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Daisypath Anniversary tickers

giovedì 29 marzo 2018

Pincha mayurasana , o anche: se mi riesce il pavone è la volta che mi faccio fare un servizio fotografico professionale













Poiché mollare, è chiaro, non si molla neanche stavolta. E se ci vorrà un anno, ci metteremo un anno. E se ce ne vorranno due, ce ne metteremo due.

Ma le ferie, si sa, sono infide. Oggi perciò concentriamoci su quanto stiamo producendo, e evitiamo di piangerci addosso.

Tre piccole cose che mi fanno sorridere. Piangere, anche, quando gira male. Ma in generale, va bene riportarle qui, perché sono piccole cose, uno non è che possa sempre stare sotto le bombe come la Germania del '45, a pensare ai massimi sistemi causandosi una crisi di senso ogni 72 ore, e che cazzo, oltretutto adesso è iniziata una roba* per cui al mattino apro il telefono e ci trovo dentro materiale per non dormire per giorni. Poi dice trovare qualcuno con cui condividere lucidamente e senza atteggiamento giudicante, sì è bello, ma belin, la lucidità taglia come il vetro.

(* detta roba non riguarda solo me, quindi per ora manteniamo il silenzio stampa)

Quindi, le piccole cose.

1. La Castagna e la Caramella si attrezzano per partecipare alla straAsti. Dacché le seghe mentali, hanno scoperto gli studiosi nel 2017, possono essere fatte in due modi, nel letto ingrassando, o su strada dimagrendo, ed entrambe hanno optato per la seconda, con serietà, ormai da mesi. Quindi la Castagna sostiene sia il caso di esternare quanto si diventa fit quando si è incazzate col genere maschile.

2. L'ultima volta che ho fatto la prof di sostegno avevo 29 anni. Non pensavo di rifarlo, e men che meno di potermela prendere come una vacanza, ma da un semplice disguido organizzativo è uscita una roba inaspettatamente piacevole, sarà perché l'Orsone è davvero il collega con cui viene bene tutto, penso che solo con la Fraulein  potrei avere una simile intesa. Beh no, ce l'avevo anche con la Compagna, cazzo come mi manca. Comunque ero sincera quando ho detto che l'esperienza mi aveva ringiovanito. Da qualche giorno si nota con chiarezza che anche lui si sta facendo due conti su dove la trova, un'altra con cui lavorare in assoluta simbiosi come con me. Bene, che se li faccia. Io, totalmente disillusa dalla vita, mi limito a pensare come se il mondo finisse anche quest'anno col trenta di giugno e dopo le colonne d'Ercole ci fosse il gran fiume Oceano con abissi e kraken. Sono stanca di cercare conforto in figure esterne, a tutti i livelli.

3. Ho sognato di nuovo il mare, e il piccolo chien che saltava e starnutiva all'idea di uscire con me. A causa degli incontri che faccio tra le cascine, con la Caramella, e della sua tendenza a mettere le mani in bocca a qualsiasi cane veda, o a farle mettere a me, come qui sotto è documentato, per poter scattare foto. Io all'inizio resistevo, ormai cedo, ed è impressionante quanti cani possano somigliare alla De come fratelli e quanto mi commuova ogni volta notarlo.











sabato 24 marzo 2018

Gli esseri umani esistono ancora



Arnaud Beltrame e Benôit Ducos. Per chi ancora crede nel "VADA A BORDO, CAZZO!"

domenica 18 marzo 2018

Tra il bambino e l'adolescente c'è l'animale strano

Poi, all'improvviso, eccoli. Tre settimane fa non prendevano sul serio niente. Adesso sono una terza.

La Castagna entra e ne mette cinque a recuperare il tema, sette a ripassare latino e gli altri sugli esercizi di grammatica, poi ne interroga due, passa a dettare il compito in classe di latino, ne manda quattro al pc, intanto che svolgono i vari lavori mette a posto i voti. Silenzio da chiesa. La Castagna entra e mette su il filmato sulla prima guerra mondiale e loro prendono gli appunti della volta prima, da soli. Tutti, anche Belzebù. La Castagna chiede due ricerche scritte a mano, una in Prezi o PowerPoint, e di sbattersi da soli a provare la seconda simulazione Invalsi a casa, e non battono ciglio.

E intanto li guarda. Sta per andarsene un'altra cucciolata. Erano minuscoli, e tantissimi, ventotto, ricorda che, al loro arrivo, sembravano più piccoli degli altri e facevano un casino inenarrabile. Giovedì scorso li ha divisi in due gruppi con l'Orsone, per il lavoro pomeridiano, e il gruppetto scrauso è finito a sedersi nell'aula che era la loro vecchia prima.  "Si ricorda prof, io ero seduto là", "Io qua" "Io ero in banco con..."

E me lo ricordo sì. Mannaggia.

Ho avuto un frontale con Quantoso'bono, qualche tempo fa. Mi aggiro tra i banchi, inizio ora di Storia, facendo domandine di ripasso, chiedo una cosa a uno che non la sa, giro la domanda su di lui e mi sento rispondere: "Ma che ne so, io!"
Il resto della classe va in apnea. Si sentirebbe una piuma cadere a terra. "Vai fuori", dico io, a voce bassa. Tenta un "no", ma si sta già alzando. Esce, senza sbattere la porta per fortuna. Io allungo la mano verso il diario sul suo banco, lo prendo, ma resto un attimo lì. Sanno tutti esattamente cosa sto facendo. Sto pesando la sgarberia di A., e decidendo se  la nota è da diario o da registro. Questo ragazzino lavora con me da due anni e mezzo e ha dato risposte del cazzo a tutti (famoso il settenario "ma io devo pisciare" con cui ha reagito al fatto che la Pallida non gli desse il permesso di andare in bagno); a tutti tranne che a me, che fa, comincia ora, a tre mesi dall'esame? Sarebbe da registro, sì. Il resto della classe ormai è in anossia. Ma nessuno sa che il giorno prima la mia mammografia è andata non bene, ma benissimo: Camilla, la mia cisti, è sparita. E questo mi predispone alla benevolenza universale. Quindi, la nota va sul diario. Anche se, insomma.

Quando, dopo un po', Quantoso'bono è di nuovo in classe, controllo le autorizzazioni per il pomeriggio di potenziamento di Storia, e lui si è scordato di farsela scrivere. "Telefona a casa, ma magari valuta se ha senso che ti fermi tre ore di più, per una materia che non ti interessa". "Ah, decide lei" mi fa. E io: "No, dovresti decidere tu, e valutare cosa decidere nel tuo interesse".

Più tardi, mentre sono in prima, il bidello Guaglione, che è un uomo di notevole spirito d'osservazione, si affaccia e con aria di totale scanzonata casualità e innocenza mi fa: "Professoressa scusate, è venuta una mamma, per un'autorizzazione, non ho capito". Io sto già per rispondere che dopo la guardo, poi realizzo che deve essere la genitrice di Quantoso'bono e faccio: "No... È già andata via?", al che il Guaglione si illumina di un sorriso birbante: "No, professore', ve l'ho fermata io, ho pensato che, va' a sapere, ci volevate parlare, nell'atrio sta". "Lei è un santo".
Mi sparo in corridoio e trovo il ragazzino che sta raccontando la sua versione dei fatti a mammina. Gliela servo riveduta e corretta. Mi aspetto scuse che il moretto non mi dà, mascella inchiodata, occhioni gonfi ma fissi sulla madre. Lo rispediamo a lezione, io e la mamma parliamo un po', poi quando lei se ne va io mi giro, e valuto se stampare un bacio al bidello trentenne verrebbe considerato adulterio. Lui mi guarda con aria goduta: "Nun m'è piaciuto proprio, a me, come gliela stava raccontando a sua madre." "Lei è bravissimo, Guaglione, sono davvero colpita".

Pausa pranzo. Torno dal bar e trovo Quantoso'bono con tre o quattro ragazze della classe, nell'auletta sostegno, a mangiare. Lui con quattro morsi ha spazzolato l'abbondante panino portato da mammà, e aspettiamo che le più delicate e raffinate compagne sbocconcellino, come miss Melania e miss Rossella, il loro pasto. Perché dò ordine di non alzarsi finché non hanno finito tutti, per dare agio a chi mastica di godersi il cibo. (Qualcuno mi dice, con aria incuriosita dalla propria disponibilità ad obbedire:  "a casa non lo faccio mica".) Mi siedo su un banco e vengo coinvolta in non so più quale conversazione delle ragazze, e intanto il ragazzino poggia un gomito sul ginocchio, la guancia sulla mano e mi fissa dritto, per minuti interi, con un sacco di cose che gli passano sul viso. Penso che mi chiederà scusa. Invece non lo fa, ma al pomeriggio lavora bene. E anche tutti gli altri pomeriggi dopo.

Giovedì devono preparare un'esposizione orale in piccoli gruppi, io passo tra loro, commento, ascolto. Lui riparte con lo sguardo profondo, fisso, mentre parlo coi suoi compagni. Ma non sta attento a quel che dico. Mi guarda come se dovesse parlarmi, e so che non lo farà. Capisco due cose: che non mi mancherà più di rispetto, e che l'ultimo giorno di scuola mi abbraccerà in lacrime. Come già molti sbruffoncelli dal cuore di panna con cui ho avuto a che fare.

Venerdì sono chini su una tabella di geografia, di cui devono analizzare i dati per iscritto. Giro tra i banchi. Quantoso'bono è temporaneamente in banco con Belzebù, che non sarebbe una coppia di mio gusto, ma in effetti, pur essendosi messi vicini con la solita faccia da "e ora facciamo casino", sembra si stiano impegnando. Passo dietro di loro e li interpello: "Qua che si fa, si lavora? Sì, direi di sì." Quantoso'bono, al sentire la mia voce, immobilizza la schiena, inspira e, io, che sto allungando una mano per fargli una carezza sulla testa, colgo un lampo del suo sguardo buttato sopra la spalla, che aspetta di vedere cosa faccio, e allora dirotto la mano dai suoi capelli nerissimi a quelli biondi di Belzebù, e glieli scompiglio tutti. Belzebù è abituato alle coccole perché, con tutti i suoi problemi, è in cima alla lista delle mie preoccupazioni, e anche di quelle dei colleghi, più di quanto lui stesso sappia. Proseguo nel giro. E mi sento un po' stupida. Ma a quattordici anni anche io ero un animale strano. E il mio lavoro, in buona parte, si fa cogliendo sfumature e differenziando ogni occhiata, ogni gesto, ogni tono di voce, perché ognuno di loro trovi quello di cui ha realmente bisogno nella relazione col docente. E non è di una carezza sui capelli che A. ha bisogno adesso. Nemmeno di un calcio in culo, come invece sostengono i colleghi. Anche io avrei voglia di abbracciarlo, ma aspetterò l'ultimo giorno di scuola. Perché tra il bambino e l'adolescente, per qualche settimana, c'è l'animale strano, una creatura fragile e selvatica che pochi riescono a vedere, e praticamente nessuno a trattare nel modo giusto. Ma quando lo incontri, se riesci ad avere il cuore puro, per un attimo è come vedere un unicorno.


giovedì 1 marzo 2018

Ricapitoliamo, e due

La Mater sta bene, ogni tanto le sto addosso per qualche piccola cosa medica, un controllo, una cataratta, un momento no con l'umore, la pressione, però nel complesso è tutto regolare. Sicuramente siamo usciti dal cupo tunnel di pensieri neri dell'anno scorso. Col bel tempo verrà di nuovo su a Asti. Adesso abbiamo in programma un pezzo di vacanze estive insieme, di nuovo in Valle, e poi un convegno a Roma, a settembre, e ci piace, parlare di quello. Nonostante ciò che l'estate negli ultimi anni ha significato. Il punto di vista su cui mi baso io è che, dopo l'estate 2015, posso immaginare di sopravvivere a tutte le altre, salvo il caso di decesso, o forse anche in quel caso, dato che non si può dire che io fossi viva, nel 2015.

A proposito di estate 2015: la settimana prossima torno dai buddhisti, per uscire un po' di qui e per sfatare il ricordo tremendo di quella settimana d'agosto. Non c'era quasi posto e mi hanno dato una camera in condivisione, ma io avrei preso anche una cuccetta in dormitorio comune, sempre per il principio se non sono morta allora, o, forse, essendo morta allora.

Sanguedelmiosangue lavora a Genova e pare aver trovato la sua futura professione, quella del counselor. Che dire. In fondo l'unica scuola superiore dove si sia mai trovato bene era il sociopsicopedagogico. Ora si è iscritto al master, e poi staremo a guardare. Non lo vedo male.

La Zia Buona non c'è più, ma io continuo a dimenticarmelo e a pensare di andarle a raccontare come sto e cosa fanno l'Uomo e la Princi.

Del resto della famiglia, a parte gli Psicozii su cui ho aggiornamento quotidiano dalla Mater, non so più niente. Cioè, a volte mi scrivo con la Cugina Bella dell'Uomo. Interrotto tutto il resto, l'ultima volta che mia cognata mi ha trattato normalmente era il mio compleanno, un paio di mesi fa, e credo proprio che non ci saranno altri contatti per un bel po'. Questo perché le ho fatto dare una sbirciatina dietro le quinte e devo averla messa ben bene in difficoltà. Cioè, non io. L'Uomo. Ma è ovvio che è più semplice interrompere i rapporti, del resto ormai solo whatsappici e sporadici, con me. Anche qui, vedremo. Sono molti i cadaveri che sto guardando passare dalle rive del fiume, o forse è il mio cadavere che, galleggiando portato dalla corrente, vede molte rive: ma prima che pensiate quanto è funereo questo post, vorrei dire che non parlo con dolore né con astio. Guardo l'acqua scorrere, con distacco, tutto lì. O il paesaggio cambiare, se quella che scorre sono io. Era fisiologico che, con tutte le bugie che l'Uomo seminava in giro, crescesse una giungla inabitabile. Ma io ancora mi sveglio con lui nella capanna sull'albero: quindi, sai quanto cazzo me ne frega di cosa ci sia a terra, o appeso alle liane tutt'intorno, alla fin fine che si fotta chi non capisce, chi non ci tiene, chi non cresce. E con questo ho sistemato in blocco quattro suoceri, anche se forse farei un'eccezione per la Suocera Aggiunta, ma non lo so. E diversi zii cugini e parenti minori. Va da sé che, quando dovessimo riprendere a frequentarci, io sarei così adorabile, gentile, disponibile e superiore alle provocazioni che tutti si domanderebbero come sia possibile aver sospeso i rapporti con me per tanto tempo. Figuratevi se potrei mai perdere del tempo a farmi le mie ragioni, o peggio a incazzarmi, nel momento in cui avessi appena fatto saltare il banco.





Ricapitoliamo, e uno

Ricostruiamo alcuni passaggi.

Io sono sempre Castagna. Ma coi capelli più corti. La figlia era preoccupata: “Questa non è una spuntata, eh, sei sicura, eh”. Poi era entusiasta: tagliare vuol dire una cosa sola, lei lo sa, e due giorni dopo se li è tagliati anche lei della stessa lunghezza, mi ha buttato le braccia al collo e mi ha detto: “Così siamo uguali!”. Cancellando di colpo, per sempre, circa dieci mesi di merda, sui dodici del 2017 passati insieme. La Caramella sostiene che sono dimagrita, che non mi ha mai vista così in forma. Io non passo a salutare la bilancia da mesi, secondo me non ho dato via un grammo, ma mi sento meglio, sì. A parte i postumi di San Valentino, ma adesso posso gestirli, credo. Di sicuro non ho gestito un colpo basso veramente gratuito, assestato con maestria nella navata del centro commerciale, tre o quattro giorni prima di Natale, che è stato il vero motivo del taglio di capelli. Ma lì non c'entrano né l'Uomo né l'altro, quello per cui non cambiavo pettinatura da anni. La Princi era presente, ma non ha colto, incredibile. Meglio così.

L'Uomo è qui. Ecco. Forse me ne sto di dire solo questo. Che sia un bene o un male, ai posteri.

La Princi è sempre fidanzata col Padreterno, ha portato una pagella senza nessuna insufficienza, visto per la prima volta la Valle d'Aosta e comprato, sotto gli occhi di una Castagna deliziata, tutto l'abbigliamento per la sua prima esperienza di sci, che è domani. Le sono successe un milione di altre cose, di cui non parleremo qui. E' più calma. E' cresciuta ancora. Sta andando a lezione di teoria per prendere la patente. E' bellissima. Ogni volta che l'espressione “l'Uomo è qui” assume una connotazione negativa, mi ritrovo a pensare a come sta crescendo lei. Anche finisse malissimo, per noi, valeva la pena, per lei.

Cavallino e la Tipa avanzano a testa alta tra i marosi, senza perdere di vista la meta. Tentiamo di pranzare insieme un po' più spesso, ma restiamo comunque sempre indietro sul numero di discorsi da fare. I loro bambini crescono in età, statura e intelligenza. Nipotina è alta due centimetri meno di me, e ha scelto il liceo per l'anno prossimo, santissimo Iddio, il LICEO, sì lo so che la Princi è in quarta superiore, ma lei è arrivata che era grande, Nipotina nelle foto del mio matrimonio è una polpetta rosa chiaro, che succhia dal biberon. Il Coccodrillo, peraltro, è preiscritto alle medie. L'Orsetto di Montagna anche. Non so quanto durerà questo blog ancora, ma ci sono forti dubbi sul poter continuare a chiamare Orsetto un ragazzo che guida la moto, e Coccodrillo poche settimane fa ha scoperto che lo chiamo così e si è incazzato. Nipotina sarà sempre Nipotina, senza problemi, anche quando si sposerà. Oddio. Perché un giorno si sposerà. Ma io allora sarò già stata stroncata da un infarto alle nozze della Princi... SOPRATTUTTO se sposa il Padreterno. (Sì lo so, sarò una suocera di merda. Scusate, ma io mi sono impegnata, con risultati tutti da valutare tra l'altro ,a essere una figlia responsabile, una buona nipote, una moglie amorevole e una madre almeno ai limiti della decenza, il prossimo obiettivo della mia vita se mai sarà fare la nonna, per la suocera non ricordo di aver mai promesso niente, oh.)

lunedì 26 febbraio 2018

Di paranoie, seconde possibilità e buoni propositi

La Castagna ha iniziato il 2018 con alcuni serissimi propositi. Molti, motivati da autolesionismo/capacità infinita di sopportare umiliazioni/ mancanza di alternative, tutta roba che lei, in castagnese, chiama amore/essere diventata una persona migliore/avere fatto una scelta precisa e portarla coraggiosamente avanti. Alcuni dei bestfriendforever di Castagna parlano castagnese, altri no, altri ancora lo stanno studiando. Lei comunque va avanti a testa alta, nonostante il massacro di San Valentino che le ha minato mesi e mesi di progressi nel comportamento alimentare.

Tra i propositi del 2018 c'era il non rimandare più i controlli sulla salute. Anche perchè da dicembre a gennaio si erano fatti avanti alcuni simpatici araldi a suggerire che, nella fisiologia castagnesca, gli ultimi quattro anni sono valsi quanto quaranta. Ogni esame che le è stato fatto, quindi, ha rivelato qualcosa: e la pressione è alta, e il colesterolo è salito, e il seno, e l'utero, e il rene.
Lei l'ha presa con una certa sicumera, battezzando Camilla la cisti nel seno, Klaus il calcolo renale, e aggiungendoli a Timmy Tommy e Jimmy, i tre miomi uterini. Ma si è defecata parecchio sotto, e ha riflettuto amaramente su molti aspetti, tra cui a dire il vero la principale preoccupazione, in caso di notizie molto brutte, era per sua madre (vedi come la vita fa il giro...).
In sei settimane è passata da: “affronterò tutto senza dire niente a nessuno, finchè non sarà assolutamente indispensabile” a “non diciamo cazzate, ho una famiglia e so come usarla in caso di bisogno, ce la faranno ad aiutarmi e starmi vicino”. Così è passata dal mood cimiteriale primo Ottocento (“vedi raspar tra le macerie e i bronchi la derelitta cagna ramingando”.... che, diciamocelo, è l'unico verso di Foscolo veramente BRUTTO) al mood “diamo l'esempio di dignità ed equilibrio e evitiamo di dare al marito e alla figlia la sensazione che a casa si parli solo di salute come tra vecchi”. In mezzo aveva anche tentato la fase Queen, spaziando da “who wants to live forever, when love must die?” a “but my smile still stays on”, se capite cosa intendo(*).Insomma: era morta d'ansia, la prof. Però la scelta di dire le cose alla sua tribù di amici e famiglia è stata vincente. Molto ha gradito, infatti, la fifonazza di Castagna, non dover affrontare tutto da sola, ma passare alcune poco rassicuranti ore di attesa, e il ritiro referti, con l'Uomo al suo fianco. Che riconferma quanto detto sopra in castagnese: va bene tutto, ma con l'Uomo, mentre, senza l'Uomo, non va bene niente.

Però oggi, che era il giorno dello strizzamento tette e dell'ecografia bilaterale, Castagna iperventilava di brutto, anche se cercava di non darlo troppo a vedere. Uscita con in mano un referto che non solo è negativo, scevro di ogni complicanza, ma è addirittura meglio di quello dei fatidici quaranta, è stata colta da un momento di grazia assurdo:

  • adesso non tocco più un fritto un dolce un cioccolatino una sigaretta
  • vi amo tutti e sarò a disposizione di tutti per farvi felici
  • yoga tutti i giorni lo giuro
  • sane abitudini, a me
  • faccio lavare la macchina

...etc etc etc.

Quindi è rientrata e si è fatta una bouffée preoccupante di roba sana, poi mentre, tutta contenta, cercava di non domandarsi per l'ennesima sera come mai l'Uomo rientrasse tardi, o meglio, di non rispondersi alla domanda (**), ha pensato: e metto in ordine il blog.

Per metto in ordine intendeva: non ce la faremo mai a recuperare tutto quello che in questi mesi vi siete persi della mirabolante prima B, né della misteriosa terza B. O della situazione matrimoniale, per la quale un team di esperti sta cercando di tradurre dal castagnese un breve riassunto in centrotrentaquattro volumi.
Ma possiamo portare chiarezza su alcuni punti in generale. Da cui, il prossimo post.

(*) E guardate che io “The show must go on” non la cito MAI, perchè per me è come fare le fotocopie del testamento spirituale di un parente, è una cosa che mi fa stare male, come un affronto al pudore.

(**) Stasera è stato facile, poiché uscendo dall'ospedale l'Uomo ha detto in una stessa frase le parole “U2” “Assago” “terza fila” e “ottobre”. Purtroppo ha anche detto il prezzo di ogni posto in terza fila al concerto. Ma in fondo chi cazzo se ne frega, ha pensato Castagna. Sono gli U2, è la seconda possibilità che mi sta offrendo l'Uomo, non ho un cancro al seno, e poi, poi, lui ha detto a ottobre. Che, pensandoci, mi fa più felice di tutto il resto. Sì, anche di sentir cantare “One” dal vivo. E, pensandoci ora, le sono stati nominati gli U2 e Castagna non ha risentito nelle ossa il caldo rovente del maggio 2014 e in testa le note galeotte di “Where the streets have no name”. Ha solo guardato l'Uomo, pensato che non sa nemmeno se se la merita, lei, una seconda possibilità, e gli ha detto che sì, nel 2009 i biglietti sono stati rivenduti, ma lei è molto cambiata dal 2009. E gli ha sorriso. Pregando gli dei di ogni culto conosciuto nella storia umana che davvero lui gliela desse, una seconda possibilità.

venerdì 26 gennaio 2018

A fare danno si è sempre in tempo

Come tutti sanno, ci vogliono millenni per produrre una gemma preziosa e un attimo per spezzarla. Dozzine di mesi per scrivere un capolavoro, e una frazione di secondo per appiccare il fuoco a una pila di libri. E potrei continuare con gli esempi.

Dieci anni e mezzo di reputazione tutto sommato buona a Scuolina Rosa, e quattro minuti per fornire materiale da sputtanamento sufficiente a guastarmi la vita.

Così, quando dico all'Orsone di farsi posto sul sedile posteriore della mia auto, tra bottiglie di Fiuggi (la Princi ha dei calcoli renali), cd di yoga e libri di storia, sono consapevole di stare controfirmando la mia pubblica esecuzione.

Lo porto a neanche trecento metri dalla scuola, al solito baretto. Ma ho appena accettato di pranzare con lui, di corsa, anche se gli ho cambiato tutti i programmi del rientro pomeridiano per poter rientrare a casa all'ora di pranzo e accudire la Princi.

In macchina si svolge la seguente spiegazione: "Orsone, allora, capiamoci: io sono una rispettabile insegnante sposata. Qui dentro non vedono l'ora di trovare qualcosa con cui affossarmi, ma in tutti questi anni gliene ho fatte due sotto il naso e non se ne sono accorti, adesso dare un passaggio a te da qui a lì mi devasterà la reputazione."
Ride. Sottolineo che non c'è un cazzo da ridere: "No, seriamente, guarda che se tu adesso ti metti in lite col Troll, e tutti sanno che io e te invece andiamo d'accordo, si crea una faida mortale. In pratica, se adesso ci schieriamo dalla stessa parte, tu l'anno prossimo devi inevitabilmente riprendere cattedra qui per venire a difendermi, non puoi andartene lasciandomi sola con le conseguenze."

Io e la mia incipiente influenza, infatti, siamo rimaste a pranzo perché l'Orsone, che la settimana scorsa mi ha sostenuto durante quella che passerà alla storia come "la Questione del Regolamento Fantasma", alla fine delle lezioni ieri mi si è attaccato con occhio allarmato dicendo: "Penso che litigherò col Troll". A causa di quello che i posteri ricorderanno come "il Delitto del Tagliacarte".

Protagonisti delle due vicende, un Gigante stranamente volubile, Castagna, il Troll, la Bestia Nera, la Bionda Svampita, l'Orsetto Lavatore (ribattezzato efficacemente Pirlotto), l'Orsone, la Preside Chic, Belzebù e Riace in terza B, una ragazzina di seconda A, e un reparto psichiatrico, l'intera seconda B. Coprotagonista, un regolamento scritto da noi stessi che adesso è carta da cesso. Personaggi secondari, comprimari e comparse: diversi genitori, altri prof, la terza B, Antigone (quella della tragedia greca, non è un soprannome) e una gita scolastica.

Ora, l'Orsone io l'ho avvisato un paio di mesi fa che si stava mettendo nei guai. Sono entrata in sala prof a metà mattina e gli ho fatto: "io e te il caffè di oggi lo prendiamo al bar", e ho colto l'occasione per spiegargli, al riparo dalle orecchie indiscrete che origliano dietro la finta parete dello stanzino del caffè, che stava correndo un bel rischio. Una settimana scarsa dopo è entrato in sala prof e mi ha detto: "avevi proprio ragione".
Così, quando ieri ha preso il cappotto e ha detto, forse senza rendersi conto che il Troll era lì e io e lei avevamo pelo dritto e denti scoperti, ma forse percependolo benissimo e facendolo apposta, "andiamo a mangiare?", la qui scrivente sventurata ha risposto.


domenica 21 gennaio 2018

Ai due estremi del blu - Itaca

Mi facevano male le mani a forza di arrotolare il filo, ero stanca. Faceva di nuovo un caldo insopportabile, nel cortile di pietra non muoveva un filo di vento. Dalle stanze interne venivano le loro risa sguaiate: anche quel giorno avevano banchettato a nostre spese, ed io non avevo più, da tempo, il coraggio di guardare l'espressione sfiduciata di Laerte.

Mi ero ritirata presto, dopo le faccende del mattino. Avrei tanto voluto distendermi e dormire. Ma quando arrivavo nella camera nuziale, e guardavo il tronco nodoso su cui giaceva il pagliericcio, ero ossessionata ogni volta dal pensiero delle sue mani, le sue bellissime mani, che lavoravano il legno e lo lisciavano con cura, che lavoravano la mia pelle e la facevano scintillare nella luce della luna. Mi portai quindi subito il cesto con la lana ai piedi dell'albero, in cortile, insieme ad un piccolo sedile. Speravo in un refolo d'aria che mi asciugasse il sudore. Ma tutto era giallo e rovente, come al solito d'estate: per sentire il vento avrei dovuto andarmene da lì, camminare per chilometri fino al mare, e io non sopportavo quasi più di uscire, se non all'alba, per i miei solitari vagabondaggi pieni di un rabbioso dolore. Poi quel giorno, in particolare, non mi sentivo in condizioni di affrontare la possibilità di incontrare Anfinomo. I suoi occhi gentili, il suo bianco sorriso, la mano delicata con cui a volte mi tratteneva nell'atrio e mi sospingeva verso la sala: "Perché non resti con noi, Penelope?" chiedeva, e io sapevo che, tra tutti i Proci, solo lui non parlava per interesse. Non voleva che scegliessi uno di loro per prendere il potere. Credevo che provasse solo a dirmi che dovevo vivere. Senza Ulisse, vivere?

I suoi cugini erano arrivati più di una volta a provocazioni grevi, a toni accesi. Lui, potevo sentirlo anche se mi allontanavo sdegnosamente dalla stanza, interveniva con voce pacata, ad un volume troppo basso per un uomo della sua statura. Mi ero sorpresa, una volta, a chiedermi come fosse la sua voce quando si alterava. Probabilmente, come tutti i buoni d'animo, gridava forte all'improvviso, e poi era il primo a spaventarsene. Comunque non lo avevo mai sentito arrabbiarsi.

Da qualche settimana Telemaco sembrava aver legato molto con Anfinomo. Li avevo visti giocare insieme, mimando movimenti di lotta, appena qualche giorno prima. Il mio bellissimo figlio, così simile al padre, e il suo corpo giovane avvinghiato con quello, non molto più vecchio, del mio pretendente. Risate, grugniti, muscoli guizzanti, il fiato corto. Passando, uno degli altri li aveva visti, aveva gettato un'occhiata maliziosa a me che osservavo dalla soglia, e aveva urlato: "Guardate ragazzi, Anfinomo ha trovato il modo per arrivare a Penelope: conquista il figlio, e avrai la madre!!!"
Tutti e due avevano smesso di colpo di lottare, Telemaco aveva stretto labbra e pugni, e guardato me con la furia in viso, ma a me bastava un cenno per dissuaderlo, e quel giorno mi limitai a un'occhiata. Dietro di lui, Anfinomo aveva lasciato ricadere le braccia, ripreso le distanze, e anche lui stava guardando me. Con espressione dispiaciuta. Nessuno di noi aveva proferito verbo, ed io ero rientrata nell'ombra della sala.

Quella sera ero andata a dormire con un senso di agitazione, di pericolo, e insieme qualcosa che non sapevo nominare, come un prurito in mezzo al cuore, come un rigagnolo d'acqua pulita che scorre da una crepa nel muro. Avevo chiuso gli occhi a fatica dopo molti aggiustamenti nel giaciglio, che sembrava fatto di spine. E sognato un'isola verdissima, lontana, con i delfini che saltavano fuori dalle onde, le ombre fresche che si spostavano lungo la sabbia rosata, una donna di eccezionale bellezza con un peplo bianco, e gli occhi di due verdi diversi del mio amato sposo che fissavano il mare. Una voce aveva sussurrato nel mio orecchio: "Arriva!", e mi ero svegliata di colpo, senza cognizione, con l'impulso di correre ad aprire la porta: così violento, questo istinto, da farmi alzare e correre davvero, così com'ero, nella sottile veste da notte, fino alla sala principale, dove il fuoco era sempre acceso per le gozzoviglie dei Proci.

Solo quando ero arrivata al centro della sala semibuia avevo considerato la mia situazione: mi ero appena slanciata, seminuda, verso una stanza dove avrei potuto trovare una dozzina di uomini ubriachi, solo perché il mio assurdo cuore credeva, per un ingannevole sogno mandato da chissà quale dio vendicativo, che in mezzo alla sala avrei trovato lui, sporco di sale, trasandato, coi capelli ingrigiti, e la mia corsa si sarebbe finalmente fermata nello spazio palpitante del suo petto.

Invece, per mia fortuna, la sala era deserta. Il fuoco era prossimo a esaurirsi. Doveva essere molto tardi, o molto presto. Mi ero ricomposta, temendo di incontrare qualche servo già sveglio, venuto a riattizzare le fiamme. Ma avevo ancora gli occhi velati dal sogno, la mente confusa, e indugiavo a guardare le braci luminose. Poi un rumore mi aveva fatto saltare il cuore nel petto: dall'angolo della stanza una figura si stava sollevando da una panca, e per un attimo irragionevolmente avevo sperato che... ma subito dopo vidi, la corporatura, i capelli, il movimento stesso non erano quelli di Ulisse. Il debole chiarore del fuoco si rifletteva negli occhi neri di Anfinomo, mentre mi sorrideva, assonnato.

"Mi hanno lasciato qua" aveva detto a bassa voce, con tono di scusa.
Non riuscivo ancora a completare il mio risveglio. Sembrava una parte del sogno stesso. Poi mi ero accorta di tutto, dei miei capelli sciolti, del telo sottile che copriva il mio corpo, del buio, dei suoi occhi buoni che mi scrutavano con serietà. Avevo raddrizzato il collo, ripreso la postura che si addice a una regina, portato indietro le spalle, e in modo il più possibile tranquillo avevo detto: "Buon riposo, Anfinomo". Non aveva tentato di trattenermi. Rifacendo il corridoio, mentre reprimevo l'impulso di accelerare il passo, mi ero chiesta per un attimo se avrebbe parlato del nostro incontro con i suoi parenti. Ma sapevo che non sarebbe accaduto. Ero rimasta raggomitolata sul letto, seduta, a guardare la luce dell'alba che entrava sotto la porta, e per quella notte non avevo più osato dormire.

Quel giorno, sotto l'ulivo, ripensavo all'ondata di speranza, di incontenibile gioia, provata correndo nel buio verso la sala, e insieme al senso di fastidio che mi dava l'immagine, sempre presente adesso, di quell'isola così verde, di quella donna dai ricci perfetti. Mi dissi che era solo un sogno, ma ero nauseata, dal caldo forse, dal ripetersi incessante del movimento delle mie dita, e con insofferenza gettai a terra la lana che stavo lavorando. Mi guardai le mani, in grembo. Pensavo alla pelle delle mie braccia, delle mie cosce, del mio viso, che non riluceva più di giovinezza e turgore. Ai miei capelli, che sul davanti erano aureolati dei primi fili d'argento. A tutta la lana che avevo filato instancabilmente in quegli anni, mentre l'ulivo del cortile e Telemaco crescevano, e io mi lasciavo appassire.

Dovevo riscuotermi. Mi alzai per prendere la lana, e chinandomi avvertii il familiare gorgoglio nel basso ventre, l'appiccicoso fluire del sangue. Con un sospiro, decisi di lasciare dov'era la mia opera di filatura, e entrai nelle mie stanze, per ripulirmi. Un'altra luna che mi vedeva dormire sola. Il mio seno non si sarebbe più teso, gonfio di latte, alle labbra rosa di un bambino. Eppure, ogni mese, ancora questa piccola tortura. Scossi la testa, irritata e avvilita. E poi entrai nella camera nuziale, e allora lo vidi. Era in piedi accanto al talamo. Inorridii. Neppure le serve entravano senza il mio permesso.
Era di schiena. Teneva qualcosa tra le mani, se lo portava al viso. Le sue belle grandi spalle curve, le sue mani che toccavano la stoffa con dolcezza. Si voltò di scatto, sentendo il risucchio del mio respiro, ma avevo visto abbastanza. Aggrottai la fronte, fulminandolo: "Anfinomo!" Abbassò gli occhi a terra, con la destra mi tese il mio scialle leggero, senza arrivare a toccarmi. Mentre lo prendevo, il suo sguardo tornò su di me, malinconico e ferito. Volevo dire qualcosa. Se avesse parlato, sorriso, o tentato qualsiasi gesto, lo avrei allontanato con rabbia. Ma qualcosa nella sua espressione mi disarmò. Restammo un momento in piedi, uno davanti all'altra.

"Mamma!" gridò Telemaco da fuori.
Sussultai. Anfinomo raddrizzò le spalle, senza lasciare i miei occhi.
"Mamma!"
"Vengo, Telemaco!" risposi. Anfinomo si allontanò da me.
Sgusciai nel cortile, cercando di non lasciare la porta aperta dietro di me, ma accostandola con un movimento che speravo risultasse naturale.
"Mamma", la voce di Telemaco si incrinava come quando era piccolo, "è morto Argo!"
"Come?"
Gli scese una lacrima, che scacciò nervoso con le dita: "Stava arrivando gente... un viandante da lontano... e Eumeo ha detto che il cane si è tirato su, ha scodinzolato, e poi... mamma..."
"Povera bestia, era molto vecchio..."
"Sì..."
"Adesso non piangere, Telemaco, accompagnami a vedere chi è arrivato."







sabato 20 gennaio 2018

Ai due estremi del blu - Ogigia

"Non andare", mi disse più volte Calipso. "Il nostro sarà un amore immortale. Farò di te un dio, è quel che meriti."
Restavo sdraiato tra le sue braccia, ascoltando le onde fuori dalla grotta. I suoni distanti degli uccelli marini, di creature mostruose che risucchiavano acqua nelle fauci, degli spruzzi sollevati da banchi di pesci volanti. Gli schiocchi felici dei delfini. Tutto lì fuori, a portata di mano. E neanche due assi di legno tenute insieme da una corda, per andarmene. Gli dèi contro, da una vita.
La mano di Calipso intorno al sesso, e gli occhi muti di Penelope in mente.

Di giorno, le fronde stormivano sul mio capo, mentre strizzavo le palpebre per guardare il cielo tra le foglie. Il mio corpo, reso coriaceo dal sale e muscoloso dai combattimenti, che impigriva, che si allentava, nell'ozio dorato della spiaggia di Ogigia.
Due uccellini verde chiaro si inseguivano giocando. Pensavo alla piccola mano paffuta di Telemaco aggrappata al mio dito.

Poi lei venne, e disse: "Hanno detto che puoi andare. Che devi andare."
Le tremava la voce. Il mio cuore fece un balzo nel petto, mi sollevai per metà sulla sabbia, già cercavo con gli occhi un tronco da tagliare. Poi la guardai. Cercava di sorridermi, ma i suoi occhi erano puntati verso l'orizzonte. Per la miliardesima volta, ne ero certo, si chiedeva come avrei trovato Penelope: una quasi quarantenne con i segni del dolore in viso, un essere umano, fallibile, pieno di difetti. Lei, che era una dea e ogni giorno rifletteva nei capelli, nelle labbra, tutto lo splendore di un'isola fatata, cercava di immaginare il profumo di mia moglie, del nostro letto, delle stanze di casa nostra. Non poteva riuscirci.

Tentai di non farle notare con quanta eccitazione stessi mettendo finalmente insieme i pezzi per costruire la mia zattera. Mi portava da mangiare e da bere, sedeva vicino a me per un po', ma le passavano sul viso incantevole molte espressioni dure. Poi si alzava e scuotendo le spalle andava verso la grotta. Di notte mi amava con generosità, con passione. Di giorno prese a evitarmi sempre di più.

Una sera prima del tramonto finii il lavoro. Non volevo dormire con lei, rubarle un'ultima volta i piaceri che avevo imparato ad apprezzare, volevo stare vicino alla mia zattera, carezzare il legno, non chiudere occhio fino al primo raggio di luce, per non perdere neanche un secondo, per spingere in acqua la piccola imbarcazione non appena avessi potuto distinguere la linea del promontorio dal colore del cielo. Non sapevo come salutarla.

Venne lei, appena sceso il sole, quando mi ero da poco sdraiato sulle assi tiepide. Mi si raggomitolò vicino. Non voleva fare l'amore, non mi toccava neppure. Restò lì fino a poco prima che albeggiasse. Io non dissi niente. La guardai andare via, col peplo chiaro che ondeggiava, appena visibile, lungo il bagnasciuga nero, finchè scomparve. Non ero davvero certo che ci fosse mai stata.

Spinsi in mare la zattera, e a ogni onda che la colpiva il mio corpo sussultava, come se i sobbalzi del legno fossero spinte dei miei lombi in un grembo azzurro, enorme. Appena fui abbastanza lontano dall'isola, urlai al cielo con rabbia, e con gioia. Stavo andando a casa. Ogigia, dietro di me, era una macchia verdeggiante, baciata dalla rugiada, ruscellante di cascate. In fondo alla grotta, Calipso forse piangeva. L'odore di pietre calde e legno d'ulivo della mia stanza nuziale si liberò nel mio cervello, un ricordo che non avevo voluto ridestare per anni. Ma sembrava quasi di essere sulla porta, se chiudevo gli occhi percepivo la ruvidezza del muro, il passo calmo di Penelope coi suoi calzari sottili, il fruscio della sua veste che cadeva a terra. Mi concentrai intensamente sul mare, che temevo potesse tradirmi ancora. Non potevo ancora cedere al miraggio. Non potevo correre a prenderla tra le mie braccia, strofinare la testa calda di Argo, vedere lo splendore dei vent'anni di Telemaco. Dovevo fare quel che avevo sempre fatto: navigare. E non morire. Strinsi le palpebre e scrutai l'orizzonte che si faceva cupo. Non mi sarei lasciato fermare.





martedì 16 gennaio 2018

Quattro fotogrammi

Uno.
Oggi sarebbe l'anniversario di matrimonio dei miei. Mia madre non indossa più la fede da un pezzo, io ogni volta che le guardo la mano sinistra ci resto di merda. Sono una sentimentale del cazzo, e, comunque, papà mi manca. Sono quattro anni che se ne è andato, e io che non capivo perché la settimana scorsa ero fisicamente e moralmente a pezzi: mi era sfuggito l'anniversario, a livello cosciente, e invece eccolo, da tutte le altre parti. Domani faccio quarantadue anni e vorrei tanto un suo abbraccio.

Due.
Cazzo, ma Dolores O'Riordan anche no, dai. Anche no.

Tre.
La Princi è tra i candidati per un'esperienza di stage all'estero. Ventotto giorni in Spagna, in famiglia, a lavorare come assistente di sala in pronto soccorso. Uno dei quindici posti riservati agli alunni di Ultima Frontiera è praticamente già suo, a giudicare da come me ne hanno parlato i professori. Un terzo di me scoppia di fierezza, orgoglio, invidia e entusiasmo. Un terzo di me si domanda come sopravviverà, quella che è tornata da due settimane di Sardegna con l'appendicite e ha detto "lo sapevo che se andavo via mi veniva qualcosa", quella che non sa contare i resti, e quella che fino a cinque minuti fa voleva la mamma per ogni cosa nuova. Un altro terzo guarda pensoso l'Uomo e si domanda: come sopravviverò io? Cosa succederà in quel mese?
Oggi comunque lei va alla prima lezione di teoria per la patente. Lacrimuccia. Stiamo invecchiando.

Quattro.
Belzebù sta per essere ricoverato di nuovo. Sta veramente male, di fisico e di testa. Non ci dormo. Penso che andrò a trovarlo al Gaslini. Non voglio coinvolgermi troppo, temo di sapere come andrà a finire e devo cercare di proteggermi, nei limiti del possibile, ma lui è così solo. La differenza tra il suo comportamento e quello degli altri è enorme, ormai, e come si fa a non iniziare davvero a trattarlo diversamente da tutti.
Sono intervenuta in suo favore, sbianchettando di mio pugno due note dell'Orsone per il suo sclero incontenibile dell'ultimo giorno in cui è venuto a scuola, la settimana scorsa. L'Orsone mi aveva dato il suo permesso, ma di certo ho sudato freddo nel prendere posizione davanti a un uomo così autorevole. E nel valutare fin dove arrivi adesso la possibilità di dire la mia, in una scuola dove, fino a due anni fa, ero trattata come una sguattera rimpiazzabile in qualsiasi momento. Ieri guardavo i ragazzi di terza, due ore e mezza con la testa china sul testo argomentativo, in un silenzio celestiale che perdurava anche se io mi spostavo in fondo al corridoio a far fare le fotocopie. Due anni e mezzo, ci ho messo, ad avere questo da loro. E diciotto anni, tra tirocini, supplenze e ruolo, ad avere questo da me stessa.