutto il pomeriggio e perché poi quando torno a casa devo lavare tutto, essendoci in reparto ben due infezioni gravi che circolano. Meglio un singolo vestitino leggero che asciuga subito, piuttosto che  due o tre pezzi.
Poi esco dall'ospedale per andare a comprarle il gelato panna e amarene e mi godo il sole sulle gambe.

Cerco ogni possibile tipo di conforto e non mi nego niente. Mi prendo tutto quello che posso.
Dico chiaro cosa voglio. Se l'Uomo non mi ascolta, glielo ripeto. Se il fato non mi ascolta, riprovo.

E' che voglio troppe cose diverse e le voglio tutte con un desiderio bruciante, un amore privo di logica e un istinto certo di non poter essere sopito. Sto cambiando e non ho intenzione di
reprimermi finchè non ho capito dove vado, a cosa portano queste ore di veglia nella notte.

Oggi poi.
Oggi sono andata a scuola e dovevo digerire una di quelle notizie che ti fanno desiderare la lobotomia immediata appena le incameri nel tuo incredulo comprendonio.
L'ennesimo incidente, sempre nello stesso punto della statale. Ma finire sotto un pullman di linea a diciassette anni, quando nelle foto su Facebook c'è quel sorriso, ci sono quelle braccia teneramente strette intorno alla fidanzatina, quell'espressione indifesa... Io ricordo di lui solo il bambinetto con gli occhi chiari che a volte ho visto per mano alla mia alunna, tanto tempo fa. Oggi ho cercato le sue foto e riconosciuto i lineamenti, lo sguardo. Due giorni fa era il re del mondo in sella alla sua moto.
Oggi i suoi amici si mettono d'accordo per vedersi in un parcheggio e portargli un fiore da lasciare su un guardrail. Sulla strada ha già piovuto e i segni non si vedono più.

E io vado a scuola: e li guardo uno per uno. E non mi sta bene il pensiero che si alzino dai banchi, escano un giorno mentre sono belli e forti e cazzari e affetti da ridarella congenita, e magari il giorno dopo qualcuno di loro possa non tornare. Anche il meno spiritoso, il più rompicoglioni, il più anonimo tra loro, quello che conosco da dieci giorni e di cui ancora non ho memorizzato il nome, sembra un tesoro inestimabile stamattina. Mi metto in cattedra e spiego la questione operaia, i fattori del clima, il romanzo di fantascienza. E intanto li guardo e sento la mia voce farsi più calda. Li avvolgo nelle mie parole come se fossero uno scudo. Consapevole che non serve a niente, che il fascino della velocità, la convinzione di essere immortali sono connaturati all'età più bella della vita, e che in qualche orribile ingiusto modo è anche sano che sia così. 

In sala professori sul muro c'è la foto della Compagna Collega. Hanno disfatto il piccolo altarino alla memoria che si ergeva nell'atrio, riposto la coppa vinta dai ragazzi al torneo che le hanno intitolato, tolto la roba dal suo cassetto. Ma la foto è stata appesa lì, sopra i computer. Esattamente di fronte alla sedia su cui mi siedo io da anni quando metto in ordine il registro. E' impossibile spiegare che senso di presenza, di speranza, addirittura di felicità mi dia alzare gli occhi e trovarla lì, eppure come sia ancora atroce il dolore di non poter più parlare con lei, sentire la sua voce, vederla ridere.

Poi vado a prendere la Princi e, mentre penso a lei che mi aspetta sotto la pioggerella, mi sento sopraffatta fino a farmi venire le lacrime per quanto sono fortunata. Mi sembra così gigantesco che adesso ci lascino in pace e finalmente siamo noi tre senza comunità, senza servizi sociali, senza rotture di palle.

Poi passa da casa l'Uomo, e dopo pranzo ci assopiamo abbracciati per pochi minuti. E nel sonno lo stringo forte come ultimamente mi capita di fare, e sì, sogno ancora l'altro, ma intanto so, anche dormendo, intorno a chi sto tenendo le braccia, e non riesco a pentirmi di sognare uno e tenere l'altro così vicino, è tutto più forte di me, tutto irrinunciabile: chi di voi sa cosa si prova? solo io su tutto il pianeta? no, non credo. Ma anche fosse, è quel che ora provo, e tutto questo è essere vivi. E io voglio sentirmi così: con le emozioni che mi attraversano una dopo l'altra come grandi onde oppure, in una giornata come oggi, con la pelle che formicola appena, ma costantemente, per il passaggio di troppa vita, di troppa morte, di troppo amore, di troppo desiderio, di troppo dolore, tutto che mi passa a fianco, intorno, attraverso.

Le braccia spalancate di mia zia che mi saluta dal suo letto bianco.
Le risate dei ragazzi.
I fiori sulla statale.
Il pallino verde della chat che si illumina.
Il coraggio di ricominciare anche oggi.
Le piccole cose che rendono pieno di bellezza ogni istante in cui non mento a me stessa.

L'erba voglio non cresce neanche nel giardino del re.

Ma sono riuscita finalmente, in quattro mesi e mezzo, a riassumere in un senso compiuto quel che è successo, a trovare il perché. E ora comunque vada la freccia è scoccata e vuole volare.


venerdì 11 gennaio 2013

Bandiere a mezz'asta

Può darsi che io sia una brutta persona perchè non entro in lutto per la Montalcini, o per i civili della Siria, o per i bambini della scuola dove c'è stata la sparatoria. O per questo povero, povero Paese di nuovo in campagna elettorale sempre con le stesse facce e gli stessi bassi espedienti.
Può darsi che io sia una scollegata dalla realtà e un'ignorante perchè sono settimane che non guardo le notizie su Internet nè leggo un giornale in modo un po' approfondito.
Non so se è futile. Non so se è stupido.
Ma il pensiero che il suo bel corpo non percorrerà più nessun palcoscenico,  il pensiero che la sua voce calda non farà più vibrare il cuore degli spettatori, che non sorriderà più felice, stringendosi le mani al petto, di fronte a una platea che sembra rovinarle addosso in un muro unico di applausi e grida, mi fa stare malissimo. Lei era la forza, lo stile, la potenza e la classe. Lei era qualcosa di irripetibile, e ora che non c'è più non sarà più lo stesso pensare a quella sera di tanti anni fa in cui la gente sorrideva sedendosi addirittura per terra nel principale teatro genovese, in attesa che lei entrasse in scena, e teneva il fiato mentre lei recitava, e tremava e piangeva nella scena clou, e poi le urlava senza sosta brava brava brava spellandosi le mani alla fine, e io ero in mezzo a quelle persone e mi facevano male gli occhi, il petto, le spalle, a forza di stare tesa, di non perdermi una vibrazione della sua voce, un movimento, uno sguardo di una Blanche Dubois assolutamente sbalorditiva.
Non so come spiegarlo senza sembrare una ragazzina idiota, ma ho sempre pensato di essere una vera privilegiata solo perchè avevo respirato per una sera nella stessa sala dove lei stava recitando. Forse questo rende, ingenuamente ma in modo chiaro, l'idea del rispetto che ho sempre avuto per lei.  
Come sono triste, veramente, oggi.



 

giovedì 30 agosto 2012

The end of the world as we know it

Non porto la maglietta della pelle, o della salute che dir si voglia, da giorni. (Beh, che c'è? Io ce l'ho sempre. Sempre. Magari non è una cosa stile nonna Abelarda, ma uno chiccoso baby doll, un bustier o una sottovestina leggera. Ma io me la metto. Sempre.)

Ho tirato un pacco clamoroso a mia madre, e lei ha risposto "Non importa". E non era arrabbiata. Non voleva neanche sapere i motivi.

Ho aperto una mail che potenzialmente conteneva l'inizio della madre di tutte le grane. Sudando freddo e con gli strizzoni alla pancia, come da copione. Poi però dopo dieci minuti ero serafica. Ma sì, ma chi se ne frega, andiamo in tribunale. Tra l'altro, a vincere la causa, nel caso. E puoi capire quanto mi cambia, nel mare di casini in cui siamo.

Ho affermato che ero troppo stanca e accaldata per andare in montagna. In montagna, capito. Dove, per tutta l'estate, ho segretamente accarezzato il sogno di andare a vivere, smettendo ufficialmente di parlare per sempre italiano tranne che sul lavoro e con Cavallino, e facendomi adottare dalla folta comunità di Inglesi che vi risiede. (Avrei cambiato definitivamente anche nome: ho sempre pensato che Aileen, magari con un cognome scozzese tipo McSomething, mi si addica perfettamente.) A memoria umana non ci sono precedenti al fatto che io potessi passare qualche giorno in più in montagna e dicessi di no.

E poi... ho detto a Sanguedelmiosangue che volevo andare in ferie per qualche giorno dal nostro difficile e profondissimo rapporto. Cosa di cui sono già pentitissima, stasera gli avrei già telefonato tre volte. E oggi pomeriggio sei.

Però è vero che ultimamente le frecciate mi uscivano dalla bocca con freddezza e frequenza preoccupanti, ed è vero che anche le sue moine e i suoi rigiri per non farmi incazzare stavano diventando troppi e troppo plateali. Ed è vero che stavolta forse non posso, non devo, e non voglio, fare qualcosa io per levarlo dalla bratta. Ed è vero anche che non posso tirargliela addosso, la bratta.

Comunque, che io abbia detto che devo prendermi una pausa, anche se l'ho detto solo per evitare danni, è orrendo, sono un mostro anche solo ad averlo pensato, e mi fa stare peggio ancora che fare o subire danni. Ed è epocale. Cioè, in passato qualche rara volta l'ho cazziato frontalmente di bruttissima maniera, e senza il minimo rimorso. Ma andarmene un po' più in là, questo mai, mai mai mai, e infatti a giudicare dalle lacrime che sto versando, mi sono autoinflitta semplicemente una punizione tremenda, ho sbagliato tutto, ho segnato una crepa spaventosa in un rapporto magnifico, l'ho ferito a sangue, sono una merda e non me lo perdonerò nè me lo lascerò perdonare nemmeno sul letto di morte. Cioè, io ho fatto questo a una persona che ha detto che da morto potrebbe anche voler essere seppellito vicino a me, così nell'aldilà ci garantiremmo una piacevole conversazione per ammazzare il tempo. (Ma nemmeno mio marito: lui dice che resteremo insieme da vivi, da morti e in un sacco di altre vite, ma sospetto che, al pensiero che la facoltà di parlare non mi venga tolta nemmeno col trapasso, stia valutando di reincarnarsi con me quantomeno una volta sì e una no.)

Ecco. A livello emotivo sto esattamente così, e anche qualche gradino sotto. A livello razionale mi dico che, data anche la sua mail in cui prendeva nota della situazione e mi diceva la sua tutto sommato in modo pacato e adulto, non è successo niente di irreparabile, che capita di essere in crisi, nel senso buono della parola, quello greco antico, anche e soprattutto con le persone a cui si tiene tantissimo.

Il fatto è che non c'è un termine per dire quanto e soprattutto COME io tenga a lui. E' un rapporto che forse si esprime solo proprio con la definizione che gli ho trovato per il blog: sanguedelmiosangue. C'ho, in effetti, questa sensazione di essere stata privata di una buona metà del plasma che mi serve per sopravvivere.

E' il problema di quando due persone che davvero hanno del sangue, e anche molto carattere, in comune, si trovano affiancate nel bene e nel male durante quasi venticinque anni. In particolare se tutto comincia quando una dei due di anni ne ha dodici e l'altro ha ancora il cordone ombelicale addosso. Si cresce insieme, si vive in parallelo, quando più, quando meno vicini, sempre legati da una viscerale (e talvolta addirittura ultrasensoriale) sintonia, mentre intorno la famiglia si sfalda, la gente muore, il mondo si modifica. Il tempo però passa, si cambia, si evolve a ritmi differenti, su strade non coincidenti ma solo ogni tanto intersecantisi, anche se in punti fondamentali, e le situazioni di stallo esistono. Esiste che l'affetto e un certo senso di protezione da un lato, l'affetto e un certo senso di soggezione dall'altro, a un certo punto diventino, debbano diventare, l'affetto e il rispetto dell'altro anche quando proprio non si è d'accordo. E c'è da fare un gradino dopo il quale, spero, si sarà sullo stesso piano e si starà meglio tutti e due. Chiaramente, si evince dalle nostre ultime comunicazioni che faccio molta più fatica io a scendere il mio gradino che lui a salire il suo.

Vorrei solo non avere così tanta paura di sbagliare, di perdere o rompere qualcosa di prezioso. In un anno in cui ho dovuto fare così tanto di testa solo mia, e ho abbastanza serenamente deciso, infine, di non voltarmi a guardare se potevo fare meglio, o peggio, di come ho fatto, questo è veramente un colpo gobbo del destino, e la cosa peggiore è che me lo sono andata a cercare, se vogliamo.

Mio cugino ormai ha quasi venticinque anni, e la vita adulta fa schifo. Finchè tra noi due almeno lui era un ragazzo, io a volte riuscivo a dimenticarmene, ma ora non posso più.

venerdì 24 febbraio 2012

L'inferno

Che fosse magra, sì beh lo si vedeva, ma in questo mestiere hai davanti contemporaneamente quella prosperosa con la terza di reggiseno, quella piccina picciò con il fisico da bimba, quella lunga lunga senza fianchi perchè sta mettendo tutto in statura, quella francamente rotonda con la panza...

L'evoluzione fisica di un ragazzino tra gli undici e i quattordici anni è un fatto del tutto individuale. Oggi mi sono accorta, passando dietro a Terzo Fratello e sgridandolo perchè si dondolava, che si è ispessito, negli ultimi tre mesi, e se a guardarlo da lontano sembra sempre magro e alto come tanti ragazzini, da vicino si vede che braccia, cosce e torace sono il doppio di quelli del suo compagno di banco. Il quale, pur avendo cambiato faccia e non sembrando più uno scoiattolo dagli zigomi paffutelli, è sempre sottile come una cannuccia.

Occhioni era pallida, più che altro. E come sempre poco reattiva. Ma apparentemente serena.

Oggi è venuta la madre a parlare con me e con la Brava Crista, e improvvisamente abbiamo visto quel che avevamo davanti da mesi. Un'anoressica clinicamente conclamata.

Vorrei riuscire a trasformare in parole la voragine di terrore, di terrore nero, che i dettagli di questo colloquio con la mamma di Occhioni mi hanno spalancato dentro.

Ricordarsi perfettamente cos'è successo per mesi e mesi al tuo corpo e alla tua mente, e applicarlo a una bambina di tredici anni, a un uccellino della tua nidiata, è un film dell'orrore di impatto insostenibile. E' come entrare nella macchina del tempo e tornare a quel momento, però con la coscienza esatta, che allora non avevi, di cosa stai cercando di farti.

E Occhioni, che, da quando mi è capitata in classe a settembre, dopo la bocciatura dell'Inflessibile, non è mai stata in cattivi rapporti con me, poi, mentre io vagolo per la scuola rimuginando, mi incontra in corridoio e mi sorride, e a me viene voglia di prenderla in braccio, con le sue gambe lunghe da fenicotterino, e portarla al sicuro in un posto dove non esistano parole come mangiare, peso, sondino, ricovero, amenorrea, sonnolenza, grammi, chili, vomito, rieducazione, in un posto dove il corpo è fatto solo di colore e di calore, e l'anima è libera, e il nutrimento è dato da una corrente incessante di amore e fiducia. Un posto dove possa smettere di odiarsi. Perchè, qualunque sia la causa scatenante, il punto non è che una si fissi che vuole dimagrire, o vuole essere la modella più fotografata o vuole essere la prima ballerina. Non è neanche che voglia semplicemente attirare gli uomini, punire il suo prossimo, o liberarsi di una colpa, o opporsi a una cattività... o, o, o. Magari tutte queste cose c'entrano. Ma la verità più profonda, il nocciolo di tutta la questione, è che la persona che si fa del male privandosi del cibo si odia a un punto tale da volersi morta.

mercoledì 14 dicembre 2011

auleintempesta proclama lutto nazionale

Oggi, ore 12,35, Scuolina Rosa.

"Stai fermo lì sul lavandino. Brucia? Deve bruciare. Ora metti la garza e aspettiamo che asciughi. Okay, ti metto il cerotto, vieni qui. Bene, a posto, bacino passa tutto, ora fatemi interrogare."
...
...
...
"Prof, scusi?"
"Eh?"
"No, è che ho un po' di sangue sull'altro dito, posso andarmi a lavare?"
"Umm sì, però mi raccomando, non bagnare il cerotto."
Si alza e va alla porta.
"Docteur Momo?"
"Sì?"
"Tu vuoi fare il medico da grande, no?"
"Sì."
"E allora, lo sai intanto che le medicazioni vanno tenute bene asciutte, no?"
"Certo. Grazie."
"Prego."

Lo giuro, il suo sangue era rosso come il mio.

E quando io ero all'università e al mattino passavo con l'autobus sotto al cartellone con la gigantografia dei tre cuori umani WHITE BLACK YELLOW, un po' mi faceva senso, quella carne morta, così dopo colazione.

Ma per fortuna quando un giorno Docteur Momo, che si chiama come il Profeta, ed è nato in Marocco, sarà di turno al pronto soccorso, a lui non farà senso il sangue, neanche quello dei bastardi razzisti.

martedì 8 novembre 2011

Non posso arrendermi

...ma ne avrei tanta voglia.

Da quando ho scritto il post sulla reazione che intendevo avere (e che infatti sto avendo) con la II C, ho corretto un'altra prova: comprensione del testo tipo Invalsi, con risposta chiusa.

Ho dato 12 insufficienze.
Arcangelo Occhiviola ha preso quattro e mezzo.

Ho anche interrogato di letteratura, quattro degli ultimi cinque che erano senza voto. Spettacolo, Arcangelo Occhiviola, l'Ingegnere e Principessina Russa.

Una cosa straziante.

Alla domanda: "Ma l'avete studiata?" due hanno risposto no, uno "un po'" e una "sì, ma non bene".

Due 4, un 5 e un 5 e mezzo. Ora, se voi a maggio dell'anno scorso mi aveste chiesto che studenti erano questi quattro, dell'Ingegnere avrei risposto testualmente: "un fancazzista", della Principessina "vende fumo", ma di Spettacolo avrei detto "brava, a volte veramente molto brava" e dell'Arcangelo "bravissimo, uno dei tre migliori della classe".

Oggi il Gigante ha tolto gli intervalli alla classe, dopo una prova di teoria della musica disastrosa.

Dopo questo non sappiamo cos'altro fare.

Io ho chiesto: "Ma scusate, ma se prendete quattro, sei o otto per voi è indifferente? Dolce Castoro, tu sei l'unico che ha preso otto della prova Invalsi, che sensazione ti dà?"
"Non mi fa differenza."
"Ah se ti davo un quattro per te andava bene lo stesso?"
"No, no."
"Ma se questo è quel che pensate, allora posso dare sei politico a tutti?"
Mezza classe non ha risposto, nella restante mezza si sono divisi tra borbottii indistinti e sì.
Goffetta: "Ma no, e allora chi prende un voto più alto?!?"
"Certo", ho detto io. "E' ingiusto per chi prenderebbe di più. Ma è anche ingiusto per chi prenderebbe sei veramente, che uno che aveva quattro gli passi avanti, no?"
Peste Romena: "E no, chi se ne frega?"
"Ah sì? E quando sul lavoro ti passerà avanti qualcuno che vale meno di te, sarà lo stesso?"
Lo Scoiattolo: "Va beh, lo ammazzo, e ho risolto."

Capite perchè poi una viene a casa e spera che, ALMENO, oggi pomeriggio cada il governo Berlusconi?

Mica si può vivere così.

Ora cosa faccio?

domenica 23 ottobre 2011

Chi ci è già passato

E' toccato a me dare la notizia in prima, ai più piccoli che lo conoscevano solo di vista e solo da un mese, per evitare gaffes dei bambini a danno di altri compagni o di colleghi. O mio. E' stato anche mio alunno, anche se per poco, e anche se, lo sapevano tutti, io avevo paura di lui, della sua forza bruta e dei suoi gesti pericolosi.

"Ragazzi, sapete già che oggi è un giorno molto brutto. E' mancato un vostro compagno di scuola."

Qualcuno lo sapeva già, ma ad altri è stato necessario spiegare che A. era il compagno gravemente disabile, più grande, che vedevano girare per la scuola. Il compagno di cui non avevano ancora imparato a conoscere le giornate no, perchè quest'anno era calmo, rispetto a molte giornate difficili dell'anno scorso, comprese quelle in cui mangiava le cose, spezzava gli occhiali alla sua assistente o, una memorabile volta, sfondava con gran fragore il vetro della porta del bagno, terrorizzando un intero corridoio. Il compagno che per fare merenda aveva il bavaglino, che amava le carezze sul viso e giocare con le cerniere, e che per la prima volta quest'anno, con grande orgoglio di Dolce Cowboy e dell'assistente, era riuscito a dipingere dentro ad un foglio A3 con i colori a dita.

Che, si dica ciò che si vuole, certo rendeva la vita difficile agli altri, ma nel suo piccolo era felice. E sano. E se n'è andato per un'idiozia, per una cosa che non doveva succedere. Che qui da noi non può succedere, non coi medici, gli ospedali e una famiglia che si prende cura di te.

"Vi raccomando di essere molto gentili col professor Dolce Cowboy, di non farlo arrabbiare. Lui seguiva A. da cinque anni. E... ci si affeziona tanto, in questo mestiere. Il fatto è che... Può darsi che la sua non fosse una vita meravigliosa... nel senso in cui la intendiamo noi. Ma... ecco, A. stava bene di salute, pur col suo handicap. Ecco, non è che... insomma non è mancato a causa del suo handicap, ma così, all'improvviso. Non se lo aspettava nessuno che potesse morire."

Ventitre faccine serie, con gli occhi sgomenti.

Dalla mia destra, la voce di Atreiu, che ha perso un fratello più piccolo: "Chissà sua madre."

Eh.

lunedì 27 giugno 2011

Devastazione




Avevo un bel post costruttivo da finire, lo avevo cominciato stamattina. Poi ho fatto un miliardo di cose, e poi ho fatto una cosa che sapevo che non dovevo fare perchè l'avrei pagata, e infatti sono tornata a casa e poi è successo quel che doveva succedere, insomma, ecco, fanculo, non riesco assolutamente a smettere di piangere, non ci riesco proprio.

E' che stasera, a 22 giorni dalla crisi respiratoria di mio padre, a 17 giorni dalla fine della scuola e a 4 ore dalla fine degli esami che i miei bambini hanno fatto senza di me, m'è crollata la diga.

Se fossi una di quelle che si inciuccano, stasera me ne andrei a prendere una di quelle da svegliarsi in pronto soccorso.

venerdì 10 giugno 2011

Che botta

Abbiamo trovato una cosa che mi fa stare male quasi quanto pensare alla salute di mio padre.

Passare le consegne ai colleghi e salutare i ragazzi. La mia terza. I miei venti disgraziati.

Confusi, innervositi e stanchi all'idea di fare l'esame con qualcun altro.

Non c'è stato tempo per le affettuosità. E menomale.

E' solo lavoro è solo lavoro è solo lavoro.

E' senza dubbio più importante il resto, e poi siamo organizzati già benone, a scuola, abbiamo tappato le falle senza problemi.
I colleghi sono stati gentilissimi.

Credo che ormai convenga prenderlo tutto, il mese di aspettativa.

E vedere cosa ci porta la corrente del fiume.

Però questo scricchiolio sinistro dalle parti del mio cuore deve essere che avrei voluto abbracciarli uno per uno.

Ahia, che male.

giovedì 26 maggio 2011

Il Danno sotto i riflettori e i pensieri della sua prof

Sei super elegante. Ti avvicini per un saluto, bacino bacino, e confessi: “Sono agitatissimo”. In effetti sei color aragosta, sei anche l’unico costretto in una giacca in un pomeriggio di maggio che potrebbe essere d’agosto, ma credo che sia vero, che sei agitato. Anche se sdrammatizzo, e ti dico: “Ma no dai, perché? In fondo son tutti qui per farti i complimenti.” E tu ribadisci: “Sì, ma sono agitatissimo. Anche stamattina, in radio, non riuscivo a parlare.”

Si vedrà alla fine, quando dopo i saluti e i ringraziamenti, dopo i discorsi dell‘assessore, della scrittrice che ha curato il libro, di allenatori e ex giocatori, del medico che ti ha salvato e di tuo padre, dopo la sfilata dei tuoi compagni di squadra, dopo la lettura della mail di congratulazioni e incoraggiamento per la ripresa firmata da Stefano Tacconi e di una lettera splendida di Marcello Lippi, e dopo mille altre cose, finalmente tocca a te.

E dici poche parole, spaventato dal microfono, a denti stretti. Ringrazi chi ha partecipato al tuo recupero. Dici che vorresti tornare a giocare presto. Sembri un topo in trappola, mastichi le parole. Ma per fortuna non insistono a farti domande.
Avverto un disagio profondo, la sensazione che la tua presenza sotto i riflettori, davanti ai giornalisti, sia tutta una faticosa ostentazione fortemente voluta da tuo padre, che da sempre spende soldi per promuoverti nel mondo del calcio e spera, probabilmente, con questa manovra mediatica, di accelerare il tuo rientro sul campo. Mi chiedo quanto ci sia di tua volontà in tutto quel che sta succedendo. Mi chiedo se sei forte, se sei fragile. Mi chiedo come stai.

Poi, come un vero vip, mentre la gente defluisce nella piazza, firmi gli autografi sulle copie del libro. Nel libro ci sono il racconto del tuo incidente, del tuo recupero, della tua vita prima e dopo, ci sono le testimonianze di genitori, amici, parenti, medici, allenatori, e anche di una tua ex prof. E c’è, impressionante per lunghezza, una serie di pagine che sono la stampata letterale dei messaggi sulla pagina Facebook di tuo padre: quelli che scrivevamo prima che riaprissi gli occhi e quelli con cui abbiamo festeggiato il tuo ritorno dopo.

Sono passati dieci mesi. Hai una fidanzata, che ti saluta proprio prima che tocchi a me farmi mettere l’autografo. I tuoi nonni e zii sono commossi. Tuo padre ha percorso la sala avanti e indietro coordinando tutto quel che succedeva, con l’aria tesa. Tua madre è stata in disparte, a sorridere dolcemente.

La collega F. è dovuta scappare via prima e non è riuscita a salutarti, la preside non è venuta, così mi sono avvicinata per portare i loro saluti e raccomandarti di portare a scuola una copia del libro, poi ho visto che firmavi la prima pagina a chi te lo chiedeva e ti ho detto: “Con tutte le firme che ti ho fatto io, adesso fammene un po’ una tu.”

E intanto guardavo la tua mano sinistra scrivere più lentamente di come ricordavo, e mi si stringeva lo stomaco. Poi ho visto la calligrafia, e mi è caduto il cuore in fondo alle scarpe. Eri famoso per la tua scrittura precisissima e regolare, fotocopiavo i tuoi appunti e i dettati scritti da te, se dovevo tenere il testo, perché erano i più facili da leggere, e litigavamo sempre perché non tolleravi di non poter usare il bianchetto sulle prove se c’era da cancellare un minimo sbaffo della biro. Ma io non lascio usare il bianchetto sui compiti in classe, neanche in caso di vita o di morte, e tu ogni volta le provavi tutte per farmi fare un’eccezione alla regola, senza successo.

E ora, le lettere scritte da te non sono scritte da te. Sembra la scrittura di un bambino, un bambino ordinato, ma delle elementari.

Mi si è annodato tutto quanto dentro e ho avuto un attimo di vuoto, mi sono resa conto che me ne stavo andando senza salutare tua madre quando ero già per le scale.
Sono scappata via, letteralmente, nella piazza inondata dal sole ancora caldissimo. Con il libro in mano e il desiderio di convincermi profondamente che è un mio limite professionale fissarmi sulla calligrafia, che non ci devo pensare, che stai bene, che andrà tutto bene. Che a te della scuola non fregava davvero, che ti importa solo del calcio.

Ma intanto volevo trovare qualcuno con cui incazzarmi, perché il mio bambino, il mio alunno in gamba, originale, bellissimo e strafottente, quello dei temi romantici e degli schemini perfetti, ha dovuto ri-imparare a scrivere.

E volevo picchiare qualcuno perché, calcio o non calcio, so che, quando hai ripreso in mano una biro e ti sei accorto che non potevi scrivere come prima, hai pianto.

Maledizione.

Maledizione.

E ora eccoci qua. Con un libro autofinanziato sulla tua carriera calcistica che forse non inizierà mai. Con la certezza che ti ho visto meglio della volta scorsa e che la prossima volta che ti incontrerò ti vedrò ancora migliorato.
E con la tua breve dedica, che sembra scritta da tuo fratello piccolo.

Alla mia prof preferita

Ale

domenica 15 maggio 2011

Eccoli

Stasera vado a vederli coi miei occhi.

Perchè non era uno scherzo. Erano veri, erano persone.

Sui barconi, a rischio di morire, e poi chissà come fino a qui, sopra casa mia, praticamente, e coi documenti in ordine, lo status di rifugiati riconosciuto dai trattati internazionali che li protegge dal rimpatrio, dal carcere, dal centro di prima accoglienza, perfino dai leghisti.

Parlano inglese, mi hanno detto. Qualcuno ha parenti in Germania, che poi forse raggiungerà. Un dottore loro compatriota lavora qui all'ospedale.

Il più piccolo di tutti ha soltanto cinque mesi.
Chissà dove andrà, cosa gli racconteranno del suo popolo e della sua terra.

lunedì 7 marzo 2011

Il ritorno del Danno - 2

Tua madre è invecchiata di brutto, si è trascurata i capelli, la pelle, i denti. Lei che quattro anni fa è venuta ad accompagnarti al tuo esame di terza media con la coda di cavallo e una maglietta da ragazzina, i tuoi stessi occhi grandi e l'aria di una che si scambia i vestiti con la figlia maggiore.

Tu avevi un'angoscia tremenda di essere lì al centro dell'attenzione, tra i colleghi che ti accoglievano con sorrisi e abbracci, proprio tu che sei sempre stato la superstar. Avevi gli occhi così sgranati che per un attimo mi sono chiesta se era l'effetto di qualche farmaco. Ti muovevi come un burattino. Ripetevi a ognuno di loro con tono basso e inespressivo che hai provato a tornare a scuola e a studiare, ma non puoi perchè leggi tre righe e ti dimentichi cosa hai letto.
Tu. Tu che studiavi una materia mentre ne ascoltavi un'altra e facevi a gara con i tuoi compagni a chi si ricordava più nomi di capitali.

Cristo, ormai a trentacinque anni ne ho viste e sentite di cose intollerabili, ma questa. E dire che avevo tentato di prepararmici.

Io non sarei riuscita non avrei potuto non sarei stata capace di sopportare che restasse solo questo quello che avevo rivisto di te dopo quattro anni, dopo averti saputo in bilico sull'orlo della morte, e vedere che gli altri svicolavano via dopo averti salutato mi ha ferito e offeso.

Tua madre ha capito che eravate arrivati in un cambio d'ora, quando si sono allontanati i colleghi per andare nelle rispettive classi ha fatto per salutarmi, ma io diabolica avevo cavalcato l'onda di un cazziatone appena fatto alla terza B e li avevo riempiti di roba da scrivere per punizione, così mi sono fermata un po' con voi.

E menomale, perchè la sberla terribile di vederti così spaventato e infelice si è un pochino riassorbita, un pochino poco veramente, ma almeno ti ho dato il tempo di rifiatare, dopo quell'ordalia tremenda di rimettere piede nella tua scuola dove eri un re, e renderti conto che eravamo tutti colpiti da quanto sei diverso.

Abbiamo avuto il tempo:

di parlare di te e del tuo pallone,

di te e delle tue sere in discoteca,

di te e della tua famiglia,

di berci un caffè,

ho avuto il tempo

di farti i complimenti per il coraggio e la forza con cui avete reagito, tu e la tua famiglia,

di dirti che so che sei una bella persona pienissima di risorse e che capisco che ci hai messo un coraggio da leone,

di capire che nella scuola dove hai tentato di riprendere gli studi qualche coglione ti ha dato di colpo cinque pagine di letteratura francese da studiare e tu ti sei disperato di non riuscirci,

di rubare a tua madre, in un momento in cui tu salutavi una collega di passaggio, l'ammissione che non riuscire a studiare ti ha messo sotto stress e in uno stato d'ansia tale che dopo soli quindici giorni ti hanno dovuto togliere,

di parlare anche d'altro che non fossi tu, per darti fiato,

di vederti sorridere, sempre un po' impacciato e con quegli occhi che sembrano gli occhi di uno che sta guardando dall'alto il fondo di un burrone orrendo,

e di salutarti con calore pregandoti di tornare, di farci sapere, di proseguire nel migliore dei modi.

Poi sono tornata a far lezione, con un umore di merda come pochissime volte in vita mia. E quando al cambio d'ora ho incrociato il Gigante in corridoio, lui mi ha guardato e mi ha letto chiaro in fronte che dolore è stato vederti così, e ha fatto una faccia come dire che anche lui, che la vita fa vomitare a volte, e cosa vuoi farci.

Poi sono passate alcune ore in cui il mucchietto disordinato delle cose che ci siam detti, io tu e tua madre, nello stanzino delle bidelle, si è un pochino ricompattato nella mia mente e ho colto qualche flash che sul momento, nell'ansia di metterti a tuo agio, di ascoltare tua madre ma anche di impedirle di parlare di te come se tu non fossi presente o di rispondere al posto tuo, mi era sfuggito.

Il fatto che quando, per parlare un momento del più e del meno, ho detto che nelle foto della tua precedente classe su Facebook avevo riconosciuto una mia ex alunna di tanto tempo fa, e ci siamo messe, io e tua madre, a parlare del fatto che questa ragazza ora è dichiaratamente lesbica, ed anche per i problemi che ha avuto a viversi la sua identità sessuale è indietro di vari anni con la scuola, tu sei intervenuto per dire, come se dicessi "toh guarda piove", che i medici ti hanno chiesto se avevi sempre gli stessi gusti, perchè, data la botta che hai preso in testa, che se ne sapeva che non avessi modificato anche tratti della tua personalità... (ho pensato alla ghignata che avresti fatto anni fa facendo lo stesso discorso, ma siccome c'era tua madre non ho potuto concedermi più che un divertito sopracciglio e sono rimasta a annuire professionalmente, cercando di non pensare a quando inseguivi la Bidella di Burro urlandole "Mimmaaaahhh! vieni qua che bacio anche teeee!!!").

In un altro punto del discorso, per correggere qualcosa che tua madre aveva detto, hai fatto notare che i medici ti avevano dato per buono che potevi perdere il 30% della mobilità del corpo, dicendo testualmente: "Mi hanno dato per il 30% morto, e invece guarda qua..."

E poi quando tua madre mi ha detto che all'ospedale ti fanno fare esercizi per la memoria e la concentrazione, hai interrotto la conversazione sulla parola ospedale correggendola con: "carcere".

Insomma mi accorgo che, ora che sono seduta qui sola a ripensarci, mi spuntano tanti momenti della conversazione in cui, come facevi anni fa, hai trovato un contatto diretto con me, e con tono uniforme e quasi casuale mi hai detto che la tua vita è stata sconvolta fin nelle fondamenta, che hai avuto tanta paura, che ci vuole un pelo sullo stomaco così a reggere le tue settimane lentissime e a non avere ancora più paura del futuro, ora che sei a casa, di quanta ne avevi quando eri in ospedale.

E metto insieme l'emozione fragile nella tua voce quando mi hai salutata arrivando, un mezzo sorriso quando ho detto che dovevo tornare a bastonare la mia terza, la leggera carezza che mi hai fatto abbracciandomi, e queste specie di confessioni tra le righe, così simili per modalità a quelle che buttavi lì durante un discorso in classe, per cui, alla fine, anche se sei come prigioniero dietro un vetro spesso, anche se sei ancora tanto spaventato, io lo posso dire tranquillamente che sei sempre tu.

lunedì 28 febbraio 2011

E' un incubo

Ora di letteratura. Un collage delle varie ore di letteratura fatte quest'anno in prima.

"Gli eroi omerici sono molto umani. Non sono come quelli dei film, che fanno esplodere tutto, vincono da soli contro trenta cattivi e se ne vanno via con la bella. Vanno a combattere, sono coraggiosi, difendono la loro gente, però hanno paura: hanno così paura che a volte vogliono scappare. Non vogliono essere codardi, ovviamente, ma mentre vanno in battaglia pensano che hanno paura di non tornare, di non rivedere la moglie, i bambini."
"E' naturale, no?"
"Sì. Ma è molto bello che Omero ce lo dica, ce lo faccia vedere. Anche gli dei, a volte, si disperano, si arrabbiano, piangono. Pensate a Teti, la madre di Achille, che non vuole che suo figlio muoia combattendo. Loro sono divinità, potrebbero girarsi di là, tanto sono immortali, bellissimi, fortissimi, e chi se ne frega degli umani. Invece sono coinvolti, fanno il tifo, si agitano."

Erano poco meno di venti e per una volta non dovevo gridare per spiegare, non volava una mosca.

Poi quello con le orecchie enormi e il sorriso pieno di denti ha detto, sghignazzando:
"Ma l'Achille era un culattone!!!"
"Scusa, perchè?"
"Si fa fregare la Briseide dall'Agamennone, no dico, come un cornuto qualunque! E va pure a piangere dalla mamma!"
"E questo vuol dire essere omosessuale?"
"Secondo me era frocio, guardi, anche tutta 'sta storia del Patroclo, che schifo, sempre nudi a allenarsi, non che il Brad Pitt nudo, vero, voglio dire, alle signore piace, non a me sia ben chiaro, io mica sono un invertito...invece l'Agamennone, lui sì che era un macho: più vecchio dell'Achille, ma si fa rispettare, eh? questa non posso trombarmela perchè è la figlia di un prete? Via, sotto un'altra!"
Picchia la mano aperta sul banco, con l'aria soddisfatta.
"E Paride?"
"Il Paride è un vero dritto, lui sì che se ne capisce: Afrodite gli offre la donna più figa della terra e lui mica se lo fa dire due volte, mette le corna a quel rincoglionito del Menelao, che figurati se la sapeva tenere sotto una troia come Elena; scoppia la guerra ma lui, il Paride, se ne va da suo padre, vuoi vedere che possono fargli qualcosa? Dieci anni ci mettono a batterli, i Greci, 'sti Troiani, e intanto lui son dieci anni che si tromba la donna più bella del mondo!!! Quelli là a morire di pestilenza nelle tende e lui nel palazzo, a scopare!!!"
Si guarda intorno, borioso, per vedere se gli altri apprezzano. Visto che non tutti si interessano a quanto sta dicendo, tira una pallina di carta a uno dei distratti, con aria malevola.
Decido di ignorarlo.
"Se questa è la tua idea, pazienza, andiamo avanti. Dicevamo che Ettore, alla vista di Achille tutto armato, si fa prendere dal panico..."
"Un altro che scappa? Alla faccia dell'eroe! No, guardate, a me il solo che piace, a parte il Paride, è l'Ulisse, quello sì che è un valoroso, e basta combattere, no? Un bel cavallo di Troia, basta con 'sti Troiani, via, tutti bruciati, e che cazzo, tanto sono turchi, ciao ciao, noi ce ne torniamo in Grecia, con il tesoro del tempio, e poi tutto il Mediterraneo, si gira, e giù con Circe, e zac con Calipso, e dai con Nausicaa, e quando arriva a casa mica rimane solo, no, la moglie se n'è stata lì brava brava ad aspettarlo e deve essere sul serio una bella gnocca se lui, dopo vent'anni che non la vede, ancora le dà una ripassatina..."
Mi sto agitando, Ulisse e Penelope sono una storia d'amore immortale tra le mie preferite, ora lo attacco:
"E immagino che Enea sia un vero ganzo perchè, morta la moglie, pensa bene di scoparsi la regina di Cartagine, e poi mollarla lì e andare in Italia a prendersene una più giovane?"
Mi guarda con sufficienza e fastidio: detesta le femministe, soprattutto se sono insegnanti statali, quindi comuniste, racchie e sicuramente frigide.
"Ma prof, è chiaro che la Didone era una soluzione di ripiego, voglio dire, hai navigato per settimane, ti capita una che è vedova e non vede l'ora, e ti pare che non ne approfitti? Ma ha fatto male a mollarla così, intendiamoci: che se quella non si ammazzava era meglio, almeno poi Roma commerciava decentemente con la Libia. Però non era neanche pensabile che se la tenesse, oh, oliare un po' le relazioni internazionali va bene, ma cosa doveva, sposarla? Scherziamo! Era sicuro più vecchia di lui, e sarà anche stata una negra!"
"Basta così, Berlusconi!!! Nota sul diario! Nota sul registro! Voglio vedere i tuoi genitori!"

Poi mi sono svegliata. Dio, che sogno orrendo.

Però la prima parte della lezione, fino a 'non volava una mosca', è accaduta veramente. E un'altra cosa è accaduta veramente.
Quando ho raccontato la storia della mela d'oro, Paride che deve scegliere la dea più bella e gli offrono vari optional, e lui deve pronunciarsi tra diventare l'uomo più saggio del mondo, l'uomo più ricco del mondo, o l'amante della donna più bella del mondo, l'Arcangelo Biondograno, con i suoi undici anni e i suoi begli occhioni azzurri, ha detto: "Ma io avrei scelto di essere l'uomo più ricco del mondo, così poi la donna più bella me la prendevo comunque."

E io, che sono un'insegnante comunista e inculco i valori sbagliati, non ho detto niente.
Non ho detto niente, perchè mi sono morte le parole in gola.

giovedì 24 febbraio 2011

Oggesù

Ho pubblicato e riletto il post precedente e avuto una certezza. A giugno, questi ragazzini che sono stati la mia cucciolata per tre anni andranno via, e stavolta sarà durissima non mettersi a piangere a dirotto.

L'insostenibile fragilità dei confini

"Si è approfittato di me."
Qualcosa, nel tono della frase, così apparentemente tipica sua, detta arrossendo e ridendo nervosamente, con le sue finte rabbie ("devo sputargli in faccia"), mi ha dato da pensare, ma non me ne ero accorta finchè il mattino dopo non ci siamo trovate sole in classe a inizio intervallo, e mi è uscita, senza che pensassi a cosa stavo dicendo, la domanda: "Questa storia di ... che si è approfittato di te, com'è, poi?"

Era rimasta in classe apposta? Non lo saprò mai.
"Che poi" le ripeto, perchè le avevo già buttato lì la frase il giorno prima, "uno si approfitta fin dove siamo noi che lo lasciamo approfittare..." e lei aveva risposto onesta: "Sì, ma... lui è lui, prof."
E, sì, non è semplice quando uno dei ragazzi più belli, affascinanti e in gamba di tutta la zona, praticamente la leggenda di tutte le ragazze del paese, ti concede la sua attenzione.

Capisco che è successo qualcosa. Capisco che questo qualcosa non è gravissimo (da cosa lo capisco, non lo so. Sono nipote di mia nonna) perciò non mi agito, ma vedo che a lei ha lasciato una brutta scottatura.

"Ti sei spaventata?"
"No, però... una volta mi ha scritto di andare da lui, che era solo a casa... e io gli ho detto di no. Poi un altro giorno ha insistito, diceva che gli piacevo... E lui a me piace tanto... così ci siamo visti, e poi io a un certo punto non volevo, ma lui ha detto che se non continuavo scriveva a tutti delle cose orrende di me su Facebook."

Non chiedetemi come mai, io sapevo che non parlavamo di qualcosa di entità tale che il venirlo a sapere mi obbligasse a farne denuncia. Non chiedetemi come mai, io ero sicura che potevamo parlarne. Non chiedetemi come mai, so che con lei, e forse solo con lei in tutta la scuola, la confidenza e il livello di affinità intellettiva sono abbastanza da poter parlare senza ripetermi, come un mantra, che io sono la prof.

Fatto sta che ci mettiamo a considerare il sottilissimo confine tra "me la sento" e "oltre questo non me la sento", il confine decisamente più spesso tra "insisto un po' perchè ho sedici anni e son tutto un ormone" e "ti costringo ricattandoti", il confine tra "sono un ragazzino scemo ed egoista" e "sono uno stronzo patentato con un pelo così sullo stomaco", il confine tra "torno a casa con un sorriso beato largo così" e "torno a casa e ho fatto qualcosa di non irreparabile e che comunque avrei voluto anche io, ma non così, e mi sento sporca, usata e triste".

E soprattutto, il confine tra "mi piaci e ti voglio" e "ti voglio bene e non vorrei mai ferirti". E quello tra "mi piaci e farei qualunque cosa per stare con te" e "ripensandoci, farei qualunque cosa per stare con te, tranne rimettermi in una situazione del genere, non sono mica stupida", cosa che pare lei abbia chiarito appena lui è tornato alla carica ("baciami, dai baciami") un pomeriggio che, evidentemente, non aveva di meglio da fare.

Tesoro, sia pure in poche frasi, quante cose ci siamo dette. Ti ho detto di stare attenta, ti ho anche detto di non buttarti sempre nelle storie in modo plateale, però non ti ho detto un fracco di altre importantissime cose, che probabilmente non spetta a me dirti, che forse in parte sai anche già.

E me ne sono andata via col cuore piccolo piccolo, al pensiero che uno dei miei gioielli, che io conosco fin da bambino, che per tanti aspetti è un amore di figliolo, e che non ha certo bisogno di supplicare o di circuire per poter stare con le ragazze, sia stato così stronzo, e ti abbia così avvilita e fatta sentire scema per esserti ficcata in una situazione che non volevi; ma oggi ripensando alla nostra conversazione sono molto più tranquilla, perchè all'improvviso vedo il senso di questa tua facciata, vedo che è molto meglio che ti succeda su piccola scala ora, piuttosto che in modo più grave poi, e che per te che sei la passionale per eccellenza, quella che si fa i megatrip sui ragazzi, il fatto che proprio il fico fotonico del paese si sia rivelato un bel po' pezzo di merda, quasi quasi, è un'ottima opportunità per capire fin da piccola quali uomini valgono la pena e quali no.

Parlando ti ho anche chiarito che il bene che io voglio al giovane mandrillo in questione non riesco a metterlo in discussione, anche se questa rivelazione su di lui mi ha veramente fatto vedere un lato tristo (suo, del modo di ragionare adolescenziale, che altro che Twilight, ma anche dei social network...).

E in effetti, mentre scrivo mi accorgo che spero che anche a lui quel che è successo chiarisca quali donne valgono la pena e quali no. Il che è anche possibile, se non ora in futuro, dato che non è niente scemo.

E poi penso quanto è stato prezioso per me vedere dal vivo l'attimo in cui una donna, anche se piccola e incasinata, scopre la sua dignità e decide che conta più quella che molta altra roba. Attimo che, lo sappiamo tutte, più ancora che l'attimo in cui agisce, è l'attimo in cui racconta come ha agito a un'altra donna, perchè è lì che prende coscienza veramente di quel che ha fatto e dei significati che gli ha dato.

Ti voglio bene, piccolina, e voglio bene anche a ... (brutto bastardo, se ti prendo, puoi essere un metro e ottanta quanto vuoi, che, giuro, ti picchio. Proprio perchè ti voglio bene, stronzo. Ma dimmi te).

Un teaser* del prossimo post

*si ringrazia l'amica Symo per il nuovo vocabolo

Lui, sedici anni, bellissimo, intelligente, sportivo, pieno di talenti. Quando dico sportivo dico promessa del calcio locale, quando dico pieno di talenti intendo voce splendida che sta educando con insegnante di canto. Quando dico intelligente dico 9 fisso di matematica e spesso anche di storia. Quando dico bellissimo, dovrei dire B-E-L-L-I-S-S-I-M-O-H: la penultima volta che l'ho incontrato per strada ho ringraziato Dio di essere a piedi perchè, avessi visto una cosa del genere dalla macchina, a) non l'avrei minimamente riconosciuto tanto era cambiato, b) avrei inchiodato per guardare chi era.
Lei, quasi quattordici, piuttosto carina, tostissima, brava e ambiziosa nello studio, ma inguaribilmente incapace di controllarsi nei suoi furiosi corteggiamenti, spesso coronati da effimero successo e seguiti da atroci ripicche con ragazzine rivali e con gli stessi ex fidanzatini.

Conosco tutti e due da quando avevano appena finito le elementari, e sono sempre stati due dei miei prediletti. Inoltre, lui mi vuole molto bene e scatena le gelosie delle colleghe venendo a piazzarsi davanti alla mia porta quando consegno le pagelle e aspettandomi finchè non ho tempo per uscire a salutarlo e scambiarci due parole (l'ultima volta, un'ora secca). Lei spesso mi racconta le sue grane, chiacchieriamo un po', e io inarrestabilmente ogni volta mi lascio scappare una carezza nei suoi capelli biondi, perchè lei è contemporaneamente 25% figlia che vorrei avere e 50% bambina che sono stata. E l'altro 25% suo mi piace comunque un sacco.

Stavolta, la grana che avviliva lei era una cosa che aveva fatto lui. E che, ora quando lo rivedo, mi costerà parecchio non rinfacciargli malamente, perchè è tristamente brutta.

Sigh. I miei bambini.