Okay.
Parliamo.
Sono sopravvissuta 3 anni a Scuola Vintage.
No, non sono contenta. Sì, ora sono pentita.
No, non tornerei indietro. Assolutamente. Scuolina Rosa è parte della mia vita come lo è la mia città di origine, ma non potrei più lavorarci. Indietro non si torna. Ma andare avanti pone dei problemi.
Da quando sono arrivata, bionda, luminosa e piena di idee, ad oggi, la mia luce è stata fatta splendere fino ai livelli di una stella maggiore e poi coperta di cenere, sabbia e merda fino a spegnersi quasi del tutto.
In questa scuola, per la prima volta in vita mia, ho subito del vero e proprio mobbing con umiliazione pubblica, controllo costante del mio operato, contestazione dei miei metodi, e, in una indimenticabile occasione, anche un richiamo verbale per essermene andata (avvisando ovviamente sia i colleghi, sia la dirigente, sia la segreteria) perché mi sentivo male. Questo alle tre di pomeriggio, dopo aver iniziato a star male alle dieci di mattina.
Preside: "Si rende conto che venerdì abbiamo dovuto chiamare un'insegnante da casa per sostituirla? Sono persino andata in classe io, il che ha comportato di uscire dal lavoro dopo il mio orario."
[C'erano i colleghi di strumento, con un alunno a testa, per le lezioni pomeridiane individuali. Nessuno ha pensato di disturbarli, eppure sono pagati quanto noi. E comunque, sai quante volte sia io che i colleghi non guardiamo l'orologio quando c'è da far qualcosa?]
Castagna: "Scusi, ma anche se io resto a scuola e sono a quattro zampe in bagno che vomito qualcuno deve coprire la classe, non le pare?"
Preside: "Sì, ma lei dopo ha ancora preso la macchina per andare a casa".
[Sono 6 minuti di auto. E che ne sa lei di cosa ho fatto una volta uscita, magari sono collassata sul sedile per mezz'ora.]
Castagna: "Oh mi scusi, allora la prossima volta resto, e aspetto di sbattere per terra. Così vi creo sicuramente meno problemi."
Ora, io alle invidie e alle pugnalate alle spalle ero abituata. Mi spiace averle ritrovate qua, perché i colleghi che lavorano a Scuola Vintage, lo dico sempre, sono praticamente tutti dei mostri sacri, degli eroi e dei fenomeni. Alcuni di loro, davvero, sono nella categoria semidèi. Non è una scuola per gente che non se la sente, che non ne ha voglia o che non ha i riflessi di un tiratore scelto. Poi però, umanamente, siamo Tizio che è innamorato di Caia, Sempronia che detesta Tipa, Tizia che non si rapporta bene con Coso, Uno che fa squadra con Altro, e via dicendo. E amen, siamo persone, non androidi. Io ho diverse qualità, e molti amici sinceramente fedeli che probabilmente in qualche modo mi sono anche meritata, ma essere simpatica non è mai stato il mio punto di forza, quindi non importa se non piaccio a tutti (oh, a me non piace Brad Pitt. Giuro.) Però cerco di essere molto professionale. Faccio le mie vaccate, ovviamente, ma insomma, posso farcela a lavorare in parecchi contesti.
Qui, comunque, il problema credo sia di altro genere. Non dico di non aver contribuito a causarlo. Però, va detto, credevo di aver a che fare con altro tipo di persone, proprio.
Vi racconterò. Al momento, il pensiero di rientrare al lavoro è pesante. Molto pesante. Se alcune delle cose accadute si fossero verificate a metà anno, invece che in primavera, ci sarebbe stato margine per pensare a un trasferimento, nel periodo a ciò deputato. Ma, onestamente, non avrei saputo dove andare. E poi ci sono molti solidi motivi per rimanere, in primis il più importante, quello che li scavalca tutti, al di sopra del quale c'è solo la famiglia: i ragazzi. La particolare tipologia di alunni e di problemi. Io sono predisposta nel DNA a lavorare con quel tipo di persone, di situazioni, è la mia borghesissima e laureatissima stirpe che mi ha dato questi geni e questa educazione, e poi è anche il mio carattere. E quello di mio marito. E di nostra figlia. E del suo fidanzato. Insomma, è questo che facciamo, in vari modi, da sempre, e pare che la generazione successiva continui sullo stesso tracciato.
Comunque a fine marzo e per tutto aprile ho sperimentato una cosa che nemmeno il periodo del Covid e della fottutissima dad mi aveva causato, un vero e proprio burn out. C'entra, ovviamente, il periodo 2020-2022, che sulle spalle di insegnanti e studenti ancora pesa. Ma questa roba è successa dopo, forse anche perché io ho scelto di pesare dal lato della popolazione che non voleva essere costretta a vaccinarsi, forse anche perché conoscendomi da vicino si deve essere chiarito molto bene che a me le puttanate paracattoliche danno fastidio (e quindi? Che pensavate, in una scuola pubblica col 70% di stranieri, di metterci le suore a convertire il buon selvaggio?)
Concludendo, ci sono vari aspetti di cui mi posso assumere la responsabilità, ce ne sono altri su cui mi sono fatta le mie ragioni con una potenza di fuoco ragguardevole, ci sono porcherie che non accetterò e altre che annuserò prudentemente finché non ne capisco la vera origine.
Ma ora voglio dirvi una cosa. La vita di una persona come me non è mai casuale, nemmeno nei dettagli. Con l'Uomo, abbiamo abitato prima in una via intitolata a uno che era stato un benefattore dei giovani in un quartiere operaio di Genova. Poi in via Giovanni Amendola. Poi in corso Giacomo Matteotti. Poi in una piazza intitolata a un giovane partigiano delle colline di qui. Adesso in via Cavour, e Cavour chiaramente non era Marx né Gandhi, ma era un politico che avercene, adesso, tra l'altro uno incorruttibile. Ora, lo so che vie intitolate a Mussolini non ce ne sono, ma per dire non è che abitassimo in luoghi dedicati a artisti, scienziati o scrittori (che sarebbero comunque stati coerenti col nostro lavoro) o a concetti astratti tipo Europa Unita. È stato un caso, ok, ma un bel caso. A seguire, in questo filo di pensiero un po' ozioso: la scuola dove lavoravo prima è intitolata a un prete, uno che si è fatto impiccare a 21 anni per le sue idee rivoluzionarie. Sulle quali, poi, si è basato tutto il Risorgimento. La scuola attuale è intitolata a un altro religioso, un educatore, uno che a un certo punto della sua vita è finito oltre Manica in mezzo all'Illuminismo inglese (che, come i miei alunni sanno, nasce prima di quello francese e non finisce con il Terrore) ed è stato tra i primi a sostenere che la scuola dovesse essere pubblica e gratuita. Per dire.
Se sono qui c'è un motivo e il motivo è che io sono io, che questo mestiere è questo mestiere e questi ragazzi, con nomi e cognomi di mezzo pianeta, sono questi ragazzi, non altri.
E chi molla, se non ha un motivo ancora più degno e più coerente con il proprio destino. Che, sul serio, adesso mi riesce difficile immaginare. Ma chissà.
Comunque, poi ve la racconto meglio.


