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martedì 29 gennaio 2019

Tà katà leptá, 3: del perché dopo dodici anni una se ne vuole andare



Scopri che a dicembre si sono parlati, dietro la tua schiena, per fare le cattedre di lettere dell'anno prossimo: a misura di Troll e, immagini, di qualche amichetta del giro di Paese Bruttone che deve arrivare. Ovviamente cercheranno di far saltare le tue ore di storia. Metti insieme le liti furibonde su questioni disciplinari degli ultimi due anni, gli insulti alla tua materia ricevuti dal vicepreside in prescrutinio l'anno scorso, la bocciatura all'orale d'esame di Belzebù a giugno, la promozione di altri cinque che dovevano assolutamente essere fermati e a cui il Gigante ha alzato i voti da quattro a sei nel giro di una notte, le pressioni fatte sulla collega M. per usare i suoi voti come jolly. E poi ci metti l'orario di merda di quest'anno, il fatto che con sei esigenze educative speciali, due accací e un progetto scuola lavoro a inizio anno fossero state date alla tua seconda ZERO ore di sostegno, mentre DICIOTTO erano state messe sulla classe da cui l'unico accací si era appena ritirato. E il fatto che a ottobre ti sia stato proposto di stravolgere le tue cattedre su due classi per andare a salvare il culo alla sezione dove è arrivata, dalle messe a disposizione, una poveretta sotto psicofarmaci. E di
farlo GRATIS.

ALLORA, E SOLTANTO ALLORA,  vai dal Gigante e gli rinfacci che ti tratta come una cazzo di supplente, che è falso come Giuda e scorretto. E ti complimenti con te stessa perché, la mattina di ottobre in cui lui e la preside hanno cercato di usarti come straccio da pavimenti, tu eri appena stata a parlare con il vicepreside di Scuola Vintage. Della proposta di lavoro che ti aveva ventilato l'Orsone. E che ti piace. Oh se ti piace.

Perciò, anche se tra la palestra e la scuola è tutto immacolato e si sentono cantare gli uccellini, mentre il sole rende magico il riflesso azzurrino della neve sul campanile, anche se seppellirai qui anni di gioie e di amori e di fatiche e di crescita, anche se questo vuol dire lasciare una delle tue cucciolate migliori, te ne andrai. Speri, almeno. E se non ti riuscirà di andartene, ragionerai, seriamente, sul rimanere diventando una delle figure più scomode che si possano immaginare all'interno di un gruppo di lavoro. 

lunedì 21 gennaio 2019

Cattiva come la Castagna

L'altro giorno la Yilmaz ha fatto  assistenza a quelli della II B che non erano alla standardizzata online del Genuino.
Fulminato: "Secondo lei io posso diventare ingegnere aeronautico o meccanico?"
La Yilmaz, pacatamente: "Secondo me puoi diventare seduto e zitto."
Qualcuno (giurerei di sapere chi) osserva: "Lei è cattiva come la Castagna."

La Castagna è CATTIVISSIMA. Soprattutto con la seconda B. Orfana dei quattro dell'Orsone, ma ancora recuperabile. Capre, grida loro. Banda di ignoranti. Ma possibile che ogni settimana debba rispiegare come si sta a scuola??? Smettetela di chiedermi se poi rileggo il dettato, e SCRIVETE, manica di ansiosi. E piantatela di interrompere mentre spiego, maledizione lo dico ogni volta che interrogo, quale parte di non-tocca-a-te non hai capito, Bambi? Grrraaaarrr. Prendete gli stramaledetti quaderni, sfaticati! Conto fino a uno! Dannazione mi fate morire!!! Ho detto SILENZIO! AH: UNA COSA, SANTO CIELO, HO PRATICAMENTE FIRMATO SOLO VOTI DAL SETTE A SALIRE, DISGRAZIATI, DATEMI I DIARI CHE VE LI METTO. E ZITTI!!!

Sì, perché praticamente adesso abbiamo alzato la pendenza della cyclette. E il risultato è che ci sono scene come: entro urlando di sedersi e perché diavolo non sono già con le mie materie sul tavolo e dove diavolo sono i compiti assegnati, scattare!!! Poi sorrido e dico con voce angelica: ah, e ve l'ho detto che il compitazzo di analisi logica che vi ho scagliato addosso per punizione a sorpresa è andato benone, e che sono soddisfattissima?
Oppure: adesso abbiamo solo tredici minuti e non so nemmeno se sia il caso, ma dovrei introdurre i concetti base dell'economia socialista, che faccio, provo? Ottenendo dodici minuti di silenzio religioso in cui i tre quarti della classe CAPISCONO i concetti base dell'economia socialista. E al tredicesimo minuto io sbotto: ma POSSIBILE che devo spiegarvi ogni santa volta come prendere il foglio per il tema, e in meno di un quarto d'ora capite Marx??? E loro restano silenziosi, con un deliziato sorriso sul volto, ad ascoltare un rumore di sottofondo, cui non sanno se credere davvero: la prof sta facendo le fusa.

Sono cattiva, sì. Poi mi sciolgo come una fettina di burro in padella, ogni volta che li guardo. E penso sempre più spesso a quando sono arrivata, alla prima prima che ho preso. Perché è stata la classe migliore della mia vita, quella con cui ci capivamo a sguardi, e anche questi sono così. E mi strazio al pensiero. Perché, adesso prendo fiato e lo dico, anche se fa un male porco, vado via. Faccio domanda per andarmene, almeno. Abbandono Scuolina Rosa. Non l'ho ancora detto a nessuno. Comincio domani.

A voi lo dico prima, perché ve lo devo. Per tutto quello che ho pensato di raccontarvi di questi ventisei fenomeni e non vi ho raccontato, per tutte le avventure di scuola che ho taciuto perché era doloroso parlarne. Oggi ho visto una cosa che mi ha fatto decidere, perché sarà un cambiamento epocale per me, dopo dodici anni, e non voglio affrontarlo da sola. Ho visto il mio allievo Irresistibile, di origine etiope, che seguiva le interrogazioni dei compagni con una strana macchiolina bianca in faccia. Mi sono avvicinata: era il bollino adesivo di un Ferrero Rocher. Sul suo faccino di cioccolata. Ha sbattuto le ciglia da gazzella con aria da farabutto, e io sono morta dal ridere. E ho pensato: ecco, vaffanculo, questo non me lo dimenticherò mai.

Fosse l'unica cosa, che non mi dimenticherò mai...




mercoledì 2 gennaio 2019

Tà katà leptá, 2. L'ango invernale

È iniziato l'ango invernale, un po' più breve di quello dei monasteri zen, per il quale ho preso alcuni solidi impegni con me stessa. Uno è truccarsi tutti i giorni, l'altro è riorganizzare completamente l'ufficio e 20 giorni ci vorranno tutti, visto che l'uomo ha portato su da Genova tutto quello che non voleva buttare che stava in casa o in cantina da sua nonna... Dio mio, la visione del vestito da sposa ingiallito di mia suocera appeso in corridoio, e menomale che era giorno, perché cagarsi addosso pensando a un fantasma era il minimo, e poi anche lucidamente: quanta cazzo di sfiga può portare il vestito da sposa di una divorziata?
Comunque anche io sono mesi che non metto piede a lavorare in ufficio.
L'altra cosa che devo fare molto importante è preparare il corso di perfezionamento di letterature comparate che, stupida io, non ho già dato, e che mi servirà per il punteggio interno, non appena mi sarà possibile aggiornarlo.

Lo spirito è più o meno quello degli altri Natali. Forse appena appena un po' meno scazzato,  perché quest'anno tutto sommato abbiamo deciso di non farcelo importare più di tanto. Il che nei giorni a venire si rivelerà un'ottima decisione.

martedì 1 gennaio 2019

Tà katà leptá, 1. I déjà vu, stati di regressione e paranoia, quando a una cosa ci tieni tanto che arrivano i mostri a farti paura

Sto cercando da due settimane il tempo e la voglia di finire un post lunghissimo, e alla fine ho deciso di spezzarvelo in più parti, katà leptá, come diceva Callimaco. O meglio il mio prof della tesi, quando non era il mio potentissimo prof della tesi, ma un supplentino poco più che ventenne, e insegnava lettere a una ragazza del liceo con gli occhi azzurri, che poi sarebbe diventata mia madre.

Cominciamo dalle cose folli. E finiremo con le cose folli. In mezzo, varie del più e del meno. Poi, torna Penelope. Nel tempio. 

 A partire da settembre, il 2018 è stato un anno di déjà vu.

Atteggiamenti, reazioni e pensieri che in passato erano normali, ma che da tempo erano dimenticati. Special guest: una colite nervosa talmente arrabbiata che ha recuperato in tre mesi tutti i fastidi che non mi aveva dato negli ultimi otto anni, e cioè da quando mi era sparita all'improvviso, da un giorno all'altro, potrei dire anche l'ora precisa, grazie alla Psicofata.

Non mi succedeva da anni, direi sei o sette, di dire: oh no cazzo è lunedì. Anzi, il pensiero di solito era: dai coraggio che domani, se Dio vuole, è lunedì. Il che la dice lunga sui miei atroci weekend Uomo-free.

E non mi succedeva da anni, direi anche qui almeno sei, ma forse di più, di dire: che freddo. Per carità, io preferisco di gran lunga la persona che sono quando la temperatura esterna è minore o uguale a cinque gradi. E tutti ricordiamo l'inverno tra 2011 e 2012, quando gelavano i motori, i tubi, le portiere della macchina, e, in una memorabile occasione, la porta di casa. Però quest'anno, chissà perché, la fatidica esclamazione è uscita di bocca anche a me due o tre volte. Forse perché la scorsa estate è durata sei mesi?

Né mi capitava di rendermi penosamente ridicola, facendomi prendere da un pensiero angoscioso fino ai punti da dover contattare l'entità aliena per farmelo togliere. Là dove vive lui per fortuna hanno gli strumenti adatti e guardano con bonarietà noi poveri terrestri, impantanati nelle nostre allucinazioni. Ho dato appuntamento all'Uomo davanti a un benzinaio per partire in cordata per Genova, lui non arriva più, io resto parcheggiata mezza sull'uscita di uno spiazzo e, mentre mi si affianca una Fiesta scura che deve fare manovra e uscire, e io intravedo di striscio uno molto alto e molto moro al volante nella semioscurità, perpendicolarmente al viso di questo arriva la luce dei fari della Focus dell'Uomo. Io mi impanico come un coniglio sulla superstrada, e mi faccio tutto un film, talmente tormentoso che in preda a un istinto suicida scrivo al rapitore alieno per farmi rassicurare. Lui getta uno sguardo setoso e distratto dalle nubi olimpiche tra le quali vive e, giurerei col mezzo sorriso degli dèi, risponde che la sua auto nuova è di un altro colore ed è parcheggiata sotto casa. Okay grazie un problema in meno eheheh evviva buon Natale eh, chiudo precipitosamente io. Poi resto a raccogliere la mia decenza spiaccicata come un chewingum sotto una scarpa. E a pensare a come cazzo ho distrutto la mia vita. In condizioni normali dovrei dedicare alcuni faticosi minuti a scrollarmi via la polvere di stelle che mi deposita sempre addosso il contatto con lui, ma stavolta sono troppo presa da un evento enorme, che probabilmente è causa dei miei episodi allucinatori nei parcheggi: stiamo scendendo a Genova tutti insieme. E dormiremo per la prima volta da secoli tutti lì, io e l'Uomo nel lettone che ci portammo via dalla nostra prima casa insieme.

Per darvi l'idea di quanto ci tenessi io, vi ho descritto con un efficace esempio il livello di paranoia raggiunto. Ma vi risparmio la regressione infantile della Princi. Che a un certo punto ringhiava rabbiosa: è solo dormire in un altro letto. Quindi ci teneva anche lei, e parecchio.


mercoledì 12 dicembre 2018

Dieci Natali su auleintempesta




2009

Otto anni fa il Natale, per mia sfiga, ha smesso di funzionare per me. Ho fatto del mio meglio per esserci per gli altri. Nei successivi sette sono scomparse delle persone: alcune portate via dalla Signora in Nero, altre andate via con le loro gambe, perchè i soldi sono più importanti della famiglia. Io ero al mio posto e ci sono rimasta, anche quando non ne avevo proprio voglia,sono riuscita a esserci tutti gli anni tranne uno. 

Non è colpa mia se di passione, nel volgere del tempo, ce ne ho potuta mettere sempre meno. 

Ma se quest'anno pesa a tutti, se quest'anno siete tutti un po' più disillusi, un po' più disincantati o un po' più vecchi, e nessuno ha voglia di festeggiare niente, non potete contare su di me per metterci l'ipocrisia di un entusiasmo che non esiste. 

Che Dio mi strafulmini se l'anno prossimo mi faccio fregare di nuovo. 

Il Natale sarà anche tante cose, ma non dovrebbe essere obbligatorio. 
Tanto meno doloroso e ingiusto, come sarà oggi per qualcuno.
Tanto meno litigioso.
Tanto meno finto.

2010

Pochi giorni prima scrivevo:


E mandare tutti affanculo, diventare fondamentalista islamica invece che buddhista non violenta, no??? 
Non avevo tutti i torti a essere preoccupata, ad agosto, se non sono bastati cinque mesi di preparazione a scongiurare l'ennesimo Natale in macchina e/o con corse da fare tra una casa e l'altra in mezzo Nord Italia. 

Poi in realtà il Natale 2010 è stato il primo della nuova serie: tra le cose che ho elencato come buone, figurano al primo posto la totale assenza di riferimenti religiosi, e guardate i due successivi.



2. Prepararci il pranzetto di Natale io e l'Uomo soli soletti nella nostra casa di Asti 

3. Restarsene in pigiama fino alle tre di pomeriggio

Il 2011 è l'anno in cui mi procuro uno strappo muscolare alle 12 della mattina di Natale, spostando molto opportunamente l'asse dei discorsi che mi coinvolgono da adozione adozione adozione a mettici del ghiaccio - no mettici la borsa dell'acqua calda.

 2012:

Non c’è soluzione. Non finirà mai. Dovrò aspettare di essere una vecchietta dimenticata in un ospizio.


Questo Natale 2012 evidentemente lo patisco parecchio, anche se poi col marito cerco di godermelo: in realtà il 2012 è stato l'anno in cui abbiamo iniziato a scricchiolare come coppia, ma io non l'ho percepito, cretina.

Il Natale 2013 AVREBBE DOVUTO ESSERE il primo con la Princi. La Princi il 16 dicembre è scappata di casa. Il cane aveva un tumore. Mio padre era in fin di vita. Ok, lasciamo stare il Natale 2013. Non conta. Non si può calcolare.

2014

Questo sì che lo contiamo. È il primo tutti e tre insieme. E anche l'ultimo. La mattina dopo, profeticamente, scrivo:

Fuori c'è tutto gelato. Domani danno neve. Qui siamo al sicuro, per un breve istante. Vorrei fermare il tempo, ma non si può.

2015


Buio. Dolore. Dolore. DOLORE.

2016

Non c'è piu Bontcho. Non c'è più la De. C'è una gattina color panna, ancora terrorizzata. C'è l'Uomo che dorme di nuovo a casa. Natale è rotto in mille pezzi. Ma c'è.

Con una madre ex cattolica buddhista, una figlia ex musulmana che segue religione, un padre afflitto e scoglionato del Natale, forse l'unica era non addobbare niente. Ma se l'anno scorso Castagna si è fatta un pomeriggio in ufficio a ruscellare lacrime sull'albero di Natale tutto argento e bianco che aveva messo su per l'Uomo, e in casa non ha messo niente per esplicita richiesta della Princi, quest'anno con mano un po' meno titubante se la sente di fare un micropresepe di statuine di tagua assai equa e solidale in cucina, dove lo vedono tutti, ed un altro privato, con cinque statuine in ceramica dell'Esselunga e un Buddha, sul tavolinetto della stanza matrimoniale, dove lo vedono solo lei e l'Uomo. Niente albero perchè quello andava fatto in ufficio, ma tra esame di yoga, gatto nuovo, festival e influenza il tempo è mancato. Si userà come scusa il fatto che, con un cucciolo di sei mesi in casa, è già tanto se non avviene il kidnapping di Gesù Bambino (già accaduto una volta, in casa degli Psicozii), figuriamoci le palline i festoni e le lucette. Lei dentro di sé comunque ha festeggiato solo il solstizio d'inverno, sforzandosi con tutta l'anima di teletrasportarsi a Stonehenge. 

2017

Piazza pulita di uomini e donne che portano disagio nelle nostre vite. Lui a casa, anche se fuori succede ancora di più, e di peggio: del resto, io sono molto più a casa di lui, ma è iniziato un processo irreversibile che sta modificando le carte in tavola, anche indipendentemente da cosa faccia lui.

Ancora grande confusione. Troppe domande. Troppi silenzi.

L'Uomo sceglie la notte tra Natale e il suo compleanno per avere un incidente con  la macchina. Toccando, direi, il fondo del suo viaggio agli inferi. Il giorno dopo però inizia la sua risalita, forse. Io sono ancora lì al suo fianco, lo guardo. E intanto riscopro la fede nei miracoli. Ma che fatica.

2018

Ed eccoci. Nonostante una sequenza preoccupante di Natali vissuti malissimo, questo chissà perché mi ispira fiducia. Forse perché per fortuna ormai del Natale non frega veramente più un cazzo a nessuno, e io me lo immagino alla stregua di un collegio docenti o un impegno col notaio, qualcosa che ti impegna per un pomeriggio e via. Non gradevole ma nemmeno troppo pesante. Almeno spero. Sono a anni luce dal fottermene anche tanto cosi di come andrà, e sono confortata dal fatto che anche gli altri non ne parlano e non si agitano. Nemmeno mia madre. Oh, poi magari finisce in tragedia. Solo che non credo sia significativo, ormai, se la tragedia capita il 25/12 o un qualsiasi altro giorno dell'anno. Da un lato, siamo attrezzati per la tragedia, qua. Dall'altro, sinceramente, una parte di me sa che il 2019 sarà l'anno di chiusura dei conti, quindi il Natale 2018 poco importa, importa molto di più aver mantenuto il proposito formulato a gennaio 2018: prendere quel che mi spetta in cambio di quanto ho dato. Che lentamente è diventato: prendo ciò che è già mio, perché me lo sono sudato e me lo merito. 

lunedì 26 novembre 2018

La madeleine che non bisognerebbe mai mordere

Breve premessa.
Quello che dicono delle dipendenze è assolutamente vero. Più assumi una sostanza più ne vorresti, se ne fai a meno per un po' poi ne puoi fare a meno anche a lungo.

La Castagna questa roba l'ha riscoperta quest'estate relativamente ai dolci, che peraltro si era già levata con successo a partire da settembre dell'anno prima. Lo step successivo sarebbe stato diminuire il caffè, ma poi la Castagna incontrato l'Orsone e diminuire il caffè è diventata un'opzione assolutamente non compatibile con la vita relazionale, soprattutto verso la fine dell'anno, quando l'unica persona della scuola con cui aveva voglia di relazionarsi a parte la Pallida era lui. Sempre nello stesso periodo alla fine dell'anno scolastico, in cui le cose a scuola andavano di merda,  la Castagna ha ricominciato a mangiare dolci dalla macchinetta, e lì si è fregata anche la parte di disintossicazione che era già stata portata a termine.

Comunque tutto questo era solo per dire che, mentre col caffè penso che dovrò rinunciarci, perché ormai è una condanna aa vita, con i dolci ci sto riprovando, a smettere dico. E visto che ho commesso l'errore di mangiarne di nuovo e faccio molta fatica a togliermeli, sto a lentamente sostituendo i cioccolatini e le merendine della macchinetta con cose più sane.

Per esempio questa sera, dopo cena, ero da sola, ero nervosa, me lo meritavo e allora ho deciso di farmi del pane e miele.

Ho tostato 2 fette di pane del Mulino Bianco nel fornetto e le ho lasciate involontariamente bruciacchiare sul bordo. Poi le ho considerate in modo critico e mi sono chiesta: "Ok, non sono abbastanza bruciate da essere cattive da mangiare, ma lo sono abbastanza da essere cancerogene?"

E a quel punto mi è venuto in mente che per tutta la vita, al mattino, mio padre ha voluto, insieme al caffelatte e a volte a un  frutto, delle sottili striscioline di pane del giorno prima, che mia madre gli metteva in uno scaldabrioche fino a farle un po' abbrustolire. Era il pane della solita panetteria che a me non piaceva assolutamente, un po' crudo, un po' troppo salato e secondo me anche cattivo di sapore, ma al mattino tostato così e con un po' di marmellata faceva la sua porca figura. Pensandoci papà ci spalmava sopra sia il burro che la marmellata. E tra l'altro, prima dello scaldabrioche mia madre aveva una piccola graticola di ferro nero completamente carbonizzata dall'uso, per tostare le famose striscioline. Ora, i miei genitori erano entrambi medici, e non mi risulta affatto che mio padre sia morto di cancro. Di cancro ci è morta invece la zia più giovane, quella che faceva una vita sanissima e faceva sport anche a 70 anni suonati, stava attenta a tutto quello che mangiava e si controllava i valori regolarmente. Cancro del pancreas, quel tipo di diagnosi per la quale bisogna sempre ricordarsi di avere in tasca una capsula di cianuro. Perché semmai un giorno un medico mi dovesse dire che ho un cancro al pancreas, io la inghiottirei nell'ascensore dell'ospedale, piuttosto che stare così, che dover arrivare a casa e dire ai miei cosa li aspetta. Anzi, non nell'ascensore dell'ospedale, nel parcheggio, così non mi trovano in tempo.

Solo che, a parte le tristi riflessioni sulla morte orribile della zia, il pensare alle striscioline di pane di papà col burro e la marmellata, in contemporanea con il profumo delle fette tostate, mi ha dato una mazzata terribile. Come al solito mi sono messa a parlargli. Ti ricordi papà le striscioline di pane col burro e la marmellata al mattino? ti ricordi le fettine d'arancia tagliata sottile con lo zucchero sopra alla sera? Ti ricordi il pisolino in poltrona dopo pranzo? Ti ricordi quando salivo in vespa dietro di te? Ti ricordi papà la cena per i tuoi 80 anni, alla quale mi sono presentata con un vestito di lino color corda senza niente sotto, perché avevo 25 anni, ero bellissima magrissima giovanissima e immensamente felice? Ti ricordi la casa delle bambole? ti ricordi i melograni del giardino? Papà? Ti ricordi?  Mi manchi tanto. E più le cose qui sono difficili, più mi manchi.

Mannaggia al pane tostato.

domenica 25 novembre 2018

Il lazzaretto, un grande albero che non è ancora nato, e il ponte di corda

BastianaBaldassarraBucci si arrotola una ciocca di capelli intorno a un dito e tira con violenza. Si dimentica di scrivere. Si fa male.

L'Infanta Imperatrice mette in bocca tappi, evidenziatori, goniometri, angoli di squadrette. Li mastica fino a spezzarli.

Lo Scassamaroni mima i prodromi di un attacco epilettico. Che potrebbe anche avere, quindi estote parati, in realtà è ansia, oppure noia, perché è gravemente iperattivo, ma bisogna prenderlo sul serio.

Alfred Molina mi comunica serenamente: "Ho di nuovo mal di testa. E mal di pancia."
"Che facciamo, N.? Chiamiamo casa? Ce li teniamo?"
Sa  cosa deve dire, quindi tace. E arranca per arrivare a scrivere alla stessa velocità degli altri.

Sawyer sta con la faccia sul banco. "A., stai male?" Non proferisce suono. "A.???" "Ho sonno, prof." "Basta là però, stai su." "...e mal di pancia." "A., tu non hai mal di pancia. Hai un'ora di grammatica."

Sull'armadietto di classe campeggiano due disegni. Uno, opera della Fatina, raffigura il virus grosso come un bambino che ci siamo presi tutti il primo mese di scuola, io inclusa, e che è stato battezzato Gianpiero. Con la enne. Gianpiero è verde e sorride, emanando cuoricini. L'altro disegno, della BastianaBaldassarraBucci, rappresenta Pablito, un virus viola che invece piange, con l'aria malatissima. Sono le due patologie di cui si può soffrire in prima B. Chi ha preso Giampiero è a scuola e vorrebbe andare a casa. Chi ha preso Pablito è a casa e non può venire a scuola.

Qualche giorno fa, sulla porta, incontro la Yilmaz, la mia nuova collega di matematica simpaticissima e molto in gamba, che mi dice: "Pensavo di far mettere un'acquasantiera qui all'ingresso, per benedire gli infermi". Al che io ricambio, dicendole che avevo pensato di mettere sulla porta un cartello con scritto Sede distaccata Istituto pediatrico Giannina Gaslini.

In consiglio di classe la Yilmaz mi fa morire dal ridere, sostenendo con aria serissima che forse è l'aula che è malsana. Io ribatto: "Ma se quello è il corridoio più luminoso e aerato della scuola!" e lei: "Ho capito, ma la classe sarà costruita su un cimitero indiano, evidentemente."

Intanto a casa il giorno è un silenzio teso, pieno di domande, di pensieri che rimbalzano come piccole cariche di tritolo nel cervello e fanno scoppiare emicranie. È silenziosa anche  la notte, il silenzio è nero e profondo, e però in quel buio siamo aggrappati l'uno all'altro e ci sono le sue mani, il suo respiro, tutti quei sogni colorati ed estremi, sia nell'essere belli che nell'essere spaventosi.

Poi io mi sveglio e penso che non voglio iniziare un'altra parentesi grigia e angosciosa, che voglio che sia già sera per tornare a raggomitolarmi con lui.  E visto che adesso si può, mi impegno a cucire il silenzio e il buio caldo della notte con la notte successiva, costruendo un ponte di corde sopra uno strapiombo, con mille piccole fibre raccolte qua e là. 

Poltrire in letto abbracciati, con le gatte in mezzo e di fianco.  Due ore di guida tra boschi e stradine. Lanciare le castagne ammuffite dal finestrino lungo le prode  boscose, sperando che un giorno almeno alcune diventino alberi. Leggere vecchie lapidi. Scaldare la torta di riso. Far assaggiare alla Princi un formaggio nuovo.

Intreccio le fibre anche quando mi sanguinano le mani. Forse non dovrei. Forse di corda dovrei costruirne solo una, con cui lanciarmi oltre la gola scoscesa, salvarmi arrivando di là senza di lui. O rimanerci impiccata, altra possibilità da tenere presente. Ma al mattino, quando ancora non ho messo giù il primo piede dalla zattera e gli squali sono a distanza di sicurezza, sembra chiaro che quel ponte io vorrei agganciarlo alla parete opposta dell'abisso e percorrerlo con lui.

Da qualche parte nei boschi, tra una chiesa romanica e l'altra, una caldarrosta mancata forse diventerà un grande castagno, perché noi non l'abbiamo voluta buttare via. Io vivo di queste cose, e anche lui.

sabato 24 novembre 2018

Tra parentesi

Signori e signore, benvenuti a una nuova manche di "Chiamiamo le cose col loro nome".

Perché tu lo sai come si chiama questo. 

Lo sai, vero, Castagna? Lo hai già visto. Lo hai vissuto. 

La digestione che va a farsi fottere: sia che mangi sano sia che esageri, sia che tu abbia tutto il tempo e l'agio sia che tu ti nutra seduta in macchina, sia che tu scaldi surgelati o produca manicaretti. 

Quei mal di testa.

Quelle lacrime.

Quelle idee fisse. 

Gli incubi.

Arrivare a casa dopo solo quattro ore di lavoro con una stanchezza smisurata nei muscoli. Metterci un giorno o due a recuperare una tirata di quattro ore in autostrada, o una giornata 8/19 di scuola.

I cambi di programma, perché qualcosa dentro si ribella e ti incolla alla ceramica di un bagno.

E quell'animale che sbatte impazzito contro le costole, all'improvviso, come per uscire.

Okay. Ci sei di nuovo dentro fino al collo. Benissimo. 

Hai delle scusanti, certo. La tua vita si svolge tra parentesi, nell'attesa di qualcosa che ora come ora non sai se avrai. Al palo della famiglia che porti avanti nonostante tutto. Col dubbio che le poche buone idee che hai avuto per te stessa vengano inficiate da una stronzata burocratica. 

Le forze possono mancare, dopo anni di battaglie. Servirebbero, per stare bene, cose così belle e semplici che, a pensarci, piangi il doppio.

Ma adesso hai quasi 43 anni. Una figlia. Quarantacinque alunni. Delle allieve di yoga. Dei colleghi giovani che chiedono dritte. Gente che si aspetta che tu, senza se e senza ma, ce la faccia. E infatti, ce la fai. Ma con una creatura che ti mangia le viscere da dentro. Come allora.

Okay, non è andata come pensavi. Okay, sei diventata quello che sei diventata. Okay, la vita fa vomitare a volte. Okay, intorno a te i quarantenni hanno tutti la stessa faccia: quella di gente che non si è ancora ripresa dal colpo, dopo aver scoperto quanto fossero fragili le basi su cui aveva costruito. Gente che era partita per essere indipendente, forte e felice, e adesso è lì con debiti, figli in braccio, cuori infranti, inganni, compromessi, alimenti da pagare, carriere da reinventare. Gente che adesso lo fa, si reinventa. Ma a che prezzo.

A te e all'Uomo, pensandoci, non è neanche che sia andata davvero male, anzi, dai. Guarda il musino caparbio della Princi, guarda la tovaglia coi girasoli in cucina, guarda il cuore rosso pulsante che lui ti ha appena mandato via WhatsApp, guarda gli amici, guarda la coperta della Nonna Infera distesa sul vostro letto. Guarda quanto amate il vostro lavoro e i vostri hobby e abbi l'onestà di dirlo: conosci un sacco di gente a cui è andata peggio, almeno per ora.

È questo fatto che le prospettive siano così nebulose a farti stare male. La Princi non lo sa. E tu ti domandi se lui invece lo veda, poi ti domandi perché te lo domandi, quando sai benissimo che lui vede tutto.

Okay.

...quindi, adesso?









mercoledì 24 ottobre 2018

L'acqua azzurra di fronte a Nassau

(Grazie mille, collega Perboni. Ho sempre i commenti disattivati. Non so perché.)

La nave pirata è ripartita. L'acqua azzurra di fronte a Nassau è calma e non mostra tracce di imbarcazioni. Ma dalla finestra della sala prof una donna guarda il parcheggio e sa cosa succederà. Non riattraccherà più alla riva verdeggiante, la nave pirata. Ma un cargo si allontanerà verso il continente e a bordo, probabilmente, ci sarà lei.

Castagna guarda la sua scuola. Guarda il corridoio nord, con vista campetto da beach volley e palestra. E statale. E torrente.
Nel corridoio nordest non ci lavora da qualche anno. È felicemente tornata al corridoio di sudovest, luce, alberi fuori dalle finestre, non si vede più il campanile lassù in cima, perché la recinzione del campo sportivo ormai è sovrastata dalle piante.

Castagna guarda il parcheggio nero d'asfalto nuovo, lavato dalla pioggia, sotto nuvole buie, anche se sono le dieci di mattina. Pensa alle volte in cui in quel parcheggio ha alzato gli occhi e li ha messi negli occhi di qualcun altro, quando il parcheggio era polveroso, e il sole batteva. Alle albe che ha fotografato, quando il freddo tagliava a pezzi il piazzale e il cielo era celeste giallo arancio e rosa. Alle borse di libri che ha trasportato attraverso la riva erbosa, bagnandosi i piedi di rugiada.

Pensa ai molti passi che ha fatto verso l'ingresso di una scuola, a partire dal lontano anno Domini MM, e alle volte che ha svuotato i cassetti per andare via e un portone si è chiuso dietro di lei per l'ultima volta.

Piange spesso. Ma probabilmente partirà. La nave salpa in estate, ma i biglietti si fanno in primavera e bisognerà, se si decide, iniziare a fare i bagagli nel cuore dell'inverno, quando ci sarà il rinnovo del consiglio di istituto.

Intanto i segni del dissidio interiore scavano nel quotidiano, e si fanno sentire anche fuori. A Castagna partono degli emboli preoccupanti.

Oggi, dopo essere uscita sfuriando dalla stanza e aver fatto battere in ritirata perfino il Gigante, la Castagna scriveva appunto al Gigante stesso:

"Ciao, senti, come ti avevo detto ho fatto richiesta tramite diario alle famiglie degli alunni di seconda  B di venire al completo alla riunione delle prime, ho bisogno che tutti i genitori sentano come si sta comportando la classe. Stamattina in 50 minuti sono riusciti a farsi sgridare per qualsiasi cosa (v. nota 1), non c'è quasi più modo di tenerli quando non hanno la testa abbassata sul quaderno a scrivere. Non erano  così fuori controllo l'anno scorso (v. nota 2) e ho bisogno che i genitori se ne rendano conto. Approfitto del fatto che devono conoscere i docenti nuovi, anche perché questa è una classe di famiglie che l'anno scorso non si perdevano un'occasione per venire a parlare.
Poi giuro che mi ritiro nelle mie materie e lascio al Genuino il suo posto di coordinatore , anche perché io sono uscita distrutta dalla terza dell'anno scorso e ho davvero bisogno di poter contare su qualcun altro adesso (v. nota 3). Ma così non si lavora più (v. nota 4).

Vedasi, infatti, * asterisco a piè di pagina.


Nota 1
Non credo di aver mai autorizzato un mio alunno a passare il tempo di una lezione di storia a creare coi protocolli una busta di carta, da attaccare tra le gambe di due banchi distinti per usarla come cestino. Ne che lo abbia mai fatto un qualsivoglia mio collega.

Nota 2
Per forza. Perché io, l'Orsone e la Pallida li tenevamo giù con la frusta.

Nota 3
Finché non è arrivata gente a darmi man forte con sincera amicizia e seria collaborazione professionale (la Bottadicoca, la Fraulein, l'Orsone, la Pallida), non mi ero mai accorta di quanto fossi sola in quella scuola. Ora lo so.

Nota 4
E credo che aver lanciato il registro per aria, al minuto 50 della lezione di storia in cui, per la TERZA volta, picchiavo duro per far entrare nelle loro teste la differenza tra monarchia e repubblica, in effetti NON COSI' IMPORTANTE, sia significativo di quanta fatica si faccia a tenerli.



 * asterisco a piè di pagina

Indovinate chi è stato convocato la mattina dopo in presidenza e si è sentito assegnare il coordinamento della seconda.




sabato 6 ottobre 2018

La Regina Matrigna

Essendo temporaneamente priva di connessione Internet su comoda chiavetta, la Castagna ormai detta i suoi post al telefonino quando viaggia. Questo fa sì che molte volte abbia la testa presa dietro alle sue questioni personali familiari sentimentali genitoriali economiche karmiche eccetera eccetera eccetera. O interrompa la dettatura al blog per ascoltare Bryan Adams (sì, che c'è? Allora? Mica obbligo anche voi. Ho una fase regressiva. Sono fatti miei).

Molto più raramente, la Castagna guidando raccoglie le idee relativamente ai ragazzi, che peraltro quest'anno sono molto molto meglio dell'anno scorso.

L'anno scorso, la Castagna, senza l'Orsone, la Pallida, la Fräulein e un po' di coraggio raccattato faticosamente a yoga, e senza il fatto che per fortuna l'Uomo, nel corso dell'anno, diventasse lentamente più presente, non  ce l'avrebbe fatta, sul serio.

La prima erano ventisei scatenati privi di senso e la terza un'altra quasi trentina di anime in pena,  intente a farsi sospendere, a fare le prime roventi esperienze sessuali e a mentire in modo sistematico a tutti i professori inclusa lei. E lei sputava sangue.

Ma quest'anno è partito molto peggio, perché la Castagna non ne aveva più voglia, di lavorare coi colleghi che l'anno scorso le hanno fatto cappotto agli scrutini e stilettata nel cuore agli esami.

I nuovi primini, in realtà, sono bellissimi e le vogliono molto bene. Quelli di seconda sono completamente inselvatichiti, privati della loro trimurti di riferimento, e invano qualcuno invoca la Pallida, ella non torna, e neppure l'Orsone. Bisogna tenersi l'Ottocentesca e il Genuino. E una Castagna inferocita che imperversa, e la sua parola in effetti è la sola legge che in quel Far West della seconda B venga ancora rispettata.

La faglia che separa il corridoio A dal B si è ulteriormente allargata e resa profonda, e la Castagna sente che dopo gli ultimi anni ha davvero visto troppe volte le stesse manovre, perciò si muove avvolta nelle fiamme verdastre della Regina Matrigna e non fa mistero di non avere la minima voglia di avere a che fare con alcuni colleghi. Mentre, tutto sommato, cerca di essere decente coi nuovi arrivati. Ma dentro di sé prepara decisioni drastiche e analizza ogni propria mossa, in modo da non trovare nessuno che si frapponga tra lei ed il suo obiettivo, e cioè essere lasciata in pace nel proprio mestiere e, magari, ogni tanto sentirsi pure dire che il suo contributo fa differenza, visto che, a tirare le somme, la fa.