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lunedì 7 marzo 2011

Il ritorno del Danno - 2

Tua madre è invecchiata di brutto, si è trascurata i capelli, la pelle, i denti. Lei che quattro anni fa è venuta ad accompagnarti al tuo esame di terza media con la coda di cavallo e una maglietta da ragazzina, i tuoi stessi occhi grandi e l'aria di una che si scambia i vestiti con la figlia maggiore.

Tu avevi un'angoscia tremenda di essere lì al centro dell'attenzione, tra i colleghi che ti accoglievano con sorrisi e abbracci, proprio tu che sei sempre stato la superstar. Avevi gli occhi così sgranati che per un attimo mi sono chiesta se era l'effetto di qualche farmaco. Ti muovevi come un burattino. Ripetevi a ognuno di loro con tono basso e inespressivo che hai provato a tornare a scuola e a studiare, ma non puoi perchè leggi tre righe e ti dimentichi cosa hai letto.
Tu. Tu che studiavi una materia mentre ne ascoltavi un'altra e facevi a gara con i tuoi compagni a chi si ricordava più nomi di capitali.

Cristo, ormai a trentacinque anni ne ho viste e sentite di cose intollerabili, ma questa. E dire che avevo tentato di prepararmici.

Io non sarei riuscita non avrei potuto non sarei stata capace di sopportare che restasse solo questo quello che avevo rivisto di te dopo quattro anni, dopo averti saputo in bilico sull'orlo della morte, e vedere che gli altri svicolavano via dopo averti salutato mi ha ferito e offeso.

Tua madre ha capito che eravate arrivati in un cambio d'ora, quando si sono allontanati i colleghi per andare nelle rispettive classi ha fatto per salutarmi, ma io diabolica avevo cavalcato l'onda di un cazziatone appena fatto alla terza B e li avevo riempiti di roba da scrivere per punizione, così mi sono fermata un po' con voi.

E menomale, perchè la sberla terribile di vederti così spaventato e infelice si è un pochino riassorbita, un pochino poco veramente, ma almeno ti ho dato il tempo di rifiatare, dopo quell'ordalia tremenda di rimettere piede nella tua scuola dove eri un re, e renderti conto che eravamo tutti colpiti da quanto sei diverso.

Abbiamo avuto il tempo:

di parlare di te e del tuo pallone,

di te e delle tue sere in discoteca,

di te e della tua famiglia,

di berci un caffè,

ho avuto il tempo

di farti i complimenti per il coraggio e la forza con cui avete reagito, tu e la tua famiglia,

di dirti che so che sei una bella persona pienissima di risorse e che capisco che ci hai messo un coraggio da leone,

di capire che nella scuola dove hai tentato di riprendere gli studi qualche coglione ti ha dato di colpo cinque pagine di letteratura francese da studiare e tu ti sei disperato di non riuscirci,

di rubare a tua madre, in un momento in cui tu salutavi una collega di passaggio, l'ammissione che non riuscire a studiare ti ha messo sotto stress e in uno stato d'ansia tale che dopo soli quindici giorni ti hanno dovuto togliere,

di parlare anche d'altro che non fossi tu, per darti fiato,

di vederti sorridere, sempre un po' impacciato e con quegli occhi che sembrano gli occhi di uno che sta guardando dall'alto il fondo di un burrone orrendo,

e di salutarti con calore pregandoti di tornare, di farci sapere, di proseguire nel migliore dei modi.

Poi sono tornata a far lezione, con un umore di merda come pochissime volte in vita mia. E quando al cambio d'ora ho incrociato il Gigante in corridoio, lui mi ha guardato e mi ha letto chiaro in fronte che dolore è stato vederti così, e ha fatto una faccia come dire che anche lui, che la vita fa vomitare a volte, e cosa vuoi farci.

Poi sono passate alcune ore in cui il mucchietto disordinato delle cose che ci siam detti, io tu e tua madre, nello stanzino delle bidelle, si è un pochino ricompattato nella mia mente e ho colto qualche flash che sul momento, nell'ansia di metterti a tuo agio, di ascoltare tua madre ma anche di impedirle di parlare di te come se tu non fossi presente o di rispondere al posto tuo, mi era sfuggito.

Il fatto che quando, per parlare un momento del più e del meno, ho detto che nelle foto della tua precedente classe su Facebook avevo riconosciuto una mia ex alunna di tanto tempo fa, e ci siamo messe, io e tua madre, a parlare del fatto che questa ragazza ora è dichiaratamente lesbica, ed anche per i problemi che ha avuto a viversi la sua identità sessuale è indietro di vari anni con la scuola, tu sei intervenuto per dire, come se dicessi "toh guarda piove", che i medici ti hanno chiesto se avevi sempre gli stessi gusti, perchè, data la botta che hai preso in testa, che se ne sapeva che non avessi modificato anche tratti della tua personalità... (ho pensato alla ghignata che avresti fatto anni fa facendo lo stesso discorso, ma siccome c'era tua madre non ho potuto concedermi più che un divertito sopracciglio e sono rimasta a annuire professionalmente, cercando di non pensare a quando inseguivi la Bidella di Burro urlandole "Mimmaaaahhh! vieni qua che bacio anche teeee!!!").

In un altro punto del discorso, per correggere qualcosa che tua madre aveva detto, hai fatto notare che i medici ti avevano dato per buono che potevi perdere il 30% della mobilità del corpo, dicendo testualmente: "Mi hanno dato per il 30% morto, e invece guarda qua..."

E poi quando tua madre mi ha detto che all'ospedale ti fanno fare esercizi per la memoria e la concentrazione, hai interrotto la conversazione sulla parola ospedale correggendola con: "carcere".

Insomma mi accorgo che, ora che sono seduta qui sola a ripensarci, mi spuntano tanti momenti della conversazione in cui, come facevi anni fa, hai trovato un contatto diretto con me, e con tono uniforme e quasi casuale mi hai detto che la tua vita è stata sconvolta fin nelle fondamenta, che hai avuto tanta paura, che ci vuole un pelo sullo stomaco così a reggere le tue settimane lentissime e a non avere ancora più paura del futuro, ora che sei a casa, di quanta ne avevi quando eri in ospedale.

E metto insieme l'emozione fragile nella tua voce quando mi hai salutata arrivando, un mezzo sorriso quando ho detto che dovevo tornare a bastonare la mia terza, la leggera carezza che mi hai fatto abbracciandomi, e queste specie di confessioni tra le righe, così simili per modalità a quelle che buttavi lì durante un discorso in classe, per cui, alla fine, anche se sei come prigioniero dietro un vetro spesso, anche se sei ancora tanto spaventato, io lo posso dire tranquillamente che sei sempre tu.

4 commenti:

lanoisette ha detto...

forza.

LGO ha detto...

Queste sono le cose che non si possono leggere sullo schermo, quelle che bisogna raccontarsi la sera al tavolo di cucina guardandosi in faccia.

Anonimo ha detto...

Gli auguro davvero che riesca a rompere il vetro e a mettere da parte sua madre, che sicuramente lo sta aiutando tanto, ma forse sta anche tenendo su il vetro per paura che possa ferirsi ancora... déjà vu... E scusami per il messaggio di ieri sera: so di averti fatto male, ma mi sembrava inutile essere troppo positivista... Tipa

Anonimo ha detto...

Spaventato..... infelice.....LO credo. Mi spiace Enormemente. Spero e voglio credere che ne verrà fuori magari non prestissimo ma bene. D.