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lunedì 15 giugno 2015

Unsullied

Mi becca che lo guardo sorridendo. Siccome l'ho maltrattato, sgridato. minacciato e scrollato via con aria di sufficienza tutto l'anno, oltre ad averlo sospeso, ricambia il sorriso per un istante, ma poi abbassa prudentemente gli occhi. Li rialza: sto ancora sorridendo, lo sto ancora guardando e visibilmente sto parlando di lui con la collega di sostegno. Si scioglie come un cioccolatino in forno e mi fa una faccetta interrogativa, molto dolce, senza l'ombra dell'abituale sicumera.

Stavo appunto dicendo alla collega che lui, come altri suoi compagni, è straniero ma scrive bene, in italiano, e soprattutto, mentre gli altri fanno evidenti sforzi di attenzione, per comporre le frasi, lui come tutto il resto anche scrivere lo fa di getto, senza pensare; senti, scorrendo i suoi testi, la naturalezza del suo modo di esprimersi, leggero ma efficace. Le dico che ha dei buoni risultati in tante cose, che per lui sarebbe tutto facile, se ne avesse voglia, ma non riesco a dirlo con tono scocciato, ormai la mia missione con lui e con gli altri è finita, li guardo andare via e auguro a ciascuno di tirare fuori il meglio che ha, alla prossima occasione. Col cuore, glielo auguro. E poi a lui, che sta passando un momento tanto delicato, mi verrebbe voglia di fare tanti discorsi, ho paura di aver fatto male, poco, troppo, non lo so.

Così, per una volta, consapevole di aver avuto i nervi tesi a lungo, nelle ultime settimane, per la questione tra la collega e lui, e di averlo forse tenuto a distanza per un nervosismo che avrei dovuto rivolgere a lei, decido di dedicargli attenzione, affetto, un momento tutto per lui. Parlargli, a bordo campo, l'ultimo giorno di scuola, è stato una buona cosa, per me soprattutto, che non riuscivo più a guardarlo, attanagliata dall'imbarazzo. Oggi posso sorridergli dal posto giusto, quello che anche la collega avrebbe dovuto mantenere.

Di lì a poco,  viene a consegnarmi il tema d'esame.

"Ha visto la frase sul mio profilo, prof?"
"No, quale? Whatsapp?"
"Sì. Ci ho messo la frase che mi ha detto lei."
"Quale?" chiedo, ma lo so già.
"Quella della Ferrari. Che io ho una Ferrari..."
"...in garage, sì, è vero..."
"...ma che devo imparare a guidarla."
Allora mi hai sentito. Questa frase gliel'ho detta a settembre.
Sguardo di reciproca stima. Attimo di pace in un visetto di solito molto tormentato.

Posa il tema, firma, io metto l'ora di consegna, si sporge dietro la cattedra come per salutare la collega di sostegno che è oltre la mia sedia. E invece si china e mi avvolge appena, per un nanosecondo, in un abbraccio rispettoso, tenerissimo.
"...LEVATI.", gli ringhio. Ridacchia e se ne va.

Non riesco più a spiccicare una sillaba, né a mettere a fuoco i fogli che ho davanti, per diversi minuti.
La collega non deve avergli fatto troppo danno, se sa ancora essere così. Speriamo. Speriamo. Quest'ultimo periodo me lo porterò addosso tutta la vita, come un tatuaggio.



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